#IDontNeedFeminismBecause : il maschilismo non ha genere. E’ possibile fare autocritica?

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“Women against feminism”, donne contro il femminismo, è un blog, un tumblr e una campagna fotografica lanciata su internet circa un mese fa. Di recente, ha riempito anche le bacheche nostrane, dopo essere stata riportata nella famigerata colonnina destra di Repubblica.it, che sintetizza il tutto come sintomo di “anni di rivendicazioni e lotte gettati alle ortiche“. Ma è proprio così?

Le ragazze espongono dei cartelli con scritte le loro motivazioni. Come quella che ci dice:

Non ho bisogno del femminismo perché
1. rispetto gli uomini
2. essere una donna non è uno svantaggio
3. ho la mia opinione
4. prendo io la responsabilità per me e le mie azioni
5. non mi sento una vittima
6. il movimento femminista è pieno di merda

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Questa campagna si ispira e stravolge quella di “I need feminism because…“,  alimentata da una continua sottoscrizione di messaggi di donne che credono di aver bisogno del femminismo per affermare la loro indipendenza, autodeterminazione, perché essere una donna non debba essere uno svantaggio, perché vogliono vedere rispettata la propria opinione, perché non vogliono più sentirsi vittime.
Insomma, spesso, per gli stessi motivi per cui altre dicono che del femminismo non sanno più che farsene, che è pieno di merda.

Un’altra ragazza sostiene:

Non ho bisogno del femminismo perché
1. rispetto la forza e la lotta degli individui
2. io NON sono oppressa! per MIA scelta!
3. non giudicherò i miei fratelli per le azioni crudeli di altri uomini
4. Voglio supportare TUTTE le persone
5. non voglio che gli uomini nascano dovendo chiedere scusa per il loro genere per colpa di persone acide e attitudini vittimizzanti

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Le ragioni di queste donne, quasi tutte molto giovani, alternano per lo più le classiche grandi mistificazioni sul femminismo ( l’ odio verso gli uomini in quanto tali, ad esempio ) a esaltazioni materne ( del tipo: “non sono femminista perché mio figlio è un privilegio, non una scelta” ). Tra una mistificazione patriarcale e una dal sapore pro-life, però ci sono anche rivendicazioni che si ricollegano invece forse a degli errori a cui il femminismo si è condannato. 

Prima di tutto perché “il femminismo” ( quale poi andrebbe capito meglio )  non ha evidentemente saputo comunicare a tutte che cosa vuol dire essere femminista, dal momento che la maggior parte delle argomentazioni usate da queste donne non sono elementi del femminismo, ma equivoci se non manipolazioni.

Difficile certo comunicare in maniera efficace quando, ad esempio,  il sistema scolastico non fa nulla per creare dei riferimenti non esclusivamente maschili. Dove sono nei libri di scuola  tutte quelle donne che seppur non impegnate direttamente tra le fila dei movimenti femministi sono poi diventate delle icone dell’emancipazione e delle rivendicazioni femministe?  Insomma, dove sono Olympe de Gouges, Mary Wollstonecraft,  Harriet Taylor, Ada Byron Lovelace,  Anna Kuliscioff , Sof’ja Vasilyevna Kovalevskaya nei testi scolastici di storia, scienze e letteratura?

Altra ragione che spinge molte donne a rifiutare il femminismo è senz’altro la disinformazione che c’è stata intorno il movimento femminista, il ridurlo a semplice stereotipo di donne misandriche e pelose.
C’è poi sicuramente anche la totale mancanza di empatia, tentare, anche solo per una volta, di immedesimarsi nei panni di altre donne, andando oltre la regola del “se non è mai accaduto a me non è vero, non esiste“.  Se per me essere donna non ha mai rappresentato uno svantaggio –che sia nella società, in famiglia, nelle relazioni e nell’ambito lavorativo– o non mi sono mai sentita subordinata ad un uomo non è detto che qualche altra donna, che sia la mia vicina di casa o una donna che vive dall’altra parte del mondo, non stia subendo tali discriminazioni in quanto donna.

Spesso, poi, gli argomenti delle Women Against Feminism sono gli stessi supportati da tutti quegli uomini che dal femminismo si sentono minacciati e quindi si scagliano contro le femministe “isteriche”, “esagitate”, “eccessive” ecc. La posizione di queste donne è conciliante, come se in atto ci fosse una guerra tra i generi e non una atavica oppressione e discriminazione di genere.
E’ così che è arrivato loro il concetto di femminismo perché è chiaro che ci sia tutta l’intenzione di non essere insidiati e perdere lo status quo da parte di chi gliel’ha comunicato.

