Ikea e i padri separati (con polemiche sul web)

Qualche giorno fa, per la prima volta, ho assistito in tv ad uno spot che ritraeva una famiglia separata. L’azienda ovviamente era l’Ikea, molto all’avanguardia nel rappresentare famiglie che non siano tradizionali, proprio due anni fa infatti realizzò un bellissimo manifesto con due uomini che si tenevano per mano. Inutile sottolineare che l’Ikea è svedese, e che quindi il suo modo di realizzare pubblicità meno stereotipate e sessiste è dovuto anche a questo, anche se l’hanno scorso hanno delegato ad un’agenzia italiana che ci ha regalato uno spot sessista sullo stile anni ’50.

Ma quest’anno ci ricordano che esistono anche le famiglie separate:

Lo spot è molto bello perché rappresenta una madre che porta la figlia a passare una serata dal papà che cucina per lei la cena. Il messaggio è che è possibile ricominciare a vivere dopo una separazione o un divorzio e sopratutto prendersi cura dei bambini anche da separati.
Sul sito facebook dell’Ikea lo spot è stato accolto da una valanga di polemiche. Da una parte i cattolici scandalizzati di vedere come la pubblicità elogi le “famiglie distrutte”, quelli che magari volevano vedere la moglie in cucina e la famigliola alla mulino bianco (anche mulino bianco si è evoluta, infatti cucina il marito) e dall’altra c’era la furia dei padri separati che non si sentivano rappresentati nello spot perché la moglie gli ha tolto i figli e li ha lasciati in mutande. Il messaggio secondo loro è che l’unica possibilità di farsi una vita è avere una casa economica Ikea, quindi non proprio rassicurante.

In italia tantissime famiglie sono separate e non è vero che tutte le ex mogli non fanno vedere i loro figli. Io per esperienza personale conosco diverse situazioni. Ci sono anche padri separati che si disinteressano dei propri figli per spassarsela con l’amante. Che non li chiamano mai, che non gli passano assegni. Conosco anche madri che per ripicca non fanno vedere i figli ma ora mai questa cosa è diventata uno stereotipo per introdurre la Pas (anche in casi in cui c’è veramente il motivo per cui la mamma li allontana) che è stata pure bocciata dalla Cassazione come “scienza spazzatura”. Conosco pure quei padri che stanno meglio delle loro mogli separate perché loro lavorano e queste si ritrovano a mantenere i figli senza lavoro (perchè non hanno mai lavorato o lo hanno perso). Conosco padri che non hanno mai fatto i padri e poi una volta separati pretendono di recuperare i rapporti e occuparsi dei bambini quando nemmeno da sposati hanno cambiato un solo pannolone “perchè è roba da femmine“. Questa idea mammista e patriarcale secondo la quale “è la donna a dover occuparsi a tempo pieno dei bambini” sostenuta anche dagli uomini che poi da separati si lamentano quando una stronza con le loro stesse idee mammiste-patriarcali non gli fa vedere i figli. E’ o non è colpa del contesto? . Conosco anche padri che sono rimasti in mutande, ma questo principalmente è a causa della legge italiana e del sistema tutto. In Svezia ad esempio, etichettato dai più misogini sostenitori della Pas, come “nazifemminista”, gli uomini non finiscono in mutande con la separazione semplicemente perché lo Stato sostiene le famiglie anche dopo la separazione e le donne lavorano tutte, quindi non necessitano di essere mantenute e anche quando non lavorano sono stipendiate e nessuno pensa che i figli devono essere affidati per forza alla mamma “perché è la donna a doversi prendere carico”. E’ o non è il patriarcato ad aver prodotto questa situazione? Che le donne non devono lavorare ed essere protette e mantenute dagli uomini? E’ un’idea patriarcale ancora nella bocca di molti uomini che esclamano: “la donna deve stare a casa a fare la mamma e la moglie al lavoro ci penso io”  E una donna quando si separa e non ha uno stipendio dovrebbe arrangiarsi? Magari in un paese dove non trova lavoro perché il mercato di lavoro è chiuso alle donne, ancor più alle madri

Le situazioni sono diverse. Ci sono donne stronze ma anche uomini stronzi. Ma nello spot c’è un bravo padre e una brava madre che le porta la bambina, quindi nulla di cui scandalizzarsi. Ma l’idea che un padre non potrà mai riprendersi dopo la fine della relazione è molto diffusa, ecco pechè lo spot non è andato giù. Ecco perchè in Italia il femminicidio è un’emergenza nazionale.

Se uno spot potesse educarci al rispetto tra uomo e donna allora dico che ci vorrebbero più spot come questo. Certo che poi dobbiamo dire che se la pubblicità in Italia è sessista è perchè gli italiani la vogliono così?

Occhio alle immagini?

