Abercrombie&Fitch: non vogliamo grassi nei nostri negozi. Discriminazione ponderale#4 ( e gradi di consapevolezza maschile e femminile ).

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Abercrombie&Fitch è una casa di moda statunitense da poco sbarcata anche in Italia, ma che è già di tendenza tra gli adolescenti.
Produce abiti sportivi glamour, casual di lusso lo chiamano, roba da californiani molto cool.

I suoi “store” si distinguono per essere delle specie di discoteche da abbigliamento.
Visitare il negozio di Milano può essere un’esperienza davvero formativa. Luci soffuse, musica ad alto volume, vestiti di cui si vede a stento il colore. La peculiarità però per cui l’azienda è conosciuta in tutto il mondo è avere uno e un solo modello estetico di riferimento, non solo per l’indossatore/trice ideale dei capi, ma anche per i suoi commessi/e.
Per lavorare da A&F infatti, bisogna rispettare i canoni: aspetto atletico, preferibilmente pompato per gli uomini, fisico snello e taglia zero per le donne.  Quest* commess*, oltre ad essere feticci estetici seminudi, si occupano della vendita come in un qualsiai altro negozio, ma sono obbligati a salutare ogni cliente che incontrano con la frase what’s going on?, alla surfista, un modo incomprensibile ai più per chiedere “come va, posso esserle utile?” e che stona tanto sotto il Duomo di Milano quanto sotto il Colosseo.
E se uno di loro commette un errore? Flessioni per gli uomini, così rinforziamo le braccia. Squat per le donne, così il culo rimane tonico.
E no, non è un’esagerazione. La dignità prima di tutto.

Ricapitolando. Entri per comprare una maglietta al tuo fratellino e ti ritrovi seguita da un gruppo di aitanti commessi in camicia a quadri o commesse in pantaloncini di jeans che continuano a chiederti “what’s going on?“, la musica è tanto alta da farti venire voglia di un rum e cola e quando noti, negli angoli del negozio, delle fanciulle che si dimenano in shorts non realizzi subito che sono anche loro membri dello staff, pagate proprio per ballare.
Sì, sono le cubiste del negozio di abbigliamento. Che non si dica che la crisi non stimola la creatività nel proporre nuove professioni.
Per fortuna che i prezzi sono tanto alti che alla fine rinunci alla maglietta e quando esci ringrazi per non aver sovvenzionato tutto ciò.

Su internet si trovano alcune offerte di lavoro per A&F come “modelli” ( non commessi ) e le mansioni, prese proprio dal sito ufficiale sono

- “rappresentare il marchio con lo stile personale”  e quindi ovviamente lo stile è quello di A&F dato che sono vestiti tutti uguali

- “contribuire a rendere piacevole l’esperienza di acquisto per i clienti” what’s going on? ragazze che ballano negli angoli ecc. ecc.

L’immagine che accompagna la sezione “lavora con noi” non lascia scampo a equivoci sulla presenza richiesta

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MODEL. Questo e nessun altro mai.

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Il ballo dell’addominale scolpito. L’interscambiabilità dei soggetti è una delle prime caratteristiche dell’oggetivazione.

L’oggettivazione dell’azienda si muove tra l’altro soprattutto in direzione maschile. Lo si deduce anche solo dal numero di fotografie dedicate agli uomini rispetto alle donne. Questi corpi privati di una testa, tutti uguali e interscambiabili, sono tra i più banali esempi di oggettivazione sessualizzata nella comunicazione pubblicitaria. Le solide basi dello sfruttamento sessista toccano dunque anche e soprattutto gli uomini in questo caso, ma se le donne, le femministe soprattutto, riflettono e hanno riflettuto sullo svilimento dell’immagine femminile, sembra che negli uomini manchi questa consapevolezza. Sarà perchè tutti questi uomini bianchi, muscolosi, proposti come rigorosamente eterosessuali ( non è raro che si prestino come popstar a foto con giovanissime clienti del negozio ) tutto sommato sono l’emblema, il modello ultimo di chi detiene il potere socio economico e dunque sono soggetti anch’essi, al massimo oggetti di uno sguardo – quello femminile – innocuo, senza dominio.

