Casalinghe, stereotipi di genere e piccoli progressi.

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Oggi ho acceso la televisione e mi è capitato di vedere lo spot di una pastiglia per lavastoviglie. Nella scena dello spot si narra la storia di una giovane signora (sui 27 anni circa) con figli piccoli che giocano.

Nello spot si narra della fatica di essere madri e di occuparsi della famiglia, un particolare che quasi mai viene citato negli spot italiani. Ad irritarmi molto è però il fatto che sia l’introduzione nel mercato di un nuovo prodotto a dover alleviare le fatiche che comportano “il ruolo” delle donne all’interno delle famiglie. Sono le madri sole, mogli che devono occuparsi esclusivamente di tutto ciò che concerne la famiglia. Una cosa che ci spetta per ruolo, in quanto donne, senza alcun aiuto da parte di altri membri della famiglia.

Questo viene confermato dal sorriso di sollievo della ragazza seduta a tavole con la famiglia alla fine dello spot che ha scoperto che si possono lavare i piatti con un buon prodotto per lavastoviglie. Alla fine dello spot il prodotto viene promosso come “a prova di mamma”. Malgrado il tempo procedesse in avanti, negli spot pubblicitari è sempre più radicata l’esaltazione del ruolo di madre. I marchi che fanno uso di questo concetto sono tantissimi: Simmenthal (ne parlerò in questo post), Lisoform, Kinder

In Italia le donne che scelgono di diventare mamme sono sempre meno. Questo a causa di politiche arretrate che impediscono alle donne che desiderano avere figli di realizzare il proprio sogno. Sembrerebbe un paese contro la maternità se non fosse che secondo la nostra cultura la maternità andrebbe realizzata soltanto abbandonando il posto di lavoro per dedicarsi soltanto a questa faccenda.

Non c’è dunque posto per le lavoratrici madri. Questo problema non è soltanto dovuto al vuoto legislativo e alle carenze di tutele alle lavoratrici madri tanto da registrare negli ultimi anni un drastico calo dell’occupazione femminile a cui si sommano gli effetti della crisi. E’ anche un fatto culturale.

Come le politiche arretrate che relegano a causa della cultura in secondo piano il lavoro delle donne, all’interno delle famiglie manca un’educazione che aiuta le donne a “riconciliare”. Si parla più spesso di lavoro condiviso all’interno delle mura domestiche che nel nostro Paese, è quasi inesistente.

Nel resto d’Europa, negli ultimi anni, è cresciuto il lavoro condiviso tra le mura domestiche a pari passo con politiche egualitarie, in Italia invece sono in crescita le esaltazioni di teorie sulla presunta natura multitasking della donna. Queste teorie sono pericolosissime perché pongono un freno al progresso, confermando l’assurda mentalità patriarcale che tiene lontani gli uomini dalle faccende domestiche e le donne dal mondo del lavoro, soprattutto quando vi è l’assenza di politiche che lo favoriscano.

Il modello multitasking funziona per conciliare il lavoro con i compiti domestici? soprattutto è produttivo? soprattutto comporta benefici sulla salute delle donne?

Qui in Italia, le donne svolgono la maggior parte delle faccende domestiche e c’è un profondo gap tra uomini e donne nella distribuzione del tempo libero. Questo perché secondo la mentalità corrente il lavoro domestico è mero appannaggio esclusivo delle donne. Come riescono le donne a realizzare il lavoro extra-domestico o a fare carriera in questa situazione?

Ma chi è che ferma il progresso culturale?

Non pensiamo che le informazioni di oggi si trasmettano soltanto di padre(madre) in figlio/a. Spesso sono i media a formare la maggior parte delle opinioni della gente. I media continuano a riflettere un modello stereotipato e irreale di donna poiché corrisponde ad  un’estrema idealizzazione di un dato modello. Sei donna? dunque sei una madre, moglie e casalinga…e felice. E da ammirare se riesce anche a conciliare il lavoro extradomestico, come recita la Kinder. Se sei madre sei una donna realizzata a tutti gli effetti.

