Bravi ragazzi dagli occhi azzurri, criminalità sui generis #2 e donne come bersaglio

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Due giorni fa un uomo ha ucciso una colf con una mannaia e si è scagliato contro la polizia che gli ha sparato uccidendolo.

C’è chi parla di ipotesi, la più accreditata è il rifiuto da parte della vittima di un rapporto sessuale, ma ancora non sono chiari i moventi del gesto e non c’era alcun legame tra la vittima e il carnefice.

Sappiamo che l’uomo indossava una divisa militare, il che mi fa pensare che probabilmente abbigliato in questo modo si sentiva più macho ad aggredire la donna.

I giornali, all’inizio, riportano la notizia usando l’aggettivo killer. Si ipotizza fosse lui l’ucraino uscito di matto. Poi si apprende che è italiano e la stampa comincia a moderare i termini. Così assistiamo alla crescita esponenziale di articoli che giustificano l’assassino.

Era depresso, era un bravo ragazzo. Un ragazzo buono. Siamo alle solite: un uomo uccide o violenta una donna ma in fondo è buono. Allora sicuramente sarà stata lei ad aver provocato il gesto?

È chiaro sia sottinteso.

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Era sconvolto da un lutto, era un ragazzo d’oro. Si riportano le parole deliranti della sorella su un giornale nazionale. Descritto dai giornali come un angelo dagli occhi azzurri. Un ragazzo d’oro è capace di uccidere a sangue freddo?

E poi cosa significa che è stato ingiusto sparargli per legittima difesa? La vita di quella povera donna valeva meno?

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Quasi nessun giornale ha parlato della vittima. Tutti quanti si concentrano sulla vita sprecata di questo depresso ucciso dalla polizia, come se la vita della sua vittima valesse meno.

Anche il Corriere parla di depressione. Si ripete la solita scenetta: i vicini che ne parlano bene, la sorella che ne parla bene. Chissà perché i depressi ammazzano sempre e solo donne. Queste donne che provocano e rompono le scatole a questi poveri uomini italiani depressi!

Guai parlare di radici culturali che generano la lunga catena dei femminicidi. Addirittura tra gente che conosco si mormora di una possibile emulazione della vicenda jihadista.

Nulla però che faccia trasparire l’intenzione di svelare e lottare contro l’idea del dominio sulle donne ancora radicata in quasi tutte le società del mondo.

 “Anche le donne uccidono e sono capaci di fare nefandezze” sono una delle tante risposte che ti danno se in Italia provi a parlare di “violenza di genere”.

Le donne uccidono, violentano e maltrattano. Questo però non giustifica le violenze sulle donne,  né attenua la gravità dei femminicidi e né è motivo per sottacere le motivazioni culturali dietro alla violenza di genere.

E’ diverso l’atteggiamento della stampa che pare rispecchiare l’atteggiamento del maschista medio negazionista, forse lo stesso che preferisce nascondere le motivazioni del violento dietro la disperazione e la depressione o la più generica “follia”.

Dunque le donne vengono uccise, certo, ma non in quanto donne. Per puro caso? O colpa loro?

Sono tanti gli articoli come questo, negli ultimi anni:

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Da MdM.

Le donne violenterebbero gli uomini non con il pene ma con i divorzi e la separazione. Ecco che vengono in un solo colpo veicolati stereotipi di genere fortissimi. Le donne non ti possono violentare sessualmente perché sono asessuali e fisicamente più deboli e perché prive di pene dunque sessualmente passive ma lo fanno in modo “femminile”, diabolico e subdolo, togliendoti casa e figli.

Tacchi e minigonna.

Il divorzio da conquista, secondo l’articolo, diventa strumento di dominio per la donna. Meglio la donna che sopporta un rapporto che non va più bene, altrimenti il rischio di vedersi etichettata alla stregua di uno stupratore è ampio.

Un articolo che non solo manca di rispetto a tutte le donne ma soprattutto le donne violentate. E inoltre tace sulle motivazioni culturali dello stupro, sminuendolo o rischiando di legittimarlo per mantenere l’ordine sociale e il controllo sulla donna.