Quando una donna dice di non voler essere femminista perché “Essere una donna non è uno svantaggio”, si entra in un cortocircuito semplicemente perché per questo stesso motivo molte donne invece lo sono.
Eppure oggi, una considerazione così vera, è usata per demolire proprio la necessità dell’argomentazione femminista.

Questa è un’ondata di ritorno, che più che dagli editoriali dei giornali che ci affrettiamo a consultare, trae ispirazione anche da tutte quelle  cantanti, attrici et similia che negli ultimi anni, pur presentandosi come paladine dei diritti delle donne, come modelli forti, pronte a lottare contro la violenza e per l’autodeterminazione in paillettes, si sono sentite in dovere di specificare però di non essere assolutamente femministe.

Bjork: “Non mi identifico come una femminista perché credo che mi isolerebbe. Penso sia importante essere positive. E’ più importante pretendere che lamentarsi”

Katy Perry: “Non sono femminista, ma credo nella forza delle donne

Beyoncè: “La parola femminista è molto estrema. Perchè c’è bisogno di etichettarsi?”

Ovviamente non sono le parole di pop star a valere più di anni di studio e di lotte, ma a chi si straccia le vesti e si sente attaccata dalle rivendicazioni non femministe circolate in questi giorni, forse queste dichiarazioni racconteranno di più del background culturale di giovani donne a cui non sarà arrivata Carla Lonzi, ma a cui parlano Beyoncè e compagnia.

Se diamo un’occhiata al nostro panorama di star, cantanti e attrici ci rendiamo conto che la parola femminismo non viene neanche lontanamente citata. E’ alla pari di una bestemmia, forse.
Fatte queste doverose premesse però ci chiediamo: da parte sua il femminismo qualche errore lo avrà commesso?

Riprendendo uno dei concetti più comuni, “non sono femminista perché non sono una vittima da salvare” è’ vero ad esempio che il “femminismo contemporaneo” ha dato a intendere che le donne necessitano di una continua tutela, come animali in via d’estinzione.
E non che invece il femminismo è un campo di battaglia in cui far valere la propria autonomia intellettuale, fisica, emotiva, come avevano cercato di comunicare anni fa.

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Virginia Woolf, proprio sulla tutela verso le donne, scriveva :

Fra cento anni, d’altronde, pensavo giunta sulla soglia di casa, le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso; ad esempio (in strada stava passando un plotone di soldati) l’idea che le donne, i preti e i giardinieri vivano più a lungo. Togliete questa protezione, esponete le donne agli stessi sforzi e alle stesse attività, lasciatele diventare soldati, marinari, camionisti e scaricatori di porto, e vi accorgerete che le donne muoiono assai più giovani e assai più presto degli uomini; cosicché si dirà: “Oggi ho visto una donna”, come si diceva “Oggi ho visto un aereo”. Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta [...]

Troppo spesso  il “femminismo contemporaneo”  ( o almeno una sua parte ) è caduto in una sorta di vittimismo addossando le colpe ad un maschile, deresponsabilizzando di frequente il femminile, un femminile –non tutto ovviamente, vale sempre la pena ribadirlo– che purtroppo si è piegato, senza batter ciglio, allo stereotipo  borghese della donna : femminile, perfetta madre, perfetta moglie, perfetta casalinga, perfetta badante, perfetta anche in carriera, ma sempre in forma e desiderabile– tanto che la più recente forma di emancipazione femminile, particolarmente osannata in ogni “ghetto rosa” che si rispetti,  è il multitasking.

I retaggi che imprigionano le donne in quel femminile da proteggere, quel voler a tutti i costi una diversità tra uomini e donne, la continua colpevolizzazione della libertà sessuale femminile, gli stereotipi e tanto altro, sono alimentati dalle stesse donne, perché , come spesso abbiamo ribadito, il maschilismo non ha genere.

Anche di questo forse si è tenuto poco conto negli ultimi anni, intente a parlare di sessismo e maschilismo senza mai applicare una definizione scientifica, ma come fosse uno scandalo sensazionalistico di costume.
Non si è tenuto conto che molte donne sono maschiliste perché sguardi e modelli introiettati le hanno rese tali o forse perché l’alternativa femminista era troppo difficile da affrontare.

