Chi ha paura del “Libro cattivo”?

"Perché hai due papà?" F. Pardi - Lo stampatello

Ed ecco che nell’ombra degli scogli e delle alghe scoprì una famiglia di pesciolini rossi proprio come quelli del suo branco. “Andiamo a nuotare nel sole e a vedere il mondo” disse felice. “Non si può”, risposero i pesciolini, “I grandi tonni ci mangerebbero”. “Ma non si può vivere così nella paura” disse Guizzino “Bisogna pur inventare qualcosa”. E Guizzino pensò, pensò a lungo. Improvvisamente disse: “Ho trovato: noi nuoteremo insieme come il più grande pesce del mare” e spiegò che dovevano nuotare tutti insieme vicini, ognuno al suo posto. E quando ebbero imparato a nuotare vicini, disse: “Io sono l’occhio”. E nuotarono nel grande freddo del mattino e nel sole del mezzogiorno, ma uniti riuscirono a cacciare i grandi pesci cattivi.

(“Guizzino”, Leo Lionni, Babalibri)

Questi pesciolini sono tutte le minoranze, anche le minoranze raccontate da tutti i libri della bibliografia di “Leggere senza stereotipi”. Famiglie diverse da quelle tradizionali, che però ci sono e che magari, proprio come i pesciolini del libro, vivono nascoste nei fondali perché hanno paura del mare aperto, del giudizio della società, dei grossi tonni che purtroppo esistono veramente (…)

(Renata Guizzetti, dal comunicato di chiusura di #Flashbooksenzastereotipi)

 

Con questo pezzo voglio ritornare sul bellissimo post di Enrica che ragionava sulla grande agitazione che ha colpito alcune persone del nostro Paese quando il Comune di Venezia ha promosso il progetto “Leggere senza stereotipi”.

Nel suo post, Enrica parlava delle reazioni di alcuni esponenti del mondo politico italiano quando sono venuti a sapere che in alcune scuole sarebbero state introdotte le famigerate “Fiabe gay”.

Siccome sono una persona curiosa, nei giorni seguenti a quei fatti, ho svolto alcune ricerche in rete, per capire quali fossero questi libri, quali fossero le fiabe da “mettere al bando” e, tra tutti quelli che sono riuscita a trovare, sono quattro soltanto i libri che trattano direttamente il tema dell’omosessualità. Ma la mia ricerca si è allargata (l’ho detto, sono curiosa) e, all’indomani della bufera su queste fiabe e del ritiro dei fascicoli dell’Unar, ho voluto navigare nella pagina FB della Casa Editrice pioniera nella letteratura dell’infanzia che tratti di “famiglie” e mi piace metterlo al plurale, perché i libri tacciati di divulgare ideologie depravate e di “incitare all’omosessualità”, in realtà, con teneri disegni, atmosfere morbide e parole semplici, parlano di famiglie.

 

"Perché hai due papà?" F. Pardi - Lo stampatello

“Perché hai due papà?” F. Pardi – Lo stampatello

"Perché hai due mamme?" F. Pardi. Lo stampatello.

“Perché hai due mamme?” F. Pardi. Lo stampatello.

Ho raggiunto Francesca Pardi, fondatrice, con la compagna Maria Silvia Fiengo (Meri), della Casa Editrice Lo Stampatello, al telefono questa mattina e abbiamo fatto una lunga chiacchierata.

“Francesca – le ho chiesto – come è nata la tua Casa Editrice”?

Lo Stampatello” – mi racconta Francesca – è nata dall’esigenza di aiutare nostra figlia, Margherita, a trovare le parole giuste per rispondere ai suoi compagni di classe di II, III elementare che iniziavano a porle delle domande sul perché avesse due mamme. Margherita è una bambina timida e, benché sapesse già tutto sull’ovino e sul semino si trovava in difficoltà a raccontare ai bambini della sua età, quasi sempre meno informati di lei sul concepimento, la storia della sua nascita”.

