Stupratore, vuoi dichiarare la tua innocenza? Vai in televisione!

Oggi c’è stata la prima udienza d’appello per il brutale stupro di Rosa, avvenuto due anni fa nei pressi di una discoteca di Pizzoli.
La studentessa è stata ritrovata priva di conoscenza e seminuda sulla neve in un lago di sangue. Trasportata all’ospedale in codice rosso, il medico ha descritto la condizione shoccante in cui è stata ritrovata la vittima.

Uno stupro selvaggio. Ha parlato di lacerazioni interne molto profonde che potevano essere causate soltanto da un oggetto contundente. La parete del retto che comunica con la vagina è stata perforata e anche parte dell’utero è stato lesionato. Tutto ciò ha reso necessario un intervento di ricostruzione con 48 punti di sutura. La vittima si è svegliata priva di memoria e con addosso la testimonianza del massacro: i lividi, quelle ferite e il sangue copioso. Se non fosse per l’intervento del buttafuori sarebbe morta dissanguata e di ipotermia. 

Rosa è stata dimessa dall’ospedale dopo due mesi. Le ferite fisiche sono quasi guarite ma ora dovrà affrontare quelle psicologiche che avranno un decorso più lungo. Si è trasferita in una città protetta e sta cercando di superare il trauma che ha compromesso pure il suo futuro e ostacolato il suo sogno, quello di diventare ingegnera. Perché gli esami universitari le ricordano gli interrogatori e perciò non vuole più sostenerli!
Una studentessa come tante che conseguiva il sogno di ogni donna, quello di volersi realizzare, di essere indipendente. Una laurea che in Italia è considerata prevalentemente maschile, settore dove le donne subiscono ancora numerose discriminazioni. Come potremmo non definirla un’ennesima discriminazione di genere, quando un uomo con la sua violenza causa l’interruzione dei tuoi studi, segnando dunque la fine della tua realizzazione personale?

Lo stupro è come le altre violenze sulla donna. Nessun’atto di libidine, ma solo l’atto che parte dall’idea che “le donne vanno messe al loro posto”. Un vero e proprio terrorismo nato per frenare la nostra indipendenza.
Per questo alla vittima è costato vero e proprio danno a livello psicologico, sociale e fisico. E’ stato un vero e proprio massacro che l’avvocato difensore del responsabile, ospitato nei salotti televisivi di Canale 5, definiva come un “rapporto d’amore consensuale”.
Davanti a milioni di telespettatori. Inoltre, egli faceva pure nome e cognome della vittima.

Numerosi telespettatori, compresa la famiglia di Rosa, hanno protestato per il modo in cui è stata raccontata la vicenda e per il modo in cui è stata colpevolizzata la vittima, definita come “una che ha bevuto e seguito volontariamente il suo stupratore” ma anche perché nessuno in studio ha reagito particolarmente per prendere le distanze dalle sue parole.
Casi come questi nel contenitore pomeridiano, che spesso per fare audience si nutre di sciacallaggio del dolore altrui, non sono certo rari.
Qualche anno addietro, a Buona Domenica (ora Domenica Cinque) è stata dedicata una parte della puntata allo stupro di gruppo avvenuto nel 2008 a Montalto di Castro ad opera di 8 minorenni contro una coetanea di 15 anni.

Malgrado tutti fossero a conoscenza delle reazioni del paese e del Sindaco, allora Salvatore Carai, il quale pensò di risarcire gli otto “bravi ragazzi” per sostenerli durante il processo; la redazione ha mandato un’inviata ad intervistare gli abitanti di Montalto.
Così milioni di telespettatori hanno assistito ad ingiurie, minacce e insulti alla vittima a alla sua famiglia. Frasi quali: “lei e la madre dovrebbero essere impiccate”, “lei aveva la minigonna nera”, “era una poco di buono”, “era consenziente” e via dicendo.
Una donna in studio ha preso posizione contro gli abitanti definendo la situazione come quella di “Kabul sotto i talebani”, gli abitanti e Vittorio Sgarbi l’aggredivano asserendo che “le donne vestono in maniera provocante” mentre quest’ultimo sosteneva che sono i maschi ad essere le vere vittime delle donne.
Una mancanza di rispetto nei confronti della ragazza violentata ma anche delle tante che come lei hanno subito violenza e che magari seguivano il programma.