E’ vero che la maggior parte delle italiane sono casalinghe, ma non per scelta. Non tutte le donne vorrebbero rinunciare al lavoro. Per carità questa scelta se deriva da un desiderio della donna, alla pari di ogni scelta è più che legittima. Ma quante sono le italiane che restano a casa perché lo vogliono? Se rapportiamo i dati sulla disoccupazione femminile negli ultimi mesi, notiamo quante sono le donne che hanno perso il lavoro! Donne che lavoravano, magari anche laureate a pieni voti, licenziate a causa della crisi, a causa della nascita di un figlio, a causa della gravidanza. Questo dimostra che il problema non è nemmeno “la conciliazione” ma la mancata accettazione delle donne che lavorano.

Tante sono anche le inattive che non lo cercano perché scoraggiate, altre non lo trovano nonostante i ripetuti sforzi. Dunque quello della casalinga felice è un ritratto della donna italiana di oggi? Soprattutto, le neo-mamme hanno tutte un’età che va al di sotto dei 35? Quante sono le giovanissime che sorridono quando si vedono circondate da figli e da panni o piatti da lavare tra l’altro senza percepire alcune retribuzione?

Poi ci sono quegli spot (come Simmenthal) che spiegano come sia difficile per le donne-specie se madri-di capire il calcio. Questo radica ancora di più la divisione e rigidità dei ruoli di genere scatenando reazioni simili:

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Poi c’è la nuova “perla” di Buscofen. Vi ricordate la scena dell’ufficio composto esclusivamente da donne? Scena surreale perché l’Italia occupa gli ultimi posti in Europa per quanto concerne l’occupazione femminile e questo è ancora più grave visto la chiave assolutamente negativa che lo spot dà alla figura di lavoratrice soprattutto se in qualità di superiore (dove le donne sono ancora meno). A parte la rappresentazione della donna che lavora come isterica,intrattabile e aggressiva perché mestruata si dà l’idea che le donne devono curare i propri sintomi solo perché opprimono chi le sta intorno, soprattutto se uomini. Dunque la donna viene contrapposta all’uomo in relazione della naturale presenza delle mestruazioni (che negli uomini è assente) ridotte a stereotipi davvero offensivi in quanto donne.

Il nuovo spot si sposta alla scena di una relazione coniugale dove una giovane donna butta dalla finestra i propri effetti personali e fa scappare il suo fidanzato, mentre passa di lì la sua amica con il rimedio già pronto. La ragazza, spettinata e presa a forti attacchi d’ira le comunicherà che non è in crisi col fidanzato ma ha il ciclo (ed è per questo che è nervosa) mentre la sua amica tutta carina e pettinata le dà il rimedio che si rivela essere un Buscofen Act. Insomma, ancora una volta il periodo premestruale viene vissuto non come doloroso per la protagonista ma per l’ambiente circostante, nel rapporto con gli uomini. Chissenefrega se una ragazza in quel periodo si contorce dal dolore e cerca un rimedio,  il problema è che gli uomini stiano tranquilli e che non abbiano accanto mogli isteriche ma ben addomesticate. (sulle mestruazioni ne parlavamo anche QUI per un’altra ditta che propone sempre lo stesso leitmotif). Rimarcare il concetto che se una donna è arrabbiata sicuramente ha il ciclo, dando ragione a chi usa questi stereotipi per offendere la sensibilità di una donna producendo nell’ultima imbarazzi e sensi di colpa.

Sul sito della Buscofen l’immagine di una donna che ruggisce come il leone della Metro Goldwin Mayer.  E come se si affrontasse il problema della diarrea dal punto di vista del conquilino stufo della puzza. E pensare che Buscofen è annoverato tra i farmaci più pericolosi per la salute. Insomma, la qualità tra farmaco e pubblicità scadente suona come una similitudine: viene un infarto solo a vederlo!

