La gabbia rosata di Nuvenia

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Sono passati pochi anni da quando l’azienda produttrice di assorbenti Nuvenia si é lanciata con una campagna pubblicitaria con tanto di donne a 90 gradi e con un’altra campagna che ha fatto discutere a causa di alcuni stereotipi sulle donne al volante.

C’è un motivo per il quale ora si ricomincia a parlare di lei. Pare che la Nuvenia non abbia rinunciato a restare su quella linea, a parte sederi in bella vista e donne nude. Lo stereotipo femminile ricorrente è quello della donna che nella vita non fa altro che fare shopping, quella che nella vita non fa altro che aspettare il weekend, quella che nella vita è relegata a lavare calzini al marito e nemmeno a quello è capace di fare rafforzando il pregiudizio “le donne di oggi non sanno fare un cazzo” come dicono i maschilisti di oggi schoccati perché le venti-venticinquenni non vogliono più fare le schiave come le loro mamme. Che bel progresso, quasi quasi meglio i culi!

Non sono una consumatrice di assorbenti usa e getta e si chiacchera in giro che ci siano altre che stanno adoperando la coppetta mestruale facendo crollare le multinazionali responsabili dell’inquinamento ambientale.

Torniamo a noi.

Sulla pagina facebook dell’azienda   come copertina compare l’inno falso, ipocrita occidentalista “libere di osare” e poi compaiono immagini che suggeriscono il ruolo maschilista della donna ideale e altri stereotipi antiquati sugli uomini. Una campagna pubblicitaria triste che riduce la vita al rapporto tra uomini e donne partendo su basi stereotipate.

Eccone alcune:

 

1- Stereotipi sugli uomini:

Secondo questo “giochetto” si costruisce lo stereotipo dell’uomo perfetto: bello, romantico e che ti porta a vedere film romantici perché si sa alle donne piacciono sono i film mielosi.

Gli uomini negativi sono: i frignoni, quelli che guardano il calcio e quelli disordinati. Il problema non è il fatto che queste caratteristiche siano dipinte come negative, nessuna vorrebbe un bambinone accanto, ma è proprio il fatto che gli uomini vengano rappresentati in questo modo: frignoni, fissati col calcio (alle donne non piace secondo stereotipo), incapaci a fare le mansioni domestiche e amanti dei film di azione. Sono certo stereotipi di genere pericolosi perché il loro potere martellante ha influenzato gran parte degli uomini italiani un po’ come lo stereotipo della velina e della donna oggetto che ha alimentato in molte donne l’ossessione della perfezione estetica, il percepirsi e comportarsi come oggetti sessuali introiettando lo sguardo maschile su sé stesse e le altre.

Ovviamente ne o riportati solo alcuni perché altrimenti ci sarebbe da scrivere un post da 500 pagine. Immaginatevi un po’ gli altri stereotipi sugli uomini: lasciano la tavola della tazza alzata, sporcano il lavandino dopo la barba, ti deve portare la colazione a letto e più ne ha più ne metta..

Questa sorta di idiozia sessista mascherata da “finto femminismo” da donnetta italiota cresciuta a pane e Mediaset si accompagna a messaggi altrettanto sessisti nel rappresentare le donne. A parte essere delle grandi amanti di film romantici, secondo la Nuvenia le donne sono shopaholic, perdono tempo a farsi belle, sono casalinghe che combinano guai perché essere delle casalinghe incapaci fa tanto emancipata (e fuori stereotipo) salvo poi doversi inginocchiare per farsi scusare dal marito perché gli ha rovinato i calzini, ma intanto il compito spetta comunque a te donna! Se tu credi che questo sia l’imitazione sulla falsa riga degli spot che rappresentano casalinghi imbranati ti sbagli di grosso!

Insomma, secondo Nuvenia basta che lui ti porta la colazione a letto a farti sentire tanto emancipata!

 2- Stereotipi sulle donne:

La peggiore che ho trovato in assoluto è quella dei calzini rosa per due motivi. Il primo è il colore “rosa” identificato come qualcosa da femmine e da gay (e siamo nel 2014!) il secondo è il fatto che i calzini dovrebbero lavarli le donne ai propri mariti o compagni e chiedergli in ginocchio di perdonarle se fanno un disastro.

Lo trovo parecchio offensivo e soprattutto non suggerisce al marito di lavarli da solo e non lo fa nemmeno implicitamente.

Perché nemmeno dalle altre immagini ci si distanzia dall’idea delle mansioni domestiche, soprattutto del pulire e cucinare, come qualcosa “da femmine” un po’ come veicolato da tantissime pubblicità commerciali responsabili dell’idea radicata che fare i lavori di casa sia dovere delle donne.

E se leggiamo un post del Fatto Quotidiano dedicato a questo tema ci sono le considerazioni di Lorenzo Todesco, sociologo, ricercatore dell’università di Torino e autore del saggio Quello che gli uomini non fanno il quale spiega, attraverso una serie di ricerche, le ragioni che spingono il 58,3% degli uomini italiani a non cucinare, il 73,5% a non apparecchiare né sparecchiare, il 98,6% a non lavare né stirare, il 70,5% a non fare la spesa. Tra le cause riconducibili alla dimensione individuale tipo l’uomo l’unico ad avere un reddito o se ha un reddito più alto, una carriera più solida e posizioni di carriera più alte. Ovviamente le donne presentano carriere più frammentate proprio a causa di ciò, la difficoltà di conciliare. Ma  ci sono fattori più culturali che influenzano questo fenomeno, Todesco associa soprattutto una sorta di “ideologia di genere” e che fa sì che le donne facciano i lavori di casa e si curino dei figli per rispondere alle aspettative sociali che vengono trasmesse dalla famiglia, dalla scuola, dai mass media.

I mass media sono in larga parte responsabili di questa visione patriarcale e stereotipata della donna che si ripercuote sulla possibilità che le giovani hanno di fare carriera o di avere un lavoro fisso. E’ altrettanto pericoloso perpetrare l’idea stereotipata della donna come modelle taglia 44 e photoshoppate identificandole come quelle dai rotolini quando si tratta di corpi normali. Oppure come rappresentandoci un individuo frivolo, sempre etero e alla ricerca di un principe che ci  protegga e che non la tratta come una pari (e io intendo sia colui che la vede come una schiava che colui che la mette sul piedistallo) o che non capisce un acca di calcio (stereotipo che si ripercuote in molte pubblicità per esaltare la presunta femminilità del prodotto).

Allo stesso modo è pericoloso presentare gli uomini come degli inetti, come aventi solo interessi maschili o come opposti alle donne oppure cercare di modellarli secondo aspettative sociali tramandate dalle fiabe Disney.

Come se il rispetto di un uomo verso una donna consistesse nel portarle la colazione a letto, nel aprirle la portiera dell’auto, nel riempirla di gioielli. Davvero sembra proprio che in Italia non ci fossimo evoluti dagli anni ’50.

Il rispetto di un uomo per una donna passa per la percezione di ella come pari abolendo la visione della donna come un angelo puro e casto, accettando l’idea che le donne possono competere con loro nel dirigere un’azienda o una nazione. Non me ne faccio nulla della colazione a letto se si continua a considerare le donne come delle ochette che pensano solo a comprare scarpe o vestiti da assecondare “perché si sa quella è la natura di noi donne”.

Per non parlare delle immagini che tirano fuori dalla soffitta i luoghi comuni sul ciclo per farne “simpatiche” pubblicità. L’uniche che mi sono sembrate meno stereotipate sono queste:

Con la prima che fa il verso di un modello femminile emancipato e moderno che nella copertina della pagina si accompagna al messaggio “libere di osare”. Si chiama pinkwashing ed è diventato una moda, una sorta di strategia di marketing per vendere di più ma in questo caso anche per rendere più impercettibile la presenza di stereotipi noiosi e ammuffiti.

Non voglio sapere quale donna abbia ideato questa boiata ma sicuramente non è una sana e per malattia non intendo quella presente nei manuali psichiatrici. Qui si parla di una forte intossicazione di stereotipi di genere che non f che tenerci intrappolate quasi in fondo alla classifica dei paesi menzionati nel global gender gap (per equità di genere).

Non mi interessa sapere se la responsabile della comunicazione sia una donna. Magari è una donna, magari è un uomo. O magari è un terzo sesso che segue però le direttive di un’azienda sessista.

Di aziende sessiste ne abbiamo parlato parecchio e in Italia non abbiamo nemmeno un organo che le prevenga o le contrasti. Perché pensandoci bene (a causa di esperienze) lo Iap non è ha nemmeno un personale formato sul tema.

Il ritiro degli spot sessisti avviene grazie alla forza di una rete solida di donne che agisce in un contesto dove attorno a questo tema e tutti quelli che hanno a che fare di diritti delle donne c’è il vuoto e l’indifferenza.