Qualche giorno fa, precisamente il 2 dicembre, sempre a Canale 5 (Pomeriggio 5) è stato ospitato il padre di uno dei dieci ragazzi che hanno stuprato una quattordicenne a Molfetta, un nuovo caso di stupro aggravato e continuato. (qui il video e Qui i particolari della raccapricciante vicenda).
Il padre sostiene che il figlio, 20 anni, non poteva essere presente. Tra l’altro perché sposato con moglie, all’epoca dei fatti, incinta. Come dire: “mio figlio è un bravo ragazzo è innocente perché padre di famiglia”. Ma che figlio può avere un padre del genere? Che figlio diventerà il nascituro che aspettava in grembo sua moglie? Che rispetto può avere la moglie da un marito stupratore? In che modo può essere venuto al mondo quel figlio? Quanti mariti o bravi padri di famiglia sono violenti in Italia?

Ma non c’è solo il salotto di Barbara d’Urso, la stessa che poi parla di femminicidio fingendo interesse (ma è solo puro marketing). Anche altri programmi (sarà forse un caso) targati Mediaset si sono qualificati come luoghi dove parenti, amici, conoscenti, avvocati e perfino gli stessi presunti stupratori, possono lanciare appelli di solidarietà nei loro confronti oppure come luoghi per dichiarare che sono stati accusati ingiustamente dalle vittime. Ricorda  il fenomeno delle false accuse da anni oggetto di propaganda da parte associazioni antifemministe-per screditare le donne violentate e per impedire alla società civile di porre un freno alla cultura dello stupro e dunque ai reati di stupro e più in generale a quelli contro le donne (compreso il femminicidio)-ora pare sbarcato in tv.

Un altro esempio ancora più clamoroso è quello del più famoso programma televisivo “Le Iene” che pur essendo dalla parte delle vittime, ha dedicato invece un’intervista a due uomini accusati di aver stuprato una ragazza in discoteca dopo averla drogata. I particolari dell’intervista sono raccapriccianti. La vittima è stata descritta come una prostituta, si è sostenuto che fosse consenziente, che voleva essere pagata dopo il rapporto sessuale e che loro erano innocenti.

La puntata ha scatenato le reazioni del web proprio per il fatto che i due accusati di stupro (non si sa se fossero innocenti o meno) sono stati descritti come vittime mentre la presunta vittima è stata descritta come una “puttana”, scendendo a particolari macabri, inadatti alla prima serata.

Perfino nel servizio pubblico la situazione non cambia. Per annunciare morte dell’attrice Franca Rame, vittima di stupro, il Tg2 ha lanciato un servizio introducendo che “la pasionaria rossa che approfittava della propria bellezza fisica per imporre l’attenzione sino a quando il 9 marzo del 1973 fu sequestrata e stuprata. Ci vollero 25 anni per scoprire i nomi degli aggressori, ma tutto era caduto in prescrizione”, sminuendo le doti artistiche di Franca Rame e facendola apparire quella che ha provocato un gruppo di fascisti a causa del suo aspetto.  Oltre ad aver fatto successo per le sue doti di grande attrice, Franca Rame con un suo monologo ha dato un messaggio di coraggio battendosi contro la cultura dello stupro sostenendo che rispetto alle parole di denuncia di una vittima di stupro il proprio cadavere avrebbe dato più segni di garanzia. Cose che al Tg2 sono state omesse, anche se sarebbero state utili per dare un messaggio di sostegno verso le vittime di violenza, per incoraggiarle a denunciare

Ma anche le altre reti continuano a diventare aule dove i familiari fanno il processo alle vittime. Ad ottobre, su La7, nel programma Linea Gialla, è andato in onda un servizio intitolato “Gli amici l’hanno violentata ma lei se l’è cercata?. Questo è il titolo fuorviante che introduceva un episodio di stupro di gruppo avvenuto a Modena ai danni di una sedicenne. Su Twitter si è scatenata una polemica ma Salvo Sottile ha prontamente risposto accusando gli utenti di non aver seguito il programma. Un programma in cui veniva ospitato il padre di uno degli accusati dichiarando che la vittima era consenziente. 

Non è raro che i media anziché tutelare le donne che subiscono violenza e dare un forte messaggio che possa porre fine alla cultura che legittima episodi di violenza sulle donne si mettano dalla parte del carnefice e denigrino la vittima.

Ad esempio, un giornale locale abruzzese, aveva messo in giro una falsa voce sulla presunta partecipazione di Rosa al Grande Fratello, voce poi smentita. Un altro tentativo di screditare la vittima per darla in pasto al linciaggio pubblico attribuendole l’accusa di cercarsi notorietà. Ma quale notorietà se non sappiamo nemmeno il suo nome?