601108_554700557883799_638179858_n

601108_554700557883799_638179858_n

Ci segnalano un evento in riferimento ad un incontro sulla violenza maschile, patrocinato dal comune di Bologna e provincia. Come sappiamo spesso in Italia, siamo abbastanza indietro a trattare questi temi, dove spesso diventa un tema che solo le donne devono trattare, come se riguardasse noi. In molti altri contesti hanno sperimentato che essendo un problema maschile dovrebbero essere gli uomini a rifletterne e prendere le distanze dagli uomini violenti e quindi di isolarli e assumere le responsabilità che è una questione maschile come recita la locandina di questo evento. E ci sembra più che positivo.

Questa locandina però ci sarebbe piaciuta di più se non fosse introdotta con quell’immagine.

Una donna patinata con l’occhio nero e truccato, labbra socchiuse e rosse, rimanda ad un’immagine glamour e patinata piuttosto che ad un’immagine di violenza. Precisiamo che noi siamo contro immagini vittimizzanti ma anche contro immagini che rappresentano le donne come oggetti sessuali sopratutto quando parlano di violenza di genere e quest’immagine a mio avviso gioca su tutti e due gli stereotipi: sexy e vittima o meglio vittime perché biologicamente prede. Sarebbe come mettere l’immagine di un forte liquore per parlare di “morti sulle strade”, appunto perché chi è vittima di una violenza sessuale o fisica non vorrebbe mai vedersi  associata ad un’immagine “provocante”, poiché il messaggio implicito è : “le donne in fin dei conti vi provocano”.

Pensiamoci un attimo sull’altro messaggio implicito (forse quello meno implicito) che possa dare quest’immagine associata ad un evento che chiama gli uomini all’attenzione sul fenomeno. Forse si crede che per ricevere attenzioni dal sesso maschile è più facile utilizzare un’immagine sexy? come dire che gli uomini non avrebbero mai notato la locandina se non ci fosse la donna sexy e che quindi la questione non avrebbe interessato nessuno di loro.

 Beh potrebbe essere questo il messaggio almeno per chi si perde il convegno.  Infatti noi diciamo, occhio alle immagini, errore sicuramente involontario e probabilmente frutto di una svista e di una poca dimestichezza con la comunicazione visiva. Per il resto, il convegno avverrà il 15 marzo dalle 15.00 al Centro Civico Marco Polo, Via Marco Polo 51, Bologna,  organizzato da Noi.no.org, organizzato da Andrea Fabbri e parteciperà Maschile Plurale.

Premio Immagini Amiche… di chi?! Le nostre vincitrici.

althea-coperta-600x316

Abbiamo ricevuto una settimana fa l’invito a partecipare alle elezioni del “Premio Immagini  Amiche” del mondo femminile (!), evento promosso dall’UDI e dal Parlamento Europeo. I premi sono stati consegnati venerdì 1 marzo a Milano, alla presenza del sindaco Giuliano Pisapia e del vicedirettore del Corriere della Sera, Barbara Stefanelli.

Sul sito si parla di premiare la “creatività socialmente responsabile” e uno spot vagamente ispirato al principio dello swap fa parlare donne con voci maschili che chiedono delle rappresentazioni realistiche e non stereotipate.

Le categorie sono cinque: programmi televisivi, pubblicità televisiva, pubblicità stampata, affissioni e web.
Il principio ispiratore potrebbe essere anche lodevole, ma sono le nominations a lasciarci perplesse.

Con i programmi tv ci ritroviamo a sorridere amaramente. I candidati sono sceneggiati di dubbio gusto, qualche programma di infotainment e TG1, 2 e 3 ( vorranno mica premiare la “splendida” narrazione di genere dei telgiornali RAI?!).
Rispecchiano insomma l’avvilimento generale della televisione italiana ignorando le poche sacche di evoluzione e miglioramento.

La seconda categoria, pubblicità televisiva, però spegne già qualsiasi abbozzo di sorriso.
Si va dalla più tradizionali rappresentazioni femminili, come la maternità ( lo spot Enel ci racconta quanta energia c’è nell’attimo del parto e ci aveva già perplesso ai tempi della sua uscita ), a pubblicità sostanzialmente slegate dal concetto di parità, diritti o rappresentazione, mere reclamizzazioni piazzate in lizza magari solo perché hanno una protagonista femminile “simpatica” e cosiddetta “anticonformista” ( lo spot Coop con la Littizzetto che ci dice di comprare i “prodotti di sempre” ).  La maggior parte dei candidati sono spot che sembrano essere “immagini amiche” solo perché non sfruttano il corpo femminile esplicitamente come mezzo commerciale, ma senza in realtà sviluppare alcun contenuto positivo o concreto riguardo alle rappresentazioni.