Sono passati più di 40 anni dall’attuale legge sul divorzio e il diritto della famiglia. Malgrado ciò ancora oggi viene visto come uno strumento che mina le basi fondamentali della famiglia, dove la sottomissione della donna rappresenta un dovere per mantenere l’ordine sociale.

Puoi impedire ad una donna di lavorare ed essere indipendente economicamente ma non tollerare se poi in fase di separazione tocca a te mantenerla. Non è un caso se in Italia la povertà, al contrario di come dice l’ideologia antifemminista, colpisce soprattutto le donne separate e divorziate perché non siamo tutte Veronica Lario!

Le donne possono essere violente quanto gli uomini e credo bisogna uscire dagli stereotipi che vedono la donna prevalentamente come una vittima. Il problema è che spesso una cosa “per legge” se compiuta da una donna viene percepita come uno dei reati peggiori (come si narra in Panorama) e a parità di reato l’azione di una donna è considerata doppiamente più grave.

Prendiamo l’articolo di Leggo che ho letto sabato. Parla di una donna condannata per pedofilia.

Secondo lo stereotipo comune, le donne hanno l’istinto materno e non sono capaci di poter compiere atti così schifosi. Nulla di più falso. Sono stereotipi di genere che andrebbero sfatati. Uomini e donne sono capaci di compiere gli stessi reati.

L’unica differenza è il modo in cui vengono trattati dall’opinione pubblica.

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Riporto da Leggo (che spesso aizza veri e propri linciaggi anche su donne che non compiono alcun reato) ma la notizia è stata scritta allo stesso modo anche da fonti più autorevoli. In America due genitori pedofili sono stati condannati. Lui a 25 anni e lei  a 30 anni. Vittime della vicenda due bambine piccole di 6 e 8 anni che venivano bloccate dalla madre e violentate dal padre.

La stampa nazionale (e internazionale) ha riportato la notizia concentrandosi solo sulla madre (con tanto di foto ndr) e soprattutto concentrandosi sugli insulti del giudice che penso non siano rari di fronte a casi schifosi come questi.

E’ la prima volta che assisto ad un articolo che mette in risalto gli insulti di un pubblico ufficiale.

Abbiamo già trattato il tema della criminalità sui generis.

Riporto una parte dell’articolo di Ele:

In generale, la donna  violenta o la donna delinquente viene rappresentata dai media ed avvertita dalla società come particolarmente crudele, anormale ed imprevedibile (la c.d. strega), psicologicamente instabile e perciò subdolamente pericolosa, soggetta (a parità di gravità del reato) ad un maggior rimprovero da parte della società.

Difatti, quando una donna compie un atto violento, penalmente rilevante, in realtà – a differenza dell’uomo – sta violando due norme: una norma di carattere naturale (cioè vìola la sua natura femminile, che la vede buona, calma, sottomessa, incapace di violare coscientemente una legge); ed una norma giuridica.

La capacità di violare una legge in quanto donna, dunque sessualmente sottomessa e madre per natura, ha influenzato quindi la pena (più alta), gli articoli del giornale che si concentrano solo su di lei oscurando il suo complice e quelli del pubblico ufficiale che la etichetta come “puttana” evidenziando la gravità del fatto che è stata una donna a violare una legge.

La donna ha violato una legge e oltre che essere vista come una criminale ha violato la norma sociale della buona madre. Secondo la società patriarcale le donne sono o madri o puttane; nel calderone delle puttane (le cui antenate erano le streghe) ci finiscono anche quelle che compiono efferati e schifosi delitti come questo.

Poco importa se le puttane sono in realtà vittime e non criminali. Poco importa se le puttane di solito sono donne libere che non compiono reati ma violano solo norme sociali, il che è diverso da compiere atti di pedofilia o stupro.

Mettere una “puttana” sullo stesso piano di un/a pedofilo/a è molto grave.

Le “puttane” (prostitute) non intrecciano rapporti con persone non consenzienti ma spesso sono vittime di rapporti non consensuali. Le “puttane” amano solo il sesso con adulti consenzienti.

Andando fuori da questa vicenda, come abbiamo visto più volte le criminali ( o presunte), di sesso femminile vengono descritte come sessualmente “devianti” ossia promiscue, violatrici del ruolo di genere più forte e socialmente atteso.