Accuse simili non fanno che scoraggiare le denunce e indurre in loro vergogna e silenzio. 
E’ evidente che ancora oggi nella nostra società lo stupro è ancora considerato un atto di lieve entità che va trattato con leggerezza o strumentalizzato per ottenere ascolti. Del resto la televisione ha sempre usato le donne per fare audience. Ha sempre “fatto a pezzi” il nostro corpo, la nostra dignità per avere qualche telespettatore morboso in più.

Da una tv che utilizza da sempre il corpo femminile come un oggetto e ridicolizza le donne non ci possiamo certamente aspettare che partano iniziative atte a smontare una cultura altrettanto maschilista come quella dello stupro, la quale ha alla base il disprezzo più profondo per la donna.
Certo che no! non possiamo proprio aspettarci questo da una televisione che ad ogni ora del giorno propina corpi femminili in offerta, dove le donne vengono chiamate “mammifere” e dove seguono continue inquadrature di forme con voyeurismo o dove le donne si “accosciano” sulla scrivania mentre solo uomini di mezza età (e qualche volta una donna carina) possono parlare.

Da una tv che fa tutto questo per “mascherare” in apparenza l’aura di bigottismo clericale che soffoca il nostro Paese, lo stesso che quando vai in farmacia ti negano la pillola del giorno dopo.

Lo stesso dove la parola “stupro” diventa impronunciabile e dove alla vittima viene pure rinfacciato di avere usato la minigonna, quella che nei salotti televisivi è d’obbligo. Lo stesso dove parlare di stupratori o di stupro è tabù. Evidentemente fanno più scandalo le ‘baby squillo’, alle quali hanno dedicato una marea di trasmissioni e articoli colpevolizzanti, generalizzanti e morbosi senza rispetto né per la fascia protetta né per la loro minore età né per tutte le adolescenti italiane immerse in questa generalizzazione che è pericolosa in un Paese ancora arretrato maschilista perché induce gli uomini a pensare che “siccome sono tutte puttane o disponibili allora è normale o giusto stuprarle”. Ragazzine descritte come delle femme-fatale che con la loro brama di sesso e soldi inducevano uomini che hanno il triplo della loro età a “peccare”. 
E’ proprio la tv-con l’aiuto di altri media- ad essere complice di quell’immaginario millenario che legittima lo stupro: quello dell’uomo cacciatore che usa la donna come un oggetto sessuale. Quella che l’uomo in quanto cacciatore può essere pure giustificato. Quello della donna come una provocatrice o come origine del male, colei che induce l’uomo a peccare. Tutto frutto della cultura dello stupro. 

Stupratori, volete essere difesi? volete diventare voi le vittime? Andate in televisione!

Accomodatevi, i processi (alle vittime) si fanno in televisione.

Stupro di Pizzoli, il ginecologo: “mai visto nulla del genere”

violenza

Riporto quest’articolo da il manifesto per solidarietà alla ragazza violentata lo scorso mese fuori da una discoteca a Pizzoli, dove malgrado lo stato in cui è stata trovata, le ferite riportate e lo schock subito una trasmissione televisiva ha invitato l’avvocato difensore del ragazzo che l’ha violentata affermando cose aberranti, degne di un paese che stupra in silenzio. Noi abbiamo scritto alla trasmissione e pare abbia accolto le nostre richieste perchè sono tornati su quell’episodio e hanno invitato un medico che ha fatto delle dichiarazioni schoccanti sulla salute della ragazza che confermerebbero la violenza, smontando le difese dell’avvocato al ragazzo imputato. Intanto vorrei pubblicare l’articolo che descrive i gravi danni fisici riportati dalla vittima d quella brutale violenza. (i grassetti sono miei):

In Italia i media e l’informazione non sono sempre corretti quando trattano di violenza di genere e di solito tendono a urlare la notizia, a cercare lo scoop, e a ricalcare modelli culturali sulla donna molto pericolosi e dannosi per le stesse vittime e per le donne in generale perché svilenti per chi subisce violenza (come l’insistere su particolari morbosi) e accomodanti per chi la pratica (era un bravo ragazzo, di brava famiglia, è stato un raptus, era troppo innamorato quindi l’ha uccisa). Un linguaggio e un background culturale che nei tribunali viene usato per sostenere ipotesi in difesa di stupratori e autori di violenza che sottintendono stereotipi pesantemente maschilisti e misogini (se l’è cercata, è lei che lo ha provocato, l’uomo è cacciatore, all’istinto non si comanda, era consenziente), per cui le vittime di violenza diventano spesso offender e sono costrette a dimostrare “la violenza” subita, sopportando pressioni psicologiche che si aggiungono a quello che già hanno vissuto.