A questa rete facciamo parte anche noi che siamo nate inizialmente per mettere in discussione le convinzioni diffuse sul ruolo delle donne nelle relazioni sessuali, affettive e sociali. Abbiamo quindi lanciato parecchi post per contrastare la visione della donna-oggetto, la visione della principessa da salvare e adorare, la dicotomia tra santa e puttana, lo stereotipo della donna come angelo del focolare e della donna in carriera come un’isterica o una che si è concessa in cambio di carriera, lo stereotipo che divide i mestieri da uomo e quelli da donna, i giocattoli sessisti. Credenze molto diffuse nel nostro Paese che frenano o rallentano il cammino delle donne per il riempimento del gap a causa della paura di non aderire a quelle aspettative sociali alle quali ancora molte non sono consapevoli.

#IDontNeedFeminismBecause : il maschilismo non ha genere. E’ possibile fare autocritica?

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“Women against feminism”, donne contro il femminismo, è un blog, un tumblr e una campagna fotografica lanciata su internet circa un mese fa. Di recente, ha riempito anche le bacheche nostrane, dopo essere stata riportata nella famigerata colonnina destra di Repubblica.it, che sintetizza il tutto come sintomo di “anni di rivendicazioni e lotte gettati alle ortiche“. Ma è proprio così?

Le ragazze espongono dei cartelli con scritte le loro motivazioni. Come quella che ci dice:

Non ho bisogno del femminismo perché
1. rispetto gli uomini
2. essere una donna non è uno svantaggio
3. ho la mia opinione
4. prendo io la responsabilità per me e le mie azioni
5. non mi sento una vittima
6. il movimento femminista è pieno di merda

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Questa campagna si ispira e stravolge quella di “I need feminism because…“,  alimentata da una continua sottoscrizione di messaggi di donne che credono di aver bisogno del femminismo per affermare la loro indipendenza, autodeterminazione, perché essere una donna non debba essere uno svantaggio, perché vogliono vedere rispettata la propria opinione, perché non vogliono più sentirsi vittime.
Insomma, spesso, per gli stessi motivi per cui altre dicono che del femminismo non sanno più che farsene, che è pieno di merda.

Un’altra ragazza sostiene:

Non ho bisogno del femminismo perché
1. rispetto la forza e la lotta degli individui
2. io NON sono oppressa! per MIA scelta!
3. non giudicherò i miei fratelli per le azioni crudeli di altri uomini
4. Voglio supportare TUTTE le persone
5. non voglio che gli uomini nascano dovendo chiedere scusa per il loro genere per colpa di persone acide e attitudini vittimizzanti

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Le ragioni di queste donne, quasi tutte molto giovani, alternano per lo più le classiche grandi mistificazioni sul femminismo ( l’ odio verso gli uomini in quanto tali, ad esempio ) a esaltazioni materne ( del tipo: “non sono femminista perché mio figlio è un privilegio, non una scelta” ). Tra una mistificazione patriarcale e una dal sapore pro-life, però ci sono anche rivendicazioni che si ricollegano invece forse a degli errori a cui il femminismo si è condannato. 

Prima di tutto perché “il femminismo” ( quale poi andrebbe capito meglio )  non ha evidentemente saputo comunicare a tutte che cosa vuol dire essere femminista, dal momento che la maggior parte delle argomentazioni usate da queste donne non sono elementi del femminismo, ma equivoci se non manipolazioni.

Difficile certo comunicare in maniera efficace quando, ad esempio,  il sistema scolastico non fa nulla per creare dei riferimenti non esclusivamente maschili. Dove sono nei libri di scuola  tutte quelle donne che seppur non impegnate direttamente tra le fila dei movimenti femministi sono poi diventate delle icone dell’emancipazione e delle rivendicazioni femministe?  Insomma, dove sono Olympe de Gouges, Mary Wollstonecraft,  Harriet Taylor, Ada Byron Lovelace,  Anna Kuliscioff , Sof’ja Vasilyevna Kovalevskaya nei testi scolastici di storia, scienze e letteratura?

Altra ragione che spinge molte donne a rifiutare il femminismo è senz’altro la disinformazione che c’è stata intorno il movimento femminista, il ridurlo a semplice stereotipo di donne misandriche e pelose.
C’è poi sicuramente anche la totale mancanza di empatia, tentare, anche solo per una volta, di immedesimarsi nei panni di altre donne, andando oltre la regola del “se non è mai accaduto a me non è vero, non esiste“.  Se per me essere donna non ha mai rappresentato uno svantaggio –che sia nella società, in famiglia, nelle relazioni e nell’ambito lavorativo– o non mi sono mai sentita subordinata ad un uomo non è detto che qualche altra donna, che sia la mia vicina di casa o una donna che vive dall’altra parte del mondo, non stia subendo tali discriminazioni in quanto donna.

Spesso, poi, gli argomenti delle Women Against Feminism sono gli stessi supportati da tutti quegli uomini che dal femminismo si sentono minacciati e quindi si scagliano contro le femministe “isteriche”, “esagitate”, “eccessive” ecc. La posizione di queste donne è conciliante, come se in atto ci fosse una guerra tra i generi e non una atavica oppressione e discriminazione di genere.
E’ così che è arrivato loro il concetto di femminismo perché è chiaro che ci sia tutta l’intenzione di non essere insidiati e perdere lo status quo da parte di chi gliel’ha comunicato.

Quando una donna dice di non voler essere femminista perché “Essere una donna non è uno svantaggio”, si entra in un cortocircuito semplicemente perché per questo stesso motivo molte donne invece lo sono.
Eppure oggi, una considerazione così vera, è usata per demolire proprio la necessità dell’argomentazione femminista.

Questa è un’ondata di ritorno, che più che dagli editoriali dei giornali che ci affrettiamo a consultare, trae ispirazione anche da tutte quelle  cantanti, attrici et similia che negli ultimi anni, pur presentandosi come paladine dei diritti delle donne, come modelli forti, pronte a lottare contro la violenza e per l’autodeterminazione in paillettes, si sono sentite in dovere di specificare però di non essere assolutamente femministe.

Bjork: “Non mi identifico come una femminista perché credo che mi isolerebbe. Penso sia importante essere positive. E’ più importante pretendere che lamentarsi”

Katy Perry: “Non sono femminista, ma credo nella forza delle donne

Beyoncè: “La parola femminista è molto estrema. Perchè c’è bisogno di etichettarsi?”

Ovviamente non sono le parole di pop star a valere più di anni di studio e di lotte, ma a chi si straccia le vesti e si sente attaccata dalle rivendicazioni non femministe circolate in questi giorni, forse queste dichiarazioni racconteranno di più del background culturale di giovani donne a cui non sarà arrivata Carla Lonzi, ma a cui parlano Beyoncè e compagnia.

Se diamo un’occhiata al nostro panorama di star, cantanti e attrici ci rendiamo conto che la parola femminismo non viene neanche lontanamente citata. E’ alla pari di una bestemmia, forse.
Fatte queste doverose premesse però ci chiediamo: da parte sua il femminismo qualche errore lo avrà commesso?

Riprendendo uno dei concetti più comuni, “non sono femminista perché non sono una vittima da salvare” è’ vero ad esempio che il “femminismo contemporaneo” ha dato a intendere che le donne necessitano di una continua tutela, come animali in via d’estinzione.
E non che invece il femminismo è un campo di battaglia in cui far valere la propria autonomia intellettuale, fisica, emotiva, come avevano cercato di comunicare anni fa.

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Virginia Woolf, proprio sulla tutela verso le donne, scriveva :

Fra cento anni, d’altronde, pensavo giunta sulla soglia di casa, le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso; ad esempio (in strada stava passando un plotone di soldati) l’idea che le donne, i preti e i giardinieri vivano più a lungo. Togliete questa protezione, esponete le donne agli stessi sforzi e alle stesse attività, lasciatele diventare soldati, marinari, camionisti e scaricatori di porto, e vi accorgerete che le donne muoiono assai più giovani e assai più presto degli uomini; cosicché si dirà: “Oggi ho visto una donna”, come si diceva “Oggi ho visto un aereo”. Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta [...]

Troppo spesso  il “femminismo contemporaneo”  ( o almeno una sua parte ) è caduto in una sorta di vittimismo addossando le colpe ad un maschile, deresponsabilizzando di frequente il femminile, un femminile –non tutto ovviamente, vale sempre la pena ribadirlo– che purtroppo si è piegato, senza batter ciglio, allo stereotipo  borghese della donna : femminile, perfetta madre, perfetta moglie, perfetta casalinga, perfetta badante, perfetta anche in carriera, ma sempre in forma e desiderabile– tanto che la più recente forma di emancipazione femminile, particolarmente osannata in ogni “ghetto rosa” che si rispetti,  è il multitasking.

I retaggi che imprigionano le donne in quel femminile da proteggere, quel voler a tutti i costi una diversità tra uomini e donne, la continua colpevolizzazione della libertà sessuale femminile, gli stereotipi e tanto altro, sono alimentati dalle stesse donne, perché , come spesso abbiamo ribadito, il maschilismo non ha genere.

Anche di questo forse si è tenuto poco conto negli ultimi anni, intente a parlare di sessismo e maschilismo senza mai applicare una definizione scientifica, ma come fosse uno scandalo sensazionalistico di costume.
Non si è tenuto conto che molte donne sono maschiliste perché sguardi e modelli introiettati le hanno rese tali o forse perché l’alternativa femminista era troppo difficile da affrontare.

Uno degli ultimi episodi dove abbiamo notato il maschilismo di molte donne  è stato il famoso congresso  “Donne e media”, dove Laura Boldrini dichiarò che in un paese davvero emancipato non staremmo a guardare inermi decine di spot televisivi che ritraggono solo e soltanto le donne occuparsi delle faccende domestiche e della cura dei figli. Ricordiamo ancora la reazione che ebbero la maggior parte delle donne italiane : con estrema violenza rivendicarono il “diritto” di servire in tavola e ad avere l’esclusiva sulle faccende domestiche.

Ricordiamo anche quando, qualche tempo fa, condividemmo un articolo scritto da Tea  Hacic-Vlahovic su Vice, dove si lamentava del sessismo che si nasconde dietro alcune forme di galanteria italiana.
Andando a cena con il suo fidanzato, in un ristorante italiano appunto, si vide arrivare un menù totalmente diverso dal suo compagno, senza prezzi, questo perché secondo la tradizione è l’uomo che deve pagare il conto.

Vi invitiamo ad osservare cosa molte donne –consapevoli di stare commentando su una pagina femminista–  hanno scritto sulla nostra pagina fb, senza considerare i vari insulti che siamo state costrette a cancellare.

Questo invece è solo uno tra i tanti commenti di donne sotto il post sul sito di Vice

commento Vice

 

L’emancipazione per molte donne ha un interruttore, va bene solo per alcuni aspetti.
Gli spogliarelli l’8 marzo sì. Rifiutare un modello di famiglia che vede solo e unicamente la donna servire a tavola no.
Il multitasking schiavizzante che toglie il sonno sì. Superare le relazioni eteronormate no.
L’ emancipazione femminile oggi passa, purtroppo, per dei modelli maschili, se non maschilisti, introiettati e fatti propri.
Modelli che il femminismo almeno dagli anni ’80 non è stato più capace se non di combattere, nemmeno di fornire strumenti di analisi critica che parlassero anche alla generazione di chi scrive.

Le donne che sostengono il diritto di servire la propria famiglia, quelle che danno a Tea della isterica arrapata condivideranno sicuramente i cartelli antifemministi pubblicati in questi giorni. Sono tante, sono la maggioranza forse, per questo ci risulta così difficile capire chi si è tanto stupita davanti ai cartelli di Women Against Feminism. Basta uscire di casa, frequentare donne fuori da sezioni e circoli culturali, parlare alla madre di un’amica o ad un’amica stessa per sapere esattamente di cosa stanno parlando quei dannati cartelli.

Si organizzano campagne contro la violenza sulle donne per vendere mutande, o con donne truccate con la lacrimuccia nera e la coroncina da miss, e un uomo accanto, il tutore, con una mano aperta che recita un  “basta” urlato in stampatello, questo dovrebbe bastare come sensibilizzaazione all’argomento? Qualche altra invece, crede di  innalzare il livello di consapevolezza sulla violenza contro le donne spogliandosi. E guai a criticare tali iniziative, perché una parte del “femminismo contemporaneo” crede ancora alla  regola del purchè se ne parli.

Le lotte di emancipazione femminile in Italia iniziano e finiscono solo con l’argomento “violenza sulle donne” — tra l’altro, spesso trattato in maniera del tutto fuorviante, come gli esempi sopra elencati. Come se ci bastasse non essere picchiate o non essere ammazzate per poterci definire emancipate e rispettate. Mai si citano le decine di altri problemi che affliggono le donne: dalla disoccupazione, alla disparità salariale, dall’aborto alle molestie e al mobbing , fino ad arrivare a quella mentalità che considera completa una donna  solo se madre.

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Ho bisogno del femminismo perchè ancora mi viene detto cosa è e che cosa non è “rispettoso verso me stessa”

Quella sopra è una foto della campagna “I need feminism because…”. La ragazza dice di averne bisogno perchè non ne può più di sentirsi dire che cosa è e cosa non è rispettoso verso se stessa. Eppure questo è un atteggiamento anche di molte femministe, pronte a dire a donne anche di venti o trenta anni di meno cosa sia giusto per loro in questo mondo, cosa no, sorvolando sulle rivendicazioni che non condividono.