Casi più famosi sono quello di Amanda Knox, Erika De Nardo e Sabrina Misseri. Articoli che descivono minuziosamente la loro vita sessuale, dando importanza a questo aspetto, anche se nulla c’entra con il delitto commesso. Come è stato descritto il caso di Amanda, che secondo le ipotesi ha ucciso Meredith durante un tentativo di stupro, non troviamo eguali descrizioni e giudizi negativi sulle abitudini sessuali di stupratori/omicida uomini o verso Sollecito, altro presunto omicida della ragazza. Amanda è stata descritta senza mezzi termini come una ragazza di facili costumi, perché andava a letto con un uomo già dal primo appuntamento, amava il sesso, usava vibratori ed era particolarmente dominante.

Sia per la stampa (Qui) che per i legali (Qui). Come se questo fosse pertinente ad un delitto, come se ogni donna che si sottrae ad una storia romantica, stabile o ad un determinato ruolo di genere che la vuole sessualmente passiva fosse una potenziale assassina. Le donne, dunque, quando sfuggono dal controllo di un uomo “addomesticatore” diventato inaffidabili, diaboliche, ribelli, pericolose e irrazionali. 

Le donne sono comunque “puttane” sia quando sono vittime di un reato sessuale sia quando ne sono colpevoli. Tutte puttane.

In generale, il grande disprezzo verso le “puttane” anche qui in Italia fa sì che viene dato loro un peso maggiore rispetto a uomini che si macchiano di manifestazioni di aggressività sessuale che però rientrano nella fattispecie di reato.

Così un uomo che aggredisce una prostituta viene percepito meno pericoloso e spregevole della sua vittima.

Così un uomo che aggredisce sessualmente una ragazza viene percepito meno colpevole della vittima avvenente o che si è fidata di lui accettando il passaggio e che dunque secondo l’opinione pubblica è più pericolosa perché lo ha istigato.

L’idea che la donna istiga l’uomo a compiere un reato è ancora molto radicata dappertutto ed è frutto di credenze millenarie. La donna pedofila ha preso una condanna maggiore, rispetto al compagno che compiva materialmente l’atto carnale, in quanto istigatrice. Allo stesso modo ad uno stupratore è concesso lo sconto di pena, l’assoluzione o una pena bassissima in quanto istigato dalla vittima.

Vien facile ora capire perché gli sconti di pena, le pene minori a parità di reato e le “ricompense sociali” verso i sex offender di sesso maschile sono più facili.

La nostra cultura identifica l’aggressività sessuale di un uomo come condizionata da cause biologiche maschili che identificano la promiscuità sessuale come espressione di virilità.

La vittima viene colpevolizzata per aver innescato la reazione dell’uomo identificato come vittima dei suoi “ormoni”.
Allo stesso modo, la donna, sulla base di stereotipi, viene vista come un essere asessuato e materno ed è questo il motivo del perché i rimproveri sociali verso una donna sono maggiori.

L’aggressività maschile viene percepita come normale. La sua reazione viene tollerata socialmente. La razionalità di un uomo tende a contenere quella reazione che secondo gli stereotipi si scatenerebbe a causa di casi esterni. Dunque colpa delle donne, colpa di un licenziamento, della depressione….

Per questo che i giornali sguinzagliano parenti, avvocati e amici che dichiarano bravi ragazzi chi violenta e uccide una donna. Mai un insulto, nessun linciaggio, solo compassione e comprensione.

Il linguaggio dei giornali (e dell’opinione pubblica) è solo frutto di una società sessista dove gli stereotipi di genere sono radicati nella società, condizionandone la parità tra uomo e donna e favorendo un terreno adatto al manifestarsi della violenza di genere.

Stragi in famiglia: perché non chiamarli Killer?

il corriere della sera

Oggi si apre un’ennesima strage in famiglia. Un uomo ha aggredito le figlie, una di 12 e l’altra di 14 anni. La più piccola è deceduta e la più grande è stata sottoposta ad un delicato intervento per ripararle l’arteria mammaria recisa da una coltellata. Nell’altra stanza dormivano gli altri figli, un ragazzo di 17 anni e l’altro di 22. Il più grande che è arrivato in soccorso delle sorelle ha avuto una colluttazione con il padre ma non è grave. L’uomo dopo il gesto ha tentato il suicidio.

