Denunci uno stupro? ti costringono ad abbandonare la scuola

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In Italia sono il 92% le donne che non denunciano lo stupro principalmente per paura di ritorsioni, di non essere credute e di essere giudicate sulla propria sfera sessuale.

Capita però che qualcuna trova il coraggio di farlo e invece che avere solidarietà  viene sbugiardata, riceve insulti, minacce e ritorsioni. E’ successo a Marinella insultata e minacciata da tutta Montalto di Castro e costretta con la sua famiglia ad abbandonare il paese. E’ successo anche ad Annamaria Scarfò che trovò il coraggio di denunciare anni di stupri subiti da gran parte del paese e ora vive in una località protetta sotto scorta in quanto tutto il paese la perseguitava affinché ritirasse la denuncia e all’avvocato di Rosa, la ventenne violentata e torturata in una discoteca di Pizzoli (AQ).

E’ successo ancora in questi giorni, quando una ragazzina ha trovato il coraggio di sconfiggere la vergogna e di denunciare alcuni suoi compagni per averla molestata pesantemente. Nemmeno il preside l’ha creduta e sostiene che il fatto non sussisteva e che non sia poi così grave.

Non è così grave costringere una compagna di classe ad un rapporto orale che stava anche per degenerare in altro?

Ora la ragazzina è stata costretta ad abbandonare i suoi sogni, a rinunciare alla scuola perché dopo la denuncia ha cominciato a ricevere messaggi minatori. Insulti, minacce di ogni tipo: «La pagherai, hai rovinato la loro vita», «sei un’infame ». Questi alcuni degli sms ricevuti, solo per aver messo fine a mesi e mesi di molestie che non riusciva a denunciare per vergogna.

«La ragazza non sta bene, ha abbandonato la scuola e continua a ricevere sms di insulti e minacce [...] deve superare lo choc della violenza e non è facile anche perché insistono a fargliene altre» sostiene Maria Teresa Bergamaschi, l’avvocato che difende la studentessa sedicenne vittima degli abusi sessuali commessi da altri quattro coetanei del Migliorini di Finale Ligure.
Le molestie nei suoi confronti duravano da settimane e nel pomeriggio del 31 gennaio sarebbero degenerate in vere e proprie violenze sessuali, avvenute in uno degli spogliatoi della scuola.

E questo accade nel nostro Paese e non in un villaggio dell’India, dove chi viene stuprata viene ripudiata e allontanata dalla società. Qui siamo in Italia eppure una ragazza o una donna che denuncia uno stupro viene isolata, presa di mira e insultata perché non ha scelto il silenzio.

Se la vita di una donna viene rovinata poco importa, le donne sono inferiori. Siamo nel Paese dove il diritto allo stupro è forte e dove messaggi di questo tipo vengono incitati perfino da persone di politica contro le proprie colleghe.

Fino al ’96 nel codice penale non esisteva nemmeno il concetto di stupro. Lo stupro era reato contro la morale e non contro la persona. Il Codice Rocco, fino all’81, classificava i reati di violenza sessuale rispettivamente tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” e distingueva la violenza carnale dagli atti di libidine violenti (quelli senza penetrazione).  L’articolo 544 c.p. ammetteva il “matrimonio riparatore”: secondo questo articolo del codice, l’accusato di delitti di violenza carnale, anche su minorenne, avrebbe avuto estinto il reato nel caso di matrimonio con la donna violentata. Questo perché la vittima, una volta persa la verginità veniva percepita come disonorata e la perdita dell’onore colpiva la sua famiglia. Il rischio di non potersi più sposare era altissimo.

Nel nostro Paese lo stupro viene legittimato e giustificato in ogni modo. Alimentando la “spirale del silenzio”, colpevolizzando la vittima di essere una provocatrice e di aver vestito in modo licenzioso, accusandola di essere consenziente e di esserselo inventato. Oppure sminuendo lo stupro, come ha fatto il preside.

A meno che lo stupratore non sia straniero, in Italia una donna violentata non avrà alcun tipo di giustizia né solidarietà. Se lo stupratore fa pare della “comunità” ed è parte del gruppo allora scatta questo meccanismo contro la vittima. Così si ribalta la situazione: la carnefice diventa lei e gli stupratori passano per le vittime. Il massimo che si sono beccati è stata una nota da parte degli insegnanti, roba da matti.