Uno degli ultimi episodi dove abbiamo notato il maschilismo di molte donne  è stato il famoso congresso  “Donne e media”, dove Laura Boldrini dichiarò che in un paese davvero emancipato non staremmo a guardare inermi decine di spot televisivi che ritraggono solo e soltanto le donne occuparsi delle faccende domestiche e della cura dei figli. Ricordiamo ancora la reazione che ebbero la maggior parte delle donne italiane : con estrema violenza rivendicarono il “diritto” di servire in tavola e ad avere l’esclusiva sulle faccende domestiche.

Ricordiamo anche quando, qualche tempo fa, condividemmo un articolo scritto da Tea  Hacic-Vlahovic su Vice, dove si lamentava del sessismo che si nasconde dietro alcune forme di galanteria italiana.
Andando a cena con il suo fidanzato, in un ristorante italiano appunto, si vide arrivare un menù totalmente diverso dal suo compagno, senza prezzi, questo perché secondo la tradizione è l’uomo che deve pagare il conto.

Vi invitiamo ad osservare cosa molte donne –consapevoli di stare commentando su una pagina femminista–  hanno scritto sulla nostra pagina fb, senza considerare i vari insulti che siamo state costrette a cancellare.

Questo invece è solo uno tra i tanti commenti di donne sotto il post sul sito di Vice

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L’emancipazione per molte donne ha un interruttore, va bene solo per alcuni aspetti.
Gli spogliarelli l’8 marzo sì. Rifiutare un modello di famiglia che vede solo e unicamente la donna servire a tavola no.
Il multitasking schiavizzante che toglie il sonno sì. Superare le relazioni eteronormate no.
L’ emancipazione femminile oggi passa, purtroppo, per dei modelli maschili, se non maschilisti, introiettati e fatti propri.
Modelli che il femminismo almeno dagli anni ’80 non è stato più capace se non di combattere, nemmeno di fornire strumenti di analisi critica che parlassero anche alla generazione di chi scrive.

Le donne che sostengono il diritto di servire la propria famiglia, quelle che danno a Tea della isterica arrapata condivideranno sicuramente i cartelli antifemministi pubblicati in questi giorni. Sono tante, sono la maggioranza forse, per questo ci risulta così difficile capire chi si è tanto stupita davanti ai cartelli di Women Against Feminism. Basta uscire di casa, frequentare donne fuori da sezioni e circoli culturali, parlare alla madre di un’amica o ad un’amica stessa per sapere esattamente di cosa stanno parlando quei dannati cartelli.

Si organizzano campagne contro la violenza sulle donne per vendere mutande, o con donne truccate con la lacrimuccia nera e la coroncina da miss, e un uomo accanto, il tutore, con una mano aperta che recita un  “basta” urlato in stampatello, questo dovrebbe bastare come sensibilizzaazione all’argomento? Qualche altra invece, crede di  innalzare il livello di consapevolezza sulla violenza contro le donne spogliandosi. E guai a criticare tali iniziative, perché una parte del “femminismo contemporaneo” crede ancora alla  regola del purchè se ne parli.

Le lotte di emancipazione femminile in Italia iniziano e finiscono solo con l’argomento “violenza sulle donne” — tra l’altro, spesso trattato in maniera del tutto fuorviante, come gli esempi sopra elencati. Come se ci bastasse non essere picchiate o non essere ammazzate per poterci definire emancipate e rispettate. Mai si citano le decine di altri problemi che affliggono le donne: dalla disoccupazione, alla disparità salariale, dall’aborto alle molestie e al mobbing , fino ad arrivare a quella mentalità che considera completa una donna  solo se madre.

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Ho bisogno del femminismo perchè ancora mi viene detto cosa è e che cosa non è “rispettoso verso me stessa”

Quella sopra è una foto della campagna “I need feminism because…”. La ragazza dice di averne bisogno perchè non ne può più di sentirsi dire che cosa è e cosa non è rispettoso verso se stessa. Eppure questo è un atteggiamento anche di molte femministe, pronte a dire a donne anche di venti o trenta anni di meno cosa sia giusto per loro in questo mondo, cosa no, sorvolando sulle rivendicazioni che non condividono.

