Christy Mack e GQ. La satira non ride della vittima, la cronaca ( spesso ) sì

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Da un po’ di giorni a questa parte, sul web, si è scatenata una grossa polemica circa un articolo pubblicato su GQ.
Il post parlava della vicenda di Christy Mack, una nota pornostar pestata dal fidanzato–un lottatore professionista di MMA

Il post in questione è questo, reperibile solo qui perché dal sito della nota rivista su cui era stato pubblicato è stato poi rimosso. L’articolo in questione ha attirato tantissime critiche e, in particolare, quelle di una nota youtuber che qui ha spiegato le sue motivazioni.
Tra critiche e polemiche varie, l’accusa che maggiormente è stata mossa all’autore del post è che il suo articolo fosse offensivo verso la vittima e che, in qualche modo, stesse strizzando l’occhio al fidanzato violento.

Il giornale, forse intimorito dalla mole di e-mail, tweet e messaggi indignati, ha deciso non solo di oscurare il post, ma anche di licenziare l’autore.

Da quel momento in poi si sono formate due fazioni: chi appoggia Barbie Xanax e chi invece pensa che l’articolo fosse tutt’altro che offensivo verso la vittima. Per cui da una parte c’è chi festeggia per il ritiro del post e il licenziamento del blogger e, dall’altra, chi insulta pesantemente la youtuber perché responsabile di tutto ciò.

Partiamo col dire che non condividiamo la richiesta di ritirare o oscurare qualcosa, né vediamo l’utilità di agire in questa maniera, soprattutto in un caso come questo dove presumiamo che l’autore non fosse stato ingaggiato per scrivere favolette o racconti per bambini, ma per pubblicare post dallo stile a metà tra il provocatorio e l’humor nero –ovvero il suo stile, a quanto ci pare di capire.

Il problema non è neanche di chi ha criticato il post (lecito anche questo), ma del giornale che assume un blogger per il suo stile aggressivo per poi licenziarlo a causa di una controversia nata da un suo articolo.

Tale atteggiamento, da parte della rivista, ci sembra una trovata piuttosto furba e che poco ha a che fare con l’essere rammaricati per l’accaduto –anche perché, a dirla tutta, l’unica cosa di cui dispiacersi sono le condizioni in cui Jonathan Koppenhaver ha ridotto la sua  ragazza.

L’articolo di tale Nebo può piacere o meno, il suo stile altrettanto, ma, dal nostro punto di vista, non abbiamo notato né l’intenzione di voler offendere la vittima né di simpatizzare per il violento. Anzi. La scelta di ogni parola ci è sembrata calibrata, pensata per rendere la triste cupezza, a volte ironica, di un mondo di degrado sociale, di un evento drammatico e penoso, ma mai sbeffeggiato in sè.

Non è un articolo di analisi di genere del fatto, non è quello che fa l’autore di quelle righe. Ma non c’è nemmeno il vago tentativo di giustificare in maniera maschilista l’autore del gesto. Nè si ride mai della vittima e delle sue ferite. Nè si assume l’atteggiamento giudicante che fa allontanare tante persone da queste tematiche.
Eppure basta che un evento tragico come questo sia trattato con leggerezza diversa dal tono solenne che gli si dedica di solito ( con esiti e retoriche molto differenti ), per creare uno scandalo, per non riuscire ad analizzare fino in fondo gli scarti ironici usati per comunicare.

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Quello di Christy Mack è un caso molto serio, che merita di essere analizzato con serietà, ma anche con seria satira.
L’articolo pubblicato su GQ, rivista con cui abbiamo davvero poco a cui spartire, non ci è sembrato offensivo o svilente.
Sicuramente qualcuno avrà pensato “se l’è meritato perchè faceva la pornostar”, qualcun altro avrò ridacchiato solidale con il fidanzato tradito, ma le prime sono delle persone bigotte e frustrate, e i secondi dei potenziali killer o stupratori.

Tutto il resto del mondo, persone normali, capaci di accettare il lavoro di pornoattrice o di condannare la violenza sulle donne ( e non ), dal racconto di Nebo avranno solo percepito l’agghiacciante fascinazione di un mondo di persone di plastica.