Laurie Penny ha scritto una lettera indirizzata a queste donne, in cui tra le altre cose dice

Siete libere di rifiutare il femminismo. Siete libere di farlo senza capire nulla di ciò che la parola significa in realtà, perché qualcuno vi ha detto che le femministe sono tutte troie in cerca di attenzione, che vogliono un trattamento speciale e odiano gli uomini. Io non so chi ve l’ha detto, e sarebbe troppo facile sottolineare che sembrate scimmiottare il linguaggio dei cosiddetti “attivisti per i diritti degli uomini“, quelli che si ritrovano nei forum a parlare di stuprare e picchiare le donne. Non ho intenzione di suggerire che avete adottato questo linguaggio per ottenere che gli uomini della vostra vita si sentano meno minacciati. Invece, voglio prendere in considerazione l’idea che siete arrivate alla vostra bizzarra concezione della liberazione delle donna tutte da sole. Sono contenta di far parte di un movimento che rispetta tutte le donne, che non respingere i pareri scritti in recinti rosa e con mille femminili svolazzi, un movimento che considera tutte noi innanzi tutto degli esseri umani, anche gli illusi. Un movimento chiamato femminismo.

[...] Nel frattempo, se mai avrete bisogno di femminismo, chiamate pure. Se mai vi stancherete di lavorare di più per una retribuzione inferiore o addirittura senza retribuzione, noi saremo qui. Se una volta invecchiate, quando comincerete a cedere, vi scoprirete all’ improvviso invisibili, perché valevate qualcosa solo finché eravate giovani e hot, saremo qui per ricordarvi che valete ancora. Se mai sarete violentate o picchiate dal vostro partner, e improvvisamente vi renderete conto di quanto sia mostruoso sentirsi dire che si è responsabili della violenza subita, sentirsi dire “te la sei voluta”, o sentirsi rimproverare che avreste dovuto fare in modo di non turbare i ragazzi, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un rifugio per nascondervi con i vostri bambini o un tumblr pieno di gif per ricordarvi che non siete sole, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un aborto, o del libero accesso ai metodi contraccettivi, saremo qui a lottare per ciò di cui avete bisogno e che vi meritate, perché crediamo che siete esseri umani, e in quanto tali siete in grado di decidere autonomamente del vostro corpo. Saremo qui, perché questo è quello che facciamo. Non sentite di aver bisogno di femminismo in questo momento, ma io sì, e così sentono miliardi di donne in tutto il mondo, e io spero che rispetterete loro, proprio come io rispetto il vostro diritto di spargere le vostre perplessità nella rete. C’è un posto al nostro tavolo per voi, quando sarete pronte. È anche possibile portare le penne rosa.

 

Ecco, noi possiamo anche condividere Penny e tutte quelle che la pensano così. Rispecchia il nostro essere femministe credere di averne bisogno per promuovere la nostra emancipazione. Ma non abbiamo visto molti svolazzi rosa su quei cartelli e non crediamo che un atteggiamento di chiusura, piccato, verso tutto ciò che ci mette in discussione abbia qualcosa di costruttivo.
Cercare di capire gli errori che il femminismo ha commesso, che commettiamo di continuo, come chiunque, forse invece qualcosa di utile potrebbe averlo. Abbiamo letto commenti di donne poco piacevoli su alcune pagine fb, tra auguri di stupro e chi augurava loro di non poter abortire, perché solo così avrebbero capito a cosa serve il femminismo. Noi, invece, auspichiamo di trovare un modo migliore per comunicarne la forza e il vero senso del femminismo e che tutte abbiano gli stessi diritti, penne rosa o no.

 

Faby & Laura

Un nuovo, ridicolo decalogo per Vere Donne, compagne di decerebrati tifosi.

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Dopo tante notizie di cronaca nera, tante riflessioni interessanti e di un certo peso, si sentiva la necessità di un po’ di leggerezza e così, grazie ad una nostra lettrice, sono venuta a conoscenza di un importantissimo decalogo che io, in quanto donna, e tutte voi dobbiamo imparare a memoria e che ci aiuterà a vivere meglio, in armonia con il nostro partner.

Anzi, come dice il titolo, di dieci cose che il mio uomo odia di me, quando guarda una partita di calcio. E se in una coppia la tifosa è lei? E se una coppia è composta da due donne, di cui una tifosa e l’altra no? E se la coppia è composta da due persone entrambe tifose? Boh. Ipotesi non contemplate. E poi si sa, la vera coppia è quella composta da un vero uomo calciomane e da una vera donna che di calcio non capisce un accidenti. La fiera della banalità.