E così è nato il primo libro, scritto proprio da Pardi e intitolato “Piccola storia di una famiglia”. Inizialmente il libro era stato accettato da una casa editrice, ma poi la stessa aveva deciso di non pubblicarlo più, per via della tematica definita “troppo calda”. Perciò Francesca e Meri hanno pensato che fosse più semplice avere una casa editrice tutta loro.

“Poi ci è venuta l’idea di chiedere ad Altan di illustrare un racconto perché è bravissimo e noi volevamo fare un libro che raggiungesse tutti, portasse le nostre famiglie nelle librerie, e lui incredibilmente ci ha detto sì. A quel punto siamo anche riuscite a trovare un distributore e diventare una vera casa editrice”.

Già allora (2012), la Casa Editrice e la tenera storia del piccolo ovetto che cerca di indovinare in che tipo di famiglia nascerà, avevano scatenato un putiferio, causato dalle parole di un esponente del PD che aveva affermato che il libro avrebbe dovuto entrare in tutte le scuole materne.

Le prime reazioni furono di “Forza nuova” che invocava addirittura i roghi dei libri, ma come sempre accade, tutto questo non fece che aumentare la diffusione del libro che divenne (ed è) famosissimo.

“Ma come hanno accolto il pubblico, i genitori, le insegnanti i vostri libri?” ho domandato a Francesca.

“Bene: molti insegnanti e molti genitori hanno trovato utile e bello non solo “Piccolo uovo”, ma anche “Piccola storia di una famiglia”, per parlare della nostra famiglia ma non solo. Poi – continua – qualche genitore può continuare a pensare e ad insegnare al proprio figlio che io e Meri sbagliamo, ma intanto noi esistiamo ed è giusto che siamo rappresentati come famiglia, come tutte le altre”.

Eppure, qualcuno che ha ancora paura del “Libro cattivo” c’è. All’indomani della vicenda che rammentavo all’inizio, la pagina FB della Casa Editrice è stata presa d’assalto da gente che insultava, minacciava e lanciava intimidazioni alle due donne: “Avevamo un po’ di paura perché abbiamo quattro figli e sai com’è – mi dice Francesca – si pensa sempre prima a loro”.

(Francesca mi ha chiesto di non riportare gli screenshot degli insulti e delle minacce ricevute e io rispetto la sua richiesta).

Mi racconta che hanno sporto denuncia e che hanno trovato accoglienza e gentilezza e, soprattutto, moltissimo sostegno da parte della comunità virtuale e non solo.

Ma allora chi sono quelli che insultano in quel modo così aggressivo? Perché lo fanno?

“Alcuni sono dei personaggi esaltati fuori da ogni possibile comprensione cui non vale la pena di dare attenzione, ma spesso sono legittimati da movimenti di estrema destra o integralisti cattolici organizzati che stanno comparendo sempre più spesso sulla scena nazionale. I loro interventi, mistificatori e spesso preparati a tavolino - mi spiega Pardi – sono dovuti al fatto che il pregiudizio ‘di pancia’ contro l’omosessualità sta venendo meno. L’omosessualità fa sempre meno paura alla gente comune, in generale, e i libri come “Piccolo uovo” la raccontano in modo rassicurante. Per alcune persone questo rappresenta un pericolo, hanno bisogno di creare un ‘mostro’, qualcosa o qualcuno di cui aver paura, e allora si inventano ‘propagande gay’. Per loro è fondamentale che si mantenga la paura di tutto quello che è diverso e quindi si spara sul mucchio di tutti i libri che parlano di differenze, per colpire il messaggio rassicurante che è contenuto in quelli che parlano di omogenitorialità. Ma i pericoli che essi paventano e mostrano sono solo teorici e non reali: nessuno vuole escludere né annientare la famiglia eterosessuale. In realtà, se c’è un’ideologia (se così vogliamo dire) che viene portata avanti da libri come “Piccolo uovo” è quella dell’inclusione, e infatti la prima famiglia che Piccolo uovo incontra è proprio una classica famiglia con un padre e una madre.”.