In merito a questo argomento e al di là di questo episodio, ci viene alla mente quanto spesso ci imbattiamo in questo tipo di polemiche su satira e comicità controversa,  e ci appelliamo prima di tutto a Ricky Gervais, notissimo stand up comedian britannico e ad altri suoi colleghi.

Ospite di un programma radiofonico, Gervais dice queste e altre cose

Che cos’è una battuta sullo stupro? Io non trovo che lo stupro sia divertente.
E’ terribile, è una delle cose peggiori e più orrende ma ci sono così tanti livelli da capire [...] se deridi qualcuno che è stato stuprato non si tratta di una battuta. Sei solo orribile e odioso.
Io non lo trovo divertente.Ci sono persone che lo troverebbero divertente ma sono solo serial-killer e stuprator.

Le persone stupide trattano le battute sulle cose brutte con lo stesso timore e disgusto con cui le persone intelligenti trattano le effettive cose brutte.

L’umorismo serve proprio a questo, per farci superare le cose brutte.
Se non puoi fare battute sulle cose di merda non c’è alcun motivo di farle sulle cose belle, perché sono già felici e fanno già star bene. E’ come se la risata fosse questo farmaco che cura le cose di merda e mi offrissero un farmaco che cura le cose belle. Quello non lo voglio, voglio qualcosa che curi le cose di merda. La risata è la miglior medicina.
Non mi piacciono certe battute su certe cose perché non riesco a superarle emotivamente.

Lo stesso Robin Williams, morto suicida proprio qualche giorno fa, e ricordato da tutti a suon di tweet e citazioni, sulla comicità diceva

Guardo il mondo, vedo quanto possa essere spaventoso, a volte, e comunque cerco di affrontare la paura. La comicità può aiutare ad affrontare la paura, senza paralizzarti ma anche senza dirti che tutto il male sparirà. È come se dicessi: ok, posso scegliere di ridere di questa cosa, e una volta che ci avrò riso sopra avrò cacciato il demone e potrò affrontarla davvero. Questo è quello che cerco di fare quando faccio il comico.

O, ancora, potremmo citare un’altra comica americana, Sarah Silverman (qui e qui ) notissima per la sua comicità che “colpisce sotto la cintura

Le persone che mi conoscono sanno che amo le battute sulla cacca, il che è ben diverso dall’amare la cacca. Faccio battute sullo stupro, ma non approvo affatto lo stupro. Queste sfumature sembrano ovvie per voi, ma ci sono persone là fuori che pensano di essere mie fan, che si reputano spiriti affini a me, ma ciò che vogliono è mostrarmi foto della loro cacca o altre cose estremamente disgustose. E va anche peggio (…) [È terribile] quando una persona nel pubblico ride per la cosa sbagliata – la parte brutta della battuta, la parte che dovrebbe essere ironica e ingannevole.

La commedia è proprio questo. Siamo tutti visti in un contesto che riguarda le nostre vite, le nostre esperienze. Alcune cose feriranno la gente, sì. In modi diversi. E non si può per questo continuare a tagliare parti dell’argomento [su cui scherzare] per paura di offendere qualcuno. Si rischia di rimanere senza niente di cui parlare. Bisogna accettare che, qualche volta, possiamo non essere la cosa giusta per alcune persone, così come alcune persone possono non essere la cosa giusta per noi. Viviamo in questa strana società in cui, negli ultimi tempi, se qualcosa non va bene a qualcuno viene bandita. La gente non dice più “Uhm, questo non fa per me”. Dice “Questo non dovrebbe essere per nessuno!”

Certo, la satira, e l’humor nero in particolare, non sono un genere alla portata di tutti, questo perché non tutti hanno i mezzi per comprenderlo, ma quello che ci preme comunicare è che la satira non si prende gioco della vittima o di chi è discriminato, ma esattamente l’opposto.

C’è una differenza sostanziale dal ridere di una persona stuprata o aggredita o fare ironia sul contesto in cui questo avviene.