Troppo spesso inoltre, lo stupro viene considerato un reato di serie B e le donne si sentono talmente poco tutelate da preferire il silenzio alla denuncia, perché sanno che durante il processo potrebbero non sopportare il peso di un’altra violenza, quella psicologica e verbale.

Su quello che è successo tra l’11 e il 12 febbraio nello stupro alla discoteca di Pizzoli, vicino L’Aquila, dove una ragazza di vent’anni è stata trovata sulla neve, seminuda, coperta di sangue per l’emorragia che le lesioni della violenza subita le avevano provocato, è stato scritto e detto molto. Anche troppo. Di questo reato è stato accusato un militare, F.T. di 21 anni, e per lui il giudice, a differenza di altri procedimenti in corso in questo periodo su reati di stupro, ha disposto la custodia in carcere. La famiglia del ragazzo ha chiesto scusa alla famiglia della giovane stuprata, ma l’avvocato difensore, Alberico Villano, ha tranquillamente pronunciato il nome e il cognome della ragazza durante uno show televisivo con grave violazione della privacy ma soprattutto violando la riservatezza sulle norme di sicurezza cui la ragazza è sottoposta.

Oltre al reato di stupro, a carico del militare c’è l’ipotesi di tentato omicidio, in quanto l’uomo è stato fermato mentre si stava allontanando dalla discoteca, sporco di sangue, lasciando la ragazza in fin di vita sulla neve: un mancato soccorso che sarebbe costata la vita della studentessa se non fosse interventuto il personale della discoteca che l’ha soccorsa. La ragazza, uscita dal’ospedale ma ancora in convalescenza in un luogo segreto, non ricorda esattamente i fatti avvenuti perché lo shock è stato troppo forte, ma in una fase della sua ripresa in ospedale avrebbe detto: “Quelli mi volevano uccidere”, perché in realtà fuori dalla discoteca, oltre al militare inquisito, erano stati fermati anche altri due commilitoni del 33esimo Reggimento Artiglieria Acqui, insieme alla fidanzata di uno dei due.

L’avvocato del militare ha sostenuto in maniera convinta che il rapporto sessuale che ha subito la studentessa era un “rapporto amoroso consensuale”, sostenendo che l’uomo avrebbe provocato le ferite con “la mano”, malgrado i 48 punti di sutura che la ragazza ha dovuto subire per ricostruire le parti interne lese. Alla domanda sulla gravità delle ferite della giovane, che fanno pensare senza dubbio alcuno (e senza possibilità di dimostrare il contrario) a una violenza inaudita, il legale ha risposto che “non sono state provocate da un atto sessuale non voluto”, e che “la ragazza non è stata costretta”.

Secondo il legale: non ci sarebbe stato nessun corpo estraneo nell’atto sessuale; i due giovani commilitoni e la giovane non sono intervenuti in nessuna fase del fatto; e il giovane militare, “molto impaurito”, quando ha visto il sangue, è rientrato nella discoteca per chiedere aiuto. Non solo, perché la ragazza, secondo l’avvocato, “Dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo”. In poche parole la ragazza dovrebbe rispondere al fatto che non solo era consenziente a farsi provocare quelle ferite ma anche che lei la violenza se l’è cercata. Su questo caso si è parlato di “pratica estrema”, del diametro di una mano chiusa a pugno considerando possibile che quelle ferite potessero essere state prodotte da un rapporto, “consensuale”, con l’uso di una pratica sessuale che si chiama fisting e che viene esercitata con il pugno. Un quadro davvero deprimente, vergognoso, schifoso, che su una vittima di stupro approfondisce quelle ferite che non guariranno mai.