Per la ragazzina la condanna, il marchio è a vita e il divieto (da parte dei bulli) di tornare a scuola. Questo evidenzia il gap tra uomini e donne ancora presente nel nostro Paese. L’autodeterminazione che viene concessa agli uomini è talmente forte da venir legittimato perfino lo stupro.

In Italia il gap tra uomini e donne è talmente ampio che nella classifica realizzata dal World Economi Forum (global gender gap) figuriamo tra gli ultimi posti del mondo. Nelle famiglie già da bambini si apprendono i ruoli di genere. I maschi si devono comportare in un certo modo e le femmine in un altro.

Dai maschietti ci si aspetta che non crescano efemminati e se sono un po’ prepotenti la famiglia attribuiscono questo come una caratteristica dell’essere maschio, l’uomo che non deve chiedere mai. I padri insegnano ai maschietti che devono manifestare molto interesse sessuale verso le ragazze per non passare per omosessuali e che per non passare per femminucce non devono piangere e pertanto alcuni cresceranno con un’anestesia emotiva che è irreparabile. Le madri insegnano loro che i compiti domestici spettano alle femmine, comportandosi da chiocce. Le femminucce invece devono crescere passive, romantiche, dedite alla cura e che per distinguersi dalle “donnacce” (quelle che servono per placare il “naturale desiderio maschile” per non apparire omosessuali) non possono manifestare desiderio sessuale o troppa femminilità ma devono accettare anche “attenzioni” sgradite.

Su Facebook gira una delle tante foto che testimoniano quanto ancora fosse forte la disparità sessuale tra maschi e femmine:

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Il corpo femminile viene visto come una proprietà. La sessualità e la riproduttività delle donne legata all’onore della famiglia. L’autodeterminazione delle ragazze (ma anche delle donne) è talmente negata che esse vengono percepite come coloro che non sono in grado nemmeno di decidere quando rimanere gravide o meno. O quando avere rapporti sessuali. Un po’ come gli animaletti domestici.

La femminilità percepita come qualcosa di sporco, oltraggioso, scandaloso. Condannata perché “colpevole” di stimolare gli impulsi degli uomini eterosessuali. E poco importa se hai solo tredici anni, in Italia la pedofilia è percepita come accettabile.

Così il corpo di una ragazzina viene percepito già come provocante anche se acerbo. Il desiderio maschile è talmente legittimato da non riuscire ad essere messo in discussione. E’ l’uomo cacciatore dunque è la “preda” che deve coprirsi.

La donna non deve fare la “troia” ma l’uomo può andare con le “troie”. Ecco la logica sessista che va avanti da millenni. La riprovazione ricade sulla donna che “si è concessa” appagando i desideri proibiti dell’uomo.

Se nemmeno una donna che viene costretta a fare sesso viene rispettata è ancora più difficile poter combattere questa cultura che legittima la disparità di desiderio e di diritti sessuali tra uomo e donna. La cultura dello stupro, inoltre si mantiene viva attraverso il mantenimento di questa disparità.

Se l’uomo è soggetto attivo e la donna è oggetto passivo allora anche lo stupro è comprensibile che accada, accompagnato dalla teoria del vis grata puellae dove la vittima viene considerata come “colei che ha provocato o che lo ha desiderato”. E allora si instaura questo meccanismo che instaura nelle vittime il senso di vergogna inibendo le denunce, incrementando gli stupri, rafforzati anche dall’induzione delle vittime al silenzio. E quanto più una donna riesce a rompere il silenzio più sarà facile porre fine agli stupri.

Percepire e denunciare uno stupro è come un po’ delegittimarlo. Ecco perché la sedicenne di Finale Ligure sta subendo ritorsioni come tante altre che hanno trovato il coraggio di rompere il silenzio.

La violenza sulle donne è la prima causa di morte, di invalidità e anche dell’alienazione sociale delle donne. Quante donne violentate, picchiate, vittime di stalking hanno (a causa delle ripercussioni psicologiche e delle minacce da parte dei violenti e complici) dovuto rinunciare al lavoro, all’istruzione, alla propria sessualità e alle proprie abitudini che le appagavano dopo le violenze?