"Piccolo uovo" F. Pardi. Lo stampatello

“Piccolo uovo” F. Pardi. Lo stampatello

"Piccolo uovo" F. Pardi. Lo Stampatello

“Piccolo uovo” F. Pardi. Lo Stampatello

 

La cosa che preoccupa di più – continua Francesca – e che in me ha creato grande allarme, è stato il ritiro dei fascicoli dell’Unar. Erano davvero un ottimo strumento per affrontare, prevenendolo, il bullismo omofobo nelle scuole, quello sì, un pericolo e un problema reale. Si tolgono risorse alla scuola. La curia ha diffuso nelle scuole cattoliche una circolare che mette in guardia i genitori dalle iniziative che “si spacciano per lotta alla discriminazione” e l’ha intitolata “emergenza educativa”. Il fongas (forum delle associazioni genitori presso il ministero dell’istruzione)  ha chiesto al ministero dell’istruzione di chiedere in tutte le scuole ai genitori il consenso scritto per partecipare a iniziative su temi sensibili come “la sessualità, l’omosessualità e la lotta contro le discriminazioni”. Che scuola vogliamo, allora? Una scuola che deve chiedere il permesso prima di educare all’inclusione, alla tolleranza e, insomma, alla civiltà?”

. “Mercoledì 9 aprile, alla Libreria dei Ragazzi di Milano, Francesca e Meri hanno partecipato ad una serata-dibattito dedicata ai “libri cattivi”: Libri messi all’indice: da Cenerentola a Piccolo uovo, libri per bambini e ragazzi tra stereotipi e questioni di genere. 

La partecipazione del pubblico è stata alta e le persone presenti, tutte molto attente e coinvolte.
10171282_488403884593902_7681005543899825864_n
“Le preoccupazioni maggiori riguardano la strumentalizzazione (svolta da alcuni gruppi cattolici) che si fa dei libri come quelli di cui stiamo parlando che, di fatto, causano la depauperazione degli strumenti in mano alle scuole” continua Francesca.
E, sempre nella scuola, secondo lei, sta il futuro. “Le buone pratiche educative di inclusione e valorizzazione delle differenze sono un frutto degli anni ’70, partivano soprattutto da una riflessione intellettuale. Ora invece è l’esigenza urgente e attuale di un mondo che cambia, la nuova generazione di insegnanti che ha perso il filo con tutto il lavoro di allora ha bisogno di strumenti che si stanno perdendo, la scuola è depauperata dai tagli, dalla mancanza di aggiornamenti, dalla mancanza di una visione unitaria, ma ora i bambini figli di coppie omosessuali ci sono, se li ritrovano in classe. Il mondo cambia, insieme alle tecniche di fecondazione artificiale e all’acquisizione di diritti da parte delle persone omosessuali (e, felice, mi cita la recentissima decisione del tribunale di Grosseto che permette la registrazione dei matrimoni gay contratti all’estero, nel nostro paese e la sentenza della corte costituzionale che giudica contrario alla nostra carta il divieto di fecondazione eterologa). Il ruolo della scuola è fondamentale e serve un ponte, un dialogo tra le generazioni di insegnanti per mettere a confronto saggezze del passato con nuove problematiche del presente. Questi sono anni cruciali. Viviamo un presente molto intenso, ma anche una grande occasione per il futuro, che non riguarda solo noi ma tutti coloro che credono nel valore educativo della scuola”.
Nella direzione giusta si muove un’iniziativa nata in rete circa 3 anni fa, “Flashbook – letture a ciel sereno”, il primo flashmob dedicato alla letteratura per l’infanzia, creato e promosso da un’associazione milanese e da un paio di gruppi FB, di cui uno (che è anche blog) “Libri e marmellata” ha avuto, anche lui, la sua dose di commenti omofobi, a seguito del flashmob dedicato alle letture senza stereotipi avvenuto in marzo e di cui voglio raccontarvi. (Per chi non lo sapesse, un “Flashbook” è una sorta di “lettura improvvisata” ad alta voce. Si sceglie un posto, un libro e una data e ci si dà appuntamento. Lì i volontari e le volontarie leggono ad alta voce, per i bambini. La lettura condivisa è sempre utile, scatena il dialogo, apre al confronto).
commento

