Stupratore, vuoi dichiarare la tua innocenza? Vai in televisione!

Oggi c’è stata la prima udienza d’appello per il brutale stupro di Rosa, avvenuto due anni fa nei pressi di una discoteca di Pizzoli.
La studentessa è stata ritrovata priva di conoscenza e seminuda sulla neve in un lago di sangue. Trasportata all’ospedale in codice rosso, il medico ha descritto la condizione shoccante in cui è stata ritrovata la vittima.

Uno stupro selvaggio. Ha parlato di lacerazioni interne molto profonde che potevano essere causate soltanto da un oggetto contundente. La parete del retto che comunica con la vagina è stata perforata e anche parte dell’utero è stato lesionato. Tutto ciò ha reso necessario un intervento di ricostruzione con 48 punti di sutura. La vittima si è svegliata priva di memoria e con addosso la testimonianza del massacro: i lividi, quelle ferite e il sangue copioso. Se non fosse per l’intervento del buttafuori sarebbe morta dissanguata e di ipotermia. 

Rosa è stata dimessa dall’ospedale dopo due mesi. Le ferite fisiche sono quasi guarite ma ora dovrà affrontare quelle psicologiche che avranno un decorso più lungo. Si è trasferita in una città protetta e sta cercando di superare il trauma che ha compromesso pure il suo futuro e ostacolato il suo sogno, quello di diventare ingegnera. Perché gli esami universitari le ricordano gli interrogatori e perciò non vuole più sostenerli!
Una studentessa come tante che conseguiva il sogno di ogni donna, quello di volersi realizzare, di essere indipendente. Una laurea che in Italia è considerata prevalentemente maschile, settore dove le donne subiscono ancora numerose discriminazioni. Come potremmo non definirla un’ennesima discriminazione di genere, quando un uomo con la sua violenza causa l’interruzione dei tuoi studi, segnando dunque la fine della tua realizzazione personale?

Lo stupro è come le altre violenze sulla donna. Nessun’atto di libidine, ma solo l’atto che parte dall’idea che “le donne vanno messe al loro posto”. Un vero e proprio terrorismo nato per frenare la nostra indipendenza.
Per questo alla vittima è costato vero e proprio danno a livello psicologico, sociale e fisico. E’ stato un vero e proprio massacro che l’avvocato difensore del responsabile, ospitato nei salotti televisivi di Canale 5, definiva come un “rapporto d’amore consensuale”.
Davanti a milioni di telespettatori. Inoltre, egli faceva pure nome e cognome della vittima.

Numerosi telespettatori, compresa la famiglia di Rosa, hanno protestato per il modo in cui è stata raccontata la vicenda e per il modo in cui è stata colpevolizzata la vittima, definita come “una che ha bevuto e seguito volontariamente il suo stupratore” ma anche perché nessuno in studio ha reagito particolarmente per prendere le distanze dalle sue parole.
Casi come questi nel contenitore pomeridiano, che spesso per fare audience si nutre di sciacallaggio del dolore altrui, non sono certo rari.
Qualche anno addietro, a Buona Domenica (ora Domenica Cinque) è stata dedicata una parte della puntata allo stupro di gruppo avvenuto nel 2008 a Montalto di Castro ad opera di 8 minorenni contro una coetanea di 15 anni.

Malgrado tutti fossero a conoscenza delle reazioni del paese e del Sindaco, allora Salvatore Carai, il quale pensò di risarcire gli otto “bravi ragazzi” per sostenerli durante il processo; la redazione ha mandato un’inviata ad intervistare gli abitanti di Montalto.
Così milioni di telespettatori hanno assistito ad ingiurie, minacce e insulti alla vittima a alla sua famiglia. Frasi quali: “lei e la madre dovrebbero essere impiccate”, “lei aveva la minigonna nera”, “era una poco di buono”, “era consenziente” e via dicendo.
Una donna in studio ha preso posizione contro gli abitanti definendo la situazione come quella di “Kabul sotto i talebani”, gli abitanti e Vittorio Sgarbi l’aggredivano asserendo che “le donne vestono in maniera provocante” mentre quest’ultimo sosteneva che sono i maschi ad essere le vere vittime delle donne.
Una mancanza di rispetto nei confronti della ragazza violentata ma anche delle tante che come lei hanno subito violenza e che magari seguivano il programma.