Laurie Penny ha scritto una lettera indirizzata a queste donne, in cui tra le altre cose dice

Siete libere di rifiutare il femminismo. Siete libere di farlo senza capire nulla di ciò che la parola significa in realtà, perché qualcuno vi ha detto che le femministe sono tutte troie in cerca di attenzione, che vogliono un trattamento speciale e odiano gli uomini. Io non so chi ve l’ha detto, e sarebbe troppo facile sottolineare che sembrate scimmiottare il linguaggio dei cosiddetti “attivisti per i diritti degli uomini“, quelli che si ritrovano nei forum a parlare di stuprare e picchiare le donne. Non ho intenzione di suggerire che avete adottato questo linguaggio per ottenere che gli uomini della vostra vita si sentano meno minacciati. Invece, voglio prendere in considerazione l’idea che siete arrivate alla vostra bizzarra concezione della liberazione delle donna tutte da sole. Sono contenta di far parte di un movimento che rispetta tutte le donne, che non respingere i pareri scritti in recinti rosa e con mille femminili svolazzi, un movimento che considera tutte noi innanzi tutto degli esseri umani, anche gli illusi. Un movimento chiamato femminismo.

[...] Nel frattempo, se mai avrete bisogno di femminismo, chiamate pure. Se mai vi stancherete di lavorare di più per una retribuzione inferiore o addirittura senza retribuzione, noi saremo qui. Se una volta invecchiate, quando comincerete a cedere, vi scoprirete all’ improvviso invisibili, perché valevate qualcosa solo finché eravate giovani e hot, saremo qui per ricordarvi che valete ancora. Se mai sarete violentate o picchiate dal vostro partner, e improvvisamente vi renderete conto di quanto sia mostruoso sentirsi dire che si è responsabili della violenza subita, sentirsi dire “te la sei voluta”, o sentirsi rimproverare che avreste dovuto fare in modo di non turbare i ragazzi, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un rifugio per nascondervi con i vostri bambini o un tumblr pieno di gif per ricordarvi che non siete sole, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un aborto, o del libero accesso ai metodi contraccettivi, saremo qui a lottare per ciò di cui avete bisogno e che vi meritate, perché crediamo che siete esseri umani, e in quanto tali siete in grado di decidere autonomamente del vostro corpo. Saremo qui, perché questo è quello che facciamo. Non sentite di aver bisogno di femminismo in questo momento, ma io sì, e così sentono miliardi di donne in tutto il mondo, e io spero che rispetterete loro, proprio come io rispetto il vostro diritto di spargere le vostre perplessità nella rete. C’è un posto al nostro tavolo per voi, quando sarete pronte. È anche possibile portare le penne rosa.

 

Ecco, noi possiamo anche condividere Penny e tutte quelle che la pensano così. Rispecchia il nostro essere femministe credere di averne bisogno per promuovere la nostra emancipazione. Ma non abbiamo visto molti svolazzi rosa su quei cartelli e non crediamo che un atteggiamento di chiusura, piccato, verso tutto ciò che ci mette in discussione abbia qualcosa di costruttivo.
Cercare di capire gli errori che il femminismo ha commesso, che commettiamo di continuo, come chiunque, forse invece qualcosa di utile potrebbe averlo. Abbiamo letto commenti di donne poco piacevoli su alcune pagine fb, tra auguri di stupro e chi augurava loro di non poter abortire, perché solo così avrebbero capito a cosa serve il femminismo. Noi, invece, auspichiamo di trovare un modo migliore per comunicarne la forza e il vero senso del femminismo e che tutte abbiano gli stessi diritti, penne rosa o no.

 

Faby & Laura

Che genere di maternità? Diritti, pretese, scelte.

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Festa della mamma. Tra donne che bucano preservativi, marce per la vita e circoli mammoni.

In realtà, la celebrazione nasce da Julia Ward Howe, poetessa e attivista pacifista e abolizionista statunitense, che nel 1870 propone l’introduzione del Mother’s Day for Peace, per onorare quelle donne che avevano perso i figli in guerra e riflettere sulla necessità della pace.
Le attività della giornata comprendevano degli incontri di riconcialiazione tra madri che avessero perso i figli in battaglia morti in eserciti rivali della Guerra Civile. Le donne si consolavano vicendevolmente non condannandosi a vicenda, ma trovando nella guerra l’unica responsabile del loro dolore.

La prima a celebrare la Festa della mamma in epoca moderna è stata invece Ann Jarvis, istituendo nel 1908 i “Mother’s Day Work Clubs”, in memoria di sua madre, altra attivista pacifista statunitense.  Lo scopo di queste associazioni era lavorare contro il propagarsi di malattie infettive tifoidi e migliorare le condizioni di vita e di salute delle donne.

