Bandite le minigonne nel Tribunale di Brindisi: provocano “situazioni incresciose”. Copritevi e non provocate.

«Per evitare il reiterarsi di situazioni incresciose si informa che l’ingresso non è consentito alle persone vestite in modo non decoroso».

No, il cartello con questa scritta non è apparso in una piccola chiesesetta –particolarmente bigotta– di provincia, ma al Tribunale di Brindisi, dove il Presidente ha firmato  una nota con cui impone uno stop alle gonne corte, agli shorts, alle bretelline,etc.

Tale norma, afferma il Presidente, serve per ristabilire il decoro e per evitare che si vadano a verificare situazioni incresciose.

Nei giorni scorsi hanno vietato ad una donna l’ingresso in Tribunale perché le spalline del suo abito erano particolarmente sottili.

Su alcuni quotidiani si legge che molti hanno protestato contro questa decisione poiché  il sistema di areazione non funziona come dovrebbe ed è stato necessario, nei giorni scorsi, ricorrere perfino all’intervento del 118 per soccorrere persone che avevano accusato un malore per il forte caldo.

Cosa intende, il presidente, per situazioni incresciose?

Forse si riferisce agli sguardi, ai commenti, agli approcci poco desiderati che alcuni uomini che lavorano presso la struttura avrebbero rivolto a colleghe e non ?

Come al solito invece che puntare ad una cultura, a degli esempi e ad un’educazione diversa, si coprono le donne.

Evitate le spalline strette, i pantaloni corti, le gonne, le camicette velate e vedrete che le “situazioni incresciose” non si verificheranno più. Perché ovviamente sono gli abiti che provocano. Gli uomini trattati, come al solito, come un branco di animali guidati solo e unicamente dall’istinto.

Discorsi imbarazzanti e arretrati in un paese che poi giudica l’India o il Pakistan.

Siamo i primi a ergerci a paladini della libertà e dell’emancipazione femminile sotto ogni notizia che riporti stupri in India, siamo i primi a far girare notizie di spose bambine,  acidificazioni e violenze varie con titoloni razzisti e sensazionalisti perché,  puntare il dito accusando di maschilismo e inciviltà gli altri paesi, è uno dei nostri passatempi preferiti, qui invece procede tutto alla perfezione.

Qui alle donne viene ancora misurata la lunghezza delle gonne.

Qui la professionalità delle donne passa attraverso il modo di vestire.

Qui, quando qualcuno stupra una donna si tende a colpevolizzare la vittima, le sue abitudini, il suo abbigliamento e  l’ora in cui camminava per strada.

Qui  la serietà e la dignità di una donna passa ancora attravero le sue mutande.

Partendo dai giornali che non si sono fatti sfuggire l’ocassione per postare, a corredo della notizia, una bella anteprima acchiappa-click di donne in minigonna– allegando addirittura l’immagine di una donna inquadrata sotto la gonna.

 

Come possiamo notare utilizzano le stesse immagini anche per notizie di molestie e stupri.

Così, se non l’avevate ancora capito, ve lo ribadiscono:  le situazioni incresciose –ovvero le molestie e/o gli stupri–  sono sempre provocati da una minigonna, mica da uno stupratore o da un uomo che considera le donne un oggetto di cui disporre come meglio crede.

Come abbiamo scritto nei giorni scorsi : la funzione sociale del giornalismo è importantissima perché non si limita ad informare ma anche a formare l’opinione dei lettori e, più in generale, della società.

E infatti, queste sono le reazioni che generano con anteprime voyeuristiche e linguaggio fuorviante.

Brindisi -- Il Messaggero

“Se sbatti le tette in faccia al direttore o metti una minigonna non ti lamentare delle molestie sul lavoro”. Questo commento mi ha fatto particolarmente male perché le molestie sul lavoro, bene o male, le ho subite anche io e proprio qualche giorno fa ho letto delle molestie sessuali subite dalle operaie della Yoox. Per una volta, una,  mettiamoci nei panni di chi subisce e immaginiamo quanto male possa fare subire ogni giorno molestie, ricatti e mobbing.

