Educare alle differenze#11 FuxiaBlock libera corpi e desideri: sessualità, queer studies e diritto alla salute.

fuxia block

Continuano le interviste con le realtà promotrici che parteciperanno, il 20 e 21 settembre, a Roma, all’evento “Educare alle differenze”.

Questa volta abbiamo deciso di intervistare il collettivo bio-politico di Padova: FuxiaBlock

Educare alle differenze

1) Come e quando nasce il vostro collettivo? Da chi è composto?

Nasciamo come collettivo bio-politico FuxiaBlock nel 2006 a Padova. Siamo un laboratorio di ricerca e autoformazione, che si occupa di queer studies, sessualità e diritto alla salute. A partire dalla storia e dalle pratiche del femminismo italiano, dalle riflessioni sulla decostruzione dei generi e delle imposizioni sociali che attraverso questi ci costringono in ruoli predefiniti, e dalla consapevolezza che i nostri desideri e bisogni non possono essere soddisfatti dall’attuale welfare state, ci siamo interrogat@ su nuove forme di mobilitazione e pratiche. Abbiamo così dato vita alla Queersultoria, un progetto di consultorio autogestito 3.0 (o di nuova generazione) che ha trovato casa quest’anno all’interno gli spazi occupati del BiosLab in via Brigata Padova. Spazio di informazione critica e orientamento di genere, partecipativo e soggettivante, luogo di confronto e di sperimentazione, di produzione e diffusione di saperi vivi.

2) Come agite solitamente, quali sono le vostre pratiche?

L’autoformazione è senza dubbio lo strumento principe della nostra produzione teorica, nell’ottica di una costruzione di un sapere critico e di pratiche conflittuali e di una condivisione di saperi a partire dai bisogni e dai desideri delle soggettività che attraversano il nostro spazio e interagiscono con noi. Proponiamo incontri tematici di discussione e laboratori esperienziali sulla sessualità, sull’autodeterminazione dei corpi,sulle relazioni e sulla violenza insita in esse, sui desideri e sulle emozioni, sulle molteplici performance di genere, sui paradigmi medicalizzanti e di cura. Inoltre, utilizziamo l’autoinchiesta e l’inchiesta come strumenti metodologici di mappatura e di studio del reale. All’interno della “Queersultoria” ci siamo interrogat@ per ridefinire collettivamente il concetto di salute e di benessere sulla base dei nostri bisogni e delle nostre vite precarie, prive di reddito, di casa e piene di ricatti e di controllo sui corpi sessuati. Abbiamo messo a disposizione del quartiere e della cittadinanza un centro di documentazione e spazio informativo sulle tematiche di cui ci occupiamo, che prevede la possibilità di consultazione di libri, riviste e di materiali autoprodotti per tutt@ coloro abbiano desiderio di informarsi, approfondire, confrontarsi o fossero solo curios@ di avvicinarsi a temi quali la sessualità (contraccezione, prevenzione, erotismo, pornografia e sex toys), l’orientamento sessuale e di genere, i femminismi, l’educazione al genere … Inoltre, in un’ottica di diritto alla salute e alla libera scelta di tutt@, teniamo in continuo aggiornamento una mappatura dei servizi offerti dalle diverse strutture sanitarie e parasanitarie del padovano (ospedali, consultori, altri organismi), in particolar modo per quanto concerne i sistemi e le possibilità abortive in città e gli spazi e le strutture nei quali disporre di informazioni complete sull’identità sessuale e di genere, l’orientamento sessuale e le esperienze di transito. Infine, a partire dall’esperienza quasi decennale del Fuxia Block, all’inizio del 2014 alcun@ sue component@ si sono costituite nell’Associazione “Epimeleia” che, in collaborazione con il CIRSPG, Centro Interdipartimentale di Ricerca e Studi di Genere dell’Università di Padova organizza progetti di ricerca e formazione, percorsi seminariali e laboratori sperimentali su tematiche legate a genere, corpi, diritti e salute. Sin dall’inizio l’attività del gruppo si è inoltre messa in rete con la Cooperativa Sociale Iside di Mestre  che dal 2004 progetta, promuove, coordina e gestisce iniziative di sostegno psicologico, formazione professionale e di carattere culturale, sociale, pedagogico in favore di donne e minori che vivono una situazione di maltrattamento e disagio nel contesto famigliare. Una collaborazione diretta verso lo studio e l’approfondimento del fenomeno sociale della violenza di genere e la promozione e la diffusione di culture orientate al rispetto delle differenze di genere e di orientamento sessuale, la consapevolezza e la relazione con l’altro, il contrasto alle forme di discriminazione e alla violenza di genere in tutte le sue declinazioni. Infine ci tenevamo a comunicare che il 22 agosto scorso gli spazi occupati che ospitavano la Queersultoria e il Fuxia block, così come il collettivo politico Laboratorio Bios, sono stati sgomberati dalla questura di Padova in tutta risposta a mesi di costruzione di progetti in città e nel quartiere e dopo aver rifatto vivere locali di proprietà di un ente pubblico abbandonati da decenni. Chiaramente non ci aspettavamo che un’amministrazione comunale xenofoba, razzista e priva di spessore politico e culturale come quella della nostra città (Lega Nord) potesse comprendere la ricchezza e lo spessore che esperienze di questo tipo restituiscono ai territori. Anche per questo ci prepariamo a far ripartire immediatamente questo percorso e a ridare presto una casa alla Queersultoria!