La pubblicità Unicredit con le scale mobili, quella Nespresso con Clooney o  la doccia sul tetto di Leroy Merlin sono inspiegabilmente “amiche”, forse appunto solo perché sulle scale mobili non si sbircia sotto le gonne, Clooney non fa battute volgari o la modella sul tetto non toglie il bikini?
Tra i candidati poi spicca lo spot P&G “Best job” per le Olimpiadi di Londra del 2012,  quello in cui bambini di tutto il mondo evidentemente orfani di padre diventano grandi atleti grazie al sacrificio delle madri che tra un bucato e l’altro riescono a stimolarli e fare “il lavoro più impegnativo al mondo” nonché “il migliore” a detta della multinazionale: la madre, appunto.

Per (s)fortuna che a fare da controaltare c’è lo spottino SNOQ ( se non ora quando ), dove ci si piange un po’ addosso e poi si dice che “adesso senza le donne non si governa” e poi giù di sottintesa campagna elettorale per quegli schieramenti che alle donne e al genere non guardano proprio più quando poi si chiudono le urne.

Nella categoria web poi troviamo addirittura candidata “Doppia difesa”, l’associazione di Giulia Bongiorno contro la violenza sulle donne, che riproponendosi di “assume iniziative dirette a focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica su discriminazioni, violenze e abusi” ( cit. dal sito ) contemporaneamente è stata in passato già candidata ed eletta tra le fila del PdL, uno dei principali responsabili politici delle continue insidie legislative ai diritti delle donne, alla libertà di genere, all’autodeterminazione della salute e della vita.
Basta davvero solo un video che parli, anche superficialmente, di combattere la violenza sulle donne perchè quelle siano immagini amiche?
Davvero dobbiamo fare finta che gli stessi gruppi politici che partecipano allo smantellamento dei consultori pubblici, all’attacco alla 194, all’embargo della RU486, alla chiusura dei centri antiviolenza… possano essere anche creatori di “immagini amiche”?

Le immagini, si legge, “non utilizzano stereotipi di genere e promuovono una creatività innovativa in grado di diffondere immagini ‘amiche’”.

Immagini amiche… di chi? Nostre no di certo.
Tra esaltazione della maternità, consumismo fintamente ironico e veramente slegato dalla questione e sottili riferimenti alle quote rosa, non troviamo amiche in lizza. Anche perché, le “amiche” dovrebbero essere promotrici di contenuti, non solo nelle rappresentazioni in sé.
Come slegare la promozione di una banca come Unicredit, un’azienda non certo ecosostenibile come ENI o di una multinazionale come P&G ( che sceglie di reclamizzare i suoi prodotti in maniera quasi solo stereotipata e svilente ) dal contenuto dell’oggetto promosso?
Come possiamo, come donne e precarie e anticapitaliste, apprezzare la sostanziale devozione al capitalismo, seppure al femminile?

Inoltre, la retorica della maternità non è anch’essa uno stereotipo di genere, forse ancora più radicato e difficile da estirpare di quello della donna-oggetto, e un ruolo sociale all’interno del quale il sistema vorrebbe fissare il genere femminile? Promuovere immagini che non esaltino la figura della donna come “oggetto di godimento sessuale maschile”, operazione che facilmente riscuote consensi, è sufficiente a render giustizia della poliedricità e pluralità delle figure femminile esistenti, in opposizione all’immaginario collettivo vigente? Noi crediamo di no, pertanto le immagini amiche solo delle mamme non possono essere anche nostre immagini amiche!
Vogliamo poi parlare dell’esaltazione dell’”italianità”, posta in essere non solo dallo spot SNOQ ma anche dal calendario delle ‘donne italiane’? Queste immagini sono amiche, quindi, solo delle italiane?

Insomma, dove sono straniere, immigrate, lesbiche, lavoratrici precarie, e donne che hanno scelto di non avere figli?

Allora facciamo noi le dovute distinzioni e premiamo chi davvero è “gender friendly”.
Ecco i nostri premi alle “Immagini amiche 2012″!

And the winner is…

Nella categoria programmi tv la serie GIRLS
( sono grassa e mi spoglio lo stesso)
girls-season-2-lena-dunham-naked-portable

Nella categoria pubblicità televisiva, la campagna “Amore e Sughi” di Althea
( non solo gli etero mangiano la pasta  ).
althea-coperta-600x316

Nella categoria pubblicità stampata, catalogo Stanhome
( quando lo spazzolone non prende fuoco in mano a lui )
schermata-10-2456206-alle-23-29-11

Nella categoria affissioni, il plotter Gulagi Gang apparso a Roma in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, 25 novembre.

198304_421017707953935_2041104412_n

Nella categoria web …

ci sarebbero tanti blog, associazioni, collettivi da “premiare” ma segnaliamo solo alcuni di quelli che hanno avuto un ruolo fondamentale nella comunicazione e informazione di genere lo scorso anno

Fuori Genere

( per aver documentato e monitorato il processo Tuccia all’Aquila e la massiccia presenza delle donne )
Vengo Prima
( per il bel video su contraccezione d’emergenza e aborto, qui )
Malapecora
( perchè continua a parlare di una sessualità e una pornografia differente )

%d bloggers like this: