Bandite le minigonne nel Tribunale di Brindisi: provocano “situazioni incresciose”. Copritevi e non provocate.

«Per evitare il reiterarsi di situazioni incresciose si informa che l’ingresso non è consentito alle persone vestite in modo non decoroso».

No, il cartello con questa scritta non è apparso in una piccola chiesesetta –particolarmente bigotta– di provincia, ma al Tribunale di Brindisi, dove il Presidente ha firmato  una nota con cui impone uno stop alle gonne corte, agli shorts, alle bretelline,etc.

Tale norma, afferma il Presidente, serve per ristabilire il decoro e per evitare che si vadano a verificare situazioni incresciose.

Nei giorni scorsi hanno vietato ad una donna l’ingresso in Tribunale perché le spalline del suo abito erano particolarmente sottili.

Su alcuni quotidiani si legge che molti hanno protestato contro questa decisione poiché  il sistema di areazione non funziona come dovrebbe ed è stato necessario, nei giorni scorsi, ricorrere perfino all’intervento del 118 per soccorrere persone che avevano accusato un malore per il forte caldo.

Cosa intende, il presidente, per situazioni incresciose?

Forse si riferisce agli sguardi, ai commenti, agli approcci poco desiderati che alcuni uomini che lavorano presso la struttura avrebbero rivolto a colleghe e non ?

Come al solito invece che puntare ad una cultura, a degli esempi e ad un’educazione diversa, si coprono le donne.

Evitate le spalline strette, i pantaloni corti, le gonne, le camicette velate e vedrete che le “situazioni incresciose” non si verificheranno più. Perché ovviamente sono gli abiti che provocano. Gli uomini trattati, come al solito, come un branco di animali guidati solo e unicamente dall’istinto.

Discorsi imbarazzanti e arretrati in un paese che poi giudica l’India o il Pakistan.

Siamo i primi a ergerci a paladini della libertà e dell’emancipazione femminile sotto ogni notizia che riporti stupri in India, siamo i primi a far girare notizie di spose bambine,  acidificazioni e violenze varie con titoloni razzisti e sensazionalisti perché,  puntare il dito accusando di maschilismo e inciviltà gli altri paesi, è uno dei nostri passatempi preferiti, qui invece procede tutto alla perfezione.

Qui alle donne viene ancora misurata la lunghezza delle gonne.

Qui la professionalità delle donne passa attraverso il modo di vestire.

Qui, quando qualcuno stupra una donna si tende a colpevolizzare la vittima, le sue abitudini, il suo abbigliamento e  l’ora in cui camminava per strada.

Qui  la serietà e la dignità di una donna passa ancora attravero le sue mutande.

Partendo dai giornali che non si sono fatti sfuggire l’ocassione per postare, a corredo della notizia, una bella anteprima acchiappa-click di donne in minigonna– allegando addirittura l’immagine di una donna inquadrata sotto la gonna.

 

Come possiamo notare utilizzano le stesse immagini anche per notizie di molestie e stupri.

Così, se non l’avevate ancora capito, ve lo ribadiscono:  le situazioni incresciose –ovvero le molestie e/o gli stupri–  sono sempre provocati da una minigonna, mica da uno stupratore o da un uomo che considera le donne un oggetto di cui disporre come meglio crede.

Come abbiamo scritto nei giorni scorsi : la funzione sociale del giornalismo è importantissima perché non si limita ad informare ma anche a formare l’opinione dei lettori e, più in generale, della società.

E infatti, queste sono le reazioni che generano con anteprime voyeuristiche e linguaggio fuorviante.

Brindisi -- Il Messaggero

“Se sbatti le tette in faccia al direttore o metti una minigonna non ti lamentare delle molestie sul lavoro”. Questo commento mi ha fatto particolarmente male perché le molestie sul lavoro, bene o male, le ho subite anche io e proprio qualche giorno fa ho letto delle molestie sessuali subite dalle operaie della Yoox. Per una volta, una,  mettiamoci nei panni di chi subisce e immaginiamo quanto male possa fare subire ogni giorno molestie, ricatti e mobbing.

Commenti machisti e omofobi, commenti che giustificano le molestie , la maggior parte di essi lasciati da donne, lo preciso proprio per sottolineare che la cultura maschilista, purtroppo,  non ha limiti nè geografici, nè sociali, nè di genere.