Continuiamo ad ignorare le conseguenze della violenza di genere?

Le violenze sessuali sulle donne e il bullismo all’interno delle scuole stanno subendo proporzioni spaventose. A Bari l’anno scorso è successo un altro caso analogo.

Lo stupro non è un atto di libidine ma di sopraffazione ed è compito della società insegnare ai maschi il rispetto per le donne, insegnare alle ragazza e donne a riconoscere questi episodi e darle forza e coraggio nel denunciarli perché conteranno nella solidarietà di una grande rete di donne, di centri anti-violenza che stanno dalla loro parte.

Siamo tutti con te!

Un nuovo caso alla Montalto di Castro e il silenzio della stampa italiana

Due anni fa ad Acquapendente un piccolo paese laziale, vengono violentate due ragazze che erano in Italia per studio. Da subito il caso ha creato scalpore in paese ma gli abitanti del posto si schierano da subito dalla parte dei 5 aggressori, poco più grandi delle vittime.

Perfino il sindaco esprime solidarietà ai giovani definendoli come dei bravi ragazzi. Questo caso fa subito tornare alla memoria quanto è accaduto nel 2008 a Montalto di Castro, quando una quindicenne fu stuprata da un gruppo di otto ragazzi ancora a piede libero in quanto neanche il giudice ha ritenuto deprecabile il gesto. Allora, il caso indignò moltissimo l’opinione pubblica. Molti giornali scrivevano quanto è accaduto a Montalto di Castro. Era importante saperlo. Era importante sapere che in una parte del nostro Paese il medioevo non è cessato.

Ma siamo sicuri che tutto si possa ridurre ad una Parte del nostro paese? Quante volte abbiamo detto che il patriarcato permane anche nelle istituzioni? (e dunque non solo nelle opinioni di ottomila paesani che hanno etichettato Marinella come una dai facili costumi?)  Quale fiamma si dovrebbe alimentare nell’opinione pubblica appena si scopre che la giustizia italiana-sovente-si schiera dalla parte di chi stupra?

Ebbene sì è successo ancora. Il  gip Francesco Rigato non ha accolto la richiesta avanzata dal pm per arrestare i cinque presunti stupratori denunciati dalle due ragazze. Il pm Fabrizio Tucci, qualche giorno dopo l’avvio delle indagini, intorno alla metà di ottobre, aveva richiesto per i cinque l’arresto. Una decina di giorni fa è arrivati il no del gip Francesco.

I cinque indagati hanno diritto ad una difesa mentre una delle due è stata rimpatriata in Russia. La difesa sostiene che le ragazze non avevano né segni di violenza sul corpo né hanno urlato. Addirittura che non hanno provato a scappare o difendersi. Tutto questo basterebbe per definire che quello è stato un rapporto consensuale?

E se non hanno urlato per paura? e se fossero stordite dall’alcool? e per quanto riguarda il fatto che non hanno reagito come avrebbero potuto contro cinque uomini?

Vogliamo ribadire che non tutte le vittime di stupro riportano segni di violenza e non tutte hanno coraggio di urlare o scappare. Nessuno ha mostrato solidarietà nei loro confronti sopratutto i paesani che credono alle parole dei cinque e probabilmente gli hanno dato una pacca sulla spalla per congratularsi della loro prova di mascolinità.

La 17enne già dall’inizio racconta agli amici di essere stata violentata, per gli investigatori la prova dello stupro sta in quei messaggi. Sull’amica dice che non l’ha sentita gridare e pensava che fosse consenziente. “Non l’ho sentita gridare, pensavo che le piacesse”, dice al pm Tucci che la ascolta in procura. E’ bastato solo quel contrasto tra le ragazze, per il gip e il Riesame, per rafforzarne un’inattendibilità nata solo dalle parole di cinque presunti stupratori. Ancora una volta la parola di una donna contro quella di un uomo ha meno valore.