Preparatevi perché, ancora non lo sapete, ma stiamo per addentrarci in un ritrattino degli uomini assolutamente ridicolo, nel quale l’uomo è un troglodita che fa dipendere la sua felicità futura e presente da 22 persone che inseguono un pallone, tracanna birre, esige religioso silenzio come se fosse intento ad una contemplazione mistica e sarà giustificato se chiederà il divorzio o litigherà con la partner di turno, perché, poverino, in quei 90 minuti, si sa che l’uomo ama più il calcio della compagna.

E difatti, a leggere quel decalogo, si capisce subito che il povero uomo ivi descritto è rappresentato come un decerebrato che si infastidisce per niente e giustificato per ogni sua intemperanza, perché quasi incapace di intendere e di volere. 

Ma vediamoli, questi 10 punti.

Porre domande

A che ora finisce la partita?”, “Dopo andiamo a cena fuori?”, “Chi gioca?”, “Ma noi quali siamo? E dove dobbiamo segnare?”: tutto ciò è tabù, quesiti che non dovete mai porre al vostro uomo quando è in corso un incontro di “football”.
Le risposte potrebbero essere fredde, ironiche, arrabbiate, perché gli uomini, quando sono presi dal calcio, non degnerebbero di uno sguardo neanche la più sexy Belen. O forse no.

Chissà se potremmo interrompere per chiedere: “Caro, hai notato che fuori c’è un ladro che sta tentando di rubarti la macchina?” L’auto non è sexy come Belen, ma forse, da vero maschio, lui ci tiene tantissimo e forse, in quel caso non gli daremmo fastidio.

 

Scambiarsi coccole

Non fatelo mai quando attacca la sua squadra del cuore, perché l’uomo perderebbe le staffe. Infatti, studi non tanto scientifici dimostrano che se la donna decide di coccolare il proprio uomo proprio durante un’azione degna di nota, quest’ultimo reagirà in malo modo peggio dell’incredibile Hulk. Si rischia il divorzio.

A me non viene nemmeno tanto da ridere, ricordando la vicenda recentissima di Motta Visconti, in cui sono mort* una donna e due bambin* per mano di un uomo che dopo è andato a vedere la nazionale Italiana di calcio in TV. Ah, ma quello era matto di sicuro, se un uomo vuol vedere la partita e la compagna cerca di fargli le coccole, in realtà si rischia solo il divorzio. Meno male…

 

Passare davanti la tv

Forse è il “torto” più fastidioso che una donna possa commettere nei confronti del suo lui. Dà ai nervi, come quando una zanzara ronza nel bel mezzo della notte, disturbando il sonno. Se proprio dovete passare, fatelo durante l’intervallo del match, altrimenti rimanete dove state: il litigio è dietro l’angolo.

Mi raccomando! FERME! Non sia mai che dobbiate fare una cosa così fastidiosa come CAMMINARE proprio davanti allo schermo! Nemmeno quei due secondi che ci mettete a passarvi davanti e a cambiare stanza. E, se per caso vi scappa la pipì, state aspettando una telefonata importante, il bambino si sveglia e vi chiama, o va cambiato (mica vi aspetterete che lo faccia LUI???), se per caso sentite brutti rumori provenire dall’altra stanza o altro e dovete per forza passare davanti alla TV, buttatevi carponi e strisciate come serpenti, o imparate ad usare i trampoli per non nascondere con il vostro corpo lo schermo.

 

Chiacchierare al telefono

Telefonare all’amica del cuore non è una tragedia, ma quando è in corso una partita, andate in una stanza diversa da quella dove sta il vostro marito, fidanzato e, perché no, amico. Le donne devono sempre ricordare che il vero uomo segue la partita di calcio in religioso silenzio, magari in compagnia di una “bionda”,con la schiuma.

Zitte e mute. Non fatevi sentire. Mai. Forse è anche il caso di non averne, di amiche. Non si sa mai. Meglio cautelarsi, qui si rischiano litigi e divorzi ogni due per tre. Anche un’amica chiacchierona di troppo potrebbe esserci fatale.

Toccare il telecomando

Nemmeno per scherzo, non fatelo. Se volete scherzare, potete sempre usare altri metodi, ma non sfiorate quell’aggeggio magico di plastica poggiato alla destra del vostro uomo. Barbara D’Urso può aspettare. E anche Beautiful, tanto lo danno in streaming. L’uomo, quando vuole vedere un incontro di calcio, non vuole distrazioni.