3) Cosa vi aspettate dalle giornate del 20-21 settembre?

L’aspettativa rispetto a queste due importanti giornate di confronto e formazione è quella di conoscere i numerosi gruppi, istituzionali e non, le associazioni e i comitati attenti alle tematiche di genere e della valorizzazione delle differenze. In linea con le promotrici delle giornate, riteniamo infatti che il mettersi in rete, il dialogare e il confrontarsi rappresenti una ricchezza indispensabile e da mettere a valore. Ci avviciniamo al 20 Settembre con grande stupore e curiosità per l’interesse già dimostrato da tant@ e per la quantità di progetti già esistenti che quotidianamente promuovono all’interno delle scuole pluralità e libertà.

4) Cosa vi ha spinto a partecipare e quali sono le vostre aspettative?

La scuola -di ogni ordine e grado- è l’arena entro cui ciascuno sperimenta la propria sessualità ed affettività, alle prese con continue e repentine trasformazioni corporee, e cercando di definire il proprio sè. Uno spazio dove si rivela necessario valorizzare le differenze di genere, costruire relazioni libere e imparare ad accettare e riconoscere sè stessi e l’altro. Uno spazio in cui coltivare rispetto e senso critico sulla pluralità dei modelli familiari, sugli stereotipi di genere, sul bullismo, l’omofobia, la transfobia e la violenza maschile contro le donne. È in tal senso che riteniamo indispensabili un’educazione ed una pedagogia capaci di interrogarsi su come sia possibile decostruire, smontare, disordinare, riarrangiare le differenze sociali basate su uno squilibrio di genere. Tutta la nostra pratica politica e le nostre progettualità si muovono su questo terreno e pensiamo l’iniziativa promossa da Scosse, Progetto Alice e Stonewall sia un evento storico per il territorio nazionale, nonché una grandissima opportunità per conoscersi, contaminarsi, e far sentire ben forte la nostra voce a chi vorrebbe zittirci.

Educare alle differenze#1: il teatro che dibatte col pubblico

Educare alle differenze#2: il lavoro di una Casa Editrice

Educare alle differenze#3: una scuola differente si può

Educare alle differenze#4: un’Associazione per promuovere la sessualità libera e consapevole

Educare alle differenze#5: un gioco per crescere senza stereotipi

Educare alle differenze#6: Anarkikka e Stefania ci raccontano come cambiare il mondo

Educare alle differenze#7:una rete per combattere l’oscurantismo delle istituzioni scolastiche lombarde

Educare alle differenze9: Riconoscere le radici comuni delle diverse forme di oppressione

Educare alle differenze#10 “Queersquilie!” e la storia della parola “queer” tra Resistenza e disobbedienza

#IDontNeedFeminismBecause: lettera di una nostra lettrice.