Come spiega Gervais certe battute non ci piacciono perché non riusciamo a superare emotivamente alcuni argomenti, apprezziamo e ridiamo solo per le battute che non ci toccano, questo anche perché, spesso, dentro di noi,  tendiamo a fare diventare alcuni argomenti dei veri e propri tabù, talmente tanto che se una persona tenta di parlare di una vicenda che narra una storia di violenza atroce, come quella di Christy Mack, con un approccio diverso dal politically correct o dai titoloni sensazionalisti viene accusata di deridere la vittima.

Di frequente evitiamo anche solo di parlare di alcuni temi perché ci sembra che qualsiasi parola o modo di affrontare l’argomento ne sminuisca la gravità. Ma è proprio in casi come questi che la comicità diventa l’unico modo per affrontare un determinato avvenimento, per non pietrificarsi di fronte al tragico, per superarlo.

Vale la pena puntare il dito sulla satira –che, ricordiamolo, non ha la presunzione di informare, ma semplicemente di narrare storie con un approccio diverso– quando poi invece i giornali, coloro che informano e formano l’opinione pubblica, la stessa vicenda l’hanno trattata in questa maniera?

L’articolo si apre con una strizzatina d’occhio ai fans sulle pose porno, durante i film, di Christy Mack. Ovviamente non poteva mancare la gallery ricca di immagini voyeuristiche per attirare valanghe di click e, infine, come sempre, le parole del povero fidanzato disperato, folle di gelosia e pentito; in fondo voleva solo farle una sorpresa e cosa c’è di meglio di una caterva di calci e pugni per manifestare il proprio amore?

Ricordiamo che l’articolo di cronaca è questo e che da questi articoli dovremmo pretendere un linguaggio diverso, un modo di raccontare la vicenda in maniera un po’ più rispettosa verso la vittima, mentre invece, come possiamo notare, non mancano di certo titoloni e descrizioni sensazionalistiche del tipo “brutalmente aggredita”, “picchiata selvaggiamente” che non rappresentano assolutamente empatia e rispetto verso la vittima, visto che l’articolo è stato corredato dalla solita gallery ricca d’immagini che nulla c’entravano con la tragica vicenda, con continui riferimento al lavoro di lei e, infine, per non farci mancare nulla, infarcito delle dichiarazioni del povero fidanzato violento.

Com’è noto, nel nostro blog si analizzano, tra le tante cose, anche il modo in cui le notizie di violenza sulle donne vengono divulgate dai media. Per questo, la vicenda di Christy Mack ci fa tornare alla memoria la vicenda Pistorius, il campione sudafricano che freddò con quattro colpi di pistola la sua fidanzata Reeva Steenkamp.

Ne discutemmo a lungo sul nostro blog ( qui qui e qui), analizzammo il modo in cui la stampa stava trattando la vicenda, eccone un esempio

Pistorius

 

I giornali, per giorni e giorni, hanno sciacallato sul tragico epilogo della vita della modella fornendo ai lettori preziosissime e utilissime gallery con la bella morta ammazzata, anzi, con una delle donne più sexy del mondo morta ammazzata.

Foto in lingerie, scatti di vita privata, macabri dettagli, continue giustificazioni verso il violento riportando, minuziosamente, le esternazioni piagnucolose del povero ossessionato, innamorato e folle di gelosia, ferito nell’orgoglio, fuori di sé, impazzito, pentito, e tutti i vari aggettivi simili per ogni vicenda simile a queste.

I veri danni comunicativi sono quelli creati da chi scrive follie prendendosi sul serio, non da chi scrive cose serie con tono folle.
Pensiamo all’articolo di Cubeddu in cui questo povero giornalista in trasferta romana temeva per la moralità delle giovinette che incontrava per via degli shorts sempre più corti, responsabili secondo lui e amiche, dei più terribili atti di violenza carnale.
Gli shorts, non uomini maturi che guardano in maniera sensuale ragazzine di 12 o 13 anni. Gli shorts, badate.

Questo è il modo in cui la nostra stampa parla di violenza sulle donne, speculando sui corpi, anche morti, delle donne uccise, perché bellissime.
Oppure sbrodolandoci dettagli morbosi della violenza in sè ( e attenzione, se per criticare questo tipo di comunicazione, ci perdiamo negli stessi dettagli, stiamo facendo la stessa trita operazione ).