Uno dei commenti arrivati a Libri e Marmellata sotto la recensione di “E con Tango siamo in tre”

Dal comunicato di apertura di #Flashbooksenzastereotipi:
Nelle fiabe ci sono personaggi, si raccontano storie ed è bello e utile che si presentino realtà diverse tra loro, perché ognuno possa sentirsi  un po’ rappresentato e raccontato. Senza clamori, la diversità ci riguarda tutti, ed è sempre un valore. Imparare ad accettarla e ad accettare che ognuno possa indossare una “diversa diversità” è importante e questa consapevolezza va condivisa anche con i bambini.
(…)
Questo singolare e meraviglioso Flashmob ha coinvolto ben 16 Regioni, tra cui Lombardia, Lazio e Sardegna le più “virtuose”. Le letture sono state 135 e i libri letti in totale 412, i 49 titoli proposti (le famose “Fiabe gay”, appunto) hanno riscosso un grande successo e un grande favore presso il pubblico, perché…
Non ci sono storie giuste o sbagliate. Ognuno ha la sua storia, ogni storia è un po’ speciale. E noi le vogliamo leggere tutte. (Dallo stesso comunicato)
"Il grande grosso libro delle famiglie" M. Hoffman - Lo stampatello

“Il grande grosso libro delle famiglie” M. Hoffman – Lo stampatello

 

 

"Il grande grosso libro delle famiglie" M. Hoffman - Lo Stampatello

“Il grande grosso libro delle famiglie” M. Hoffman – Lo Stampatello

 

 

Ringrazio Francesca Pardi, Federica Pizzi, Barbara Amorese, Chiara Podano e La libreria dei ragazzi che mi hanno fornito il materiale per questo post.

 

Quando l’omofobia viene spacciata per libertà educativa

d945e30e-4b37-11e3-8dc2-20cf306dc1ee_497_300

“Piccolo blu e Piccolo giallo” è un libro diventato un classico della letteratura per l’infanzia, racconta la storia di due macchie di colore diverso, che si incontrano e si fondono in una storia di amicizia e di riceproco rispetto delle diversità.
“Pezzettino” è la storia di chi si sente diverso dagli altri e si incammina alla ricerca della propria identità per trovarla alla fine in se stesso e festeggiare con gli amici questa scoperta.
“E con Tango siamo in tre” racconta la vicenda di due pinguini maschi che trovano un uovo abbandonato e decidono di covarlo e crescere insieme il piccolo.

d945e30e-4b37-11e3-8dc2-20cf306dc1ee_497_300

Immagine di una perisolosa famiglia “non tradizionale” dal libro Con tango siamo in tre

Questi sono tre dei titoli facenti parte del progetto “Leggere senza stereotipi” promosso dal comune di Venezia. Lo scopo del progetto è quello di rifornire le biblioteche delle scuole dell’infanzia del comune di testi che raccontino ai bambini e alle bambine la diversità e il rispetto, che siano privi di stereotipi di genere e che illustrino la pluralità delle situazioni familiari in cui questi bambini e queste bambine crescono.

Sull’iniziativa del comune di Venezia è piovuta una pioggia di critiche, i libri a stereotipi zero sono diventati “le favole gay”, Giovanardi ha dato in escandescenza, il senatore Udc Antonio De Poli ha diffidato il Comune di Venezia, le pagine de Il Giornale e del Corriere della Sera si sono riempite di editoriali preoccupatissimi della sorte di Biancaneve e Cenerentola ormai obsolete.

Bisognava bloccare le “favole gay” così come è stato fatto per i fascicoli Unar, progetto di formazione rivolto alle/agli insegnanti contro il bullismo omofobico, altrimenti….