Ma la vita è generosa anche nella tragedia, perché dalle dichiarazioni fatte in una trasmissione su Canale 5 ieri dal dottor Gabriele Iagnemma, il ginecologo dell’ospedale che ha “ricucito” la ragazza stuprata, si capisce che non può essere stata né una mano né un rapporto consenziente. Dichiarazioni che dovrebbero spazzare via tutte le elucubrazioni di dubbio gusto rimettendo al centro la vittima che ha subito una violenza terribile e il suo diritto ad avere giustizia, e quindi il riconoscimento assoluto di quello che ha subito, e anche a individuare l’autore di una violenza efferata che forse è pericoloso anche per la società:

“In trent’anni di attività non avevo mai visto nulla del genere – ha detto il dottor Iagnemma – quando è stata portata all’ospedale dal 118 e scortata dai carabinieri, è arrivata ricoperta di sangue in condizioni di incoscienza e in un grave stato di shock emorragico dovuto alle gravi lacerazioni che aveva. Lacerazioni che interessavano oltre che l’apparato genitale anche altri organi. E’ stata portata immediatamente in sala operatoria, dove ho chiamato subito il collega chirurgo e insieme, l’abbiamo operata. Un intervento di oltre un’ora nel quale sono stati ricostruiti l’apparato digerente e l’apparato genitale”. La ragazza sarà sottoposta a ulteriori controlli ed esami “soprattutto per verificare la funzionalità di alcuni organi, perché dal punto di vista anatomico è guarita, ma non sappiamo se lo sia dal punto di vista dell’apparato digerente che è la parte più colpita”.

Secondo gli inquirenti nello stupro è stato utilizzato uno strumento metallico e anche per i medici le ferite riportate non sono affatto compatibili con un rapporto senza violenza. L’amore, il sesso estremo, l’avventura di una notte, qui non c’entra: è solo violenza.

Informo che un’altra ragazza è stata violentata brutalmente e quasi uccisa. E’ accaduto in Ucraina e ricorda molto quanto è accaduto a Pizzoli e a tratti il massacro del Circeo. La ragazza è miracolosamente viva ma oltre allo schock ha riportato delle ferite gravissime perchè è stata arsa viva dai due autori che dopo averla violentata e picchiata hanno tentato di ucciderla corspargendola di alcool e dandole fuoco. La ragazza si chiama Oksana ha quasi 19 anni, ha perso due gambe e un braccio e presenta usctioni in quasi tutto il corpo. Tutta l’Ucraina è scossa da quanto accaduto, sopratutto dal fatto che gli autori, tre ragazzi ricchi, non si sono per nulla pentiti di quello che hanno fatto. Basta con la violenza contro le donne!

Mary

Stupri: vittime per due volte

In questo blog abbiamo affrontato più volte il tema della violenza. Ho scritto diversi post sui femminicidi, sulle violenze domestiche e sugli stupri.

Ora, vorrei soffermarmi su due casi di stupro. Due casi più violenti e strazianti del solito: quello di Annamaria Scarfò e quello della giovane violentata a Pizzoli (Aq) qualche settimana fa.

Chi è Annamaria Scarfò: circa 13 anni fa una ragazzina di 13 anni di una provincia calabrese precisamente a San Martino di Taurianova viene ripetutamente violentata dal branco, composto da i soliti ragazzi “per bene” .

Annamaria cercò di denunciare subito l’accaduto, raccontando l’episodio al prete del suo paese ma non ricevette alcun aiuto e per di più non venne neanche creduta.

Dopo il primo episodio di violenza e dopo il negato tentativo di denuncia e di soccorso , Annamaria , in silenzio subisce per tre anni violenze fisiche e psicologiche che si susseguono con continue minacce, abusata e usata anche per pagare debiti altrui .

Un giorno il branco chiede lei di portare sua sorella. Solo allora per amore della sorella e per proteggerla riesce a dire basta a quell’incubo. Va dai carabinieri e denuncia tutti, uno ad uno i suoi aguzzini.

Si potrebbe pensare che denunciare sia come opporsi, va fatto assolutamente, ma troppo spesso non è una liberazione, è l’inizio di un altro tormento. Annamaria da quel momento in poi riceve da tutto il paese: insulti, stalking, telefonate minatorie, dispetti, le hanno ammazzato persino il cane.

Per il paese lei se l’è cercata, per il paese lei è una puttana, perchè denunciando ha rovinato “bravi ragazzi” e “bravi padri di famiglia”. Per il paese lei è la “Malanova” (in calabrese : cattiva notizia, sventura) . Così è intitolato anche il libro della sua storia scritto a quattro mani dalla stessa Annamaria e Cristina Zagaria.

Ma lei, lottatrice, non si da per vinta grazie anche al sostegno del suo legale (Rosalba Sciarrone). Nel 2009 riesce ad ottenere l’appoggio dallo Stato con l’entrata in vigore della legge antistalking. Da circa due anni vive sotto scorta ed è stata costretta ad abbandonare il suo paese per trasferirsi in una località protetta.