Commenti machisti e omofobi, commenti che giustificano le molestie , la maggior parte di essi lasciati da donne, lo preciso proprio per sottolineare che la cultura maschilista, purtroppo,  non ha limiti nè geografici, nè sociali, nè di genere.

 

Fonti : 1       3    4    5   6   7

 

 

 

Le donne per natura sono multitasking. E ve lo ripeteremo fino alla noia.

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Lo sapevate che le donne sanno fare più cose contemporaneamente e gli uomini no?

Lo dovete sapere per forza, perchè ce lo ripetono ogni giorno, a tutte le ore.

Il “multitasking“, la capacità di fare tante cose, è diventato quasi un vanto, come se fosse una caratteristica talmente affascinante del mondo femminile che… sì, ripetiamola ancora una volta.

Stavolta ci pensa la 27a ora, il super spazio al femminile del CDS, a dirci che “il multitasking esce dalla cucina”.

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Scrive la mutitasked autrice dell’articolo:

Quando ero ragazzina e abitavo ancora con i miei, nella mia stanza avevo appeso un poster coloratissimo che mi piaceva molto: rappresentava una donna acrobata che teneva in un equilibrio precario ma in fondo solidissimo, dei bambini, una casa, altre figure femminili e maschili, una scrivania da ufficio. Allora di quell’immagine un po’ naif coglievo solo l’aspetto surreale, iperbolico. Non avevo capito che in fondo quella donna ero io, quella che sarei diventata, o meglio tutte noi.

E ora lo “certifica” anche una ricerca del Censis presentata ieri a Roma: le donne sono per loro natura «multitasking», ovvero dotate della capacità di fare più cose insieme, cosa che invece ai maschi risulta pressoché impossibile.

Equilibrio precario, ma solidissimo. Tutte noi. Per loro natura “multitasking”. Ai maschi risulta pressocchè impossibile.
Questi sono i mantra tipici di chi sostiene quanto sia bello dover conciliare  lavoro, casa, figli, amici, socialità, sessualità, tutto rispettando aspettative altrui, tutto senza la cooperazione di nessuno, tanto meno uomini che, si sa, “ai maschi risulta pressocchè impossibile“.

“In fondo lo diceva anche John Lennon, un uomo certamente illuminato, «la vita è quello che ti capita mentre stai facendo altre cose». Loro invece sono programmati per fare una, una sola cosa per volta.”

Ecco, magari John Lennon non intendeva proprio ” la vita è quello che ti capita mentre hai accettato il telelavoro perchè devi badare al secondo figlio mentre tuo marito fa carriera e poi pulisci bene la cucina che sennò vengono le formiche”.
Però il tentativo di poetizzare  è quasi riuscito.

Ed ecco la ricerca del Censis che ispira l’articolo:

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“Secondo la ricerca del Censis 7,6 milioni di donne italiane lavoratrici fanno la spesa, 7,5 milioni cucinano ogni giorno, 5,4 milioni stirano, 3 milioni si dedicano persino (e in questi tempi di crisi sicuramente accade più spesso) al piccolo cucito, come fare l’orlo ai pantaloni o attaccare i bottoni, naturalmente mentre si ascoltano al telefono le ultime novità delle amiche o gli sfoghi dei genitori anziani. Per non parlare di quello che i ricercatori chiamano l’«effetto Ikea», quello per cui le piccole riparazioni di casa sono sempre più appannaggio delle donne.”

“Il fai-da-te domestico riguarda 1,2 milioni di donne lavoratrici, che montano mensole e piccoli mobili, attività che prima erano di sicuro delegate all’uomo di casa. Solo che a forza di vedere gli scatoloni (dell’Ikea appunto) abbandonati nell’ingresso per settimane, nell’attesa che lui trovi finalmente il tempo e l’ispirazione, spesso alla fine siamo noi a impugnare cacciaviti e martelli e procedere.

Sorvoliamo sull’intelaiatura colorita delle chiacchiere al telefono con le amiche.

Per commentare quelle, aspettiamo una ricerca del Censis che ci dica che le donne italiane amano fare pettegolezzi, gli uomini invece riparare auto a petto nudo.