altrimenti i bambini e le bambine avrebbero rischiato di sviluppare sin da piccol* una propensione al rispetto e alla tolleranza; avrebbero imparato che esistono famiglie composte da una mamma e un papà, che in alcune di queste famiglie la mamma e il papà non vivono più insieme, che alcuni hanno solo la mamma o solo il papà, che esistono anche famiglie dove i papà sono due o le mamme sono due; avrebbero potuto scoprire che anche un uomo può crescere un/una bambin* e occuparsi di mansioni genitoriali, avrebbero imparato che non è giusto prendere ingiro il compagno o la compagna perchè troppo grass*, bass*, per i vestiti che porta o i giochi con cui ama giocare, avrebbero avuto occasioni in più per diventare delle persone migliori. Come curiosi e desiderosi di sapere si sono rivelati i ragazzi e le ragazze del Liceo Muratori di Modena, volevano parlare di transessualità e transgenderismo alla loro assemblea e avevano inviato chi di questi temi si occupa, vivendoli anche in prima persona, ma i genitori di quest* ragazz* non hanno permesso a Vladimir Luxuria, l’ospite scelta dagli/dalle stess* ragazz*, di parlare. L’hanno zittita in nome della libertà di pensiero ed espressione. Hanno invocato un contraddittorio, ad esempio un prete.
Con uno piccolo sforzo di fantasia cerchiamo di immaginare quale sarebbe potuta essere la tesi sostenuta dal contraddittorio cattolico: “Abominio della natura, andrai all’inferno, pentiti o brucerai tra le fiamme” a me viene in mente una cosa del genere.
Mi chiedo anche come mai in questo caso, in cui in una scuola pubblica e laica si parlava di interruzione volontaria di gravidanza con relatori e relatrici appartenenti tutt* all’area cattolica “prolife”, non sia stato chiesto un contraddittorio.

La chiamano ‘ideologia del gender”, gender al posto di genere perchè l’espressione inglese dà l’idea di qualcosa di estraneo alla cultuta italiana e quindi pericoloso, ideologia perchè ignorano il vero significato di questo termine. 
Nessun* chiederebbe un contraddittorio per una iniziativa contro il razzismo, ma lo chiedono per una iniziativa contro la transfobia. Perchè? Perchè offendere o giudicare una persona in base all’etnia è considerato razzismo e offendere o giudicare una persona in base all’orientamento sessuale è considerato libertà di espressione?

Il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi si è scagliato sulle pagine di Tempi.it contro l’ingresso nelle scuole della “ideologia gender” invocando la libertà di educazione dei genitori. Applausi quindi a quelle mamme e a quei padri che hanno impedito che Valdimir Luxuria parlasse in assemblea, hanno fatto valere la loro libertà di educazione, peccato non abbiamo rispettato però la libertà di educazione dei genitori che avrebbero voluto invece che si parlasse di omosessualità e transgenderismo a scuola, così come non hanno rispettato la volontà e la libertà dei propri figli e delle proprie figlie che avevano proposto quelle tematiche per la loro assemblea. 

Le discriminazioni in base al sesso, al genere e all’orientamento sessuale non sono opinioni, non si ha la libertà di offendere una persona, di giudicarla, di negarle diritti perchè gay, lesbica, bisessuale, transessuale ecc, perchè qui è di difesa dei diritti che stiamo parlando, no della mia opinione contro o la tua.
E’ gravissimo che esternazioni del genere provengano da chi ricopre una carica istituzionale, è assurdo che vengano fatte passare per ideologie o negazione delle libertà altrui elementi basilari di uguaglianza e parità.
Si invoca la libertà educativa dei genitori anche in difesa dei finanziamenti alle scuole private paritarie, di cui questo governo con i suoi ministri e le sue ministre è grande difensore, considerando che la gran parte di queste scuole sono istituti religiosi, mi chiedo perchè non si parli mai della libertà dei bambini e delle bambine a ricevere una educazione laica e pluralista, perchè non si parli mai del diritto degli studenti e delle studentesse ad avere gli strumenti per essere delle persone migliori, migliori dei genitori che si indignano per due pinguini maschi che covano un uovo, migliori del ministro Toccafondi.

Stipendio alle casalinghe: palliativi, violenza di genere e mariti dal reddito alto

1939448_10152007514028786_279786668_n

Salario alle casalinghe: argomento vecchio, nuove proposte.
L’ultima viene da Giulia Bongiorno, nota per essere stata parte del collegio di difesa di Giulio Andreotti, eletta nelle file del PDL e poi fondatrice insieme a Michelle Hunziker di Doppia Difesa , una onlus per l’assistenza alle vittime di violenza di genere.

