Rosaria sceglie di tornare con lui

L’amore fa soffrire. O almeno così ci hanno sempre detto.

La notizia che Rosaria, la ragazza di Macerata Campania ricoverata per l’asportazione della milza in seguito alle percosse del compagno, voglia ritirare la denuncia, ha fatto il giro del web.

Una scelta che appare incomprensibile. Anzi per alcun* quella di Rosaria non può essere nemmeno considerata una scelta.
La maggior parte degli articoli che riportano la notizia lo fanno cercando di far apparire Rosaria incapace di intendere e di volere.

In questo articolo del Corriere online Rosaria è quella ragazza che oggi dice di voler tornare con il compagno violento, ieri diceva che assolutamente non voleva più vederlo, insomma una persona che ha qualche disturbo.

Pazza. Deve essere pazza per voler tornare con l’uomo che le ha spappolato la milza.

La diagnosi di disturbo psichico paradossalmente potrebbe essere rassicurante. È pazza poverina, va curata.

Ma non credo proprio si tratti di malattia. Non è malata lei, così come non è malato lui. Rosaria e il ragazzo che l’ha picchiata vivono in un contesto in cui le relazioni obbediscono alle regole del possesso. Questa cultura è molto pervasiva, ma non può essere intesa come totalizzante, ed è qui che si inserisce il concetto di autodeterminazione, così difficile da tirare in ballo in questo contesto.

È una scelta autodeterminata quella di tornare con l’uomo che ti ha quasi uccisa?

Non è mia intenzione dare risposte, non è il mio compito e non ne ho. Quel che vorrei è problematizzare, cercare di non cadere nelle semplificazioni del “è pazza” oppure “è vittima della società patriarcale”, perché così facendo si rischia lo stereotipo, ovvero quello strumento usato per semplificare e banalizzare una realtà più complessa.

Pur con la consapevolezza che il contesto culturale e sociale nel quale viviamo non sia totalizzante, non possiamo negare che sia però fortemente pervasivo.

Le donne si sacrificano, le donne rinunciano, le donne si mettono da parte. Per amore. Questo ci viene insegnato.
Le donne mandano avanti la famiglia, la tengono insieme, per i figli, perché per i figli le donne si sacrificano, rinunciano, si mettono da parte. Questo ci viene insegnato. Sin da piccole.

Ci fanno sognare un amore dove la gelosia e il possesso li chiamano romanticismo e passione. Ci parlano del matrimonio come l’evento più bello della nostra vita. Quel matrimonio che spesso per la donna significa completa abnegazione.

Le bambine sono più obbedienti. Le donne sono naturalmente portate per essere madri e anche un po’ martiri. Le donne perdonano.

La verità invece è che gli uomini non nascono violenti e le donne non nascono martiri, ma viviamo in un contesto culturale che rafforza e riproduce continuamente idee e stereotipi che alimentano e fanno circolare la violenza. La donna deve farsi carico con dedizione assoluta dei lavori di cura,  le donne devono essere obbedienti e ricoprire una posizione subordinata nella relazione di coppia, l’uomo deve mantenere economicamente la famiglia, il possesso e la gelosia sono sintomi d’amore. Queste sono alcune delle idee che alimentano la violenza.

Rosaria e tante altre donne come lei, non sono pazze, non sono incapaci di intendere e di volere, ma le loro scelte vanno contestualizzate. Il contesto culturale e sociale non determina, ma influenza. Lavorare per cambiare, per smantellare, per decostruire pezzo per pezzo questa cultura che ci vuole passive, sottomesse, pronte a negarci.  Questa credo sia l’unica risposta che possiamo dare.

 

Gli ingredienti per parlare in modo scorretto di violenza contro le donne.

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Ricetta per un articolo di giornale che narra di aggressioni e violenze da parte di un uomo contro una donna.

Ingredienti, da mescolare con cura, se si vuol produrre una comunicazione scorretta:

1) Accennare alla bellezza della vittima

2) Utilizzare le parole: “raptus” e “gelosia”

3) Inserire nell’articolo una fotografia inadeguata.

Ecco il risultato.

A partire dal titolo, come possiamo notare, la ricetta è stata seguita alla perfezione:

È troppo bella: botte alla convivente ex miss
Una ragazza di venti anni è in fin di vita

Abbiamo molte altre volte segnalato come sia sbagliato e fuorviante accennare all’avvenenza della vittima, parlando di violenza di genere.

E’ sbagliato per tre motivi.

Primo perché potrebbe indurre a credere che, se la vittima fosse stata brutta, il fatto sarebbe stato meno grave.

Secondo perché in un certo senso quel rimarcare la bellezza porta a pensare che essere belle sia una colpa (quando non si arriva a pensieri chiaramente misogini, peraltro molto ben presenti nella nostra società: “ragazza bella che si mette in mostra o che veste in un certo modo = le violenze che riceve se le è andata a cercare“).

Infine perché è un sistema morboso per attirare lettori, per ammiccare, per, in una parola, lucrare e speculare sulla povera vittima.

In questo articolo, poi, vi è una contraddizione.