Qualche giorno fa, precisamente il 2 dicembre, sempre a Canale 5 (Pomeriggio 5) è stato ospitato il padre di uno dei dieci ragazzi che hanno stuprato una quattordicenne a Molfetta, un nuovo caso di stupro aggravato e continuato. (qui il video e Qui i particolari della raccapricciante vicenda).
Il padre sostiene che il figlio, 20 anni, non poteva essere presente. Tra l’altro perché sposato con moglie, all’epoca dei fatti, incinta. Come dire: “mio figlio è un bravo ragazzo è innocente perché padre di famiglia”. Ma che figlio può avere un padre del genere? Che figlio diventerà il nascituro che aspettava in grembo sua moglie? Che rispetto può avere la moglie da un marito stupratore? In che modo può essere venuto al mondo quel figlio? Quanti mariti o bravi padri di famiglia sono violenti in Italia?

Ma non c’è solo il salotto di Barbara d’Urso, la stessa che poi parla di femminicidio fingendo interesse (ma è solo puro marketing). Anche altri programmi (sarà forse un caso) targati Mediaset si sono qualificati come luoghi dove parenti, amici, conoscenti, avvocati e perfino gli stessi presunti stupratori, possono lanciare appelli di solidarietà nei loro confronti oppure come luoghi per dichiarare che sono stati accusati ingiustamente dalle vittime. Ricorda  il fenomeno delle false accuse da anni oggetto di propaganda da parte associazioni antifemministe-per screditare le donne violentate e per impedire alla società civile di porre un freno alla cultura dello stupro e dunque ai reati di stupro e più in generale a quelli contro le donne (compreso il femminicidio)-ora pare sbarcato in tv.

Un altro esempio ancora più clamoroso è quello del più famoso programma televisivo “Le Iene” che pur essendo dalla parte delle vittime, ha dedicato invece un’intervista a due uomini accusati di aver stuprato una ragazza in discoteca dopo averla drogata. I particolari dell’intervista sono raccapriccianti. La vittima è stata descritta come una prostituta, si è sostenuto che fosse consenziente, che voleva essere pagata dopo il rapporto sessuale e che loro erano innocenti.

La puntata ha scatenato le reazioni del web proprio per il fatto che i due accusati di stupro (non si sa se fossero innocenti o meno) sono stati descritti come vittime mentre la presunta vittima è stata descritta come una “puttana”, scendendo a particolari macabri, inadatti alla prima serata.

Perfino nel servizio pubblico la situazione non cambia. Per annunciare morte dell’attrice Franca Rame, vittima di stupro, il Tg2 ha lanciato un servizio introducendo che “la pasionaria rossa che approfittava della propria bellezza fisica per imporre l’attenzione sino a quando il 9 marzo del 1973 fu sequestrata e stuprata. Ci vollero 25 anni per scoprire i nomi degli aggressori, ma tutto era caduto in prescrizione”, sminuendo le doti artistiche di Franca Rame e facendola apparire quella che ha provocato un gruppo di fascisti a causa del suo aspetto.  Oltre ad aver fatto successo per le sue doti di grande attrice, Franca Rame con un suo monologo ha dato un messaggio di coraggio battendosi contro la cultura dello stupro sostenendo che rispetto alle parole di denuncia di una vittima di stupro il proprio cadavere avrebbe dato più segni di garanzia. Cose che al Tg2 sono state omesse, anche se sarebbero state utili per dare un messaggio di sostegno verso le vittime di violenza, per incoraggiarle a denunciare

Ma anche le altre reti continuano a diventare aule dove i familiari fanno il processo alle vittime. Ad ottobre, su La7, nel programma Linea Gialla, è andato in onda un servizio intitolato “Gli amici l’hanno violentata ma lei se l’è cercata?. Questo è il titolo fuorviante che introduceva un episodio di stupro di gruppo avvenuto a Modena ai danni di una sedicenne. Su Twitter si è scatenata una polemica ma Salvo Sottile ha prontamente risposto accusando gli utenti di non aver seguito il programma. Un programma in cui veniva ospitato il padre di uno degli accusati dichiarando che la vittima era consenziente. 

Non è raro che i media anziché tutelare le donne che subiscono violenza e dare un forte messaggio che possa porre fine alla cultura che legittima episodi di violenza sulle donne si mettano dalla parte del carnefice e denigrino la vittima.