O, sempre più comunemente, elevandosi a ruolo di Catoni Censori e urlando “O tempora! O mores!” per avere la scusa di insistere sui dettagli pruruginosi di bambine in pantaloncini o pseudoinchieste su baby squillo e affini che fanno vendere giornali, quanto i talk show alzano lo share della tv generalista.

Se in tutto questo calderone ci scappa un articolo satirico, cerchiamo di analizzarlo con freddezza e puntualità, di distaccarci, seppure a fatica, da quell’argomento che ci fa più male e cerchiamo di ricercare davvero l’aspetto offensivo o lesivo della nostra dignità dove necessario –e negli articoli di cronaca, questo è sicuramente molto più frequente.

 

Laura & Faby

Bandite le minigonne nel Tribunale di Brindisi: provocano “situazioni incresciose”. Copritevi e non provocate.

«Per evitare il reiterarsi di situazioni incresciose si informa che l’ingresso non è consentito alle persone vestite in modo non decoroso».

No, il cartello con questa scritta non è apparso in una piccola chiesesetta –particolarmente bigotta– di provincia, ma al Tribunale di Brindisi, dove il Presidente ha firmato  una nota con cui impone uno stop alle gonne corte, agli shorts, alle bretelline,etc.

Tale norma, afferma il Presidente, serve per ristabilire il decoro e per evitare che si vadano a verificare situazioni incresciose.

Nei giorni scorsi hanno vietato ad una donna l’ingresso in Tribunale perché le spalline del suo abito erano particolarmente sottili.

Su alcuni quotidiani si legge che molti hanno protestato contro questa decisione poiché  il sistema di areazione non funziona come dovrebbe ed è stato necessario, nei giorni scorsi, ricorrere perfino all’intervento del 118 per soccorrere persone che avevano accusato un malore per il forte caldo.

Cosa intende, il presidente, per situazioni incresciose?

Forse si riferisce agli sguardi, ai commenti, agli approcci poco desiderati che alcuni uomini che lavorano presso la struttura avrebbero rivolto a colleghe e non ?

Come al solito invece che puntare ad una cultura, a degli esempi e ad un’educazione diversa, si coprono le donne.

Evitate le spalline strette, i pantaloni corti, le gonne, le camicette velate e vedrete che le “situazioni incresciose” non si verificheranno più. Perché ovviamente sono gli abiti che provocano. Gli uomini trattati, come al solito, come un branco di animali guidati solo e unicamente dall’istinto.

Discorsi imbarazzanti e arretrati in un paese che poi giudica l’India o il Pakistan.

Siamo i primi a ergerci a paladini della libertà e dell’emancipazione femminile sotto ogni notizia che riporti stupri in India, siamo i primi a far girare notizie di spose bambine,  acidificazioni e violenze varie con titoloni razzisti e sensazionalisti perché,  puntare il dito accusando di maschilismo e inciviltà gli altri paesi, è uno dei nostri passatempi preferiti, qui invece procede tutto alla perfezione.

Qui alle donne viene ancora misurata la lunghezza delle gonne.

Qui la professionalità delle donne passa attraverso il modo di vestire.

Qui, quando qualcuno stupra una donna si tende a colpevolizzare la vittima, le sue abitudini, il suo abbigliamento e  l’ora in cui camminava per strada.

Qui  la serietà e la dignità di una donna passa ancora attravero le sue mutande.

Partendo dai giornali che non si sono fatti sfuggire l’ocassione per postare, a corredo della notizia, una bella anteprima acchiappa-click di donne in minigonna– allegando addirittura l’immagine di una donna inquadrata sotto la gonna.

 

Come possiamo notare utilizzano le stesse immagini anche per notizie di molestie e stupri.

Così, se non l’avevate ancora capito, ve lo ribadiscono:  le situazioni incresciose –ovvero le molestie e/o gli stupri–  sono sempre provocati da una minigonna, mica da uno stupratore o da un uomo che considera le donne un oggetto di cui disporre come meglio crede.