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Foto con homofeticcius

Esiste in sociologia “il complesso dello spogliatoio”, lo chiama così Beth Eck quando spiega che gli uomini essendo portatori di sguardo soggettivo, non si pongono mai come oggetto, non si percepiscono così.
Dunque ecco che nello spogliatoio maschile di una qualunque palestra, la nudità ostentata determina l’uomo più forte, più popolare, perchè quello è l’uomo che non ha paura di essere oggetto perchè mai lo diventerà, mai sarà subalterno.
Gli uomini non i guardano tra loro, le donne sì, con maggiore disinvoltura, quella tipica di chi è abituata ad essere costantemente oggetto di uno sguardo giudicante.

Un ambiente simile, dai tratti smaccatamente kitschcapitalisti alla statunitense, non è certo il marchio da cui ci si aspetta il rispetto delle rappresentazioni antisessiste nelle campagne pubblicitarie o nei capi venduti.
E infatti Abercrombie & Fitch non delude le aspettative.

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Una campagna pubblicitaria A&F in cui due omaccioni muscolosi dominano una ragazza attraente. Ogni commento è superfluo.

Da qualche giorno a tutte queste considerazioni si uniscono le dichiarazioni del CEO ( amministratore delegato ) dell’azienda, Mike Jeffries, riportate in un libro sulla vendita al dettaglio contemporanea, in cui il dirigente spiegherebbe il perchè nella catena che lui stesso dirige gli abiti femminili non vadano oltre la taglia 6 inglese, cioè la 44 italiana. Di fatti è questa la massima taglia reperibile tra gli scaffali di A&F che, mentre i principali compertitors del mercato producono anche abiti fino alla XXL, rimane convinto che più grandi di così gli abiti proprio non si possano confezionare. Sul portale Business Insider, riportano dunque che i vertici dell’azienda “non vogliono che donne sovrappeso indossino il loro marchio”, “vogliono i cool kids, i ragazzi popolari, e non considerano le donne di taglie più grandi come parte di questo gruppo“. L’autore del libro poi dichiara che lo stesso Jeffries non vuole che le persone grasse facciano compere nei suoi negozi, non vuole infatti che il nucleo dei suoi consumatori vedano persone non “hot” come loro a fare shopping nello stesso negozio (cit.)

I capi maschili invece arrivano fino alla taglia XXL, ma questa differenza sta propri nel concetto di “cool” e di “uncool”.
Donna popolare: donna magra, snella, capace di attirare l’attenzione su di sè indossando capi che ne esaltino il corpo rispetto ai canoni attuali di snellezza e tonicità.
Uomo popolare: uomo muscoloso, piazzato, modello wrestler/giocatore di football ( queste proprio le categorie a cui fa riferimento il boss dell’azienda ), quindi anche con taglie più grandi può essere comunque “cool” purchè si tratti di massa muscolare ben pompata.

Donna non popolare: donna sovrappeso.
Uomo non popolare: uomo sovrappeso.

Il concetto di popolarità si declina quindi in maniera diversa per uomini e donne, ma si uniscono nella concezione del “non popolare”.
Il peso, il grasso, il sovrappeso diventa quasi una categoria morale.
Una persona che pesa più del dovuto non può essere considerata come parte o come leader di un gruppo di coetanei popolari, perchè l’adesione al canone estetico vale più della capacità di guidare un gruppo.
Già nel 2006 il gruppo Abercrombie&Fitch era stato accusato di discriminazione quando sempre Jeffries dichiarava al magazine Salon che

“in ogni scuola ci sono ragazzi popolari e poi ci sono gli “uncool”, gli sfigati, e dovendo essere sinceri, noi ci occupiamo dei ragazzi fighi, quei ragazzi attraenti che hanno un certo tipo di atteggiamento e con un sacco di amici. Molte persone, semplicemente, non entrano nei nostri vestiti e non ci entreranno mai. Escludiamo della gente? Certamente“.