 

Prendiamo l’”effetto Ikea”. Può essere che la multinazionale del mobile fai da te abbai sdoganato l’arte del bricolage, un tempo, a quanto pare, appannaggio unico della popolazione maschile.

Così oggi più di un milione di donne che già lavorano fuori di casa, quel lavoro che comunque otto ore di vita al giorno te le toglie, quando tornano a casa riparano i mobili, rubinetti e lampade. Dopo le 8 ore lavorative, più di 7 milioni di donne fa la spesa e poi cucina per tutti, dopo cena stira e rammenda i calzini.

Una ricerca tale, dovrebbe essere commentata chiedendoci come mai, nel 2014, le donne sono ancora relegate ai lavori di cura di casa e famiglia. Dovrebbe farci rifiutare lo stereotipo della casalinga che lava i piatti sorridente con la stessa indignata opposizione che molte riservano alle donne oggetto, sessualizzate.
Perchè mai allora leggiamo di continuo donne, giornaliste, che quasi si rallegrano invece di questi dati?
Qui si parla di “natura femminile”, contrapposta alle predisposizioni maschili, di segno opposto, ovviamente.
Le donne sono “per natura” inclini a fare più cose contemporanemente. Perchè abbiamo quattro braccia e gli uomini solo due, perchè possiamo aumentare il tempo di una giornata a 36 ore e perchè le nostre vite si risolvono in lavoro dentro e fuori casa. I desideri e le ambizioni tienitele per te, che devi preparare la cena. Come un’acrobata su un filo. Che bello.

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Di un altro post sempre della 27a ora, scrivevamo qui e riporto

Conciliazione. E’ questa la parolina magica.

La conciliazione è un diritto, scrivono in questo post della 27esima ora, spazio “rosa” del corriere.it, nato proprio per aiutare quelle donne che devono riuscire a fare tutto, quelle a cui la giornata intera non basta, che hanno bisogno di qualche ora in più, perché è faticoso essere mamme, mogli, cuoche, cameriere, badanti, lavoratrici.
Ma le donne possono continuare ad essere tutto ciò, l’importante è che imparino a conciliare.

Come? Una soluzione potrebbe essere quella di smettere di dormire, non in senso figurato, ma letterale.
E’ sempre la 27esima ora a proporci questa, sembrerebbe poco salutare, soluzione, attraverso l’esempio di una donna che è arrivata ai piani alti privandosi del sonno e di una vita. Giovanna di Rosa, consigliera del consiglio superiore della Magistratura, parla di se stessa e del ruolo che è riuscita a raggiungere in questi termini:

“È  il trucco di noi donne che abbiamo a cuore la professione, dormiamo pochissimo. Registriamo fisiologici rallentamenti di carriera per seguire i figli e le notti ci servono per recuperare”

Aggiunge poi che le donne riescono comunque ad essere più brave degli uomini sul posto di lavoro nonostante i “doveri” di cura; a questo punto la giornalista si sente autorizzata a intervenire con questa perla:

“O forse dovremmo dire che sono più brave grazie a quegli oneri che loro sottotraccia, aiutate dall’istinto, riescono a trasformare da vincolo in risorsa.” “

E’ in atto il tentativo sempre più pressante di far passare le nostre catene per una risorsa essenziale della nostra femminilità.
In contrapposizione a un maschile inetto, incapace di prendersi cura anche di se stesso. E che quindi ha bisogno di noi, della nostra cura della nostra disponibilità, del nostro tempo.

Portare le donne a credere che dover fare tutto da sola sia una fortuna  che le permetterà persino di fare carriera, così le ore di lavoro aumenteranno e la vita diminuirà ancora un po’. Deresponsabilizzare gli uomini, come fossero bambini incapaci di agire, di gestire una casa, una famiglia, una coppia, ma un’azienda sì, quella sì.