Nella nostra pagina ci sono arrivate altre segnalazioni di spost svilenti.  Ci hano segnalato lo spot di General dove pare che dagli anni ’50 non sia cambiato nulla: sono solo e sempre le donne a fare il bucato! C’è lo spot di prodotti elettrodomestici dove un uomo trattava la moglie come una vera e propria serva.

Le dava in mano camicie da stirare, l’abito da lavoro (già stirato) da ristirare, i piatti da lavare eccetera. Poi c’è quello spot di un prodotto vitaminico che vede come protagonista una madre di famiglia intenta a fare la pasta a mano, ad accompagnare sua figlia a scuola e il cane dal veterinario mentre suo marito era a giocare a calcetto con gli amici. Successivamente c’è lei che si prende cura di tutta la famiglia e allevia le fatiche di suo marito. Dopodiché provvede a lei stessa, per ultima perché si sa i bisogni delle donne vengono dopo. Lo scopo dello spot è quello di far credere che le donne hanno bisogno di essere aiutate da una vitamina e non dalla condivisione dei ruoli domestici.

Ma ancora più umiliante è lo spot di Smac dove due donne gareggiano a chi pulisce meglio arbitrate da un uomo elegante che decreta la vittoria di quella che usa il prodotto pubblicizzato. Qui si fa uso dello stereotipo della donna il cui unico compito è fare i lavori domestici come qualità richiesta per essere una brava moglie desiderata dall’altro sesso.

Non manca la stessa sfida però in chiave erotica ma sempre per rimarcare il ruolo subalterno delle donne:

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Trovata da un’utente della pagina “la pubblicità sessista offende tutti” ne Il resto del carlino.

Se sono gli uomini a prendere parte alle mansioni domestiche o sono imbranati o hanno bisogno dell’approvazione della moglie, rassicurati dal fatto che con questo o quel prodotto sarà facilissimo:

Di spot che introducono la condivisione dei compiti domestici è quello (che non è sfuggito a qualche nostra/o fans) è quello di Ace Gentile: due coniugi si aiutano nelle faccende domestiche strillando da una stanza all’altra sulla qualità del prodotto, mentre il figlio gira per casa con il triciclo.  Piuttosto singolare nel panorama pubblicitario italiano.

Qualche altro timido accenno l’ho visto un mese fa ed era uno degli spot della Vanish che trasmetteva clip amatoriali in cui compariva un uomo che spiegava come lavare una camicia e lo spot della Pampers dove anche le bambine giocano assieme ai maschi con tricicli a forma di auto e moto che non hanno assolutamente colori pastello come il rosa e il fucsia ma appaiono di colori neutri.

Ma come dicevo pochissimi esempi. Chi ci tutela dagli spot cattivi? Non lo Iap di sicuro. Ve ne accorgerete quando provate a segnalarli. Io credo che questi siano più pericolosi dell’idea di donna-oggetto. Perché sono più sottili e perché veicolano un’idea “giusta” di donna e stereotipi millenari duri a morire in quanto molto antichi. Perché nell’opinione pubblica si è instaurato un clima indelebile di consenso sociale ad essi.

 

Uomini che cucinano? Sì, ma con virilità

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Y., un nostro lettore, ci scrive per segnalarci l’ultima serie di spot di Galbani, Ricette di casa mia. Galbanino 20’’, in cui vengono presentati dei piatti da personaggi senza volto ma dallo spiccato e caricaturale accento dialettale.

Trattandosi della pubblicità di un prodotto da cucina italiano, non ci stupiamo più di tanto se l’immaginario casalingo viene rappresentanto secondo stereotipi e caricature regionali, che risultano cliché fin troppo scontati nel panorama dell’advertising pubblicitario televisivo.