A&F è stato quindi sempre sotto i riflettori negli USA per la sua politica discriminatoria sia verso persone sovrappeso, sia in generale per la comunicazione sessista ( nel 2005 fecero una campagna pubblicitaria con modelli adolescenti seminudi in atteggiamenti sessuali che venne vista come una vera e propria istigazione alla soft pedopornografia ) ma anche per veicolare messaggi razzisti ( su molte t shirt compaiono caricature di persone di etnie non caucasiche nel ruolo sociale più stereotipato ). Negli USA le Allegheny County Girls as Grantmakers, un gruppo di adolescenti della Pensylvania lanciarono un boicottaggio – chiamandolo però “girlcott”, invece che “boycott” – contro l’azienda, sconcertate dalla vendita di magliette per ragazzine con scritte all’altezza del seno del tipo: “vedo che hai già conosciuto le gemelle”, “chi ha bisogno di un cervello quando hai queste?”, “ho avuto un incubo, ero una moretta”.
Una di queste giovanissime attiviste, 16 anni, dichiarava anni fa al Tribune: “stiamo dicendo alle ragazze della nostra età di pensare al fatto di essere svilite”. Ed è proprio il degrado della femminilità tramite il consumo di abiti venduti con un immagine conturbante, ma che nulla hanno di trasgressivo nella società pop anestetizzata allo scandalo, è proprio questo svilimento che non viene sentito da giovanissime ragazze che sono cresciute tra icone di donne svilite e degradate dai media, dalla moda, dalle persone. Non si percepisce più lo svilimento di sè?

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A&F non si fa mancare nulla, insomma: sessismo, razzismo e discriminazione ponderale.
Ed è quest’ultima, tra tutte, la più grave perchè se una campagna pubblicitaria si può condannare, se una maglietta possiamo decidere di non acquistarla, la segregazione di un gruppo di “sovrappeso” nella categoria dei falliti, dei “non popolari”, degli esclusi dal mondo dei magri vincenti e bellissimi, questa segregazione è reale, pesa sulla pelle e sulla mente delle persone forse più delle altre.

Perchè il razzismo, il sessismo, vengono continuamente condannati, da noi, da tante realtà femministe e non, come tara di una cultura retrograda. Il ponderalismo no. E anche negli ambienti più attivi, anche quando ne parliamo sul nostro blog, persino i lettori più progressisti in fondo danno un valore, un’accezione positiva alla magrezza. C’è chi dice di pensare alla salute, chi trova che le persone grasse siano dismesse, si curino poco di sè, ma in fondo c’è sempre questa percezione del grasso come nemico della felicità, del successo, della popolarità.
E attenzione poi a cosa sia il concetto di “grasso” proposto e a cui molti si sono ormai abituati: la taglia 46 è una taglia da donne grasse, qualche chilo di troppo è già un problema, bisogna privarsi di forme e morbidezze naturali per strizzarci tutte, tutte uguali, negli stessi vestiti.

Le discriminazioni funzionano meglio quando c’è meno gente a percepirle come tali.

Queste donne sembrano belle e popolari, checchè ne dica Abercrombie&Fitch.

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E pensare che con questa politica di rimanere sotto la taglia 44, avrebbero perso l’occasione di vestire persino Marilyn Monroe!

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Roba da Femmine & Roba da Maschi

Come viene vista una donna al volante secondo il maschilista moderno

Che le donne siano incompetenti e incapaci in ogni campo è ormai risaputo.

Nell’immaginario maschilista stereotipato le donne non sanno guidare (parcheggiare poi…), non gli piacciono i videogame, amano le

Come viene vista una donna al volante secondo il maschilista moderno

Come viene vista una donna al volante secondo il maschilista moderno

cose sbrilluccicose ,preferiscono un film strappa lacrime a qualunque forma di comunicazione televisiva, vanno in estasi nel possedere un qualunque oggetto rosa, prediligono disquisire con le amiche i 1001 modi per smacchiare la camicia del marito , hanno una predilezione innata per il pettegolezzo, sono angeli del focolare nonché indiscusse regine nella propria cucina ma all’occorrenza -cambiando stanza- devono essere anche focose amanti.   