 

Fonti : 1       3    4    5   6   7

 

 

 

La costruzione sociale del “mostro”: tra sciacallaggio mediatico, sfascia-famiglie e linciaggio collettivo

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Un uomo di 31 anni uccide la moglie, sua figlia di quasi 5 anni e suo figlio di 20 mesi. Simula una rapina aprendo la cassaforte, prelevando i pochi contanti presenti e mettendo a soqquadro la casa. Dopo di che si fa una doccia, esce di casa, butta l’arma con cui ha compiuto gli omicidi (un coltello) in un tombino e si reca in un bar a guardare la partita dei mondiali di calcio con gli amici.

Sembrerebbe una situazione paradossale, al limite del grottesco, ma è quello che è successo sabato sera — mentre milioni di persone si preparavano per assistere alla partita dell’Italia — in una casa a Motta Visconti (Milano).

Inizialmente, si è parlato di rapina, così come aveva tentato di inscenare lo stesso omicida. Il sindaco della cittadina infatti aveva dichiarato:

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dpuf

E’ da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza

In molti già urlavano al rapinatore — possibilmente extracomunitario.

Ma, per l’ennesima volta, la tesi dell’uomo nero, dello sconosciuto, del folle maniaco omicida che entra in casa e ammazza donne e bambini, non ha retto.
Come più volte abbiamo potuto constatare, da quando la violenza sulle donne è passata al centro di molti dibattiti, il pericolo spesso ha le chiavi di casa, si nasconde perfettamente tra le mura domestiche e nelle cossidette “famiglie felici”.

La notizia è rimbalzata da giornale in giornale e, come al solito, per creare più pathos e mistero, per stuzzicare quella curiosità un po’ morbosa di alcuni lettori, i giornali, prima ancora che si chiarisse la vicenda e venissero a galla dettagli importanti e quindi i-il resposabili-e, hanno riportato le impressioni di conoscenti e vicini con  le solite frasi di circostanza per addossare, velatamente, la colpa ad un possibile estraneo:

Era una famiglia felice.
Andavano in chiesa e in oratorio.
Non c’erano liti.

 

Inoltre, dopo anni di discussioni e analisi i giornalisti non hanno ancora ben chiaro come si scriva di violenza sulle donne, di una vicenda così efferata, in maniera corretta.

Dettagli macabri e inutili, sciacallaggio su scatti di vita privata, giustificazioni sottointese all’assassino (clicca sulle immagini per ingrandire):

 

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dE’ Da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza
  •  “era stanco”
  • “immaturo”
  • “invaghito di un’altra”/ “amava un’altra”
  • “un caso di anestesia affettiva”
  • “si sentiva oppresso”
  • “si sentiva inadeguato rispetto al carattere dominante della moglie” (qui l’anacronistica e strumentale intervista)
  • “travolto dalla passione per una collega”
  • “guidato da una “lucida follia”
  • “movente passionale”

La cosa che ci ha lasciate ancora più perplesse sono stati, come al solito, i commenti; questa volta però non quelli che solitamente si vanno a scatenare sotto ogni quotidiano ma sulla nostra stessa pagina.

E’ stato un duro colpo leggere sulla nostra pagina, la pagina di un blog che da anni è attivo e cerca di innalzare il livello di consapevolezza sulle tematiche di genere, questi commenti:

Dal linciaggio in pubblica piazza alle imbarazzanti e strampalate tesi di un individuo che scimmiotta e cita scrittori non rendendosi neanche conto di quello che scrive. E poi, ancora, diverse persone descrivono l’efferato omicidio come il gesto di un folle. Praticamente sono venuti a scrivere sulla nostra pagina quello contro cui, tra le altre cose, ci battiamo da anni.

Come abbiamo scritto sulla nostra pagina fb: non esiste alcun mostro, nessun animale e nessuna follia.

Anche sulle altre bacheche i commenti si sono sprecati:


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Si parla ancora di malattia mentale, quando nessun dato di realtà e nessuna perizia parlano di problemi psichiatrici, quando il delitto era premeditato da una settimana. Si reputa scontato che l’odio possa portare ad uccidere la moglie (un’estranea). Si tirano in ballo assurde teorie sull’impossibilità di individuare una matrice culturale per questo omicidio poiché la donna, in quanto madre, doveva garantire la sopravvivenza della “tribù”.

Ogni anno più di cento donne perdono la vita per mano di mariti, ex, compagni. Non possiamo ancora pensare, dopo anni di discussioni, analisi, attivismo e impegno che questi episodi siano gesti isolati di folli.

Non possiamo ancora ignorare il significato della parola “femminicidio” perché le donne ammazzate iniziano ad essere tante, troppe, per considerarle semplicemente vittime di un folle o di un raptus.

Non possiamo scaricarci la coscienza, neutralizzare la responsabilità collettiva addossando le colpe al singolo, all’autore del gesto o, ancora peggio, alla vittima stessa della violenza.

 

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Anche questi commenti erano nella nostra pagina FB e dimostrano molto chiaramente quanto ancora sia  radicato e persistente l’atteggiamento di colpevolizzare della vittima (o victim blaming). E non solo. Oltre alla vittima, è stata colpevolizzata anche la collega dell’assassino, rea di avere “istigato” l’uomo, di aver “provocato” in lui, un uomo perbene, sposato e con figli, una passione totalizzante e accecante. Torna, insomma, il caro e vecchio concetto della “sfasciafamiglie”.

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D’altronde, come possiamo pretendere che si innalzi il livello di consapevolezza tra la gente se i giornali, ovvero coloro che informano e di conseguenza  formano opinioni, per primi divulgano la vicenda addossando, in maniera sottintesa, la colpa alla collega?

Gli ha detto di no quindi è colpevole di avergli fatto perdere la testa, di avergli fatto scattare la “follia omicida“. Se gli avesse detto di sì, sarebbe stata doppiamente colpevole, perché c’è sempre una “malafemmina” da incolpare, quella che provoca il maschio di turno e ruba il marito altrui. Colpevole di non aver riferito le avances e le pressioni, che riceveva da quel suo collega, ai superiori. I giornali ne parlano come se fosse una cosa del tutto nuova, ma è praticamente quello che succede alla stragrande maggioranza di donne nell’ambito lavorativo di ricevere avances, proposte non desiderate e pressioni da superiori e/o colleghi che possono non essere raccontate per le più svariate ragioni, tra cui evitare mobbing, ripercussioni o magari non perdere il posto di lavoro. Che importa se la stessa lavorava lì da poco e dei motivi per cui ha evitato di raccontare (decisione su cui, per altro, non si capisce bene come ci si potrebbe mettere a sindacare). Lei in qualche modo è colpevole. Colpevole semplicemente di esistere, praticamente.

Se  il lettore medio si trova davanti uno degli articoli da noi screenshottati più in alto – tenendo presente che non tutt* possiedono i giusti mezzi e un grado di senso critico sufficiente – tenderà a pensare che l’assassino non è altro che un uomo accecato d’amore per questa donna che lo rifiutava perché sposato e che, disperato, ha commesso un folle gesto per farsi accettare da quest’ultima.

Da tempo, grazie anche all’analisi del linguaggio dei media e giornalistico che portiamo avanti con il blog, ci siamo rese conto che l’avvento del giornalismo online,  per aumentare click, non ha fatto altro che seminare sensazionalismo, scatenare sentimenti forcaioli, un interesse morboso e l’ incapacità di analizzare e commentare con lucidità  i fenomeni, che siano di cronaca, di attualità o di politica.

La funzione sociale del giornalismo è importantissima perché, come abbiamo scritto sopra, non si limita ad informare ma anche a formare l’opinione dei lettori e, più in generale, della società.

Qualche ora dopo la notizia della confessione dell’omicida di Motta Visconti, il ministro degli Interni Angelino Alfano ha annunciato pubblicamente l’avvenuta individuazione dell’assassino di Yara Gambirasio, complimentandosi con le Forze dell’Ordine: “Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio”.