Qualche giorno fa pubblicammo il post #IDontNeedFeminismBecause : il maschilismo non ha genere. E’ possibile fare autocritica?” dove tentavamo di riflettere sul fenomeno #IDontNeddFeminismBecause evitando di giudicare in modo sprezzante le ragazze del  tumblr Women Against Feminism e i loro cartelli –dove elencavano le varie ragioni per cui non sentono il bisogno del femminismo–,   tentando, in qualche modo, anche di fare un po’ di autocritica circa il femminismo e in particolar modo su una parte del femminismo contemporaneo.
I punti di vista e le critiche dei/delle vari-e lettori/lettrici non sono mancati, ma, in particolar modo, siamo rimaste entusiaste e colpite da un’email che ci ha inviato una nostra lettrice e che vorremmo condividere con tutti-e voi.

 

Care Faby e Laura, ho appena letto il vostro articolo e ci tenevo a dirvi che è veramente un buon pezzo e che sono completamente d’accordo con voi.
Ci sarebbe moltissimo da dire sul tema, ma – vista l’ora tarda –  mi concentro su due aspetti chiave che avete identificato in maniera molto chiara.
  1. La necessità del femminismo (in particolare quello italiano, mi permetterei di dire ) di fare autocritica. Giustissimo. Credo di essere più o meno della vostra generazione e mi sono sentita molto identificata con le vostre parole. Io, per esempio, sono diventata femminista in America Latina. La storia e lunga, ma – in sintesi – per lavoro ho cominciato a lavorare con organizzazioni femministe e letteralmente ho scoperto un mondo. Poi ho cominciato a chiedermi perché non mi fosse venuta voglia di scoprire questo mondo in Italia. Ho cominciato a ricordare, per esempio, che l’immagine che avevo del femminismo coincideva con slogan del movimento degli anni ’70 che nel nostro paese sono stati ampiamente derisi e banalizzati. E per dirvela tutta, io ero tra quelle che pensavano di essere emancipata, finché appunto, non ho conosciuto “el movimento de mujeres” latinoamericano. Guardando all’Italia con occhio esterno, credo che uno dei fattori che ci hanno portato alla situazione attuale è che qui le conquiste in merito alla legislazione si sono ottenute velocemente, ma poi non si è continuato a lavorare con le donne per decostruire l’immaginario. Io, per esempio, sono nata in un paese dove l’aborto era già legale. Negli ultimi anni invece ho vissuto tra due paesi (il Nicaragua ed El Salvador) dove l’aborto è vietato in tutte le sue forme, compresa la situazione in cui esista rischio oggettivo per la vita della donna. Le organizzazioni femministe centroamericane lavorano tantissimo con le donne, in mille modi e con tantissima creatività, e cercano di creare massa critica per cambiare le leggi. In Italia ci sono alcune leggi (anche se talvolta inapplicate o mal applicate), ma manca la massa critica. Manca la consapevolezza della situazione in cui le donne vivono. Manca una presa di coscienza da parte di molte di noi. L’altra questione è che secondo me il femminismo qui è rimasto troppo a livello accademico, parla una lingua difficile ed incomprensibile a molte donne. Secondo me invece bisogna trovare il modo di parlare a tutte. In questo senso mi sembra importante coltivare la capacità di dibattere in modo costruttivo, accettando le differenze. 
  2. L’altro punto chiave è il fatto innegabile che molte donne sono maschiliste, hanno una mentalità patriarcale. Per quanto mi riguarda stabilire quote non serve a nulla, se non si lavora su altri livelli (il fatto, per esempio, che questo governo abbia varie ministre non significa necessariamente un progresso verso l’uguaglianza di genere, anzi…). Una delle cose più importanti che ho imparato nella mia esperienza con le femministe latinoamericane è la necessità di essere solidali tra di noi (la famosa sororidad), di guardare alle altre donne con empatia, senza pregiudizi, di cercare di creare alleanze (il che non significa pensarla allo stesso modo su tutto).
Secondo me abbiamo un disperato bisogno di spazi dove parlare e confrontarci e dove costruire un nuovo linguaggio, che possa essere capito anche dalle più giovani. Anche in questo concordo con voi. Da parte mia sono convinta che il femminismo sia un movimento con grandissime potenzialità. Pensiamo per esempio a tutta la riflessione rispetto a nuove forme di esercitare il potere. Una femminista non vuole il potere per esercitarlo in modo patriarcale, vuole un mondo dove tutte e tutti possano vivere con gli stessi diritti, doveri e possibilità. Per questa ragione io mi dichiaro femminista, anche se in Italia è quasi una parolaccia. 