Alberto Pazienti, il procuratore, sostiene definisce questa come un’indagine stroncata sul nascere. Loro vogliono anche la prova del sangue che non è stato trovato sull’auto.

Nell’aprile del 2013 il tribunale del Riesame di Roma ha respinto la richiesta di porre i cinque giovani alla custodia cautelare in carcere e chiuso l’inchiesta.

Il 23 maggio del 2013 il viceconsole russo Vyacheslav Pankov ha incontrato l’avvocato Francesco Miraglia. Il legale del foro di Modena assiste la più giovane delle due minorenni  e ha lanciato a Cecile Kyenge, ministra dell’integrazione, un appello per intervenire sul caso.

Solo due anni dopo, pochi giorni fa, si è aperta l’udienza preliminare. Il caso è passato in sordina dalla stampa e le poche fonti usano toni di criminalizzazione rispetto alle ragazze (leggi le fonti). La difesa dei ragazzi, il gip e il tribunale del Riesame ritiene le due ragazze inattendibili.

Stamattina c’è stata l’udienza. In aula erano presenti la ragazza russa, oggi 19enne, con i genitori, un rappresentante dell’Ambasciata russa e la psicologa incaricata di eseguire una consulenza di parte. Assente, invece, la 18enne norvegese. Entrambe si sono costituite parte civile con gli avvocati Alessandro Sola e Claudio Berardi.

il gup Salvatore Fanti, accogliendo la richiesta dei difensori Paolo Angelo Sodani e Giandomenico Caiazza, ha stabilito che i cinque saranno processati con rito abbreviato.

Il processo partirà ad aprile e sarà interamente basato sulle carte depositate finora: gli interrogatori dei cinque ventenni, delle presunte vittime, la consulenza informatica disposta dalla procura e gli accertamenti tecnici sull’auto in cui sarebbe avvenuto lo stupro.

Oggi c’è stata un’udienza per un caso di stupro di gruppo che se tutto va bene aprirà la strada ad un processo. E’ un caso molto grave perché ci mostra la fragilità della condizione delle studentesse che vengono a studiare in Italia e si scontrano con una cultura patriarcale che le considera “facili” in quanto straniere, sulla base di luoghi comuni o su una differenza culturale. La fragilità di ragazze che dovranno lottare affinché venga loro riconosciuta tutela  e giustizia in caso di stupro. La cultura dello stupro istituzionale. La cultura patriarcale che considera legittimo uno stupro. Lo stupro utilizzato come atto di punizione e poi negato e legittimato da una cultura patriarcale fortissima. L’idea distorta del consenso. La società italiana che non condanna lo stupro e si schiera dalla parte del branco.

Perché la stampa nazionale non ne ha parlato?

Ha stuprato ma è un militare americano!

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«Mi ha seguita fuori dal locale, con una scusa mi ha portato in un viottolo poco lontano e quindi mi ha aggredita. Mi ha tappato la bocca e mi ha violentata con brutalità».

Sono queste le parole di Stefania (nome di fantasia), la diciasettenne che novembre scorso ha denunciato di essere stata violentata da un militare americano a Vicenza. Lui Jerelle Lamarcus Gray, 21 anni, domiciliato alla nuova caserma Usa Ederlè: è accusato di violenza sessuale aggravata e di sequestro di persona. Ha trascinato la vittima in un vicolo distante dalla discoteca e ha abusato con ferocia di lei, tanto che i
medici sono riusciti ad accertare la violenza
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Abbiamo purtroppo già visto con lo stupro di Pizzoli quanto è difficile che la legge italiana agisca quando a violentare una donna indossa una divisa. Mentre Rosa soffriva all’ospedale con i gravi danni fisici e psicologici della violenza, Francesco Tuccia non solo era libero ma aveva ancora il permesso di prestare servizio militare paradossalmente per la “sicurezza dei cittadini”, nonostante le prove schiaccianti rimandassero a lui.

Allora nessun giornale nazionale ne parlò. Fu grazie ai centri antiviolenza e alle associazioni femminili se la storia emerse. Ma Tuccia gode ancora dei domiciliari e vive in stato di semilibertà visto che ha il permesso di recarsi al lavoro, mentre Rosa che soffre ancora per le violenze subite ha lasciato la sua città e gli studi. Parlare di violenze imposte da chi ha una divisa è ancora scomodo in Italia, lo abbiamo visto anche a seguito dell’uccisione di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi. Delitti che non hanno avuto ne risonanza mediatica né peso giudiziario.