Dapprincipio si fa notare che la ragazza già in passato era stata picchiata dal compagno e poi parla di “raptus”. Ma un “raptus” di solito si manifesta improvvisamente, senza “pregressi”. Come si possono definire frutto di un “raptus” , le botte prese, quando già precedentemente se ne erano già ricevute?

E’ chiaro che quello era un modo di fare ritenuto “normale” e giustificato dall’aggressore.

L’articolo si conclude in modo desolante, con continui accenni alla gelosia dell’aggressore.Raptus

No, la causa non è la “forte gelosia” e non si tratta di “un nuovo raptus”.

La causa è il maschilismo. La cultura del patriarcato. Il mancato riconoscimento della parità tra donne e uomini, la cultura del possesso. La concezione della eterna e dovuta sottomissione della donna, al volere dell’uomo che la vuole “possedere”, proprio come un oggetto. E, infatti, proprio come se avesse lo stesso valore di un oggetto che non serve più allo scopo, può essere “annientata”, “gettata via”, picchiata. In questo caso, la vittima è viva. Ma le sue condizioni sono gravissime.

Ciliegina sulla torta. Decorazione all’articolo, la foto.

Questa:

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Una sfilata di sederi. Pezzi di carne che attirano l’attenzione e lo sguardo malizioso, svilendo del tutto e definitivamente, la vittima. 

Occorre distruggere il patriarcato, a partire anche dalle parole che scegliamo di usare, quando parliamo di episodi come questo

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Pangea Onlus e “Piazza Pulita”

Riceviamo e volentieri condividiamo questa lettera di Luca Lo Presti, presidente dell’associazione Pangea Onlus, contente alcune riflessioni sull’intervento di Lucia Annunziata andato in onda ieri sera a “Piazza Pulita”.

Egregio dottor Formigli,

le scrivo in relazione alla puntata di ieri sera di Piazza Pulita e in merito a una considerazione fatta da Lucia Annunziata. Commentando il gesto criminale di sabato, la Annunziata sottolineava che l’accaduto fosse inquietante perché, per la prima volta, un uomo evidentemente alterato forse anche dagli effetti della crisi anziché comportarsi come normalmente ci si aspetta in questi casi – “tentando il suicidio, andandosene via o ammazzando la moglie” – avesse maturato l’intenzione di sparare a dei politici.

Ascoltando questa frase, e notando l’assenza di una qualsiasi reazione da parte dei suoi ospiti, sono rimasto allibito, chiuso in un silenzio che anche ora che le scrivo non trova l’esatta forma per essere esternato.

Potrei definire il mio silenzio come una preoccupazione per lo stato delle cose ma non mi soddisfa, non è esattamente questo. Potremmo sentirci offesi per il senso generale della frase, dato che forse in modo non intenzionale introduce un distinguo rispetto alle vittime designate di un gesto di follia (un politico, una donna). Ma anche questo non centra completamente il punto. Pensare però di poter essere ormai totalmente assuefatti dall’idea che un uomo ammazzi la moglie ecco, sinceramente, questo sì mi spaventa.

Egregio dottor Formigli, senz’altro saprà che in Italia, a giorni alterni, un uomo uccide la sua compagna, sua moglie o la sua fidanzata. Su questo dramma molti suoi colleghi – e non solo quelli che ritengono di poter intervistare un bambino di 11 anni per sapere che ne pensa del gesto del suo papà – riescono a creare casi di gossip o di inutile morbosità sul “femminicidio”, dando in un qualche modo appiglio di giustificazione agli uomini, vista la motivazione spesso passionale delle aggressioni. Che questo accada è vergognoso, ma sembra che le regole del gioco televisivo siano queste e la maggior parte dei conduttori le segue.

Ma che ieri sera, nella sua trasmissione, ci si sia in una qualche misura piegati a questa logica mi spaventa perché apre uno scenario nuovo e ancora più inquietante. Più che il commento dell’Annunziata, sono le dinamiche del pensiero – o se vogliamo il nuovo stereotipo già ben radicato – unito al silenzio dei presenti e alla mancanza di qualsiasi commento da parte di chicchessia che mi pare trasformi l’episodio in un sigillo di verità per fatto assodato, quasi archiviato. Questo è terrorizzante: gli uomini uccidono le donne, facciamocene una ragione e avanti il prossimo.

Caro Formigli, mi creda, questa mia lettera non vuole essere in nessun modo un attacco alla sua persone né ai suoi ospiti di ieri sera, vuole essere solo lo spunto per una possibile riflessione comune che mi auguro lei vorrà affrontare perché si possa un giorno dire, con parole semplici, che la violenza sulle donne non deve essere considerata come atto culturalmente e socialmente ineluttabile. Come qualsiasi atto di violenza, anche questo rappresenta innanzi tutto una violazione dei diritti umani che, nel caso del genere femminile, riesco senza difficoltà alcuna a definire genocidio.

La ringrazio per l’attenzione e mi scuso per aver sottratto del tempo prezioso al suo lavoro.

A presto

Luca Lo Presti
Fondazione Pangea Onlus
Presidente

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