Grazie ancora per il vostro articolo, mi ha fatto sentire molto felice e molto meno sola!

 

 

#IDontNeedFeminismBecause : il maschilismo non ha genere. E’ possibile fare autocritica?

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“Women against feminism”, donne contro il femminismo, è un blog, un tumblr e una campagna fotografica lanciata su internet circa un mese fa. Di recente, ha riempito anche le bacheche nostrane, dopo essere stata riportata nella famigerata colonnina destra di Repubblica.it, che sintetizza il tutto come sintomo di “anni di rivendicazioni e lotte gettati alle ortiche“. Ma è proprio così?

Le ragazze espongono dei cartelli con scritte le loro motivazioni. Come quella che ci dice:

Non ho bisogno del femminismo perché
1. rispetto gli uomini
2. essere una donna non è uno svantaggio
3. ho la mia opinione
4. prendo io la responsabilità per me e le mie azioni
5. non mi sento una vittima
6. il movimento femminista è pieno di merda

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Questa campagna si ispira e stravolge quella di “I need feminism because…“,  alimentata da una continua sottoscrizione di messaggi di donne che credono di aver bisogno del femminismo per affermare la loro indipendenza, autodeterminazione, perché essere una donna non debba essere uno svantaggio, perché vogliono vedere rispettata la propria opinione, perché non vogliono più sentirsi vittime.
Insomma, spesso, per gli stessi motivi per cui altre dicono che del femminismo non sanno più che farsene, che è pieno di merda.

Un’altra ragazza sostiene:

Non ho bisogno del femminismo perché
1. rispetto la forza e la lotta degli individui
2. io NON sono oppressa! per MIA scelta!
3. non giudicherò i miei fratelli per le azioni crudeli di altri uomini
4. Voglio supportare TUTTE le persone
5. non voglio che gli uomini nascano dovendo chiedere scusa per il loro genere per colpa di persone acide e attitudini vittimizzanti

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Le ragioni di queste donne, quasi tutte molto giovani, alternano per lo più le classiche grandi mistificazioni sul femminismo ( l’ odio verso gli uomini in quanto tali, ad esempio ) a esaltazioni materne ( del tipo: “non sono femminista perché mio figlio è un privilegio, non una scelta” ). Tra una mistificazione patriarcale e una dal sapore pro-life, però ci sono anche rivendicazioni che si ricollegano invece forse a degli errori a cui il femminismo si è condannato. 

Prima di tutto perché “il femminismo” ( quale poi andrebbe capito meglio )  non ha evidentemente saputo comunicare a tutte che cosa vuol dire essere femminista, dal momento che la maggior parte delle argomentazioni usate da queste donne non sono elementi del femminismo, ma equivoci se non manipolazioni.

Difficile certo comunicare in maniera efficace quando, ad esempio,  il sistema scolastico non fa nulla per creare dei riferimenti non esclusivamente maschili. Dove sono nei libri di scuola  tutte quelle donne che seppur non impegnate direttamente tra le fila dei movimenti femministi sono poi diventate delle icone dell’emancipazione e delle rivendicazioni femministe?  Insomma, dove sono Olympe de Gouges, Mary Wollstonecraft,  Harriet Taylor, Ada Byron Lovelace,  Anna Kuliscioff , Sof’ja Vasilyevna Kovalevskaya nei testi scolastici di storia, scienze e letteratura?

Altra ragione che spinge molte donne a rifiutare il femminismo è senz’altro la disinformazione che c’è stata intorno il movimento femminista, il ridurlo a semplice stereotipo di donne misandriche e pelose.
C’è poi sicuramente anche la totale mancanza di empatia, tentare, anche solo per una volta, di immedesimarsi nei panni di altre donne, andando oltre la regola del “se non è mai accaduto a me non è vero, non esiste“.  Se per me essere donna non ha mai rappresentato uno svantaggio –che sia nella società, in famiglia, nelle relazioni e nell’ambito lavorativo– o non mi sono mai sentita subordinata ad un uomo non è detto che qualche altra donna, che sia la mia vicina di casa o una donna che vive dall’altra parte del mondo, non stia subendo tali discriminazioni in quanto donna.