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E’ nel 1914 che, sempre negli USA, la Festa diventa ufficiale: il Congresso delibera di festeggiarla la seconda domenica di maggio e il senso della celebrazione vira verso l’espressione della gratitudine e il rispetto per le madri, abbandonando la matrice civile e pacifista che la aveva istituita in origine.

E diventando così uno degli eventi commerciali più remunerativi dell’anno, secondo solo al Natale ( gli statunitensi ogni anno spendo quasi 20 milioni di dollari in biglietti e regali per questa occasione ).

Contro il grande mercato aperto intorno a questa giornata, si scagliano in molte di quelle che avevano pensato a qualcosa di diverso per occuparsi di donne e maternità.
Così Jarvis dice

“Quelli che traggono profitto dal Mother’s Day sono ciarlatani, banditi, pirati e termiti che stanno minando uno dei movimenti e delle celebrazioni più fini, nobili e onesti”

In Italia la Festa arriva negli anni ’50. Con tutti quei costumi statunitensi che ci invadono insieme al Piano Marshall.
Nel nostro Paese però la giornata assume aspetti ancora diversi, abbandonando la celebrazione della madre nel suo ruolo sociale o biologico, come negli USA, e valorizzandone invece il valore religioso, come simbolo di vita e di amore per la vita.

Jarvis non ebbe mai figli, non fu mai madre.  E non ebbe neanche una madre a supportarla, se è per questo: morì prima che realizzasse la sua iniziativa. Anche le donne che prendevano parte agli incontri di Howe non avevano più figli, erano morti in guerra.
Ma vedevano comunque l’opportunità di mettere in gioco le loro scelte di vita in funzione di una collettività più ampia.
Anche questo è rilevante nell’interpretare il sentimento civile che muoveva l’istituzione di una giornata invece poi strumentalizzata ai fini di propagandare il ruolo biologico femminile o la sua, ancora più rigida, interpretazione religiosa.

Oggi le madri sono celebrate come angeliche portatrici di vita, garanti della casa, della famiglia, e per farlo si comprano fiori, cioccolatini, peluche. Per quelle che saranno mamme a breve, per l’occasione sono state messe in commercio online anche delle buste per il vomito delle nausee mattutine in gravidanza, dai colori molto femminili e glamour.
Incinta e nauseata, ma con stile insomma.

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Prendo spunto da questo articolo di BitchMagazine per suggerire altri possibili modi di celebrare la maternità, senza buttare soldi in buste per vomitini alla moda o santificare il ruolo della genitrice. Ad esempio, si potrebbe…

Trasformare i problemi in azione.
Lottare perchè essere madre non voglia dire lavorare il triplo di una donna senza figli, potrebbe essere una buona pretesa. Come la genitorialità condivisa con il partner, la riconquista dei propri spazi e delle proprie ambizioni anche nella sfera familiare.

Reclamare la paternità.
Senza che sia un favore, senza che sia una concessione. Perchè se i figli si fanno in due, soprattutto dovrebbero essere cresciuti in due.
Perchè si legge di continuo che, dalle baby squillo ai ragazzini sbandati, la colpa è delle madri che non li hanno educati bene.
Perchè ad una madre che ha perso un figlio ucciso dalla polizia arrivano gli insulti che le dicono che se lo avesse cresciuto bene, non sarebbe finito così.
Reclamare il ruolo sociale della paternità assolverebbe LA madre da avere tutte le responsabilità sulla vita di un figlio, persino quelle più assurde, come di farlo diventare gay se troppo affettuosa, un violento se troppo distante.

 

Collettivizzare il tempo.
Invece di disperderlo a recriminare le scelte di vita altrui, prenderci carico di una collettività femminile potrebbe essere una via di autodeterminazione.

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Che ogni figlio sia voluto. Che ogni madre lo voglia. Pro Choice!

 

Pretendere il diritto all’aborto.
Contro le gravidanze imposte e la mancanza di libertà di scelta che ampiamente si impone nel nostro Paese. Quindi lottare, anche da madri, contro chi la maternità la usa per fare propaganda di valori patriarcali. Di ave marie, di fasci littori, di timori benpensanti.
Perchè la scelta di essere madre, pretende da sè quella di non esserlo e negare questo diritto alle donne equivale a pensarle come incubatrici.