Culturalmente, la tendenza è quella di farci accettare questo divario, anzi, di rappresentarlo come caratteristica positiva, che rende le donne uniche e, in fondo, migliori degli uomini. In realtà, non è altro che farci rassegnare all’idea di dover ricoprire un ruolo tradizionale, di moglie madre e angelo della casa, anche se sceglieremo quello di lavoratrice. E’ l’espressione più conservatrice di chi non si prefigge invece una genitorialità e una vita domestica non conciliata, ma condivisa.

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Invece ci consoliamo ad essere tutte brave, brillanti, meravigliose… e addomesticate.
Come nella web serie “Una mamma imperfetta”, che ha spopolato di recente e che avevo già analizzato con qualche perplessità.

“Questa serie rappresenta la realtà, ripetono tutti. Ma un ritratto della resa di milioni di donne alla famiglia tradizionale “uomo sul divano/donna in cucina“, delle difficoltà lavorative femminili raccontate all’acqua di rose e del costante senso di inadeguatezza di donne adulte per non rispettare il modello patriarcale di femminilità e maternità… a cosa serve?

Non c’è propulsione al cambiamento, non c’è modello alternativo, sembra solo insegnarci ad arrenderci ad essere le donne e gli uomini che si accontentano delle condizioni più banalizzanti della vita di coppia, di famiglia, di carriera.

[...]

Di contraltare, gli uomini non si questionano, non cambiano da millenni, non valutano le loro compagne per niente di più che una loro appendice capace di fare tante cose contemporaneamente.

La serie infatti si fa portabanidera del multitasking, strumento di tortura per donne, che comprende la privazione del sonno, la frustrazione, senso di continua inadeguatezza, stigmatizzazione dell’infrazione della norma. Sostenuto da diversi “ghetti rosa” del web come fosse la forza delle donne, nella serie anche è proposto come peso, ma anche virtù femminile.”

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Riprendiamoci il nostro tempo, signore care.
Pretendiamo la condivisione di quei lavori dentro casa che si cumulano a quello fuori.
O almeno smascheriamo questa trita retorica dell’accettazione serena di un destino multitasking.

E anche voi, signori maschi.
Ma non vi sarete stancati di essere trattati come degli incapaci di stare al mondo?
Avete bisogno forse della mamma come Adinolfi?

Gli stereotipi resistono perchè qualcuno li supporta e ci guadagna su. Scardinarli non è semplice, soprattutto se perpetuati all’infinito dagli spazi al femminile, se intesi come valore della differenza. C’è qualcosa di meglio che vantarsi di saper conciliare 8 ore di lavoro fuori casa con 8 ore di lavoro dentro. Non sapete cosa? Ecco, siate meno multitasking e lo scoprirete.

Taxi rosa, parcheggi rosa, carrozze rosa. L’apartheid di genere.

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Qualche mese fa scrivevamo, riferendoci ai vari quotidiani con il “ghetto rosa”,  questo:

Oggi non esiste quotidiano online che non abbia il suo bel ghetto rosa. Nei ghetti rosa si parla di “cose da donne”, tipo la famiglia, i figli, i femminicidi. Sono le donne che curano la famiglia, sono le donne che fanno i figli, sono le donne che vengono ammazzate. Cose da donne, appunto, che trovano spazio in sezioni separate, quelle che gli uomini non leggono, quelle che non riguardano gli uomini, quelle in cui si parla di violenza contro le donne, cosa vuoi che c’entrino gli uomini? Nei ghetti rosa c’è una netta separazione tra maschile e femminile, non si mischia niente, i ruoli sono quelli dati e non si mettono in discussione, al massimo si cercano strategie per stare più comod* in questo status quo. Ad esempio, il fatto che siano le donne a doversi occupare di casa e figli è un dato insindacabile, ma dal momento che siamo donne emancipate e progressiste lavoriamo pure fuori di casa, disoccupazione e precariato permettendo, e dobbiamo quindi trovare un modo per riuscire a fare splendidamente bene tutte e due le cose.

 

In particolare, andavamo a criticare un articolo de “La 27esimaora” dove si andava ad inneggiare il multitasking femminile. È passato qualche mese da quell’articolo e ci ritroviamo ora, nuovamente, in disaccordo con una serie di approfondimenti dal titolo “Come si muovono le donne in città”, sempre pubblicate sul medesimo giornale.