Spesso, poi, gli argomenti delle Women Against Feminism sono gli stessi supportati da tutti quegli uomini che dal femminismo si sentono minacciati e quindi si scagliano contro le femministe “isteriche”, “esagitate”, “eccessive” ecc. La posizione di queste donne è conciliante, come se in atto ci fosse una guerra tra i generi e non una atavica oppressione e discriminazione di genere.
E’ così che è arrivato loro il concetto di femminismo perché è chiaro che ci sia tutta l’intenzione di non essere insidiati e perdere lo status quo da parte di chi gliel’ha comunicato.

Quando una donna dice di non voler essere femminista perché “Essere una donna non è uno svantaggio”, si entra in un cortocircuito semplicemente perché per questo stesso motivo molte donne invece lo sono.
Eppure oggi, una considerazione così vera, è usata per demolire proprio la necessità dell’argomentazione femminista.

Questa è un’ondata di ritorno, che più che dagli editoriali dei giornali che ci affrettiamo a consultare, trae ispirazione anche da tutte quelle  cantanti, attrici et similia che negli ultimi anni, pur presentandosi come paladine dei diritti delle donne, come modelli forti, pronte a lottare contro la violenza e per l’autodeterminazione in paillettes, si sono sentite in dovere di specificare però di non essere assolutamente femministe.

Bjork: “Non mi identifico come una femminista perché credo che mi isolerebbe. Penso sia importante essere positive. E’ più importante pretendere che lamentarsi”

Katy Perry: “Non sono femminista, ma credo nella forza delle donne

Beyoncè: “La parola femminista è molto estrema. Perchè c’è bisogno di etichettarsi?”

Ovviamente non sono le parole di pop star a valere più di anni di studio e di lotte, ma a chi si straccia le vesti e si sente attaccata dalle rivendicazioni non femministe circolate in questi giorni, forse queste dichiarazioni racconteranno di più del background culturale di giovani donne a cui non sarà arrivata Carla Lonzi, ma a cui parlano Beyoncè e compagnia.

Se diamo un’occhiata al nostro panorama di star, cantanti e attrici ci rendiamo conto che la parola femminismo non viene neanche lontanamente citata. E’ alla pari di una bestemmia, forse.
Fatte queste doverose premesse però ci chiediamo: da parte sua il femminismo qualche errore lo avrà commesso?

Riprendendo uno dei concetti più comuni, “non sono femminista perché non sono una vittima da salvare” è’ vero ad esempio che il “femminismo contemporaneo” ha dato a intendere che le donne necessitano di una continua tutela, come animali in via d’estinzione.
E non che invece il femminismo è un campo di battaglia in cui far valere la propria autonomia intellettuale, fisica, emotiva, come avevano cercato di comunicare anni fa.

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Virginia Woolf, proprio sulla tutela verso le donne, scriveva :

Fra cento anni, d’altronde, pensavo giunta sulla soglia di casa, le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso; ad esempio (in strada stava passando un plotone di soldati) l’idea che le donne, i preti e i giardinieri vivano più a lungo. Togliete questa protezione, esponete le donne agli stessi sforzi e alle stesse attività, lasciatele diventare soldati, marinari, camionisti e scaricatori di porto, e vi accorgerete che le donne muoiono assai più giovani e assai più presto degli uomini; cosicché si dirà: “Oggi ho visto una donna”, come si diceva “Oggi ho visto un aereo”. Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta [...]

Troppo spesso  il “femminismo contemporaneo”  ( o almeno una sua parte ) è caduto in una sorta di vittimismo addossando le colpe ad un maschile, deresponsabilizzando di frequente il femminile, un femminile –non tutto ovviamente, vale sempre la pena ribadirlo– che purtroppo si è piegato, senza batter ciglio, allo stereotipo  borghese della donna : femminile, perfetta madre, perfetta moglie, perfetta casalinga, perfetta badante, perfetta anche in carriera, ma sempre in forma e desiderabile– tanto che la più recente forma di emancipazione femminile, particolarmente osannata in ogni “ghetto rosa” che si rispetti,  è il multitasking.