Ma ieri per Annamaria è arrivata un’ennesima brutta notizia. Ieri si teneva una delle prime udienze sullo stalking e persecuzioni che si sono scatenate dopo la sua denuncia.

La difesa degli imputati ha chiesto la sospensione dell’udienza. Il giudice ha accolto l’istanza ed ha rimandato la decisione alla Corte di Cassazione.

Le motivazioni della sospensione : “…il clamore mediatico sollevato intorno al caso, può influenzare la corte” . Annamaria dovrà attendere ancora per ottenere ciò che le spetta: solo un po’ di giustizia!

Ripensando, questo caso di Annamaria Scarfò ha diversi elementi simili a quello della ragazza che qualche settimana fa ha subito un’atroce e brutale violenza a Pizzoli in provincia dell’Aquila.

Le storie sono molto diverse. Annamaria era una ragazzina vittima di un branco, vittima dell’ignoranza e dell’omertà di una provinicia del profondo sud. L’altra ragazza è più grande, va all’università, è una fuori sede. Questa ragazza una sera va ad una festa, l’incubo peggiore della sua vita la attende appena fuori dal locale.

Le cose che accomunano queste violenze, sono tante:sono le parole, i giudizi, i commenti; ma soprattutto sono i carnefici : i “bravi ragazzi” .

Il carnefice di questa ragazza (per ora l’unico indiziato) è un militare, un soldato, uno che per mestiere dovrebbe proteggere i più deboli, avere come ideali la lealtà, il rigore, l’umanità e la solidarietà. Questi più o meno sono gli ideali che dovrebbero essere innati, in un uomo o una donna che decide di diventare soldato o poliziotto.

Lo stesso ha anche dichiarato di aver usato semplicemente una mano nel rapporto con la studentessa. Una mano però non crea lacerazioni genitali talmente profonde da richiedere un’urgente operazione chirurgica, con più di quaranta punti. Una mano non è neanche capace di lasciare sotto-shock una ragazza da settimane,oramai.

Il soldato, ha anche dichiarato più volte che il rapporto era consenziente. Cosa c’è di consenziente in una violenza?

In questi due casi, così sconvolgenti ci sono le solite due frasi che accompagnano ogni caso di stupro da secoli : “Era un RAPPORTO CONSENZIENTE” ,”S’è L’è CERCATA”! Queste parole rimbombano nelle nostre menti come martelli pneumatici e pesano come macigni.

Cosa significa “andarsela a cercare”?

Andare ad una festa è andarsela a cercare? Uscire fuori dal locale con un ragazzo che hai conosciuto alla festa è andarsela a cercare? Che nesso c’è tra l’ uscire fuori da un locale – magari per fumare una sigaretta o magari per scambiare qualche chiacchiera prendendo una boccata d’aria – con il sentirsi autorizzato a violentare brutalmente la ragazza in questione?

E’ un sistema malato il nostro. La vittima che subisce violenza passa sotto la Santa Inquisizione: cosa indossava, che ora era, che atteggiamenti aveva.

Questo è il folle e primtivo ragionamento fatto da più della metà degli-delle italian* dopo una ennesima notizia di stupro.

Il violentatore viene visto quasi, come un giustiziero della notte che punisce la donna libertina, che magari con una canottiera scollata si era permessa di andare ad una festa, insomma una che se l’è andata a cercare.

Lola sul suo blog ha postato un vecchio processo di stupro. Ascoltando le parole, le risatine, i doppi sensi di questo processo ci rendiamo conto che non è cambiato nulla: stesse parole, stessa procedura, stesse tattiche per colpevolizzare sempre più la vittima -e giustificare il violento- , stesso modo insensibile e atroce per dirle che forse un po’ le piaceva, che un po’ se l’è andata a cercare.

Sempre nello stesso post, propone una splendida iniziativa: quella di ritornare a sostenere nei processi di stupro le vittime! Come si faceva qualche anno fa. Penso che il sostegno morale in questi casi sia necessario per affrontare un evento così atroce come un processo di quel tipo. La vittima potrebbe essere una nostra sorella, una nostra mamma, un’amica o una collega. La vittima potremmo essere anche noi.

DOVREMMO FARLO!

Voi cosa ne pensate?

(Fonti: qui, qui, qui ).

Faby

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