Ad esempio, un giornale locale abruzzese, aveva messo in giro una falsa voce sulla presunta partecipazione di Rosa al Grande Fratello, voce poi smentita. Un altro tentativo di screditare la vittima per darla in pasto al linciaggio pubblico attribuendole l’accusa di cercarsi notorietà. Ma quale notorietà se non sappiamo nemmeno il suo nome?

Accuse simili non fanno che scoraggiare le denunce e indurre in loro vergogna e silenzio. 
E’ evidente che ancora oggi nella nostra società lo stupro è ancora considerato un atto di lieve entità che va trattato con leggerezza o strumentalizzato per ottenere ascolti. Del resto la televisione ha sempre usato le donne per fare audience. Ha sempre “fatto a pezzi” il nostro corpo, la nostra dignità per avere qualche telespettatore morboso in più.

Da una tv che utilizza da sempre il corpo femminile come un oggetto e ridicolizza le donne non ci possiamo certamente aspettare che partano iniziative atte a smontare una cultura altrettanto maschilista come quella dello stupro, la quale ha alla base il disprezzo più profondo per la donna.
Certo che no! non possiamo proprio aspettarci questo da una televisione che ad ogni ora del giorno propina corpi femminili in offerta, dove le donne vengono chiamate “mammifere” e dove seguono continue inquadrature di forme con voyeurismo o dove le donne si “accosciano” sulla scrivania mentre solo uomini di mezza età (e qualche volta una donna carina) possono parlare.

Da una tv che fa tutto questo per “mascherare” in apparenza l’aura di bigottismo clericale che soffoca il nostro Paese, lo stesso che quando vai in farmacia ti negano la pillola del giorno dopo.

Lo stesso dove la parola “stupro” diventa impronunciabile e dove alla vittima viene pure rinfacciato di avere usato la minigonna, quella che nei salotti televisivi è d’obbligo. Lo stesso dove parlare di stupratori o di stupro è tabù. Evidentemente fanno più scandalo le ‘baby squillo’, alle quali hanno dedicato una marea di trasmissioni e articoli colpevolizzanti, generalizzanti e morbosi senza rispetto né per la fascia protetta né per la loro minore età né per tutte le adolescenti italiane immerse in questa generalizzazione che è pericolosa in un Paese ancora arretrato maschilista perché induce gli uomini a pensare che “siccome sono tutte puttane o disponibili allora è normale o giusto stuprarle”. Ragazzine descritte come delle femme-fatale che con la loro brama di sesso e soldi inducevano uomini che hanno il triplo della loro età a “peccare”. 
E’ proprio la tv-con l’aiuto di altri media- ad essere complice di quell’immaginario millenario che legittima lo stupro: quello dell’uomo cacciatore che usa la donna come un oggetto sessuale. Quella che l’uomo in quanto cacciatore può essere pure giustificato. Quello della donna come una provocatrice o come origine del male, colei che induce l’uomo a peccare. Tutto frutto della cultura dello stupro. 

Stupratori, volete essere difesi? volete diventare voi le vittime? Andate in televisione!

Accomodatevi, i processi (alle vittime) si fanno in televisione.

Violenza sulle donne: sempre di moda per aumentare le vendite e le visite alle pagine web

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Cosa non si fa per vendere un prodotto o per aumentare i click ad una pagina web!

Dall’accostamento di donne (o pezzi di donna) in pose sensuali, fortemente eroticizzate e oggettificate, alle campagne pubblicitarie che, cavalcando l’onda della “moda del momento”,  (mai come in questo periodo parlare di violenza contro le donne è stato di moda) sfruttano il tema, a scopo commerciale, utilizzando immagini di donne con l’occhio nero per farsi pubblicità.

Abbiamo più volte denunciato come queste campagne siano di pessimo gusto, come l’immagine  dell’occhio nero o della donna che si copre il volto, rappresentata come una vittima (spesso rannicchiata, o in posizioni di resa) già non ci piaccia quando usata per campagne contro la violenza (qui), figuriamoci quando diventa strumento di marketing, per indurre ad acquistare un prodotto (vedere ad esempio qui e qui), nel tentativo (pessimo) di darsi “un volto etico” per essere accattivanti agli occhi del consumatore (o della consumatrice).