La donna, così come l’uomo, possiede dei ruoli e delle competenze e se esce fuori da questi viene vista come un qualcosa di anomalo e della quale aver paura. I ruoli imposti comportano ovviamente delle mancanze che  fortunatamente vengono colmate dal simpaticone di turno ideatore, per esempio, di una campagna (ritirata prontamente a seguito di diverse proteste)  dove vengono regalati sensori di parcheggio per la festa della donna.

Un’idea molto offensiva e decisamente poco ironica.

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Il binomio donne&motori provoca non poche convulsioni al maschilista moderno,convulsioni che svaniscono nel momento in cui l’ombrellina prende il posto della donna,e non oso immaginare cosa possa comportare l’accostamento della parola donna a quella della tecnologia.

Affinché si possano sminuire al meglio le capacità femminili nascono a volte dei prodotti creati appositamente per lei, i quali vengono semplificati ;  dopo le penne per Lei by Bic , i giocattoli rosa per le ingegnerE di domani, le macchine che si parcheggiano da sole, ecco arrivare l’ePad Femme:

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«Un tablet per sole donne» recita lo slogan.

La differenza non sta però nella forma o nel colore, il tablet infatti si presenta come tutti gli altri  con cornice e retro neri ( per il momento).

Le caratteristiche che lo rendono un oggetto femminile sono tutte al suo interno, come lo si accende infatti ecco un favoloso sfondo rosa shocking ospitare le applicazioni, già installate, che riguardano la dieta, lo yoga, la lista della spesa, la cucina,lo shopping, il fitness, la conversione delle taglie dei vestiti, i profumi, e così via.

Ovviamente sono nate delle polemiche su questo prodotto, non tanto per la banalità delle applicazioni pre-installate quanto per alcune osservazioni fatte dal direttore marketing della compagnia, Mani Nair, il quale ha fatto notare che questo tablet è un perfetto alleato per le donne che potrebbero avere difficoltà nell’effettuare il download di queste applicazioni.

Ma la problematica dove sta? Quante di noi non usufruiscono dell’aiuto di un amico, compagno, fratello,marito o di un qualunque altro essere fallo dotato per installare programmi su un pc, smartphone o tablet? Quale ricerca di mercato ha evidenziato questa nostra scarsa capacità di premere il tasto donwload? E soprattutto chi decide quale app sia da uomo o da donna? Quanti uomini sarebbero più che felici di avere un gestore della spesa sul proprio tablet?

Smartphone e tablet  - anche prima dell’uscita di ePad Femme – non sembrano affatto essere utilizzati in maniera compiuta e performante solo da uomini.

Perché la necessità di creare un prodotto che va ad etichettare la donna che lo usa come un’incapace?

Eppure qualcuno potrebbe far notare che l’ePad Femme ha venduto oltre settemila esemplari dal 14 febbraio, quando una martellante campagna pubblicitaria lo presentava come il regalo perfetto di San Valentino. Il che farebbe pensare che a molte donne fa comodo un oggetto del genere ma è lo stesso  portavoce Nair che, molto astutamente, informa che  la maggior parte delle vendite è dovuta a regali degli uomini per le loro compagne (giusto per evidenziare il fatto che l’uomo considera le donne delle incapaci).

Insomma, ecco un tablet dai chip trasudanti sessismo per la donna moderna degli anni ’50.

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È usanza comune ormai fare distinzioni di genere, sul  mercato infatti assistiamo da tempo a prodotti tecnologici modificati per incontrare il gusto femminile, ma generalmente la trasformazione si limita a dettagli esteriori  : inserire strass ovunque, motivi floreali e sfondi rosa….per fortuna non tutti i produttori ci danno delle incapaci!