Come abbiamo scritto nei giorni scorsi : la funzione sociale del giornalismo è importantissima perché non si limita ad informare ma anche a formare l’opinione dei lettori e, più in generale, della società.

E infatti, queste sono le reazioni che generano con anteprime voyeuristiche e linguaggio fuorviante.

Brindisi -- Il Messaggero

“Se sbatti le tette in faccia al direttore o metti una minigonna non ti lamentare delle molestie sul lavoro”. Questo commento mi ha fatto particolarmente male perché le molestie sul lavoro, bene o male, le ho subite anche io e proprio qualche giorno fa ho letto delle molestie sessuali subite dalle operaie della Yoox. Per una volta, una,  mettiamoci nei panni di chi subisce e immaginiamo quanto male possa fare subire ogni giorno molestie, ricatti e mobbing.

Commenti machisti e omofobi, commenti che giustificano le molestie , la maggior parte di essi lasciati da donne, lo preciso proprio per sottolineare che la cultura maschilista, purtroppo,  non ha limiti nè geografici, nè sociali, nè di genere.

 

Fonti : 1       3    4    5   6   7

 

 

 

La costruzione sociale del “mostro”: tra sciacallaggio mediatico, sfascia-famiglie e linciaggio collettivo

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Un uomo di 31 anni uccide la moglie, sua figlia di quasi 5 anni e suo figlio di 20 mesi. Simula una rapina aprendo la cassaforte, prelevando i pochi contanti presenti e mettendo a soqquadro la casa. Dopo di che si fa una doccia, esce di casa, butta l’arma con cui ha compiuto gli omicidi (un coltello) in un tombino e si reca in un bar a guardare la partita dei mondiali di calcio con gli amici.

Sembrerebbe una situazione paradossale, al limite del grottesco, ma è quello che è successo sabato sera — mentre milioni di persone si preparavano per assistere alla partita dell’Italia — in una casa a Motta Visconti (Milano).

Inizialmente, si è parlato di rapina, così come aveva tentato di inscenare lo stesso omicida. Il sindaco della cittadina infatti aveva dichiarato:

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dpuf

E’ da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza

In molti già urlavano al rapinatore — possibilmente extracomunitario.

Ma, per l’ennesima volta, la tesi dell’uomo nero, dello sconosciuto, del folle maniaco omicida che entra in casa e ammazza donne e bambini, non ha retto.
Come più volte abbiamo potuto constatare, da quando la violenza sulle donne è passata al centro di molti dibattiti, il pericolo spesso ha le chiavi di casa, si nasconde perfettamente tra le mura domestiche e nelle cossidette “famiglie felici”.

La notizia è rimbalzata da giornale in giornale e, come al solito, per creare più pathos e mistero, per stuzzicare quella curiosità un po’ morbosa di alcuni lettori, i giornali, prima ancora che si chiarisse la vicenda e venissero a galla dettagli importanti e quindi i-il resposabili-e, hanno riportato le impressioni di conoscenti e vicini con  le solite frasi di circostanza per addossare, velatamente, la colpa ad un possibile estraneo:

Era una famiglia felice.
Andavano in chiesa e in oratorio.
Non c’erano liti.

 

Inoltre, dopo anni di discussioni e analisi i giornalisti non hanno ancora ben chiaro come si scriva di violenza sulle donne, di una vicenda così efferata, in maniera corretta.

Dettagli macabri e inutili, sciacallaggio su scatti di vita privata, giustificazioni sottointese all’assassino (clicca sulle immagini per ingrandire):

 

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dE’ Da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza
  •  “era stanco”
  • “immaturo”
  • “invaghito di un’altra”/ “amava un’altra”
  • “un caso di anestesia affettiva”
  • “si sentiva oppresso”
  • “si sentiva inadeguato rispetto al carattere dominante della moglie” (qui l’anacronistica e strumentale intervista)
  • “travolto dalla passione per una collega”
  • “guidato da una “lucida follia”
  • “movente passionale”

La cosa che ci ha lasciate ancora più perplesse sono stati, come al solito, i commenti; questa volta però non quelli che solitamente si vanno a scatenare sotto ogni quotidiano ma sulla nostra stessa pagina.