Il primo articolo di questa serie di approfondimenti si apre così:

Mozzate, provincia di Como, sabato 1 marzo: Lidia Nusdorfi, 35 anni, va all’appuntamento con il suo ex che la uccide nel sottopasso della stazione. Per non fare un sottopasso, invece, la sera dello scorso 20 ottobre, domenica, muore Magda Niazy Sehsah, 29 anni, al settimo mese di gravidanza, che prende per mano il suo bambino di quattro anni, Yassè, attraversa in superficie viale Famagosta — periferia sudovest di Milano — e viene travolta da un’auto che corre a più di cento all’ora.

Due casi molto diversi tra loro e decisamente poco attinenti al tema.

Partendo dal secondo possiamo dire che quello di essere travolti da un’auto che viaggia ad altissima velocità potrebbe capitare a chiunque, donne incinte o meno, uomini, bambini, anziani.

Il primo caso ancora meno ci sembra attinente, viene citato l’ennesimo femminicidio, accaduto meno di un mese fa, dove una donna veniva uccisa nel sottopasso della stazione di Mozzate dal suo ex compagno. Come si può, anche solo lontanamente, pensare che una delle cause scatenanti del tragico epilogo di questa donna possa, in qualche modo, trovarsi in un sottopasso buio?

In tutti questi anni, da quando i femminicidi e la violenza sulle donne sono balzati al centro di tanti dibattiti interessando sempre più i media e l’opinione pubblica, abbiamo notato che nessun posto è veramente sicuro e che l’unico posto che in qualche modo ci dovrebbe garantire un certo tipo di sicurezza, ovvero le mura domestiche, è più che mai il luogo dove si consumano più violenze.

Le strade, i parcheggi e i sottopassi poco illuminati possano esporre tutti, e non solo le donne, ad un pericolo maggiore di aggressione. È davvero fuori luogo – in un paese dove le donne vittime di violenza non vengono tutelate in alcun modo (citiamo, tra gli altri, l’inutilità del Ddl femminicidio e la legge sullo stalking, che andrebbe totalmente rivisita), i centri anti-violenza continuano a chiudere e la cultura non vuole saperne proprio di cambiare- addossare le responsabilità ad una strada buia. Ma procediamo col resto dell’articolo.

Le differenze negli spostamenti tra uomini e donne nascono dalla diversità dei ruoli. I dati dell’eurobarometro considerati nel rapporto di Trt, relativi all’Unione Europea, indicano che le donne usano l’auto meno degli uomini (il 45,8% contro il 57,5%) e prendono di più imezzi pubblici (23% contro 18%): «Quando in famiglia c’è una sola macchina — spiega Patrizia Malgieri — in genere resta a disposizione dell’uomo». Anche spostamenti e tempi sono diversi: le donne vanno e tornano dal lavoro, ma hanno anche la spesa, i figli da accompagnare, le commissioni, i nonni. Cosa serve? «Conoscenza, accessibilità e sicurezza», riassume Silvia Maffii. In pratica, si legge nella carta della mobilità, bisogna studiare come si muovono le donne e tenerne conto nei piani dei trasporti. Chi se ne deve occupare? Le amministrazioni, ma anche le aziende di trasporto pubblico.

Ci risiamo con la diversità dei ruoli: è compito solo ed esclusivamente delle donne fare la spesa, sbrigare commissioni e accompagnare e accudire i figli, ovvio.

Quindi, invece di discutere sulla disparità dei compiti tra uomo e donna spostiamo l’attenzione sui trasporti e sulle modalità che agevolerebbero il multitasking e quindi tutti i compiti che deve svolgere una donna nell’arco della giornata.

La 27esimaora si premura poi di farci sapere che per fortuna c’è già chi ha cominciato ad adottare queste splendide misure volte a favorire le donne. Perché, ci tengono a precisarlo, “migliorare i trasporti per le donne significa alzare la qualità del servizio per tutti”.