E, infatti, nel primo caso una donna, che dalla voce si direbbe “di mezza età”, ci informa che le sue lasagne liguri sono fatte come quelle della nonna:

Ma non è questo che a Y. preme segnalare, il quale si concentra sugli altri due spot della serie.

Nel primo una voce di donna dall’accento laziale afferma:

Mia suocera dice che la sua torta salata è la migliore.

Però mio marito preferisce la mia!

Anche in questo caso si può notare il classico cliché della tradizionale famiglia italiana e la lotta intergenerazionale tra suocera e nuora, nella quale la prima cerca di stabilire il primato sull’altra, nell’intento forsennato di assecondare i desideri e le esigenze dell’uomo di casa. Esigenze che, tra l’altro, passano da un piatto portato a tavola.

A questo proposito Y. ci scrive: <<La suocera, la nuora e “mio marito”, come nella Settimana Enigmistica del ’53.>> E come dargli torto? Anche se le barzellette su nuore e suocere non appartengono certo solo al passato ma vivono ancora di un discreto successo.

Tutto questo parlare di lasagne e suocere, tra l’altro, fa venire in mente un articolo di cui abbiamo parlato recentemente. Si comprende bene come il linguaggio pubblicitario faccia in realtà parte dello stesso mosaico che costituisce quella cultura di ferro che porta persino le giornaliste a scrivere, anche in caso di notizie di cronaca, delle lasagne della domenica e di supposti scenari in cui nuore e suocere sono pronte a scannarsi per “la supremazia del territorio” e a contenderselo in modo che se ne decreti la vincitrice.

E a contendersi di conseguenza anche l’uomo italiano. Un uomo completamente in balia di queste figure femminili, che passerebbe dalla “tutela” dell’una a quella dell’altra, come un essere senza la capacità di intendere e di volere, o un bambino continuamente bisognoso di cure e attenzioni.

Y., inoltre, ci fa notare che per “par condicio” esiste anche una versione maschile. <<nella quale naturalmente la preparazione del cibo è considerata soltanto come un mezzo per “far innamorare le donne”>>.

E, in effetti, un uomo dall’esagerato accento siciliano, che sembra quasi la macchietta dell’uomo siculo piacione, un po’ marpioncello e sciupa femmine, afferma compiaciuto:

Sapete quante donne ho fatto innamorare con il mio timballo?

Pare che la scusa per cucinare, all’uomo, vada sempre debitamente fornita, non sia mai che lo svolgimento di questa pratica arcana possa risultare indice di “femminilizzazione”: se gli uomini devono mettersi a cucinare che lo facciano almeno con virilità. E per uno scopo utile: rimorchiare.

Y. finisce la sua mail così: <<Per la cronaca: sono un uomo. E ogni tanto mi piacerebbe che il nostro sesso fosse rappresentato come qualcosa di diverso da quella specie di scimmia nuda incapace e sessuomane che imperversa nelle pubblicità.>>

E noi siamo sempre liete di ospitare sul blog considerazioni di uomini che ci scrivono perché non si sentono rappresentati dai modelli maschili dominanti, che alla fine non sono altro che immagini speculari di quelli femminili.

E voi, cosa ne pensate?

Fatevi una risata, la comicità cacca-pipì vi seppellirà.

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L’8marzo,  “Giornata internazionale della donna” , su twitter circolava l’hashtag #Noncontacomefemminicidio.