Ma per Dio, che succede se la divisa è a stelle e strisce? Il peso del silenzio stampa e dell’impunità è ancora più palpabile. Jerelle Lamarcus Gray è accusato di violenza sessuale aggravata e di sequestro di persona ma il giudice non ha accolto la richiesta della procura per il fermo e la “punizione” massima che ha avuto è quella di rischiare il trasferimento in un’altra base militare italiana.

Ecco, lo Stato lo accoglie ancora e lui probabilmente potrà continuare a prestare servizio militare malgrado abbia rovinato la vita di una ragazza, poiché il giudice ha stabilito che non c’e’ rischio di reiterazione del reato. Come se uno stupro in sé non sia poi così grave. Quanto è grave uno stupro in Italia se non merita l’applicazione della pena? Su quale base si stabilisce che il reo non abbia a maggior ragione piu’ voglia di reiterare una volta rilasciato e dunque dopo aver percepito l’impunibilità? Lo stupro è ancora considerato come reato contro la morale o peggio è stato quasi tutto legalizzato? Stiamo parlando del provvedimento di un giudice e non della difesa del suo avvocato, il che e’ gravissimo!

Continuiamo ad assistere ad un sistema giudiziario che non solo non è incapace di tutelare le donne ma si schiera contro di esse, soprattutto quando deve garantire la sacralità di una divisa sia pur essa macchiata di sangue. Una notizia che dovrebbe fare il giro del mondo data la sua gravità.

Qui non sto discutendo su quanto è grave la violenza compiuta da un militare piuttosto che da un civile ma dell’importanza che ancora oggi riveste una divisa nel nostro paese. Un Paese che ogni anno- anche con la grave crisi economica in cui versa-investe miliardi di euro per le missioni all’estero. Chi approva la guerra approva anche la violenza perché la guerra è violenza pura. Non stupisce perché reati contro la persona come il femminicidio e lo stupro non creino scandalo, molti dei quali hanno luogo proprio durante quelle missioni che il nostro paese definisce “di pace”. E lo stupro è da millenni un’arma di guerra, lo testimoniano tantissime iconografie e scritti, fa parte del loro “pacchetto” acquisito negli ambienti militari. Per questo e’ grave non considerare il rischio di reiterazione.

Di quanti stupri e torture si sono macchiati i soldati fino ad oggi? Quante vittime sono state messe a tacere e quante altre non hanno ottenuto giustizia? Che senso ha la presenza schiacciante di tutte queste basi militari nel nostro territorio?

L’Italia è il paese che ospita più basi USA d’Europa questo dato dovrebbe fare riflettere. Mentre la Germania dopo la Guerra Fredda ha diminuito dell’80% le proprie truppe, in italia, negli ultimi 20 anni sono aumentate del 15%. Gli Usa hanno visto nell’Italia un territorio fertile che faceva tanta gola al proprio governo, il quale ha mirato a trasformarlo in una “base di lancio” durante la Guerra Fredda e per le operazioni militari USA in Medio Oriente, con la complicità del Governo italiano che in qualche modo doveva sdebitarsi con lui per l’aiuto fornitoli a liberarsi dell’occupazione fascista. Forse barattando le “proprie” donne assieme ai territori occupati dalle basi? o la salute dei propri connazionali messa a repentaglio dalla costruzione del MUOS a Niscemi?

Uno Stato che ha concesso a degli occupanti una parte del nostro territorio come “bottino-premio” forse ha incluso anche le donne, permettendo ai militari USA di trattare il Paese come se fosse una sua colonia. Sento lo schifo, la percezione da parte degli italiani che noi donne dobbiamo in qualche modo essere riconoscenti verso chi ci ha liberato dalla piaga del fascismo e dunque se vieni stuprata da un militare in qualche modo non hai alcun diritto di denunciare poiché in fondo il tuo salvatore aveva diritto al suo “premio” (cioè te) e questo è emerso anche nei commenti dell’unica fonte che ne ha parlato (Qui).