Dai giornali si apprende poco sulle motivazioni di un gesto così difficile da interpretare. Tuttavia, negli ultimi mesi, crescono in maniera esponenziale le stragi in famiglia che vedono come vittime i bambini. 

E’ assolutamente assurdo giustificare o porre una spiegazione, se non su basi sociologiche, di un gesto del genere. Tuttavia è naturale chiedersi “quale genitore che ama un proprio figlio può fargli del male?”.

Scelgo però di non entrare nel merito della vicenda ma vorrei analizzare il linguaggio che i giornali hanno utilizzato nel trattare questa brutta storia.

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Libero parla di raptus di gelosia. Un termine che non significa assolutamente nulla se non per giustificare e porre un’attenuante al gesto come si fa spesso nei Tribunali. 

Questo screenshot viene da Sussidiario che sebbene non fosse un giornale di rilievo come la Repubblica mi ha colpito come ha trattato la vicenda.

Già dal titolo si individua la colpa nella moglie, responsabile di aver aperto una crisi famigliare abbandonando un uomo già fragile da un recente licenziamento. 

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Da fonti più autorevoli si apprende che la donna se n’era andata via di casa lasciando l’uomo a causa del tradimento nei confronti della donna.

Certo, si tratta di cronaca giornalistica ma è molto grave sottintendere l’idea che una moglie dovrebbe perdonare un tradimento o non dovrebbe mettere fine ad una relazione per non mettere in crisi la famiglia. O peggio: per non indurre i mariti a uccidere.

L’idea della donna come responsabile della cura e come colei che deve sopportare è talmente radicata nella nostra società che nemmeno mi sorprende se i titoloni del giornale abbiano dato piena responsabilità all’abbandono della moglie giustificando questo Medea al maschile.

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Poi scopro che questo modo di trattare la notizia non è stato adottato solo da giornali di secondo livello. L’AGI, che sappiamo tutti essere l’Agenzia Giornalistica Italiana, ha prima cercato un ipotetico movente, la solita gelosia che ha sconvolto l’uomo, abbandonato dalla moglie snaturata che se ne è andata via di casa e lo ha lasciato solo a mantenere e prendersi cura di quattro figli.

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“Ancora un padre che, in casa senza la moglie,…”. Che ci faceva la moglie fuori casa? Che orrore, un’altra donna che non era in casa ad adempiere il suo ruolo di moglie e madre! Questi padri da soli sono inaffidabili!

Così Alto Adige.gelocal e Messaggero Veneto, allo stesso modo, evidenziano il fatto che la moglie non solo era assente ma lo aveva pure lasciato. E inoltre era disoccupato. Che altro poteva fare?

La disoccupazione e l’abbandono possono giustificare un omicidio? Perché una persona che ammazza un membro della famiglia, a maggior ragione se è un minore, non viene chiamata con il nome appropriato di assassino/a?

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Non se ne parla. Se si tratta di un omicidio che avviene tra le mura domestiche ecco che compare il solito paragrafo obbligatorio che sottolinea la dedizione e l’affetto dell’assassino verso la famiglia. E meno male che era innamorato, se avesse odiato la famiglia cosa avrebbe fatto?

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Leggo lo pone perfino nel titolo: Disoccupato e lasciato dalla moglie, dando una giustificazione e scaricando ad altrui la responsabilità di questo atroce delitto. Un bravo genitore può ammazzare i figli per questi motivi?

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Online-news.it apre l’articolo in questo modo. L’Italia del dolore, un titolo da narrazione melensa, con in evidenza le ragioni del gesto in un climax ascendente che descrive il culmine che ha portato al massacro.

Insomma, la moglie stronza non solo lo ha mollato, ma se ne è andata lasciandolo solo malgrado fosse senza lavoro. Lo sfortunato uomo ha compiuto quel gesto a causa della sua immensa sfortuna che lo aveva travolto. Un turbine che lo ha fatto sprofondare nel baratro più profondo della disperazione, fino a perdere il lume della ragione. Un articolo che fa un baffo alla narrazione mitologica di Medea.