Come scrivono da Squer

Per quanto sia necessario liberare la discussione di tutti i giorni da ogni tabù legato alla possibilità di scherzare, o meno, su un certo tipo di argomento, perché è lì che spesso si rintracciano davvero i pregiudizi e le chiusure mentali, è però altrettanto vero che la libertà di espressione deve essere accompagnata da due fattori indispensabili: la presenza di senso e responsabilità in ciò che viene detto. Non si tratta di approcciare all’umorismo con buonismo, tutt’altro. Anzi, si può ben rendere la cosa citando proprio uno dei maggiori, forse il più bravo uomo di satira in Italia (anche se ora fuori dalle luci dalla ribalta): Daniele Luttazzi.
Il quale, da vero cultore della materia, in uno dei suoi tanti scritti spiegò: “La satira è nobile perché il suo bersaglio (il potere e le sue declinazioni oppressive) merita di essere attaccato. È questo principio a rendere disgustoso e fascistoide, invece [..] il dileggio verso chi ha subito un torto [..] Il potere usa il ridicolo, il dileggio e lo sfottò per aumentare il conformismo generale.

In questo caso chi era il “potere” da attaccare? Questo genere di comicità fa in qualche modo riflettere? Mette in cattiva luce chi il torto l’ha inflitto e non chi l’ha subito?

No, oseremmo dire, esattamente il contrario. Questa comicità non solo non mette in discussione quella cultura che spinge un uomo ad uccidere una donna ma la banalizza talmente tanto quasi da rendere il tutto un gioco, un gesto innocuo.

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Da quando si è formato il nuovo governo Renzi l’attenzione non si è spostata sulle proposte e sulle promesse fatte dalla nuova formazione, sulle emergenze da affrontare quanto prima, non si sono fatte analisi politiche costruttive ma l’attenzione si è incentrata quasi unicamente sull’avvenenza fisica di una delle ministre : Maria Elena Boschi.

I giornali hanno ripreso:  il suo fondoschiena -mentre piegata era intenta a firmare- da tutte le angolature, i piedi, i  capelli, gli occhi e l’abbigliamento. In queste settimane, più che mai,  la stampa italiana ha dato il peggio di sè,  dimostrando più che mai di essere fondamentalmente voyeuristica.

Ma la cosa che più ci ha lasciato perplesse è la comicità mediocre e sessista che si è andata a scatenare su Boschi.

Le danze sono state aperte da uno degli inviati de “Le Iene”, Enrico Lucci, che intervistando la neo ministra ha dato luogo ad un dialogo basato unicamente su pesanti e volgari commenti circa il suo aspetto estetico con allusioni e doppi sensi a sfondo sessuale

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Riportiamo dal sito di Gad Lerner

Enrico Lucci: “A Maria E’, sei una figa strepitosa!“.

Maria Elena Boschi: “Oggi… dai. Oggi lasciami…”.

Lucci: “Ma perché ti hanno messa proprio ai rapporti con il Parlamento?“.

Boschi: “Buongiorno…”.

Lucci: “… ai rapporti con i membri del Parlamento? Come pensi di cavartela?”.

Boschi(gentilmente): “Adesso basta…”.

Lucci: “Ci hai ragione! Oggi è una cosa…”.

Boschi“… sei esagerato”.

Lucci (guardandole i fianchi): “… una cosa esagerata! La sua forza attrattiva… Però te posso fa’ i miei complimenti?”

M. “Grazie”.

Lucci:  “Sei una stra-fi-ga!”.

La domanda ora è : Lucci si comporta nella stessa identica maniera anche con altri personaggi?

Conosciamo perfettamente lo stile di Enrico Lucci e le sue interviste sopra le righe, ma in questa intervista la diretta interessata non veniva sbeffeggiata per delle esternazioni poco piacevoli, per la sua incompetenza, per qualche gaffe in particolare ma solo e unicamente per il suo aspetto fisico, il tutto condito con squallidi doppi sensi.

Altra comicità che poco abbiamo gradito è stata la tanto discussa imitazione di Virginia Raffaele.

Musichetta che ricorda tanto i vecchi film erotici anni ’70, inquadrature ossessive sulla scollatura e sulle scarpe,  sguardo ammiccante, andamento buffo-seducente, capelli svolazzanti, smorfie con bocca esageratamente pronunciata e semiaperta. Particolare da non trascurare è che, questa imitazione, ricorda immediatamente quella che ha reso famosa Virginia Raffaele ovvero quella di Belen.