I retaggi che imprigionano le donne in quel femminile da proteggere, quel voler a tutti i costi una diversità tra uomini e donne, la continua colpevolizzazione della libertà sessuale femminile, gli stereotipi e tanto altro, sono alimentati dalle stesse donne, perché , come spesso abbiamo ribadito, il maschilismo non ha genere.

Anche di questo forse si è tenuto poco conto negli ultimi anni, intente a parlare di sessismo e maschilismo senza mai applicare una definizione scientifica, ma come fosse uno scandalo sensazionalistico di costume.
Non si è tenuto conto che molte donne sono maschiliste perché sguardi e modelli introiettati le hanno rese tali o forse perché l’alternativa femminista era troppo difficile da affrontare.

Uno degli ultimi episodi dove abbiamo notato il maschilismo di molte donne  è stato il famoso congresso  “Donne e media”, dove Laura Boldrini dichiarò che in un paese davvero emancipato non staremmo a guardare inermi decine di spot televisivi che ritraggono solo e soltanto le donne occuparsi delle faccende domestiche e della cura dei figli. Ricordiamo ancora la reazione che ebbero la maggior parte delle donne italiane : con estrema violenza rivendicarono il “diritto” di servire in tavola e ad avere l’esclusiva sulle faccende domestiche.

Ricordiamo anche quando, qualche tempo fa, condividemmo un articolo scritto da Tea  Hacic-Vlahovic su Vice, dove si lamentava del sessismo che si nasconde dietro alcune forme di galanteria italiana.
Andando a cena con il suo fidanzato, in un ristorante italiano appunto, si vide arrivare un menù totalmente diverso dal suo compagno, senza prezzi, questo perché secondo la tradizione è l’uomo che deve pagare il conto.

Vi invitiamo ad osservare cosa molte donne –consapevoli di stare commentando su una pagina femminista–  hanno scritto sulla nostra pagina fb, senza considerare i vari insulti che siamo state costrette a cancellare.

Questo invece è solo uno tra i tanti commenti di donne sotto il post sul sito di Vice

commento Vice

 

L’emancipazione per molte donne ha un interruttore, va bene solo per alcuni aspetti.
Gli spogliarelli l’8 marzo sì. Rifiutare un modello di famiglia che vede solo e unicamente la donna servire a tavola no.
Il multitasking schiavizzante che toglie il sonno sì. Superare le relazioni eteronormate no.
L’ emancipazione femminile oggi passa, purtroppo, per dei modelli maschili, se non maschilisti, introiettati e fatti propri.
Modelli che il femminismo almeno dagli anni ’80 non è stato più capace se non di combattere, nemmeno di fornire strumenti di analisi critica che parlassero anche alla generazione di chi scrive.

Le donne che sostengono il diritto di servire la propria famiglia, quelle che danno a Tea della isterica arrapata condivideranno sicuramente i cartelli antifemministi pubblicati in questi giorni. Sono tante, sono la maggioranza forse, per questo ci risulta così difficile capire chi si è tanto stupita davanti ai cartelli di Women Against Feminism. Basta uscire di casa, frequentare donne fuori da sezioni e circoli culturali, parlare alla madre di un’amica o ad un’amica stessa per sapere esattamente di cosa stanno parlando quei dannati cartelli.

Si organizzano campagne contro la violenza sulle donne per vendere mutande, o con donne truccate con la lacrimuccia nera e la coroncina da miss, e un uomo accanto, il tutore, con una mano aperta che recita un  “basta” urlato in stampatello, questo dovrebbe bastare come sensibilizzaazione all’argomento? Qualche altra invece, crede di  innalzare il livello di consapevolezza sulla violenza contro le donne spogliandosi. E guai a criticare tali iniziative, perché una parte del “femminismo contemporaneo” crede ancora alla  regola del purchè se ne parli.

Le lotte di emancipazione femminile in Italia iniziano e finiscono solo con l’argomento “violenza sulle donne” — tra l’altro, spesso trattato in maniera del tutto fuorviante, come gli esempi sopra elencati. Come se ci bastasse non essere picchiate o non essere ammazzate per poterci definire emancipate e rispettate. Mai si citano le decine di altri problemi che affliggono le donne: dalla disoccupazione, alla disparità salariale, dall’aborto alle molestie e al mobbing , fino ad arrivare a quella mentalità che considera completa una donna  solo se madre.