Spesso, purtroppo, l’immagine di una donna picchiata, o fatta oggetto di altre violenze, è stata usata anche in casi di campagne di marketing che non volevano “darsi una veste etica” come Yamamay e Coconuda di cui ci siamo occupate recentemente.

Donne prese a calci, strupri simulati, donne molestate, donne infilzate, legate, calpestate, donne buttate dalle scale, accoltellate…. sono immagini pubblicitarie che abbiamo visto tutt* e che qui abbiamo sempre denunciato.

Queste immagini ci comunicano la “normalità” della violenza contro una donna. 

Bombardati da campagne come questa, finiamo per non vederne più la brutalità. Immagini come queste ci dicono che con una donna si può fare qualunque cosa: anche stuprarla, anche ucciderla.

Ci lamentiamo sovente di come questo genere di immagini siano utilizzate in modo abnorme nel nostro Paese, ma questa volta non siamo soli.

Anche negli USA, nel Texas, una ditta che produce decalcomanie per vetture, ha avuto la pensata di utilizzare l’immagine di una donna legata, gettata a terra, col volto coperto dai capelli,  per pubblicizzare la sua attività.

Come l’ho saputo?

Semplice… perché uno zelante “giornalista” ci ha informato di questa bella idea dalle pagine web di Repubblica.it, come se alla notizia occorresse dare rilievo.

Ecco qui:

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Ancora una volta, il tema della violenza contro le donne viene utilizzato per aumentare le vendite, o – come nel caso di Repubblica.it – per aumentare i click, sfruttando il tema tanto “di moda” del sessismo in pubblicità e della violenza contro le donne.

IL FEMMINICIDIO SI PUO’ COMBATTERE SOLO CAMBIANDO LA NOSTRA CULTURA

L’ennesima vittima di un femminicidio in Italia. Come tantissime aveva denunciato atti di stalking e violenze fisiche da parte dell’ex-marito in possesso dell’arma che l’ha uccisa. Perché le forze dell’ordine non sono intervenute?

La legge anti-stalking nel nostro Paese è lacunosa. Una donna vittima di violenza può denunciare solo su querela e raramente lo stalker viene allontanato dalla donna anche perchè la legge tiene conto solo dei sintomi (soggettivi) della vittima e non della condotta dello stalker. C’è da chiedersi una domanda fondamentale: perché il Governo ha lasciato una legge a metà? perchè non ha dato maggior tutela alle donne vittime di stalking e maltrattamenti, nonostante l’aumento vertiginoso di tali reati che sfociano in femminicidio sopratutto dopo la denuncia? perchè il patrocinio non è gratuito per legge?

Le cronache riportano un probabile aumento vertiginoso di donne ammazzate dopo l’introduzione di questa legge. Sono donne che si sono rivolte alle forze dell’ordine prima di essere state uccise, perchè non sono state aiutate o perché non erano a conoscenza dei limiti della legge contro lo stalking. Questo è probabilmente rivelabile dalle precedenti denunce per stalking e il legame con le vittime. Ma il nostro Paese non fornisce statistiche ufficiali e istituzionali sul fenomeno stalking. Questo significa che la violenza di genere non è ancora percepita come grave, come se il fatto non esistesse, anche se le nostre cronache ogni giorno riportano episodi sempre più agghiaccianti e frequenti.

Pare anche che le donne rischino il doppio di essere uccise proprio perchè così in vigore non garantisce l’assoluta protezione della vittima e l’allontanamento dal carnefice e anche perchè i reati di percosse, minacce di morte da parte di chi opera anche stalking vengono asssorbiti nel reato di stalking che come dicevo è una legge lacunosa, poco chiara e molto blanda per poter proteggere le vittime.

Anzi, quale legge? Le legge antistalking esiste? Nel codice penale italiano (art 612-bis) non appare alcuna definizione di stalking!

E’ un fattore culturale? Probabilmente sì. In Italia la figura femminile è subordinata a quella maschile e la subordinazione delle donne non sta solo nella carenza di mezzi che allontanano il rischio di rivittimizzazione ma anche in tutte quelle carenze che vanno dalla scarsa assistenza della donna vittima alla prevenzione della violenza.
Di prevenzione ne ho parlato tantissimo e non intendo solamente il potenziamento dei centri antiviolenza, leggi che possano garantire alle donne sufficiente indipendenza economica, ma sopratutto la lotta del fenomeno partendo dalle sue radici.
C’è un legame tra femminicidio e cultura patriarcale. Questi femminicidi avvengono sopratutto tra le mura domestiche e sopratutto alla fine di una relazione. C’è un perchè.