Cosa hanno in comune le due donne? Praticamente nulla, dall’aspetto fisico fino a quello comportamentale e infatti l’imitazione vuole soltanto riportare ad un’immagine di donna frivola, piacente, oca, vuota,  incompetente, il tutto rimanda all’idea che non avendo competenze e argomenti, in quanto belloccia e gatta morta, abbia sfruttato unicamente la sua avvenenza fisica -a quanto pare sua unica dote- per ottenere quella carica.

Le donne, quando sono oggetto di comicità, vengono sempre ricondotte alla sfera della sessualità. Sei carina, allora l’hai data a tutti. Non sei carina, sei “inchiavabile” , però almeno puoi dormire sonni tranquilli perché “tanto chi ti stupra?”. Così facendo si mettono le donne al loro posto.

Si è parlato tanto, in queste ultime settimane, di satira, umorismo, comicità, ironia.

E a noi è venuta in mente una frase di uno scrittore americano, Elwyn B. White: “Analizzare l’umorismo è come dissezionare una rana. Interessa a poche persone e la rana muore.”

È interessante questa frase, perché permette di cogliere due aspetti importanti sull’umorismo: la difficoltà di parlare di ciò che ci fa ridere e la sua diretta conseguenza, ovvero l’intoccabilità. Sull’umorismo non si discute. Non si tocca.

C’è solo un problema: l’intoccabilità non è mai una bella cosa.

È vero, è difficile analizzare l’umorismo. Alcuni (non troppi) lo hanno fatto. Bergson, Pirandello, Platone, per citarne alcuni. Le definizioni di cosa sia l’umorismo, la satira, l’ironia sono talmente tante e dai contorni così labili, da aver perduto, o quasi, la loro portata definitoria. Spesso tali definizioni si confondono tra loro. Noi scambiamo l’ironia con la satira, l’umorismo con la comicità, e così via.

E per questo motivo, per la loro ineffabilità, tendiamo a volte a definirli “in negativo”. Quando una cosa non ci fa ridere, perché magari urta la nostra sensibilità oppure la troviamo offensiva, tendiamo a dire “questa non è satira”, “questo non è umorismo”, come se fosse chiaro a tutti cosa realmente sia la satira o l’umorismo. In realtà è vero il contrario.

Si può provare a tracciare delle deboli linee definitorie. Per esempio, se teniamo confinata l’ironia in ambito letterario, possiamo definirla come una figura retorica con cui si dice una cosa ma è evidente che si pensa il contrario di essa e ciò provoca un effetto comico.

La comicità, ad esempio, la potremmo definire con le parole di Pirandello: “l’avvertimento del contrario”, ovvero la percezione che una data situazione è il contrario di come dovrebbe essere e questo provoca in noi il riso.

Forse il concetto di satira è, tra tutti, quello – apparentemente – più definibile, perché ha un contesto (quello sociale e soprattutto politico) e soprattutto ha un fine: la critica dissacrante a determinati aspetti della società. E per fare questo si serve dell’umorismo, dell’ironia, della comicità e del sarcasmo.

“La satira è nata per mettere il re in mutande” (Dario Fo).

“La satira è nobile perché il suo bersaglio (il potere e le sue declinazioni oppressive) merita di essere attaccato.” (Daniele Luttazzi)

Tuttavia, rimangono dei dubbi. Chi ci dice quali sono “i poteri forti”? Quali sono i soggetti “meritevoli” di essere bersaglio di satira? Il governo e i partiti di maggioranza? Solo?

Come abbiamo detto sopra, spesso se una determinata satira non ci piace tendiamo a dire “questa non è satira”. Tuttavia, in tal modo, si afferma implicitamente che la satira è intoccabile. La satira non si tocca (ovvero tutto si può perdonare in nome di essa). Quella che stai facendo non è satira. Ergo, io posso giudicarla.