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Ho bisogno del femminismo perchè ancora mi viene detto cosa è e che cosa non è “rispettoso verso me stessa”

Quella sopra è una foto della campagna “I need feminism because…”. La ragazza dice di averne bisogno perchè non ne può più di sentirsi dire che cosa è e cosa non è rispettoso verso se stessa. Eppure questo è un atteggiamento anche di molte femministe, pronte a dire a donne anche di venti o trenta anni di meno cosa sia giusto per loro in questo mondo, cosa no, sorvolando sulle rivendicazioni che non condividono.

Laurie Penny ha scritto una lettera indirizzata a queste donne, in cui tra le altre cose dice

Siete libere di rifiutare il femminismo. Siete libere di farlo senza capire nulla di ciò che la parola significa in realtà, perché qualcuno vi ha detto che le femministe sono tutte troie in cerca di attenzione, che vogliono un trattamento speciale e odiano gli uomini. Io non so chi ve l’ha detto, e sarebbe troppo facile sottolineare che sembrate scimmiottare il linguaggio dei cosiddetti “attivisti per i diritti degli uomini“, quelli che si ritrovano nei forum a parlare di stuprare e picchiare le donne. Non ho intenzione di suggerire che avete adottato questo linguaggio per ottenere che gli uomini della vostra vita si sentano meno minacciati. Invece, voglio prendere in considerazione l’idea che siete arrivate alla vostra bizzarra concezione della liberazione delle donna tutte da sole. Sono contenta di far parte di un movimento che rispetta tutte le donne, che non respingere i pareri scritti in recinti rosa e con mille femminili svolazzi, un movimento che considera tutte noi innanzi tutto degli esseri umani, anche gli illusi. Un movimento chiamato femminismo.

[...] Nel frattempo, se mai avrete bisogno di femminismo, chiamate pure. Se mai vi stancherete di lavorare di più per una retribuzione inferiore o addirittura senza retribuzione, noi saremo qui. Se una volta invecchiate, quando comincerete a cedere, vi scoprirete all’ improvviso invisibili, perché valevate qualcosa solo finché eravate giovani e hot, saremo qui per ricordarvi che valete ancora. Se mai sarete violentate o picchiate dal vostro partner, e improvvisamente vi renderete conto di quanto sia mostruoso sentirsi dire che si è responsabili della violenza subita, sentirsi dire “te la sei voluta”, o sentirsi rimproverare che avreste dovuto fare in modo di non turbare i ragazzi, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un rifugio per nascondervi con i vostri bambini o un tumblr pieno di gif per ricordarvi che non siete sole, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un aborto, o del libero accesso ai metodi contraccettivi, saremo qui a lottare per ciò di cui avete bisogno e che vi meritate, perché crediamo che siete esseri umani, e in quanto tali siete in grado di decidere autonomamente del vostro corpo. Saremo qui, perché questo è quello che facciamo. Non sentite di aver bisogno di femminismo in questo momento, ma io sì, e così sentono miliardi di donne in tutto il mondo, e io spero che rispetterete loro, proprio come io rispetto il vostro diritto di spargere le vostre perplessità nella rete. C’è un posto al nostro tavolo per voi, quando sarete pronte. È anche possibile portare le penne rosa.

 

Ecco, noi possiamo anche condividere Penny e tutte quelle che la pensano così. Rispecchia il nostro essere femministe credere di averne bisogno per promuovere la nostra emancipazione. Ma non abbiamo visto molti svolazzi rosa su quei cartelli e non crediamo che un atteggiamento di chiusura, piccato, verso tutto ciò che ci mette in discussione abbia qualcosa di costruttivo.
Cercare di capire gli errori che il femminismo ha commesso, che commettiamo di continuo, come chiunque, forse invece qualcosa di utile potrebbe averlo. Abbiamo letto commenti di donne poco piacevoli su alcune pagine fb, tra auguri di stupro e chi augurava loro di non poter abortire, perché solo così avrebbero capito a cosa serve il femminismo. Noi, invece, auspichiamo di trovare un modo migliore per comunicarne la forza e il vero senso del femminismo e che tutte abbiano gli stessi diritti, penne rosa o no.

 

Faby & Laura

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