La difesa dello stupratore e il victim-blaming sono molto diffusi in Italia ma se chi ti stupra indossa una divisa per la vittima il prezzo da pagare per una denuncia è doppio. Se ancora oggi fare una denuncia per violenza di genere significa mettere in discussione l’autorità del maschio, cosa potrebbe rappresentare la denuncia di un individuo percepito dall’opinione pubblica come un eroe?

Non c’è cosa migliore per incitare allo stupro del malcostume di colpevolizzare le vittime di una violenza e sbugiardarle (scoraggiando le denunce e aggiungendo altre sofferenze al trauma subìto). A pensarci bene di cosa è colpevole un’adolescente che voleva grossomodo vivere la sua età e uscire di casa la sera tardi a divertirsi come facciamo tutte anche grazie alle recenti conquiste delle donne, ma che per disgrazia ha incontrato sulla sua strada un “maniaco”?

Era lei che doveva evitare un luogo occupato da una base straniera o è la base ad essere fuori luogo? Da quello che dicono i concittadini pare che fosse lei ad aver dovuto prendere le distanze da postacci frequentati da militari e puttane (quelle che si vendono agli americani) tanto per separare geograficamente quelle per bene da quelle per male.

Evidentemente uscire con i propri fratelli non è  sufficiente per proteggere la vittima da chi la considera una prostituta. Non oso immaginare l’arretratezza sociale di un contesto che da una parte controlla gli spazi, i movimenti e il comportamento delle figlie tramite l’imposizione della presenza fisica dei fratelli maschi, i pregiudizi e dall’altra si schiera dalla parte dell’ eroe americano in divisa. Se tutti avessero gli strumenti per analizzare ciò che hanno scritto si renderebbero conto della poca differenza tra loro e i talebani che reputano la donna colpevole in quanto tale e dunque l’unico modo per evitare una violenza è quello di nascondersi o limitare la propria libertà poiché vale meno di quella del maschio. Perché i luoghi esterni appartengono ai maschi anche se non sono cittadini. Sia in tempi di “guerra” che di pace.

Ma quanto ammonta il prezzo della libertà e la parola di un individuo che ha anche occupato una nazione non sua rispetto a quello di una cittadina in madrepatria? Evidentemente per molti vale ancora molto, vista la percezione che molti italiani hanno verso gli americani sulla base di quanto gli è stato insegnato sui libri di storia, relegando la Resistenza in secondo piano. Vale di più di quella di una loro concittadina che ha tutto il diritto di occupare i suoi spazi e di uscire e divertirsi, evidentemente. Ma la libertà e la parola di una donna vale meno di un uomo in ogni caso, ancor peggio se il suo aguzzino ha una certa autorità, ribadisco.

Pensate se un giorno capitasse ad una donna che amate o della vostra famiglia o a voi stesse e vi sfido se avreste il coraggio di usare queste parole o di rilasciare un colpevole, perché sappiate che chi subisce uno stupro mai vorrebbe sentirsi dire che se l’è cercata, che è una poco di buono (se una donna a cui le è stata presa contro la volontà per voi è alla stregua di una “facile” non vorrei mai immaginare cosa pensiate di quelle chela “danno” di propria spontanea volontà per piacere personale!) o rivedere il suo aguzzino davanti ai propri occhi ma anche soltanto percepire o venire alla consapevolezza che lo Stato non considera così grave e condannabile quel gesto. Ecco come si crea la cultura dello stupro, laddove alla donna non vengono riconosciuti dei diritti sessuali.

Spero con tutto il cuore che quei commenti non rappresentino la maggioranza dei vicentini e che questi ultimi siano solidali con Stefania e spero con tutto il cuore che lo Stato italiano non faccia emergere la notizia per denunciare la presunta offesa che il militare ha arrecato allo Stato italiano trattando una ragazzina come fosse nemico politico di uno stato occupato, alla divisa, al governo Usa perché qui ci sono in ballo dei diritti umani violati, un prezzo pagato ancora una volta sulla pelle delle donne a causa della cultura patriarcale che non ha colore politico né nazionalità.

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