Sembra incredibile che un ministro degli Interni abbia davvero pronunciato simili parole in uno stato di diritto, in cui vige la presunzione di innocenza e “assassini” si è dichiarati – eventualmente – dopo tre gradi di giudizio. Ma così è andata, Alfano non ha perso l’occasione propizia per metterla sul piano securitario, ignorando ancora una volta le questioni a monte di tali fenomeni, e i giornalisti non si sono certo lasciati scappare la ghiotta occasione di “rastrellare” quanti più click possibili. Piatto ricco mi ci ficco. E così sono comparse (in ordine sparso):

  • accurate indagini psicologiche sulla personalità del (presunto) assassino, svoltesi sulla base delle foto e degli status FB con privacy pubblica, come se qualche irrilevante post sul social network potesse svelare chissà quale arcano mistero: “Nell’antitesi tra le fotografie di famiglia e le volgari battute sul sesso, tra i primi piani d’una delle sue bimbe dolcemente addormentata e l’amicizia con una ragazza che si mostra in reggicalze, e ancora tra l’adorazione per i cagnolini di strada portati a casa e inni alla vita da balordo” (qui);

 

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  • gallery di foto;

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  • sondaggi sulla sua colpevolezza o innocenza;

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  • giochi alla “indovina chi” per ottenere più click possibili e la gioia degli sponsor pubblicitari;

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Entrambi questi casi ci parlano della costruzione sociale e mediatica del “mostro”.

Una figura arcana, sfuocata, tanto diversa da noi, dalla nostra quotidianità, dalla nostra vita, dalla realtà.

Qualcuna, qualche decennio fa, parlava di “banalità del male”. Ci si aspetta di trovare, in colui che ha ucciso, il mostro, il folle, l’invasato. Invece si trovano persone mediocri e terribilmente normali.

L’opinione pubblica parla di “mostro” perché è rassicurante e ci fa perdere di vista il fatto che quel “mostro” possiamo essere anche noi, o che molto spesso abita con noi e non ha gli artigli, non sputa fuoco, non impazzisce all’improvviso, ma è assolutamente “normale”. Nessuna malattia mentale. Nessun raptus. Gli assassini non sono alieni, sono nati e cresciuti nella nostra società, da cui hanno appreso valori, modi di pensare, priorità.

Il giornalismo lo fa per montare il caso, per sciacallare sulla tragedia e cibarsi di audience in modo famelico. Noi ci sentiamo rassicurati, così lontani, così diversi da loro. Alfano è soddisfatto, perché gli atteggiamenti securitari (poco importa della presunzione di innocenza e della privacy della famiglia coinvolta) parlano alla pancia della gente e creano facile consenso.

Mostri, alieni, bestie da incatenare ed allontanare dalla nostra società perbene. Ma in che mondo?

Si individua “il mostro”, l’alieno e gli si augurano le cose peggiori, le stesse che gli si contestano, meravigliandosi del fatto che le abbia commesse, in un totale cortocircuito logico e culturale.

 

Fonti : 1 ; 2 ; 3 ; 4 ; 5 ; 6; 7

 

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dpuf”E’ da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza”

Le donne per natura sono multitasking. E ve lo ripeteremo fino alla noia.

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Lo sapevate che le donne sanno fare più cose contemporaneamente e gli uomini no?

Lo dovete sapere per forza, perchè ce lo ripetono ogni giorno, a tutte le ore.

Il “multitasking“, la capacità di fare tante cose, è diventato quasi un vanto, come se fosse una caratteristica talmente affascinante del mondo femminile che… sì, ripetiamola ancora una volta.

Stavolta ci pensa la 27a ora, il super spazio al femminile del CDS, a dirci che “il multitasking esce dalla cucina”.

27a ora

Scrive la mutitasked autrice dell’articolo:

Quando ero ragazzina e abitavo ancora con i miei, nella mia stanza avevo appeso un poster coloratissimo che mi piaceva molto: rappresentava una donna acrobata che teneva in un equilibrio precario ma in fondo solidissimo, dei bambini, una casa, altre figure femminili e maschili, una scrivania da ufficio. Allora di quell’immagine un po’ naif coglievo solo l’aspetto surreale, iperbolico. Non avevo capito che in fondo quella donna ero io, quella che sarei diventata, o meglio tutte noi.

E ora lo “certifica” anche una ricerca del Censis presentata ieri a Roma: le donne sono per loro natura «multitasking», ovvero dotate della capacità di fare più cose insieme, cosa che invece ai maschi risulta pressoché impossibile.

Equilibrio precario, ma solidissimo. Tutte noi. Per loro natura “multitasking”. Ai maschi risulta pressocchè impossibile.
Questi sono i mantra tipici di chi sostiene quanto sia bello dover conciliare  lavoro, casa, figli, amici, socialità, sessualità, tutto rispettando aspettative altrui, tutto senza la cooperazione di nessuno, tanto meno uomini che, si sa, “ai maschi risulta pressocchè impossibile“.