E’ stato un duro colpo leggere sulla nostra pagina, la pagina di un blog che da anni è attivo e cerca di innalzare il livello di consapevolezza sulle tematiche di genere, questi commenti:

Dal linciaggio in pubblica piazza alle imbarazzanti e strampalate tesi di un individuo che scimmiotta e cita scrittori non rendendosi neanche conto di quello che scrive. E poi, ancora, diverse persone descrivono l’efferato omicidio come il gesto di un folle. Praticamente sono venuti a scrivere sulla nostra pagina quello contro cui, tra le altre cose, ci battiamo da anni.

Come abbiamo scritto sulla nostra pagina fb: non esiste alcun mostro, nessun animale e nessuna follia.

Anche sulle altre bacheche i commenti si sono sprecati:


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Si parla ancora di malattia mentale, quando nessun dato di realtà e nessuna perizia parlano di problemi psichiatrici, quando il delitto era premeditato da una settimana. Si reputa scontato che l’odio possa portare ad uccidere la moglie (un’estranea). Si tirano in ballo assurde teorie sull’impossibilità di individuare una matrice culturale per questo omicidio poiché la donna, in quanto madre, doveva garantire la sopravvivenza della “tribù”.

Ogni anno più di cento donne perdono la vita per mano di mariti, ex, compagni. Non possiamo ancora pensare, dopo anni di discussioni, analisi, attivismo e impegno che questi episodi siano gesti isolati di folli.

Non possiamo ancora ignorare il significato della parola “femminicidio” perché le donne ammazzate iniziano ad essere tante, troppe, per considerarle semplicemente vittime di un folle o di un raptus.

Non possiamo scaricarci la coscienza, neutralizzare la responsabilità collettiva addossando le colpe al singolo, all’autore del gesto o, ancora peggio, alla vittima stessa della violenza.

 

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Anche questi commenti erano nella nostra pagina FB e dimostrano molto chiaramente quanto ancora sia  radicato e persistente l’atteggiamento di colpevolizzare della vittima (o victim blaming). E non solo. Oltre alla vittima, è stata colpevolizzata anche la collega dell’assassino, rea di avere “istigato” l’uomo, di aver “provocato” in lui, un uomo perbene, sposato e con figli, una passione totalizzante e accecante. Torna, insomma, il caro e vecchio concetto della “sfasciafamiglie”.

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D’altronde, come possiamo pretendere che si innalzi il livello di consapevolezza tra la gente se i giornali, ovvero coloro che informano e di conseguenza  formano opinioni, per primi divulgano la vicenda addossando, in maniera sottintesa, la colpa alla collega?

Gli ha detto di no quindi è colpevole di avergli fatto perdere la testa, di avergli fatto scattare la “follia omicida“. Se gli avesse detto di sì, sarebbe stata doppiamente colpevole, perché c’è sempre una “malafemmina” da incolpare, quella che provoca il maschio di turno e ruba il marito altrui. Colpevole di non aver riferito le avances e le pressioni, che riceveva da quel suo collega, ai superiori. I giornali ne parlano come se fosse una cosa del tutto nuova, ma è praticamente quello che succede alla stragrande maggioranza di donne nell’ambito lavorativo di ricevere avances, proposte non desiderate e pressioni da superiori e/o colleghi che possono non essere raccontate per le più svariate ragioni, tra cui evitare mobbing, ripercussioni o magari non perdere il posto di lavoro. Che importa se la stessa lavorava lì da poco e dei motivi per cui ha evitato di raccontare (decisione su cui, per altro, non si capisce bene come ci si potrebbe mettere a sindacare). Lei in qualche modo è colpevole. Colpevole semplicemente di esistere, praticamente.

Se  il lettore medio si trova davanti uno degli articoli da noi screenshottati più in alto – tenendo presente che non tutt* possiedono i giusti mezzi e un grado di senso critico sufficiente – tenderà a pensare che l’assassino non è altro che un uomo accecato d’amore per questa donna che lo rifiutava perché sposato e che, disperato, ha commesso un folle gesto per farsi accettare da quest’ultima.