Vuoi mettere avere una moglie che torna a casa prima dal lavoro-scuola dei figli-supermercato-dopo scuola dei figli-commissioni-cura dei nonni per poter cucinare? È un vantaggio anche per i mariti, per tutti noi! E allora, ecco che a Parma e a Reggio ci sono stati i primi studi sulla mobilità delle donne.

Risultato: tragitti più irregolari, grande uso di bici e mezzi pubblici e necessità di far quadrare le ore tra casa e lavoro (oggi a maggior ragione, visto che per l’Europa il 2014 è l’anno della conciliazione tra la vita lavorativa e quella familiare). Ricorda da Reggio Emilia Natalia Maramotti, avvocato e assessore alla Cura della comunità: «Abbiamo introdotto il servizio di bicibus e pedibus». Una mamma che a turno accompagna i bambini a scuola per tutti. Poi il taxi rosa.

Che bel quadretto. Le mamme che fanno i turni per accompagnare i bambini di tutti a scuola. E lo fanno pure con i mezzi pubblici e le biciclette, perché sono eco-friendly.  E i padri dove sono? Al lavoro con i SUV? A casa che aspettano qualcuno che torni per cucinare?

A Cesena, Cagliari e Rimini il bollino rosa, un tagliando che consente il parcheggio gratuito alle donne incinte e alle neomamme.

Ma i neopapà esistono o sono una figura mitologica? E se esistono, che fanno? Pagano le righe blu a differenza delle neomamme?

A Bolzano ci sono invece i parcheggi rosa e taxi rosa. I parcheggi rosa sono parcheggi illuminati, sicuri, di facile accesso e vicini alle uscite.

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I taxi rosa sono normali taxi che durante le ore serali e notturne applicano tariffe agevolate a chiunque sia di sesso femminile.

Attente donne:  noi per proteggervi vi diamo i parcheggi rosa con tanta luce e sicurezza, le zone franche degli stupri e delle aggressioni, ma poi se vi avventurate al di fuori di questi parcheggi, non venite a lamentarvi se qualcuno vi importuna. Ve la siete cercata.

 

La stessa cosa dicasi per i taxi rosa. Dovete viaggiare in taxi di notte. Pagate meno degli uomini, che volete di più? Se andate a piedi, oppure usate i mezzi pubblici/la bicicletta/la moto, poi non diteci che non vi avevamo avvisato. Ve la siete cercata.

Il secondo articolo dell’inchiesta riporta la “Carta della mobilità delle donne”, un decalogo riguardante esclusivamente le donne e promosso da Federmobilità in collaborazione con “Trt Trasporti e Territorio”, una società di consulenza che nel 2012 ha curato uno studio per il Parlamento europeo dal titolo “Il ruolo delle donne nella green economy: la questione dei trasporti.”

Ecco i dieci punti:

  1. Agevolare l’accesso ma anche la messa in sicurezza delle fermate dei mezzi pubblici

  2. Adeguare gli allestimenti interni dei veicoli del trasporto collettivo alle esigenze delle donne

  3. Introdurre, nei treni a lunga percorrenza e notturni, carrozze e scompartimenti riservati alle donne

  4. Prevedere parcheggi «rosa» illuminati, sicuri, di facile accesso (vicini alle uscite) e anche parcheggi riservati alle donne in gravidanza

  5. Promuovere taxi «rosa» con tariffe preferenziali per le donne nelle ore serali e notturne

  6. Incentivare tariffe «rosa» per i servizi alla mobilità (car sharing scontato di sera e di notte, biglietti multicorsa)

  7. Estrapolare statistiche e dati disaggregati per genere sulla domanda di mobilità così da capire come meglio rispondere alle esigenze femminili

  8. Pensare a una «valutazione di genere» degli strumenti di pianificazione dei trasporti urbani. Vale a dire: attenzione alle donne nei piani urbani del traffico, della mobilità e nei programmi triennali dei servizi dei trasporli pubblici locali

  9. Favorire la ricerca e la conoscenza sui temi della mobilità al femminile, sugli impatti delle tecnologie sul mercato del lavoro e sulle abitudini delle donne

  10. Affermare la presenza delle donne nella governance delle aziende di trasporto e nelle strutture della Pubblica amministrazione

 

Questo decalogo ha decisamente superato il limite di imbarazzo che ci aveva provocato l’iniziativa di ottobre 2010 fatta da “Trenitalia” che offriva viaggi gratuiti a tutte coloro che avessero deciso di viaggiare accompagnate in determinati treni su tratte a lunga e media percorrenza.