Il Corriere della sera scrive così:

il corriere della sera

La moglie ha scatenato in lui il sentimento della gelosia fino ad indurlo ad armar la propria mano. Insomma è colpa della moglie che lo ha lasciato e non solo se ne è pure andata di casa.

Sono le donne cattive ad amare la mano a questi poveri padri fragili. Queste sono le dichiarazioni espresse dal Corriere che inoltre, tramite le testimonianze dei vicini, definisce l’assassino come un bravo padre e un buon lavoratore, legato alle famiglia ma che purtroppo ha perso il lavoro e anche la moglie (due caratteristiche del maschio alfa ndr.).

Ricciocorno Schiattoso sottolinea la retorica della cattiva madre/moglie, “teorie” che emergono dalle dichiarazioni di vicini di casa, testimoni, genitori dell’assassino in numerosi articoli nazionali nel descrivere fatti di cronaca che coinvolgono come vittime figli o mogli fatti a fettine da parte di mariti, ex mariti, conviventi o ex conviventi. Anche noi ne parlammo nel caso di Motta Visconti, Melania Rea (dove addirittura in tribunale si parlò di moglie dal carattere troppo forte) e altri casi di cronaca descritti dai giornali nel medesimo modo.

Mogli che secondo la nostra società non sono abbastanza succubi e dunque sono la causa della reazione violenta dei propri compagni.

Intanto altre fonti annunciano l’incremento degli “infanticidi” in famiglia aprendo uno scenario che rivela che “Medea” non ha sesso:

- Il 17 agosto 2014 Luca Giustini, ferroviere di 34 anni, ha assassinato la figlioletta di 18 mesi con cinque coltellate a Collemarino (Ancona). Dice di aver agio per opera di Dio.

- Il 18 luglio 2014 Massimo Maravalle, 47enne informatico, nella notte ha soffocato con un cuscino il figlio adottivo di origine russa di 5 anni nella casa di via Petrarca, a Pescara, mentre la moglie dormiva. Pare non accettasse l’idea della separazione.
- Il 9 marzo 2014 – Edlira Dobrushi, casalinga di 37 anni, uccide a Lecco con novanta coltellate le sue tre figlie di 3, 10 e 13 anni cercando poi di tagliarsi le vene, ma senza riuscirci. Il movente dietro la vicenda? Il marito l’aveva lasciata per un’altra donna.
- Sempre nel marzo 2014 a Cosenza Daniela Falcone, 43 anni, ha ucciso il figlio undicenne e poi ha tentato il suicidio. Pare che l’assassina abbia ucciso il figlio perché litigava con il marito a causa dei tradimenti di lui che durante una lite le ha confessato la donna con la quale aveva una relazione extraconiugale era rimasta incinta. 

- L’11 febbraio 2014  Michele Graziano, 37 anni, ad accoltellare a morte i suoi bambini, Elena di 9 anni e Thomas di 2 anni, avuti con due donne diverse, per poi tentare il suicidio nella sua casa a Giussano (Monza e Brianza).

Genitori che non meritano alcuna comprensione. Gente che senza pietà ammazza i propri figli e congiunti, ma che nessun giornale dà loro il nome di killer o assassini ma li giustificano perché la famiglia è sacra!

Christy Mack e GQ. La satira non ride della vittima, la cronaca ( spesso ) sì

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Da un po’ di giorni a questa parte, sul web, si è scatenata una grossa polemica circa un articolo pubblicato su GQ.
Il post parlava della vicenda di Christy Mack, una nota pornostar pestata dal fidanzato–un lottatore professionista di MMA

Il post in questione è questo, reperibile solo qui perché dal sito della nota rivista su cui era stato pubblicato è stato poi rimosso. L’articolo in questione ha attirato tantissime critiche e, in particolare, quelle di una nota youtuber che qui ha spiegato le sue motivazioni.
Tra critiche e polemiche varie, l’accusa che maggiormente è stata mossa all’autore del post è che il suo articolo fosse offensivo verso la vittima e che, in qualche modo, stesse strizzando l’occhio al fidanzato violento.