E se invece anche la satira che non ci piace e ci offende fosse satira e fosse semplicemente una satira inaccettabile (ad esempio perché sessista, oppure omofoba o razzista)?

La satira, così come l’umorismo, sono forme di comunicazione, sono linguaggi. E questa comunicazione, in quanto tale, deve essere soggetta al medesimo vaglio di tutte le altre. Non esiste l’immunità.

Ronald de Sousa, filosofo contemporaneo canadese che si occupa di umorismo, in uno dei suoi libri ( “When is it Wrong to Laugh?” , 1987 ) cita questa battuta: “Margaret Troudeaut (ex moglie del primo ministro canadese Pierre Trudeau) fa visita alla squadra di hockey. Quando torna lamenta di essere stata vittima di uno stupro. Pio desiderio.”

Chi ride di questa battuta non può trovarla divertente a meno di non pensare che tutte le donne, in segreto, desiderino essere stuprate.

L’umorismo sessista incorpora convinzioni sessiste non per caso: il divertimento dipende proprio da tali convinzioni. Lo stesso discorso vale per l’umorismo razzista e quello omofobo.

Se io faccio una battuta razzista, comunico, attraverso un linguaggio umoristico, un pensiero razzista. Ma cosa succede nell’interlocutore? O lo trova divertente oppure tutt’al più non riderà e lascerà cadere la cosa. Pensiamo alle barzellette razziste. Non capita quasi mai che qualcuno le metta in dubbio o contraddica chi le racconta. Invece è più facile smentire le affermazioni. Il pubblico può ritenere che quanto l’oratore stia dicendo sia falso e quindi può fare domande, controbattere, etc…

Ma non è forse la stessa cosa? Fare affermazioni razziste e fare battute razziste è comunicare un pensiero razzista. E le battute razziste, tanto quanto le affermazioni, vanno messe in discussione e delegittimate. Ma in quanto razziste, non in quanto tradiscono la loro natura umoristica.

Possiamo ipotizzare che ci siano casi in cui chi fa battute razziste (oppure chi ride di tali battute), non nutra in realtà pensieri razzisti, ma lo faccia esclusivamente per far ridere. Magari perché punta sul meccanismo umoristico della battuta (la sorpresa rispetto alla premessa) oppure al contesto, buffo o comico nella quale viene inserita.

Tuttavia, chi agisce in questo modo è comunque da condannare in quanto è indifferente alla verità che afferma. Non si cura di promuovere un giudizio razzista o sessista. Chi fa battute razziste o sessiste contribuisce effettivamente al pregiudizio e non si preoccupa di quale danno la loro diffusione potrebbe causare.

Inserendo gli stereotipi all’interno di una cornice di gioco, si permette la loro estetizzazione e sottrazione, almeno per un po’, al giudizio morale. Un’affermazione diretta solleverebbe subito delle critiche, ma la versione esagerata di uno stereotipo, presentata in modo simpatico, probabilmente ci farà fare solo una risata.

La cornice di gioco che abbraccia queste forme di umorismo permette ai pregiudizi di entrare nella mente delle persone senza essere valutati.

Non è un caso che, durante gli anni 80, negli Stati Uniti alcuni studiosi iniziarono ad interrogarsi sul ruolo dell’umorismo quale “mezzo per tenere al loro posto gli afroamericani” . Si parlò a tale riguardo di “complicità dell’umorismo” (Joseph Boskin).

L’inevitabile confusione sui concetti di satira, comicità ed umorismo e la tendenza a non considerarli al pari di una qualsiasi altra forma di comunicazione hanno conseguenze pericolose. L’umorismo normalizza. Rende normale una discriminazione, in quanto “fatta per ridere”. L’umorismo banalizza. Molte battute sulle vittime di un torto rendono banale e quindi trascurabile il male che hanno sofferto. L’umorismo maschera. Rende meno chiaro un messaggio e perciò lo rende meno soggetto ad analisi.