Se l’uomo vero è calciomane, la vera donna ama le trasmissioni di Barbara D’Urso e le soap opera. Ma non possiamo permetterci di provare a toccare il telecomando, perché altrimenti lui si distrae. Dobbiamo stare sedute in un angolo della stanza, zitte e non possiamo nemmeno muovere le mani per toccare il telecomando. Elementi decorativi, belle statuine, obbedienti e attente a non dar fastidio con la nostra sola presenza. 

 

Questo decalogo inizia a farmi ridere sempre meno. Le riflessioni amare, pur nell’evidente cretineria del pezzo, affiorano sempre più forti e portano con sé immagini patriarcali che di ridicolo non hanno nulla. Donne addestrate a compiacere il maschio, sempre, sottomettendosi, mute e rassegnate, perché “lui è così e dobbiamo portare pazienza. In fondo se è aggressivo è perché l’abbiamo provocato”.

 

Canticchiare canzoni improbabili

Proprio adesso devi cantare la canzone di Laura Pausini? Aspetta un po’, no?”. Un dialogo che, nel 90% dei casi, si ha quando in tv trasmettono una gara di calcio. Donne, le vostre abilità canore, almeno per 90’, mettetele da parte.Cantate verso il vostro uomo magari dopo una vittoria della “sua” squadra. O sotto la doccia. Ma attente ai vetri.

A noi donne vere piace Laura Pausini che canta canzoni improbabili, ma possiamo sempre cantare, tranne che in quei 90 minuti. Soprattutto se cantiamo per lui. Allora è lecito.

 

Ragazze pseudo-esperte di calcio

(ma che in realtà non ne capiscono nulla)
Passala, passa, crossala! Filtrante, ora, inserimento a destra!!”, “Ma non può fare il terzino destro quello! Lo vedo meglio come centrale di difesa”, oppure i classici “Ma fatela una bell’azione invece di tenervi la palla tutto il tempo! Non riuscite a creare nulla, non avete fantasia! Ma che squadra di ***” quando magari mancano 5 minuti e stiamo vincendo 2-1. Se non capite un’acca di calcio, state in silenzio.

Ancora una volta lo stare zitte diventa fondamentale, per noi vere donne che di calcio non capiamo un’acca. E se capissimo? Vedi punto 1). Sempre meglio stare zitte, non si sbaglia mai.

 

Usare elettrodomestici rumorosi

Perché usare la lucidatrice quando c’è il posticipo di A, la finale del Mondiale? Qui si rischia la discussione “rumorosa” tra uomo e donna, con la prima categoria che potrebbe perdere le staffe perché non ascolta la telecronaca. Sappiate, care donne, che le voci dei commentatori devono essere captate,sempre.

Il rumore da fastidio a lui, e a lei? Mettiamo il caso che lui sia uno di quelli che si scalda e che commenta, urla, alza la voce per gioia o per delusione e lei sia intenta ad un’opera di traduzione difficile, stia lavorando a qualche cosa di impegnativo, stia cullando un bambino (sempre perché è la vera donna che lo fa) o stia cercando di addormentarsi…. C’è la possibilità che lei possa chiedere al compagno  il silenzio? Mah…. secondo me, no. Sempre meglio tacere e sopportare in silenzio i SUOI rumori, evitando di farne noi.

 

Criticare, criticare e basta

Tizio è scarso forte, sembra la mia nonna”. La lite non è quotata nemmeno alla Snai.

Le critiche le può fare solo lui. Primo perché noi di calcio non capiamo niente e secondo perché, come ricordato al punto 1), se facciamo domande, lui può risponderci male, criticarci ed essere sarcastico e sarebbe solo colpa nostra che ce la siamo cercata, infastidendolo in quel modo.

 

Capire il fuorigioco

Qui i commenti si sprecano. Se volete documentarvi sul fuorigioco, off-side in inglese, prendete un manuale e leggete bene. Ne va della vostra salute.

Sì, se ci fa un occhio nero perché non sappiamo cosa sia il fuorigioco, essendo donne vere che seguiamo solo la D’Urso e Beautiful, è colpa nostra che non ci siamo documentate.
mafalda2
A quando un articolo di giornale intitolato “Deluso per essere stato interrotto durante la sofferta partita della sua squadra del cuore, prende a botte la compagna che l’aveva infastidito toccando il telecomando”?
Sembra fantascienza, ma siamo, ormai e purtroppo, abituate a tutto.

 

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