Il giornale, forse intimorito dalla mole di e-mail, tweet e messaggi indignati, ha deciso non solo di oscurare il post, ma anche di licenziare l’autore.

Da quel momento in poi si sono formate due fazioni: chi appoggia Barbie Xanax e chi invece pensa che l’articolo fosse tutt’altro che offensivo verso la vittima. Per cui da una parte c’è chi festeggia per il ritiro del post e il licenziamento del blogger e, dall’altra, chi insulta pesantemente la youtuber perché responsabile di tutto ciò.

Partiamo col dire che non condividiamo la richiesta di ritirare o oscurare qualcosa, né vediamo l’utilità di agire in questa maniera, soprattutto in un caso come questo dove presumiamo che l’autore non fosse stato ingaggiato per scrivere favolette o racconti per bambini, ma per pubblicare post dallo stile a metà tra il provocatorio e l’humor nero –ovvero il suo stile, a quanto ci pare di capire.

Il problema non è neanche di chi ha criticato il post (lecito anche questo), ma del giornale che assume un blogger per il suo stile aggressivo per poi licenziarlo a causa di una controversia nata da un suo articolo.

Tale atteggiamento, da parte della rivista, ci sembra una trovata piuttosto furba e che poco ha a che fare con l’essere rammaricati per l’accaduto –anche perché, a dirla tutta, l’unica cosa di cui dispiacersi sono le condizioni in cui Jonathan Koppenhaver ha ridotto la sua  ragazza.

L’articolo di tale Nebo può piacere o meno, il suo stile altrettanto, ma, dal nostro punto di vista, non abbiamo notato né l’intenzione di voler offendere la vittima né di simpatizzare per il violento. Anzi. La scelta di ogni parola ci è sembrata calibrata, pensata per rendere la triste cupezza, a volte ironica, di un mondo di degrado sociale, di un evento drammatico e penoso, ma mai sbeffeggiato in sè.

Non è un articolo di analisi di genere del fatto, non è quello che fa l’autore di quelle righe. Ma non c’è nemmeno il vago tentativo di giustificare in maniera maschilista l’autore del gesto. Nè si ride mai della vittima e delle sue ferite. Nè si assume l’atteggiamento giudicante che fa allontanare tante persone da queste tematiche.
Eppure basta che un evento tragico come questo sia trattato con leggerezza diversa dal tono solenne che gli si dedica di solito ( con esiti e retoriche molto differenti ), per creare uno scandalo, per non riuscire ad analizzare fino in fondo gli scarti ironici usati per comunicare.

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Quello di Christy Mack è un caso molto serio, che merita di essere analizzato con serietà, ma anche con seria satira.
L’articolo pubblicato su GQ, rivista con cui abbiamo davvero poco a cui spartire, non ci è sembrato offensivo o svilente.
Sicuramente qualcuno avrà pensato “se l’è meritato perchè faceva la pornostar”, qualcun altro avrò ridacchiato solidale con il fidanzato tradito, ma le prime sono delle persone bigotte e frustrate, e i secondi dei potenziali killer o stupratori.

Tutto il resto del mondo, persone normali, capaci di accettare il lavoro di pornoattrice o di condannare la violenza sulle donne ( e non ), dal racconto di Nebo avranno solo percepito l’agghiacciante fascinazione di un mondo di persone di plastica.

In merito a questo argomento e al di là di questo episodio, ci viene alla mente quanto spesso ci imbattiamo in questo tipo di polemiche su satira e comicità controversa,  e ci appelliamo prima di tutto a Ricky Gervais, notissimo stand up comedian britannico e ad altri suoi colleghi.

Ospite di un programma radiofonico, Gervais dice queste e altre cose

Che cos’è una battuta sullo stupro? Io non trovo che lo stupro sia divertente.
E’ terribile, è una delle cose peggiori e più orrende ma ci sono così tanti livelli da capire [...] se deridi qualcuno che è stato stuprato non si tratta di una battuta. Sei solo orribile e odioso.
Io non lo trovo divertente.Ci sono persone che lo troverebbero divertente ma sono solo serial-killer e stuprator.