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I mezzi di trasporto andrebbero adeguati con degli allestimenti interni adatti alle donne:  magari dividendo anche qui la zona donne da quella degli uomini?  Tinteggiamo le pareti di rosa, inseriamo corrimano e più posti a sedere ché si sa, essendo il sesso debole, le donne hanno poca stabilità fisica e tendono facilmente a cascare per terra.

Poi facciamo delle carrozze rosa, ma non sarebbe meglio fare degli interi treni rosa? Ancora meglio sarebbe creare due stazioni separate, in modo che le donne scendano nella stazione dove incontreranno solo donne e non correranno alcun rischio.

Poi agevoliamo l’accesso alle fermate, è noto che le donne abbiano poco senso dell’orientamento, tendono spesso a perdersi per strada e quindi a non trovare o ricordare dove siano esattamente le fermate, per non parlare degli odiosi marciapiedi che spesso si trovano in prossimità delle fermate e che puntualmente fanno capitombolare decine di donne ogni giorno. Visto che ci siamo inseriamo anche delle tettoie più forti e ampie: gli uomini potrebbero cascare dal cielo da un momento all’altro mentre noi aspettiamo il nostro autobus.

 

1624370_10203518606314656_255113234_nIronia a parte, si tratta, in sostanza, di 10 punti volti a separare e segregare il sesso femminile, quello debole, bisognoso di protezioni.

Non escludiamo che l’intento di chi ha formulato il decalogo possa essere stato nobile. Ma parte da presupposti sbagliati e porta a conseguenze inaccettabili.

Le donne non sono soggetti deboli da proteggere. Non abbiamo bisogno di essere “messe in sicurezza”. Le aggressioni, gli stupri non sono causati da strade buie, dai sottopassaggi, da taxi economicamente inaccessibili. La causa di uno stupro è solo lo stupratore.

Gli stupri non avvengono solo di notte, ma avvengono anche sotto il sole di mezzogiorno, quando i taxi non hanno le tariffe agevolate per le donne, quando i parcheggi rosa non sono illuminati dal neon. Gli stupri avvengono anche e soprattutto all’interno delle mura domestiche.

Vengono i brividi a leggere il decalogo della mobilità rosa. Nei treni carrozze separate per sole donne, parcheggi per sole donne, taxi per donne. Metà della popolazione avrà il suo spazio e i suoi tempi (quello del multitasking). Siete davvero convinti che la segregazione, l’apartheid, impedirà gli stupri e le aggressioni? Un aggressore si fermerà dinanzi ad un parcheggio illuminato meglio o ad una carrozza del treno di colore rosa? La cronaca ci dice di no, un no secco, senza sbavature. E poi, cosa accadrebbe se una donna decidesse di non prendere il taxi di sera o di sedersi in un vagone ferroviario per maschi? Sarebbe una donna imprudente, sciocca, una donna che se l’è cercata.

Sembra che l’ultima frontiera del paternalismo sia la segregazione benevola e sciorinare decaloghi e vademecum su come ci dovremmo comportare. Ricordate il famoso decalogo anti-stupro di Alemanno e la sua giunta?

Ti chiudo in una gabbia, ti privo della tua libertà, ma lo faccio per il tuo bene.

Noi le gabbie non le vogliamo, neppure se sono rosa. Vogliamo invece la libertà. Libertà di camminare per le strade, di viaggiare in treno, in auto, in metropolitana, in moto, in bicicletta, in skateboard. E vogliamo andare ovunque, non solo a prendere i figli a scuola o a fare la spesa. Vogliamo strade più sicure, parcheggi più illuminati, treni decenti, per tutti. Per i nostri compagni, compagne, figl*, per tutta la società.

 

Ele e Faby

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