 

Avere due madri.
O due padri, ovviamente. Perchè avere un figlio non sia alla mercè di chi ci vuol far credere che la natura sia quella che esclude gli omosessuali dalla potenzialità di formare una famiglia. La natura è quella che ci porta ad amare e amare chi ci pare nel modo che vogliamo.
Non marginalizzare
E se questo vuol dire subire discriminazioni, insulti, aggressioni, le combatteranno anche le donne eterosessuali autorizzate ad avere una famiglia.

 

 

 

 

 

 

 

Fuori lo Stato dalle nostre mutande. Report da Perugia

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Ieri, come ogni sabato di inizio mese dispari, si sono ritrovati davanti  agli ospedali delle principali città i gruppi dei movimenti no-choice a fare le solite preghierine con tanto di cartelloni e croci macabre contro l’autodeterminazione e la libertà femminile.

Riceviamo, da un nostro lettore, il report da Perugia. Ringraziamo tanto Barbone Rocker per averci inviato questo dettagliatissimo report e lo pubblichiamo con immenso piacere .

E’ sabato primo marzo, una giornata piovosa, questo porta a chiederci se i pro-life si materializzeranno o se saranno intimoriti dalla pioggia.
La curiosità è tanta, ho avuto già a che fare con quest* alien*, l’anno scorso a Roma al S. Filippo Neri (in quel caso quattro alieni e un aliena, come vuole logica patriarcale), ed erano armati di banchetto per le firme per l’abrogazione della 194, megafono (voce e retorica radio maria style), volantini con immagini di feti splatter e frasi ad effetto macabro-moralizzatore.
Mi chiedevo come si sarebbero mossi a Perugia e l’aspetto meteorologico non faceva che alimentare in me l’estremo bisogno di fermare quell’altra pioggia, quella familista-bigotta-colpevolizzante-autoritaria che desidera impregnare di retorica e privazioni il corpo di tutte le donne, come del resto stanno già facendo silenziosamente da decenni all’interno di quelle strutture che dovrebbero essere libere e laiche.
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Arriviamo presso l’ospedale Silvestrini di Perugia intorno alle 10.40, l’appuntamento pro-life è stato fissato in un ingresso secondario dell’ospedale (dal quale si entra a ginecologia) ma a quanto pare nessun moralizzatore è presente.
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Nel mentre ci arriva una chiamata da altr* militanti, i quali dicono di aver localizzato i “preganti” di fronte l’ingresso principale. 

Prendiamo tutto il materiale e mentre la pioggia non accenna a diminuire, di corsa ci dirigiamo verso il “sacro” luogo.

Arrivati all’ingresso notiamo dalla parte opposta della strada tre donne immerse nelle loro preghiere (santino e rosario in mano), tutte over 50. Altr* mi dicono che hanno già notato la nostra presenza, ci organizziamo dividendo tra i/le presenti il materiale (cartelloni, volantini) e decidiamo di restare strategicamente su questo lato della strada, in modo tale da poter intercettare sia auto ed autobus che transitano e sostano di fronte l’ingresso, sia il via vai pedonale

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Nemmeno facciamo in tempo e prender familiarità con lo spazio circostante che arrivano due uomini della polizia di Stato di presidio all’interno dell’azienda ospedaliera, i quali sono stati avvertiti da una delle pro-life; i due chiedono il motivo della nostra presenza e se abbiamo o meno l’autorizzazione. Lo scambio verbale è brevissimo, i tutori hanno deciso che oggi non siamo cattiv* e non oppongono resistenza.