Le persone stupide trattano le battute sulle cose brutte con lo stesso timore e disgusto con cui le persone intelligenti trattano le effettive cose brutte.

L’umorismo serve proprio a questo, per farci superare le cose brutte.
Se non puoi fare battute sulle cose di merda non c’è alcun motivo di farle sulle cose belle, perché sono già felici e fanno già star bene. E’ come se la risata fosse questo farmaco che cura le cose di merda e mi offrissero un farmaco che cura le cose belle. Quello non lo voglio, voglio qualcosa che curi le cose di merda. La risata è la miglior medicina.
Non mi piacciono certe battute su certe cose perché non riesco a superarle emotivamente.

Lo stesso Robin Williams, morto suicida proprio qualche giorno fa, e ricordato da tutti a suon di tweet e citazioni, sulla comicità diceva

Guardo il mondo, vedo quanto possa essere spaventoso, a volte, e comunque cerco di affrontare la paura. La comicità può aiutare ad affrontare la paura, senza paralizzarti ma anche senza dirti che tutto il male sparirà. È come se dicessi: ok, posso scegliere di ridere di questa cosa, e una volta che ci avrò riso sopra avrò cacciato il demone e potrò affrontarla davvero. Questo è quello che cerco di fare quando faccio il comico.

O, ancora, potremmo citare un’altra comica americana, Sarah Silverman (qui e qui ) notissima per la sua comicità che “colpisce sotto la cintura

Le persone che mi conoscono sanno che amo le battute sulla cacca, il che è ben diverso dall’amare la cacca. Faccio battute sullo stupro, ma non approvo affatto lo stupro. Queste sfumature sembrano ovvie per voi, ma ci sono persone là fuori che pensano di essere mie fan, che si reputano spiriti affini a me, ma ciò che vogliono è mostrarmi foto della loro cacca o altre cose estremamente disgustose. E va anche peggio (…) [È terribile] quando una persona nel pubblico ride per la cosa sbagliata – la parte brutta della battuta, la parte che dovrebbe essere ironica e ingannevole.

La commedia è proprio questo. Siamo tutti visti in un contesto che riguarda le nostre vite, le nostre esperienze. Alcune cose feriranno la gente, sì. In modi diversi. E non si può per questo continuare a tagliare parti dell’argomento [su cui scherzare] per paura di offendere qualcuno. Si rischia di rimanere senza niente di cui parlare. Bisogna accettare che, qualche volta, possiamo non essere la cosa giusta per alcune persone, così come alcune persone possono non essere la cosa giusta per noi. Viviamo in questa strana società in cui, negli ultimi tempi, se qualcosa non va bene a qualcuno viene bandita. La gente non dice più “Uhm, questo non fa per me”. Dice “Questo non dovrebbe essere per nessuno!”

Certo, la satira, e l’humor nero in particolare, non sono un genere alla portata di tutti, questo perché non tutti hanno i mezzi per comprenderlo, ma quello che ci preme comunicare è che la satira non si prende gioco della vittima o di chi è discriminato, ma esattamente l’opposto.

C’è una differenza sostanziale dal ridere di una persona stuprata o aggredita o fare ironia sul contesto in cui questo avviene.

Come spiega Gervais certe battute non ci piacciono perché non riusciamo a superare emotivamente alcuni argomenti, apprezziamo e ridiamo solo per le battute che non ci toccano, questo anche perché, spesso, dentro di noi,  tendiamo a fare diventare alcuni argomenti dei veri e propri tabù, talmente tanto che se una persona tenta di parlare di una vicenda che narra una storia di violenza atroce, come quella di Christy Mack, con un approccio diverso dal politically correct o dai titoloni sensazionalisti viene accusata di deridere la vittima.

Di frequente evitiamo anche solo di parlare di alcuni temi perché ci sembra che qualsiasi parola o modo di affrontare l’argomento ne sminuisca la gravità. Ma è proprio in casi come questi che la comicità diventa l’unico modo per affrontare un determinato avvenimento, per non pietrificarsi di fronte al tragico, per superarlo.