“In fondo lo diceva anche John Lennon, un uomo certamente illuminato, «la vita è quello che ti capita mentre stai facendo altre cose». Loro invece sono programmati per fare una, una sola cosa per volta.”

Ecco, magari John Lennon non intendeva proprio ” la vita è quello che ti capita mentre hai accettato il telelavoro perchè devi badare al secondo figlio mentre tuo marito fa carriera e poi pulisci bene la cucina che sennò vengono le formiche”.
Però il tentativo di poetizzare  è quasi riuscito.

Ed ecco la ricerca del Censis che ispira l’articolo:

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“Secondo la ricerca del Censis 7,6 milioni di donne italiane lavoratrici fanno la spesa, 7,5 milioni cucinano ogni giorno, 5,4 milioni stirano, 3 milioni si dedicano persino (e in questi tempi di crisi sicuramente accade più spesso) al piccolo cucito, come fare l’orlo ai pantaloni o attaccare i bottoni, naturalmente mentre si ascoltano al telefono le ultime novità delle amiche o gli sfoghi dei genitori anziani. Per non parlare di quello che i ricercatori chiamano l’«effetto Ikea», quello per cui le piccole riparazioni di casa sono sempre più appannaggio delle donne.”

“Il fai-da-te domestico riguarda 1,2 milioni di donne lavoratrici, che montano mensole e piccoli mobili, attività che prima erano di sicuro delegate all’uomo di casa. Solo che a forza di vedere gli scatoloni (dell’Ikea appunto) abbandonati nell’ingresso per settimane, nell’attesa che lui trovi finalmente il tempo e l’ispirazione, spesso alla fine siamo noi a impugnare cacciaviti e martelli e procedere.

Sorvoliamo sull’intelaiatura colorita delle chiacchiere al telefono con le amiche.

Per commentare quelle, aspettiamo una ricerca del Censis che ci dica che le donne italiane amano fare pettegolezzi, gli uomini invece riparare auto a petto nudo.

 

Prendiamo l'”effetto Ikea”. Può essere che la multinazionale del mobile fai da te abbai sdoganato l’arte del bricolage, un tempo, a quanto pare, appannaggio unico della popolazione maschile.

Così oggi più di un milione di donne che già lavorano fuori di casa, quel lavoro che comunque otto ore di vita al giorno te le toglie, quando tornano a casa riparano i mobili, rubinetti e lampade. Dopo le 8 ore lavorative, più di 7 milioni di donne fa la spesa e poi cucina per tutti, dopo cena stira e rammenda i calzini.

Una ricerca tale, dovrebbe essere commentata chiedendoci come mai, nel 2014, le donne sono ancora relegate ai lavori di cura di casa e famiglia. Dovrebbe farci rifiutare lo stereotipo della casalinga che lava i piatti sorridente con la stessa indignata opposizione che molte riservano alle donne oggetto, sessualizzate.
Perchè mai allora leggiamo di continuo donne, giornaliste, che quasi si rallegrano invece di questi dati?
Qui si parla di “natura femminile”, contrapposta alle predisposizioni maschili, di segno opposto, ovviamente.
Le donne sono “per natura” inclini a fare più cose contemporanemente. Perchè abbiamo quattro braccia e gli uomini solo due, perchè possiamo aumentare il tempo di una giornata a 36 ore e perchè le nostre vite si risolvono in lavoro dentro e fuori casa. I desideri e le ambizioni tienitele per te, che devi preparare la cena. Come un’acrobata su un filo. Che bello.

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Di un altro post sempre della 27a ora, scrivevamo qui e riporto

Conciliazione. E’ questa la parolina magica.

La conciliazione è un diritto, scrivono in questo post della 27esima ora, spazio “rosa” del corriere.it, nato proprio per aiutare quelle donne che devono riuscire a fare tutto, quelle a cui la giornata intera non basta, che hanno bisogno di qualche ora in più, perché è faticoso essere mamme, mogli, cuoche, cameriere, badanti, lavoratrici.
Ma le donne possono continuare ad essere tutto ciò, l’importante è che imparino a conciliare.