Oggi apro le pagine dei giornali che hanno riportato l’omicidio di una giovane donna assieme al suo nuovo compagno, da parte del suo ex marito. I giornali che hanno riportato la notizia, sopratutto le testate più importanti come AGI, La Repubblica, il Fatto quotidiano… hanno usato la parola “amante” per appellarsi al nuovo compagno ferito dall’ex-marito della donna.

Non è la prima volta che accade. Molti giornali hanno utilizzato la parola “marito” quando invece si trattava di un ex-marito. Questi uomini le hanno uccise perchè convinti che fossero ancora le loro compagne, le loro mogli, anche se queste ultime hanno interrotto di propria volontà la relazione violenta.
E’ un problema culturale, la volontà della donna pare che non conti in Italia. Un messaggio veramente pericoloso che dovrebbe essere preso in considerazione dalle testate giornalistiche perché è anche il movente per cui vengono uccise le donne e si rischia così di far passare il fenomeno come accettabile.

La donna sparata oggi dal suo ex-marito che la perseguitava da tempo era un’adultera? aveva una relazione extraconiugale? No! si era separata e stava cercando di farsi una nuova vita. Invece le fonti giornalistiche più autorevoli hanno spostato la colpa alla donna asserendo che si trattava di un’infedele. Un femminicidio che non andrebbe giustificato nemmeno in questi casi per non sdoganare il delitto d’onore che va in vigore nei paesi sotto la sharia.
Le parole di questi giornali vanno a svelare la percezione del fenomeno: gli uomini uccidono perché considerano le proprie donne come delle proprietà, una mentalità fortemente radicata nella nostra cultura.

Altro che folli. Un altro aggettivo utilizzato dai giornali è l’epiteto “folle” descrivendo il fenomeno come un caso isolato, realizzato da persone con problemi mentali. No! L’italia è stata ripresa dall’ONU più volte a causa dell’incremento vertiginoso di questo fenomeno e di tutta una cultura che incita e giustifica gli uomini ad uccidere le proprie compagne, con l’aiuto dei mezzi di informazione, della grave inadempienza delle forze dell’ordine e delle politiche contro la libertà femminile attuate dal Governo.
Quello che troviamo effettivamente in Italia è una grave situazione, ossia il ritorno in auge del delitto d’onore, che non si realizza solo con il femminicidio ogni tre giorni, ma anche dai titoli emessi dalle testate giornalistiche.

“Folle di gelosia”

“omicidio passionale”

“raptus”

“uccide moglie e amante per gelosia”

Quello che scrivono i nostri giornali, in un paese con una mentalità ancora da Medioevo, da l’idea di un atto dovuto, dove lei è descritta come una “puttana” che ha ferito l’onore dell’uomo e dove esso pulisce con il sangue.
Io dico ai giornalisti che devono vergognarsi, che è gravissimo questo linguaggio anzichè insegnare che la violenza è condannabile in ogni caso (a maggior ragione quando le percentuali danno segno di allarme). Tutti i paesi occidentali condannano la violenza sulle donne come un reato gravissimo e picchiare, stuprare e uccidere una donna non è tollerabile in nessun paese che ha raggiunto diritti civili su tutti i fronti. L’italia continua a presentare una mentalità preoccupante, quasi medievale, molto lontana dagli standard europei (non che il fenomeno non esista ma è più condannato) e certamente più simile ai paesi che spesso vengono condannati per i costumi contro le donne.

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-07-28/uccide-moglie-amante-toglie-154042.shtml?uuid=AbFVwCII

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/28/massa-uccide-ex-moglie-e-suo-amante-poi-si-suicida-feriti-anche-due-minori/669665/

http://www.agi.it/cronaca/notizie/marina-massa-spara-allex-moglie-e-al-suo-amante-poi-si-uccide-in-stradabr-

http://video.repubblica.it/edizione/firenze/marina-di-massa-uccide-l-ex-e-il-suo-amante-e-si-toglie-la-vita-la-mappa/136245/134782

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