Vale la pena puntare il dito sulla satira –che, ricordiamolo, non ha la presunzione di informare, ma semplicemente di narrare storie con un approccio diverso– quando poi invece i giornali, coloro che informano e formano l’opinione pubblica, la stessa vicenda l’hanno trattata in questa maniera?

L’articolo si apre con una strizzatina d’occhio ai fans sulle pose porno, durante i film, di Christy Mack. Ovviamente non poteva mancare la gallery ricca di immagini voyeuristiche per attirare valanghe di click e, infine, come sempre, le parole del povero fidanzato disperato, folle di gelosia e pentito; in fondo voleva solo farle una sorpresa e cosa c’è di meglio di una caterva di calci e pugni per manifestare il proprio amore?

Ricordiamo che l’articolo di cronaca è questo e che da questi articoli dovremmo pretendere un linguaggio diverso, un modo di raccontare la vicenda in maniera un po’ più rispettosa verso la vittima, mentre invece, come possiamo notare, non mancano di certo titoloni e descrizioni sensazionalistiche del tipo “brutalmente aggredita”, “picchiata selvaggiamente” che non rappresentano assolutamente empatia e rispetto verso la vittima, visto che l’articolo è stato corredato dalla solita gallery ricca d’immagini che nulla c’entravano con la tragica vicenda, con continui riferimento al lavoro di lei e, infine, per non farci mancare nulla, infarcito delle dichiarazioni del povero fidanzato violento.

Com’è noto, nel nostro blog si analizzano, tra le tante cose, anche il modo in cui le notizie di violenza sulle donne vengono divulgate dai media. Per questo, la vicenda di Christy Mack ci fa tornare alla memoria la vicenda Pistorius, il campione sudafricano che freddò con quattro colpi di pistola la sua fidanzata Reeva Steenkamp.

Ne discutemmo a lungo sul nostro blog ( qui qui e qui), analizzammo il modo in cui la stampa stava trattando la vicenda, eccone un esempio

Pistorius

 

I giornali, per giorni e giorni, hanno sciacallato sul tragico epilogo della vita della modella fornendo ai lettori preziosissime e utilissime gallery con la bella morta ammazzata, anzi, con una delle donne più sexy del mondo morta ammazzata.

Foto in lingerie, scatti di vita privata, macabri dettagli, continue giustificazioni verso il violento riportando, minuziosamente, le esternazioni piagnucolose del povero ossessionato, innamorato e folle di gelosia, ferito nell’orgoglio, fuori di sé, impazzito, pentito, e tutti i vari aggettivi simili per ogni vicenda simile a queste.

I veri danni comunicativi sono quelli creati da chi scrive follie prendendosi sul serio, non da chi scrive cose serie con tono folle.
Pensiamo all’articolo di Cubeddu in cui questo povero giornalista in trasferta romana temeva per la moralità delle giovinette che incontrava per via degli shorts sempre più corti, responsabili secondo lui e amiche, dei più terribili atti di violenza carnale.
Gli shorts, non uomini maturi che guardano in maniera sensuale ragazzine di 12 o 13 anni. Gli shorts, badate.

Questo è il modo in cui la nostra stampa parla di violenza sulle donne, speculando sui corpi, anche morti, delle donne uccise, perché bellissime.
Oppure sbrodolandoci dettagli morbosi della violenza in sè ( e attenzione, se per criticare questo tipo di comunicazione, ci perdiamo negli stessi dettagli, stiamo facendo la stessa trita operazione ).

O, sempre più comunemente, elevandosi a ruolo di Catoni Censori e urlando “O tempora! O mores!” per avere la scusa di insistere sui dettagli pruruginosi di bambine in pantaloncini o pseudoinchieste su baby squillo e affini che fanno vendere giornali, quanto i talk show alzano lo share della tv generalista.

Se in tutto questo calderone ci scappa un articolo satirico, cerchiamo di analizzarlo con freddezza e puntualità, di distaccarci, seppure a fatica, da quell’argomento che ci fa più male e cerchiamo di ricercare davvero l’aspetto offensivo o lesivo della nostra dignità dove necessario –e negli articoli di cronaca, questo è sicuramente molto più frequente.

 

Laura & Faby

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