Come? Una soluzione potrebbe essere quella di smettere di dormire, non in senso figurato, ma letterale.
E’ sempre la 27esima ora a proporci questa, sembrerebbe poco salutare, soluzione, attraverso l’esempio di una donna che è arrivata ai piani alti privandosi del sonno e di una vita. Giovanna di Rosa, consigliera del consiglio superiore della Magistratura, parla di se stessa e del ruolo che è riuscita a raggiungere in questi termini:

“È  il trucco di noi donne che abbiamo a cuore la professione, dormiamo pochissimo. Registriamo fisiologici rallentamenti di carriera per seguire i figli e le notti ci servono per recuperare”

Aggiunge poi che le donne riescono comunque ad essere più brave degli uomini sul posto di lavoro nonostante i “doveri” di cura; a questo punto la giornalista si sente autorizzata a intervenire con questa perla:

“O forse dovremmo dire che sono più brave grazie a quegli oneri che loro sottotraccia, aiutate dall’istinto, riescono a trasformare da vincolo in risorsa.” “

E’ in atto il tentativo sempre più pressante di far passare le nostre catene per una risorsa essenziale della nostra femminilità.
In contrapposizione a un maschile inetto, incapace di prendersi cura anche di se stesso. E che quindi ha bisogno di noi, della nostra cura della nostra disponibilità, del nostro tempo.

Portare le donne a credere che dover fare tutto da sola sia una fortuna  che le permetterà persino di fare carriera, così le ore di lavoro aumenteranno e la vita diminuirà ancora un po’. Deresponsabilizzare gli uomini, come fossero bambini incapaci di agire, di gestire una casa, una famiglia, una coppia, ma un’azienda sì, quella sì.

Culturalmente, la tendenza è quella di farci accettare questo divario, anzi, di rappresentarlo come caratteristica positiva, che rende le donne uniche e, in fondo, migliori degli uomini. In realtà, non è altro che farci rassegnare all’idea di dover ricoprire un ruolo tradizionale, di moglie madre e angelo della casa, anche se sceglieremo quello di lavoratrice. E’ l’espressione più conservatrice di chi non si prefigge invece una genitorialità e una vita domestica non conciliata, ma condivisa.

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Invece ci consoliamo ad essere tutte brave, brillanti, meravigliose… e addomesticate.
Come nella web serie “Una mamma imperfetta”, che ha spopolato di recente e che avevo già analizzato con qualche perplessità.

“Questa serie rappresenta la realtà, ripetono tutti. Ma un ritratto della resa di milioni di donne alla famiglia tradizionale “uomo sul divano/donna in cucina“, delle difficoltà lavorative femminili raccontate all’acqua di rose e del costante senso di inadeguatezza di donne adulte per non rispettare il modello patriarcale di femminilità e maternità… a cosa serve?

Non c’è propulsione al cambiamento, non c’è modello alternativo, sembra solo insegnarci ad arrenderci ad essere le donne e gli uomini che si accontentano delle condizioni più banalizzanti della vita di coppia, di famiglia, di carriera.

[...]

Di contraltare, gli uomini non si questionano, non cambiano da millenni, non valutano le loro compagne per niente di più che una loro appendice capace di fare tante cose contemporaneamente.

La serie infatti si fa portabanidera del multitasking, strumento di tortura per donne, che comprende la privazione del sonno, la frustrazione, senso di continua inadeguatezza, stigmatizzazione dell’infrazione della norma. Sostenuto da diversi “ghetti rosa” del web come fosse la forza delle donne, nella serie anche è proposto come peso, ma anche virtù femminile.”

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Riprendiamoci il nostro tempo, signore care.
Pretendiamo la condivisione di quei lavori dentro casa che si cumulano a quello fuori.
O almeno smascheriamo questa trita retorica dell’accettazione serena di un destino multitasking.

E anche voi, signori maschi.
Ma non vi sarete stancati di essere trattati come degli incapaci di stare al mondo?
Avete bisogno forse della mamma come Adinolfi?

Gli stereotipi resistono perchè qualcuno li supporta e ci guadagna su. Scardinarli non è semplice, soprattutto se perpetuati all’infinito dagli spazi al femminile, se intesi come valore della differenza. C’è qualcosa di meglio che vantarsi di saper conciliare 8 ore di lavoro fuori casa con 8 ore di lavoro dentro. Non sapete cosa? Ecco, siate meno multitasking e lo scoprirete.

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