Rimanendo sempre in ambito tecnologico pensiamo al cellulare fashion Vanity con swarosky incastonati:

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Oppure il pc Floreal Kiss con  applicazioni femminili e look rigorosamente rosa, luxury brown e bianco con tastiera glitterata:

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ma anche al cellulare che permettere di specchiarsi meglio al fine di sfruttarlo sia come riferimento mentre ci si trucca sia come strumento con le applicazioni che consigliano in tempo reale su come rendere perfetto il proprio viso:

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 Il tablet ePad Femme è stato costruito, non per poter venire incontro all’indole da gazza ladra innata in una qualunque donna bensì per rendere più semplice l’utilizzo da parte di un’utenza femminile venendo così modificato al suo interno, dividendo quindi i generi non in base al classico rosa donna -celeste uomo ma sull’assunzione che le donne siano meno capaci o del tutto incapaci.

Vengono inoltre assegnati per l’ennesima volta dei ruoli. La stragrande maggioranza del popolo femminile, secondo i tanti esperti di cose per lui e cose per lei, si interessa di cucina, dieta, bellezza,vestiti … insomma di quei campi che se fossero presenti all’interno di un tablet di un uomo comporterebbero probabilmente una diminuzione di virilità da parte di quest’ultimo.

Ovviamente non mancano le etichette all’interno del mondo del web, diversi sono i siti che hanno la gentilezza di indicarci quali sono i ruoli che meglio si prestano al proprio essere donna o uomo.

Eccone alcuni esempi:

  • Sito per consultare il meteo

Con un clik si attiva la modalità Lei meteo ricolma di rosa e di tante sezioni delle quali nessuna donna potrà fare a meno: bellezza, gossip, ricette, diete e moda.

Barra Rosa Meteo

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  • Sito giochi on-line

Tra le varie scelte ecco spiccare la sezione Ragazze.

Tramite un semplice clik la fortuna cibernauta entra nel mondo  di Miss Popular e ha a disposizione tutto quello che  la ragazza moderna desidera: Gioielli, trucchi,vestiti e ovviamente la cucina.

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  • Sito per acquistare giocattoli on-line

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Tutti sembrano voler imporre degli standard: sei donna? Ok…a te piace la cucina, i gioielli e le scarpe. Sei uomo? Va benissimo … a te invece  piace la violenza,l’essere macho, le macchine e il calcio.

Elenco giochi per lei e per lui

La donna viene di continuo sminuita e i prodotti creati con le personalizzazioni effettuate appositamente per lei sembrano voler rimandare ad un’immagine ormai antiquata e superata di donna, ovvero quella dei passati anni ’50.

Kitty Joyner Electrical EngineerLa situazione delle donne italiane sta cambiando, sono sempre di più quelle che si laureano, quelle che sono in grado di utilizzare un pc, quelle che riescono a descrivere un pollo con un codice java,quelle che scaricano applicazioni e videogame e giocano tutta la notte, quelle che si sono annoiate di essere considerate delle incapaci e delle inette solo perché nate donne!

E probabilmente saranno anche donne, stufe dell’idiozia di questi oggetti così user-friendly da risultare addirittura offensivi, quelle che creeranno il prossimo water  dotato di sensore di spostamento e di applauso incorporato per tutti quelli che non riescono a prendere la mira quando fanno pipì.

Fonti: qui e qui 

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il marketing del sessismo

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In un Paese dove dichiararsi femministe equivale ad una gmrandissima bestemmia di cui tu reietta dovresti vergognartene vengono vendute al mercato delle magliette che riproducono i più beceri luoghi comuni sulle donne, ma più che luoghi comuni li definirei veri e propri insulti e mancanza di rispetto nei confronti delle donne, in un paese dove il femminicidio è una vera e propria piaga. Indossare una maglia sessista in Italia nel 2013 è da ganzi ed è questo un invito ad essere fieri nel considerare le donne alla pari di un buco su cui “sfogarsi”.  Non dobbiamo stupirci se queste idee vengono nel Paese con il più alto numero di femminicidi in Europa e che occupa l’80esimo posto nel mondo per opportunità tra uomo e donna. Se la donna è considerata un essere inferiore sia dal punto di vista sessuale che identitario non possiamo certamente scongiurare che l’alto tasso di violenza di genere non dipenda da questo.