Ci teniamo a precisare che la nostra non è una crociata contro l’umorismo, semplicemente vorremmo che tutte quelle situazioni in cui si normalizzano stereotipi, discriminazioni razziali, sessuali, ecc non venissero eternamente giustificate scrollando le spalle e affermando :”Era solo una battuta”.

Le battute, la satira, la comicità irriverente piacciono anche noi ma ci piacerebbe vedere più comici come loro:

-Eddie Izzard  e il suo anti-machismo

Comico, cabarettista, attore, si ebisce truccato e vestito da donna durante i suoi spettacoli dove ha spiegato più volte che questo travestimento non ha niente a che fare con la sua sessualità, tantomeno fa parte “dello show”: semplicemente, gli piace vestirsi da donna e lo fa anche quando non è sul palco.

Comico, cabarettista, attore, si esibisce truccato e vestito da donna durante i suoi spettacoli dove ha spiegato più volte che questo travestimento non ha niente a che fare con la sua sessualità, tantomeno fa parte “dello show”: semplicemente, gli piace vestirsi con abiti femminili e lo fa anche quando non è sul palco.

-Margaret Cho,  una comica queer

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- George Carlin

“I conservatori pro-life sono ossessionati dal feto, dal concepimento ai nove mesi, dopo di che non ti vogliono sentir nominare, non ti danno niente, niente cure mediche niente assegni familiari, niente mensa scolastica, niente buoni pasto, niente welfare, niente! In età prenatale sei apposto, in età scolare sei fottuto! [...] Quando cardinali e vescovi avranno sperimentato la loro prima gravidanza, le loro prime doglie, e avranno cresciuto un paio di bambini col salario minimo, allora sarò lieto di ascoltare cosa avranno da dire sull’aborto. Questi non sono a favore della vita, sapete cosa sono? Sono contro la donna! Semplicemente contro la donna! A loro non piacciono le donne. Credono che il ruolo principale della donna sia di fare da giumenta per lo stato. L’80% degli ovuli fecondati di una donna vengono rigettati ed espulsi dal suo corpo una volta al mese durante le mestruazioni, finiscono negli assorbenti ma sono comunque ovuli fecondati quindi quello che questi antiabortisti ci dicono è : che una donna che ha avuto più di un ciclo è una serial-killer"

“I conservatori pro-life sono ossessionati dal feto, dal concepimento ai nove mesi, dopo di che non ti vogliono sentir nominare, non ti danno niente, niente cure mediche niente assegni familiari, niente mensa scolastica, niente buoni pasto, niente welfare, niente! In età prenatale sei apposto, in età scolare sei fottuto! [...] Quando cardinali e vescovi avranno sperimentato la loro prima gravidanza, le loro prime doglie, e avranno cresciuto un paio di bambini col salario minimo, allora sarò lieto di ascoltare cosa avranno da dire sull’aborto. Questi non sono a favore della vita, sapete cosa sono? Sono contro la donna! Semplicemente contro la donna! A loro non piacciono le donne. Credono che il ruolo principale della donna sia di fare da giumenta per lo Stato.
L’80% degli ovuli fecondati di una donna vengono rigettati ed espulsi dal suo corpo una volta al mese durante le mestruazioni, finiscono negli assorbenti ma sono comunque ovuli fecondati quindi quello che questi antiabortisti ci dicono è : che una donna che ha avuto più di un ciclo è una serial-killer”

- Ellen DeGeneres

Insomma, ci piacerebbe ridere stimolate da una satira che sfati sul serio moralismi, cultura conservatrice, omofobia e razzismo e invece puntualmente ci invitano a farci una risata per “battute da caserma” e comicità cacca-pipì –sulle quali vorremmo stendere soltanto un tendone d’imbarazzo.

Autrici : Ele, Faby

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