Da tempo, grazie anche all’analisi del linguaggio dei media e giornalistico che portiamo avanti con il blog, ci siamo rese conto che l’avvento del giornalismo online,  per aumentare click, non ha fatto altro che seminare sensazionalismo, scatenare sentimenti forcaioli, un interesse morboso e l’ incapacità di analizzare e commentare con lucidità  i fenomeni, che siano di cronaca, di attualità o di politica.

La funzione sociale del giornalismo è importantissima perché, come abbiamo scritto sopra, non si limita ad informare ma anche a formare l’opinione dei lettori e, più in generale, della società.

Qualche ora dopo la notizia della confessione dell’omicida di Motta Visconti, il ministro degli Interni Angelino Alfano ha annunciato pubblicamente l’avvenuta individuazione dell’assassino di Yara Gambirasio, complimentandosi con le Forze dell’Ordine: “Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio”.

Sembra incredibile che un ministro degli Interni abbia davvero pronunciato simili parole in uno stato di diritto, in cui vige la presunzione di innocenza e “assassini” si è dichiarati – eventualmente – dopo tre gradi di giudizio. Ma così è andata, Alfano non ha perso l’occasione propizia per metterla sul piano securitario, ignorando ancora una volta le questioni a monte di tali fenomeni, e i giornalisti non si sono certo lasciati scappare la ghiotta occasione di “rastrellare” quanti più click possibili. Piatto ricco mi ci ficco. E così sono comparse (in ordine sparso):

  • accurate indagini psicologiche sulla personalità del (presunto) assassino, svoltesi sulla base delle foto e degli status FB con privacy pubblica, come se qualche irrilevante post sul social network potesse svelare chissà quale arcano mistero: “Nell’antitesi tra le fotografie di famiglia e le volgari battute sul sesso, tra i primi piani d’una delle sue bimbe dolcemente addormentata e l’amicizia con una ragazza che si mostra in reggicalze, e ancora tra l’adorazione per i cagnolini di strada portati a casa e inni alla vita da balordo” (qui);

 

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  • gallery di foto;

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  • sondaggi sulla sua colpevolezza o innocenza;

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  • giochi alla “indovina chi” per ottenere più click possibili e la gioia degli sponsor pubblicitari;

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Entrambi questi casi ci parlano della costruzione sociale e mediatica del “mostro”.

Una figura arcana, sfuocata, tanto diversa da noi, dalla nostra quotidianità, dalla nostra vita, dalla realtà.

Qualcuna, qualche decennio fa, parlava di “banalità del male”. Ci si aspetta di trovare, in colui che ha ucciso, il mostro, il folle, l’invasato. Invece si trovano persone mediocri e terribilmente normali.

L’opinione pubblica parla di “mostro” perché è rassicurante e ci fa perdere di vista il fatto che quel “mostro” possiamo essere anche noi, o che molto spesso abita con noi e non ha gli artigli, non sputa fuoco, non impazzisce all’improvviso, ma è assolutamente “normale”. Nessuna malattia mentale. Nessun raptus. Gli assassini non sono alieni, sono nati e cresciuti nella nostra società, da cui hanno appreso valori, modi di pensare, priorità.

Il giornalismo lo fa per montare il caso, per sciacallare sulla tragedia e cibarsi di audience in modo famelico. Noi ci sentiamo rassicurati, così lontani, così diversi da loro. Alfano è soddisfatto, perché gli atteggiamenti securitari (poco importa della presunzione di innocenza e della privacy della famiglia coinvolta) parlano alla pancia della gente e creano facile consenso.

Mostri, alieni, bestie da incatenare ed allontanare dalla nostra società perbene. Ma in che mondo?

Si individua “il mostro”, l’alieno e gli si augurano le cose peggiori, le stesse che gli si contestano, meravigliandosi del fatto che le abbia commesse, in un totale cortocircuito logico e culturale.

 

Fonti : 1 ; 2 ; 3 ; 4 ; 5 ; 6; 7

 

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dpuf”E’ da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza”
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