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Ebbene sì, ancora una volta il maschilismo più becero abbraccia il consumismo più sfrenato e regala un’amara fotografia del nostro Paese ai turisti stranieri che si recano nelle nostre città a comprare i souvenir e ad imbattersi in questa, rappresentata in pittogramma per essere meglio capita anche da uno straniero. (Questa è la segnalazione di una nostra lettrice di Napoli, città per l’appunto turistica).

Vien da chiedersi se bisogna essere fiere e urlare con orgoglio il proprio femminismo dopo che si assiste a certe cose. La risposta è certo che sì. Ma se il sessismo è di casa non possiamo certamente dire che non succeda altrettanto negli altri paesi.

Giorni fa su Amazon in Gran Bretagna e in Germania sono apparse in vendita alcune T-shirt con su scritto “Stai calmo e stupra molto” e “Stai calmo e picchiala”

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Un utente ha notato le T-Shirt ed è partita un’ondata di polemiche che ha fatto parlare i media e ha spinto la società americana Solid Gold Bomb e il colosso di e-commerce a ritirare le t-shirt incriminate.

In Svezia invece, sì proprio in Svezia!,  la  H&M ha messo in vendita in un negozio una felpa con la faccia di Tupac Shakur, un rapper condannato a 4 anni e mezzo di prigione per le accuse di violenza sessuale e ucciso nel 1996 con cinque proiettili a Las Vegas. La pessima idea ha sollevato una marea di polemiche e in particolare una ragazza fu aggredita sul web per aver espresso posizioni contro la scelta dell’azienda. Alcune utenti l’hanno minacciata di stupro e hanno pubblicato il suo indirizzo di casa.

 Questi sono due esempi forse più gravi rispetto al messaggio della maglietta italiana, ma nessuna riesce a non mostrarsi infastidita dal continuo sessismo propagandato da queste t-shirt ogni volta che enta al tabacchino a prendere le sigarette o in un qualsiasi negozio di gadget e souvenir. Io già tempo fa ho monitorato i messaggi in maglietta e ne ho fatto una raccolta di messaggi.

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T-shirt che rafforzano i ruoli stereotipati e le diseguaglianze culturali tra uomini e donne: le donne desiderano sposarsi e gli uomini divertirsi e fare sesso con donne disponibili che poi mai sposerebbero. Il matrimonio rappresentato come una fregatura per un uomo, mentre abbiamo più volte dimostrato che è la donna a perderci dal momento che una volta sposata rinuncia alla sua libertà di uscire con le amiche e, come se non bastasse deve pure sgobbare in casa. Questa visione arcaica e stereotipata del matrimonio come se l’uomo oggi fosse costretto a sposare una donna come magari accadeva un tempo perché altrimenti poi lei rischiava di restare zitella. la seconda maglietta rafforza le molestie sessuali, veicola il messagigo secondo il quale le donne sono oggetti sessuali che devono subire batutte volgari dal primo che passa, che poi rientriano perfettamente nella fattispecie di molestia.

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Eh già, gli uomini non devono innamorarsi ma devono fottersi le donne. Infatti, tu donna, se vuoi essere apprezzata devi essere disponibile con tutti.

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L’importante è comunicare quel bisogno di avere donne sempre disponibili e passive per essere felici. Le  donne desiderano il matrimonio, mentre gli uomini vogliono solo fottersele.

Ce ne sono tantissime in commercio anche molto più offensive. A molti possono fare ridere ma sta qui il metro per misurare il grado di civiltà del nostro Paese dove, a differenza di quelli citati, nessuno protesterebbe (a parte chi ci segue) se il suo amico, fidanzato, vicino di casa eccetera indossasse una maglia con su scritto che sei una troia.

Se qualcun* sa chi le produce, non esistate a contattarci!

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