Ottenuto il benestare di Cesare (ma chi lo voleva??? Noi ti vogliamo pugnalare) notiamo una delle tre che ci immortala in una serie di scatti, il momento è esilarante, in quanto, mentre lei ci percepisce come diavoli da esorcizzare, noi ci chiediamo come abbiano fatto a ridurla così il tè coi pasticcini e la chiesa.
Ad ogni modo con orgoglio stiamo al gioco e ci mettiamo in posa e iniziamo a ricambiare il favore in modo da immortalare la loro pochezza numerica.
E’ sabato e dunque l’ingresso dell’ospedale non è molto trafficato, ad ogni modo una buona fetta di curios* osserva con attenzione i cartelloni esposti da noi attivisti o appesi in un secondo momento in alcuni punti strategici, curios* che sono poi intercettat* da un costante volantinaggio su entrambi i lati della strada.
Smette finalmente di piovere, passa il tempo e un continuo afflusso di militanti rende evidente la nostra schiacciante superiorità numerica oltre che organizzativa. Un paio di coraggios* decidono di cercare un confronto con la parte avversa e, nonostante sia ovviamente palese a priori che è impossibile trovare un punto d’incontro con questa catto-spazzatura, io comprendo chi decide di voler vedere l’alien* da vicino. Questi catto-alien* si muovono spesso nell’oscurità cercando di riempire con la loro maleodorante retorica strutture pubbliche quali ospedali, consultori, scuole.
Ed è, dunque, del tutto umano il desiderio di voler vedere almeno una volta nella vita da vicino la bestia ed ascoltarne i farneticanti versi.
Io me ne tengo fuori, in quanto, il maleodorante fetore della retorica familista pro-life avvertita l’anno scorso, credo possa bastarmi per i prossimi trent’anni; non posso fare a meno di ascoltare in un paio di occasioni il confronto e rimango stupito dal fatto che quest* pro-life siano apert* (almeno a parole e verso terzi) all’uso di contraccettivi (immortale è il ricordo di quell* roman* che sostenevano come il preservativo non fosse una barriera contro il virus dell’HIV). Dunque siamo di fronte a dei pro-life progressisti, wow! In realtà la prospettiva abolizionista integralista è la stessa che sta di fatto bombardando il corpo delle donne in tutta Europa (vedi Spagna) martoriando quei pochi diritti per l’autodeterminazione che erano rimasti grazie alle lotte delle nostre madri e delle nostre nonne. Ma si sa che nella caccia alle streghe, promossa da simili movimenti, spesso i politicanti trovano terreno fertile per intrecciare politiche di austerity e di controllo sociale.
Il confronto dei coraggios* porta una parte del nostro presidio a posizionarsi davanti i catto-preganti, praticamente oscurandone la presenza.
Successivamente si aggiungerà una quarta pregante e in un guizzo d’orgoglio i pro-life esibiranno un paio di cartelloni deliranti, nello specifico uno sosteneva che, siccome i genitori di Beethoven ebbero delle gravi complicanze con gli altri figli, allora è stato un miracolo che il suddetto sia potuto nascere grazie al fatto che essi decisero di rischiare in stile gioco d’azzardo, e fu grazie alla loro scelta che abbiamo potuto godere delle opere di un genio. Chissà, dunque, quanti Beethoven non nascono!
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Ovviamente, entrano in crisi disorientandosi quando gli fai notare che qualsiasi Beethoven non potrà mai essere un Beethoven in una società che nega sempre più assistenza economica, abitazioni, istruzione, assistenza sanitaria; questo anche attraverso lo smantellamento di quel poco di welfare che ci era rimasto. 
All’ora di pranzo avviene una piccola staffetta nella quale i pro-life restano in due, un uomo e una donna. Ricomincia a piovere e siamo costrett* a svestire muri, ringhiere e pali dai nostri messaggi politici e ripiegare tutt* sotto l’ingresso coperto dell’ospedale. E’ quasi una situazione comica, noi, dieci volte tanti, da un lato, i due preganti dall’altro.
Tra scambi politici e presenza scenica continua la nostra staffetta, che a un certo punto sarà bloccata, in quanto, l’omaccione barbuto pro-life è rimasto da solo a tenere in mano un cartello contro-194, in quel momento a noi è parso che la sua immagine di solitudine e tristezza anacronistica fosse un messaggio politico abbastanza forte da far intuire a tutte e tutti quanto siano schifosamente lontane dalla realtà le istanze portate avanti da quest* alien*, che vogliono imporre con ogni mezzo la loro visione a scapito delle vite e delle libertà altrui.
L’azione ha visto la partecipazione di militant* di: BellaQueer Perugia, Omphalos arcigay arcilesbica, Unità di strada Cabiria, Operatrici dei centri antiviolenza di Perugia-Terni, Rete Anti-violenza, Rete degli studenti medi, Sinistra universitaria Udu Pg, Csoa ex-mattatoio.
 
“Noi siamo qui oggi per testimoniare l’importanza di un corpo che sia terreno di riflessione sociale e politica. Siamo qui per dire di no all’istituzionalizzazione di questo corpo e no ad uno Stato che si sostituisca all’individuo nella su facoltà di agire e di autodeterminarsi.
Di seguito altre immagini del report
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