Renzi sta preparando le misure contro la disoccupazione e la Bongiorno propone: per restituire dignità sociale al lavoro dei 5 milioni di casalinghe italiane ( e a quella esigua minoranza di uomini casalinghi ), serve riconoscere loro un salario perchè queste donne non siano cittadine di serie B.

Inoltre, sostiene sempre Bongiorno, una retribuzione fissa alle donne di casa procurerebbe loro quella autonomia economica che ora manca loro e che impedisce dunque di ribellarsi a situazioni di violenza domestica.

desperate housewives

La proposta di uno stipendio alle casalinghe apre un dibattito intenso.
Prima di tutto, bisogna considerare i presupposti del nostro Paese: secondo i dati relativi all’anno 2011 dell’ufficio statistico Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli tra i 25 e i 54 anni è pari al 63,9% mentre il tasso di occupazione delle donne totali scende al 46,7%.
Inoltre, secondo una statistica dell’Istat dello stesso anno, il 76% del lavoro domestico è svolto dalle donne. Rispetto al 2003, gli uomini italiani hanno prolungato di soli 9 minuti al giorno la loro disponibilità al lavoro dentro casa con la famiglia. Le donne lavoratrici invece rimangono costanti intorno alle 5 ore.

Questo già dimostra quanto limitato sia parlare di casalinghe vs. lavoratrici: le donne, tutte, sono obbligate a lavorare a casa, a prendersi quasi totale carico delle responsabilità domestiche e familiari.
Per tutte le donne con un doppio lavoro, fuori e dentro casa, ci sarà una doppia retribuzione? Ovviamente no.

Per le donne che lavorano è garantita l’autonomia dal nucleo familiare? Nemmeno.
Non è così semplice fare una distinzione tra chi lavora e chi no in un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile e femminile altissimo e con una cultura patriarcale della famiglia e della maternità intrisa di morale cattolica.
Il lavoro è ancora uno spazio di libertà femminile, non è un diritto acquisito, ma una conquista giornaliera: lo dimostra il gap salariale tra uomini e donne, la scarsa occupazione femminile in settori di responsabilità, la continua discriminazione, le dimissioni in bianco.
Il lavoro femminile è ancora un optional perchè le donne risentono doppiamente della crisi economica:fuori e dentro casa.
La crisi mette a rischio il lavoro, ma anche asili nido, welfare e  sostegno familiare.
Chi è che deve sopperire a queste mancanze? Le donne, lavoratrici o meno.

casalinga2

Chi sono le casalinghe italiane? Sono donne che per scelta o per necessità lavorano dentro casa.
Sono quelle donne che non hanno trovato o hanno perso il lavoro o quelle che non lo hanno mai cercato o magari lo hanno lasciato alla nascita di un figlio.
E poi tutte quelle che hanno trovato la realizzazione del proprio ruolo sociale tra le quattro mura domestiche.
Seppure nel totale rispetto delle scelte individuali, viene da chiedersi: perchè  le donne obbligate a rimanere a casa dovrebbero percepire un salario in quanto casalinghe e non, invece, riconoscersi come disoccupate, inoccupate, e chiedere diritti e reddito in base a questa condizione collettiva?

Dare un assegno a milioni di donne c perchè possano restare a casa a badare al focolare e alla prole è un modo per relegarle a un luogo “biologico” senza dover più risolvere il problema della disoccupazione e dei diritti.
Un buon modo per lo Stato di dire alle donne: “Non trovate lavoro? Non è un problema, vi diamo un salario per gestire la casa”. E invece no, il problema c’è e va risolto parlando di lavoro, non facendo finta che la soluzione sia virare verso la dimensione domestica.

Se invece essere casalinga è una scelta, viene da chiedersi provocatoriamente se non sia lo stesso lavoro domestico a ripagare il nucleo familiare del tempo di chi invece lavora ( nella stragrande maggioranza l’uomo ).

L’argomentazione fondamentale di chi propone il reddito alle casalinghe però è, come detto, la concessione  di un’indipendenza economica che dia loro la possibilità di uscire dalla violenza domestica.
Può darsi si tratti di un intento nobile, sebbene l’idea che a subire violenza domestica siano solo donne dipendenti dal marito e inermi sia comunque un falso. Sono tantissime le donne vittime di femminicidio che lavorano e che per la crisi e per la cultura patriarcale dominante in Italia, non si sentono comunque libere di uscire dalle spirali violente.
Perché, oltre al fatto che probabilmente questi soldi non sarebbero nemmeno sufficienti ad una donna per rifarsi una casa, una vita e occuparsi anche del sostentamento dei figli lontano da un marito violento, non è solo uno stipendio che consente di uscire da meccanismi di dipendenza psicologica, di vittimizzazione, svilimento, violenza fisica e sessuale che dipendono molto di più dalla cultura inculcata a donne e uomini che non da quanto guadagnano.

C’è poi un paradosso inquietante nelle rivendicazioni di Bongiorno:

casalinghe

casalinghe2

Il Corriere del 14 marzo 2014

Lo stipendio alle casalinghe lo pagherebbero i mariti con un buon reddito, oppure lo Stato.
Oppure. L’uomo di casa come istituzione alternativa addirittura a quella statale. Sempre ordinante, assistenziale, l’esatto contrario di quello che da anni auspichiamo: un cambiamento radicale della cultura italiana verso la divisione dei lavori domestici, la genitorialità condivisa, l’autonomia vera delle donne dal ruolo tradizionale.

Si evidenzia, inoltre, un paradosso: la donna dovrebbe uscire dalla violenza facendosi mantenere dallo stesso marito violento a cui si vorrebbe ribellare? Oppure trovandosi in una situazione in cui il consorte possa sentirsi legittimato a pretendere che sua moglie abbia ramazzato a dovere e gli serva la cena calda, in quanto percipiente uno stipendio?

Non si esce dalla violenza e dalla condizione di sottomissione in cui ci si trova legittimando un ruolo patriarcale e di subordinazione, poiché i soldi sono necessari ma non sufficienti se ad una donna non vengono dati gli strumenti adeguati per autodeterminarsi ma solo un palliativo che la tiene in una condizione di impasse.

Che tipo di autonomia può essere per le donne casalinghe quella che viene dal reddito alto dei propri mariti?

Retribuire il lavoro delle casalinghe, per di più con queste modalità patriarcali, sembra un modo per scaricare lo Stato dalle responsabilità di affrontare il problema del lavoro femminile e ricondurlo invece alla casa, alla famiglia.
E’ un processo dai risvolti pericolosi: vogliamo davvero essere incentivate a rimanere dentro casa?

Certo, Bongiorno chiarisce che la proposta è valida anche per uomini casalinghi e per incentivare la divisione del lavoro domestico. Eppure, quando poi pensa alle forme di retribuzione, non immagina che un uomo sia pagato da una moglie con un alto reddito.

casalinga

Retribuire il lavoro domestico non tiene in considerazione la realtà dei fatti per cui in Italia a svolgerlo sono comunque le donne, anche lavoratrici, e che nemmeno queste posseggono una reale autonomia economica o di diritto.
Si veda solo il costante attacco alla legge 194, portato avanti negli anni proprio anche dal partito con cui è stata eletta Bongiorno: limitare la possibilità di scelta delle donne e costringerle ad accettare il ruolo di madre è anche quella una limitazione dell’autonomia femminile, sempre comunque dipendente dal nucleo familiare.

Le donne non dovrebbero trovarsi nella condizione di dover sostituite il welfare di un Paese e assolvere a questa mancanza ma dovrebbero essere messe nella condizione di poter scegliere davvero. Sentiamo tutti i giorni il solito ritornello dei soldi che in Italia non bastano mai. Ma se si riuscisse a tirarne fuori almeno un po’ crediamo piuttosto che dovrebbero essere investiti nel welfare, per sostenere l’emancipazione di entrambi i generi, la genitorialità condivisa e la collaborazione nella cura di casa e famiglia.

Laura e Alessia

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: