Chi ha paura del “Libro cattivo”?

"Perché hai due papà?" F. Pardi - Lo stampatello

Ed ecco che nell’ombra degli scogli e delle alghe scoprì una famiglia di pesciolini rossi proprio come quelli del suo branco. “Andiamo a nuotare nel sole e a vedere il mondo” disse felice. “Non si può”, risposero i pesciolini, “I grandi tonni ci mangerebbero”. “Ma non si può vivere così nella paura” disse Guizzino “Bisogna pur inventare qualcosa”. E Guizzino pensò, pensò a lungo. Improvvisamente disse: “Ho trovato: noi nuoteremo insieme come il più grande pesce del mare” e spiegò che dovevano nuotare tutti insieme vicini, ognuno al suo posto. E quando ebbero imparato a nuotare vicini, disse: “Io sono l’occhio”. E nuotarono nel grande freddo del mattino e nel sole del mezzogiorno, ma uniti riuscirono a cacciare i grandi pesci cattivi.

(“Guizzino”, Leo Lionni, Babalibri)

Questi pesciolini sono tutte le minoranze, anche le minoranze raccontate da tutti i libri della bibliografia di “Leggere senza stereotipi”. Famiglie diverse da quelle tradizionali, che però ci sono e che magari, proprio come i pesciolini del libro, vivono nascoste nei fondali perché hanno paura del mare aperto, del giudizio della società, dei grossi tonni che purtroppo esistono veramente (…)

(Renata Guizzetti, dal comunicato di chiusura di #Flashbooksenzastereotipi)

 

Con questo pezzo voglio ritornare sul bellissimo post di Enrica che ragionava sulla grande agitazione che ha colpito alcune persone del nostro Paese quando il Comune di Venezia ha promosso il progetto “Leggere senza stereotipi”.

Nel suo post, Enrica parlava delle reazioni di alcuni esponenti del mondo politico italiano quando sono venuti a sapere che in alcune scuole sarebbero state introdotte le famigerate “Fiabe gay”.

Siccome sono una persona curiosa, nei giorni seguenti a quei fatti, ho svolto alcune ricerche in rete, per capire quali fossero questi libri, quali fossero le fiabe da “mettere al bando” e, tra tutti quelli che sono riuscita a trovare, sono quattro soltanto i libri che trattano direttamente il tema dell’omosessualità. Ma la mia ricerca si è allargata (l’ho detto, sono curiosa) e, all’indomani della bufera su queste fiabe e del ritiro dei fascicoli dell’Unar, ho voluto navigare nella pagina FB della Casa Editrice pioniera nella letteratura dell’infanzia che tratti di “famiglie” e mi piace metterlo al plurale, perché i libri tacciati di divulgare ideologie depravate e di “incitare all’omosessualità”, in realtà, con teneri disegni, atmosfere morbide e parole semplici, parlano di famiglie.

 

"Perché hai due papà?" F. Pardi - Lo stampatello

“Perché hai due papà?” F. Pardi – Lo stampatello

"Perché hai due mamme?" F. Pardi. Lo stampatello.

“Perché hai due mamme?” F. Pardi. Lo stampatello.

Ho raggiunto Francesca Pardi, fondatrice, con la compagna Maria Silvia Fiengo (Meri), della Casa Editrice Lo Stampatello, al telefono questa mattina e abbiamo fatto una lunga chiacchierata.

“Francesca – le ho chiesto – come è nata la tua Casa Editrice”?

Lo Stampatello” – mi racconta Francesca – è nata dall’esigenza di aiutare nostra figlia, Margherita, a trovare le parole giuste per rispondere ai suoi compagni di classe di II, III elementare che iniziavano a porle delle domande sul perché avesse due mamme. Margherita è una bambina timida e, benché sapesse già tutto sull’ovino e sul semino si trovava in difficoltà a raccontare ai bambini della sua età, quasi sempre meno informati di lei sul concepimento, la storia della sua nascita”.

E così è nato il primo libro, scritto proprio da Pardi e intitolato “Piccola storia di una famiglia”. Inizialmente il libro era stato accettato da una casa editrice, ma poi la stessa aveva deciso di non pubblicarlo più, per via della tematica definita “troppo calda”. Perciò Francesca e Meri hanno pensato che fosse più semplice avere una casa editrice tutta loro.

“Poi ci è venuta l’idea di chiedere ad Altan di illustrare un racconto perché è bravissimo e noi volevamo fare un libro che raggiungesse tutti, portasse le nostre famiglie nelle librerie, e lui incredibilmente ci ha detto sì. A quel punto siamo anche riuscite a trovare un distributore e diventare una vera casa editrice”.

Già allora (2012), la Casa Editrice e la tenera storia del piccolo ovetto che cerca di indovinare in che tipo di famiglia nascerà, avevano scatenato un putiferio, causato dalle parole di un esponente del PD che aveva affermato che il libro avrebbe dovuto entrare in tutte le scuole materne.

Le prime reazioni furono di “Forza nuova” che invocava addirittura i roghi dei libri, ma come sempre accade, tutto questo non fece che aumentare la diffusione del libro che divenne (ed è) famosissimo.

“Ma come hanno accolto il pubblico, i genitori, le insegnanti i vostri libri?” ho domandato a Francesca.

“Bene: molti insegnanti e molti genitori hanno trovato utile e bello non solo “Piccolo uovo”, ma anche “Piccola storia di una famiglia”, per parlare della nostra famiglia ma non solo. Poi – continua – qualche genitore può continuare a pensare e ad insegnare al proprio figlio che io e Meri sbagliamo, ma intanto noi esistiamo ed è giusto che siamo rappresentati come famiglia, come tutte le altre”.

Eppure, qualcuno che ha ancora paura del “Libro cattivo” c’è. All’indomani della vicenda che rammentavo all’inizio, la pagina FB della Casa Editrice è stata presa d’assalto da gente che insultava, minacciava e lanciava intimidazioni alle due donne: “Avevamo un po’ di paura perché abbiamo quattro figli e sai com’è – mi dice Francesca – si pensa sempre prima a loro”.

(Francesca mi ha chiesto di non riportare gli screenshot degli insulti e delle minacce ricevute e io rispetto la sua richiesta).

Mi racconta che hanno sporto denuncia e che hanno trovato accoglienza e gentilezza e, soprattutto, moltissimo sostegno da parte della comunità virtuale e non solo.

Ma allora chi sono quelli che insultano in quel modo così aggressivo? Perché lo fanno?

“Alcuni sono dei personaggi esaltati fuori da ogni possibile comprensione cui non vale la pena di dare attenzione, ma spesso sono legittimati da movimenti di estrema destra o integralisti cattolici organizzati che stanno comparendo sempre più spesso sulla scena nazionale. I loro interventi, mistificatori e spesso preparati a tavolino - mi spiega Pardi – sono dovuti al fatto che il pregiudizio ‘di pancia’ contro l’omosessualità sta venendo meno. L’omosessualità fa sempre meno paura alla gente comune, in generale, e i libri come “Piccolo uovo” la raccontano in modo rassicurante. Per alcune persone questo rappresenta un pericolo, hanno bisogno di creare un ‘mostro’, qualcosa o qualcuno di cui aver paura, e allora si inventano ‘propagande gay’. Per loro è fondamentale che si mantenga la paura di tutto quello che è diverso e quindi si spara sul mucchio di tutti i libri che parlano di differenze, per colpire il messaggio rassicurante che è contenuto in quelli che parlano di omogenitorialità. Ma i pericoli che essi paventano e mostrano sono solo teorici e non reali: nessuno vuole escludere né annientare la famiglia eterosessuale. In realtà, se c’è un’ideologia (se così vogliamo dire) che viene portata avanti da libri come “Piccolo uovo” è quella dell’inclusione, e infatti la prima famiglia che Piccolo uovo incontra è proprio una classica famiglia con un padre e una madre.”.

"Piccolo uovo" F. Pardi. Lo stampatello

“Piccolo uovo” F. Pardi. Lo stampatello

"Piccolo uovo" F. Pardi. Lo Stampatello

“Piccolo uovo” F. Pardi. Lo Stampatello

 

La cosa che preoccupa di più – continua Francesca – e che in me ha creato grande allarme, è stato il ritiro dei fascicoli dell’Unar. Erano davvero un ottimo strumento per affrontare, prevenendolo, il bullismo omofobo nelle scuole, quello sì, un pericolo e un problema reale. Si tolgono risorse alla scuola. La curia ha diffuso nelle scuole cattoliche una circolare che mette in guardia i genitori dalle iniziative che “si spacciano per lotta alla discriminazione” e l’ha intitolata “emergenza educativa”. Il fongas (forum delle associazioni genitori presso il ministero dell’istruzione)  ha chiesto al ministero dell’istruzione di chiedere in tutte le scuole ai genitori il consenso scritto per partecipare a iniziative su temi sensibili come “la sessualità, l’omosessualità e la lotta contro le discriminazioni”. Che scuola vogliamo, allora? Una scuola che deve chiedere il permesso prima di educare all’inclusione, alla tolleranza e, insomma, alla civiltà?”

. “Mercoledì 9 aprile, alla Libreria dei Ragazzi di Milano, Francesca e Meri hanno partecipato ad una serata-dibattito dedicata ai “libri cattivi”: Libri messi all’indice: da Cenerentola a Piccolo uovo, libri per bambini e ragazzi tra stereotipi e questioni di genere. 

La partecipazione del pubblico è stata alta e le persone presenti, tutte molto attente e coinvolte.
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“Le preoccupazioni maggiori riguardano la strumentalizzazione (svolta da alcuni gruppi cattolici) che si fa dei libri come quelli di cui stiamo parlando che, di fatto, causano la depauperazione degli strumenti in mano alle scuole” continua Francesca.
E, sempre nella scuola, secondo lei, sta il futuro. “Le buone pratiche educative di inclusione e valorizzazione delle differenze sono un frutto degli anni ’70, partivano soprattutto da una riflessione intellettuale. Ora invece è l’esigenza urgente e attuale di un mondo che cambia, la nuova generazione di insegnanti che ha perso il filo con tutto il lavoro di allora ha bisogno di strumenti che si stanno perdendo, la scuola è depauperata dai tagli, dalla mancanza di aggiornamenti, dalla mancanza di una visione unitaria, ma ora i bambini figli di coppie omosessuali ci sono, se li ritrovano in classe. Il mondo cambia, insieme alle tecniche di fecondazione artificiale e all’acquisizione di diritti da parte delle persone omosessuali (e, felice, mi cita la recentissima decisione del tribunale di Grosseto che permette la registrazione dei matrimoni gay contratti all’estero, nel nostro paese e la sentenza della corte costituzionale che giudica contrario alla nostra carta il divieto di fecondazione eterologa). Il ruolo della scuola è fondamentale e serve un ponte, un dialogo tra le generazioni di insegnanti per mettere a confronto saggezze del passato con nuove problematiche del presente. Questi sono anni cruciali. Viviamo un presente molto intenso, ma anche una grande occasione per il futuro, che non riguarda solo noi ma tutti coloro che credono nel valore educativo della scuola”.
Nella direzione giusta si muove un’iniziativa nata in rete circa 3 anni fa, “Flashbook – letture a ciel sereno”, il primo flashmob dedicato alla letteratura per l’infanzia, creato e promosso da un’associazione milanese e da un paio di gruppi FB, di cui uno (che è anche blog) “Libri e marmellata” ha avuto, anche lui, la sua dose di commenti omofobi, a seguito del flashmob dedicato alle letture senza stereotipi avvenuto in marzo e di cui voglio raccontarvi. (Per chi non lo sapesse, un “Flashbook” è una sorta di “lettura improvvisata” ad alta voce. Si sceglie un posto, un libro e una data e ci si dà appuntamento. Lì i volontari e le volontarie leggono ad alta voce, per i bambini. La lettura condivisa è sempre utile, scatena il dialogo, apre al confronto).
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Uno dei commenti arrivati a Libri e Marmellata sotto la recensione di “E con Tango siamo in tre”

Dal comunicato di apertura di #Flashbooksenzastereotipi:
Nelle fiabe ci sono personaggi, si raccontano storie ed è bello e utile che si presentino realtà diverse tra loro, perché ognuno possa sentirsi  un po’ rappresentato e raccontato. Senza clamori, la diversità ci riguarda tutti, ed è sempre un valore. Imparare ad accettarla e ad accettare che ognuno possa indossare una “diversa diversità” è importante e questa consapevolezza va condivisa anche con i bambini.
(…)
Questo singolare e meraviglioso Flashmob ha coinvolto ben 16 Regioni, tra cui Lombardia, Lazio e Sardegna le più “virtuose”. Le letture sono state 135 e i libri letti in totale 412, i 49 titoli proposti (le famose “Fiabe gay”, appunto) hanno riscosso un grande successo e un grande favore presso il pubblico, perché…
Non ci sono storie giuste o sbagliate. Ognuno ha la sua storia, ogni storia è un po’ speciale. E noi le vogliamo leggere tutte. (Dallo stesso comunicato)
"Il grande grosso libro delle famiglie" M. Hoffman - Lo stampatello

“Il grande grosso libro delle famiglie” M. Hoffman – Lo stampatello

 

 

"Il grande grosso libro delle famiglie" M. Hoffman - Lo Stampatello

“Il grande grosso libro delle famiglie” M. Hoffman – Lo Stampatello

 

 

Ringrazio Francesca Pardi, Federica Pizzi, Barbara Amorese, Chiara Podano e La libreria dei ragazzi che mi hanno fornito il materiale per questo post.

 

Tutela dei minori o inconcepibile violenza?

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Da più parti, molti sostengono che in Italia sia in atto una vera e propria campagna volta a distruggere la famiglia tradizionale. Ci si scaglia per lo più contro la “Lobby omosessuale” che sarebbe responsabile di aver persino introdotto nelle scuole una “omosessualizzazione” dei bambini (alcuni esempi di queste terribili azioni li possiamo trovare qui, ma anche qui).

Questa pretesa delle persone LGBT di essere riconosciute persone come tutte le altre e quindi di poter avere accesso ai normali diritti civili è proprio una cosa orribile per molte persone, tanto che il Forum delle Associazioni Familiari  (per farvi capire chi siano, vi invito a leggere qui)  nella sua sezione umbra, ha stilato persino una lista di azioni per difendere i bambini dalla “propaganda omosessuale” che sarebbe insita nei fascicoletti che l’UNAR ha diffuso per contrastare il bullismo omofobo nelle scuole.

Personalmente, sono convinta che allargare i diritti civili a tutti, che formare   gli adulti di domani, utilizzando strumenti e linguaggi che li aiutino a concepire la società come pluralista dove non esista un solo ed unico modello (in questo caso) di famiglia, sia un segno di progresso e di civiltà, che sia non solo dovuto, ma anche profondamente giusto.

I sostenitori della “famiglia tradizionale” dicono di avere a cuore il benessere dei minori. Sostengono che solo la famiglia formata da una donna ed un uomo (possibilmente sposati) possa garantire al minore quel clima di benessere psico-fisico che lo conduca alla realizzazione e ad una crescita serena. 

Ma è davvero così?

L’associazione psicologi italiani, scrive

L’Associazione Italiana di Psicologia ricorda che le affermazioni secondo cui i bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre, non trovano riscontro nella ricerca internazionale […]. Infatti i risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psico­sociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. In altre parole, non sono né il numero né il genere dei genitori a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano. In particolare, la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano dello stesso sesso.” Lo stesso orientamento ha l’American Psychoanalytic Association:“E’ nell’interesse del bambino sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti e capaci di cure. La valutazione di queste qualità genitoriali dovrebbe essere determinata senza pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale”.

L’ultima ricerca in merito è del 2012 (se ne parla diffusamente qui) e si intitola “Early Child Attachment Organization With Both Parents and Future Behavior Problems: From Infancy to Middle Chilhood”, di Grazyna Kochanska e Sanghag Kim (University of Iowa – Child Development, January/February 2013, Volume 84, Numero 1, pagg. 283-296).  Da questa ricerca emerge che ad un bambino, per stare bene, basta un solo genitore in grado di sintonizzarsi sui suoi bisogni emotivi, perché è la qualità del rapporto emotivo che il minore ha con quel genitore che ha importanza.

Perciò, non importa il sesso biologico di chi si prende cura di un bambino, non importa nemmeno che ci si occupi di lui da sol*, quel che conta è l’amore, il rapporto, la relazione che si ha con il minore.

Lo sapranno tutti questi sostenitori a tutti i costi della “famiglia tradizionale” (tra l’altro la stragrande maggioranza dei casi di maltrattamenti ai danni di minori avviene proprio nelle famiglie tradizionali)?

A quanto pare no. Non sono molto informati.

Nel giugno dello scorso anno, a Trento, Claudio Cia, consigliere comunale di lista civica ha presentato una interpellanza insieme ad altri consiglieri, al Sindaco di Trento, perché vengano tolti i bambini alle famiglie omogenitoriali. La decisione sull’interpellanza è slittata di volta in volta ed è prevista tra un paio di settimane (fonte: qui).

Nell’interpellanza si chiede  che il sindaco domandi ai servizi sociali di individuare sul territorio “casi di omogenitorialità singola o multipla” e  di verificare “l’ambiente di crescita del bambino in considerazione dell’assenza di una figura materna o paterna, per deliberata scelta che sottende motivi di illegalità”,affinché sia segnalata al Sindaco. E quest’ultimo alla notizia, “disponga immediatamente la collocazione del bambino in un ambiente che favorisca il suo pieno sviluppo umano”.

Si chiede, Cia:  “Ma se i bimbi possono essere tolti ai genitori per motivi economici,perché non accade quando sono lasciati in balia di esperienze, rapporti, relazioni umane sostitutive e del tutto slegate rispetto alla naturalità del rapporto fra madre e padre?” (qui)

Con quanta arroganza questo Consigliere si permette di stabilire che un bambino con genitori omosessuali è per forza un infelice che non vive in un ambiente adatto al suo pieno sviluppo umano?

Strappare un bambino alla sua famiglia dove ha sempre vissuto solo sulla base del sesso dei suoi genitori è pensare al suo pieno sviluppo? E’ fargli del bene? 

Perché il sesso biologico di un genitore ha tanta rilevanza, per Cia?

Lo sa, Cia, come vivono i minori sottratti alle loro famiglie? Conosce,  “Il più osceno business italico” (l’affidamento troppo facile di migliaia di bambine e bambini alla macchina della giustizia)?

No, evidentemente, se è convinto che l’omosessualità di un adulto basti, da sola, a renderlo incapace di provvedere alle cure verso un bambino, ad amarlo, a sintonizzarsi con i suoi bisogni.

Sarà padre, Cia?

Mi domando: per una bambina o un bambino è meglio crescere con una persona (o una coppia) omosessuale che l* ama e l* rispetta, facendol* crescere in un clima sereno e rispondente alle sue necessità, oppure crescere con un uomo che pensa che per un minore sia meglio essere strappato da chi lo ama solo perché non è eterosessuale?

Mi schiero totalmente dalla parte di Flavio Romani, presidente di Arcigay che dice:

«Cia accompagna la sua mostruosa richiesta con argomentazioni surreali, che addirittura disconoscono il rapporto tra genitore e figlio in caso di genitori omosessuali. Un atto inaudito, che supera in violenza i peggiori regimi totalitari. Una dichiarazione di ignoranza e inciviltà, che manipola la Costituzione e i Trattati a difesa dell’infanzia, stravolgendone il senso e arrogandosi il diritto di decidere sopra le teste dei più piccoli e dei loro genitori. Giù le mani dai nostri figli: è inconcepibile che in un’aula consiliare venga richiesto al sindaco di trasformarsi in un moderno Erode, il tutto a difesa di un’ortodossia familiare che nulla ha a che fare con il benessere dei piccoli, semmai con la stupidità di tanti adulti, come Cia e i suoi sodali, che dietro il dito puntato verso le nostre famiglie tentano di nascondere il loro essere indegni, come cittadini, rappresentanti e come modelli per gli italiani e le italiane di domani».

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(Ringrazio tantissimo “Il ricciocorno schiattoso” che mi ha fornito tutte le fonti scientifiche contenute in questo post)

Ragazzo omosessuale di 21 anni si suicida: un attimo di silenzio!

Pochi giorni fa un ragazzo di soli 21 anni si lancia nel vuoto. Prima del gesto ha lasciato un messaggio: «Sono gay. L’Italia è un Paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza».
Solo nel 2013 ci sono stati tre suicidi che subivano il peso di essere gay, vessati dalle umiliazioni di una cultura che demonizza la sessualità, forte di una cultura cattolica e patriarcale dove la virilità è sinonimo di eterosessualità e famiglia.
Ad agosto si uccise un quattordicenne omosessuale, gettandosi dal balcone. “Sono gay, tutti mi prendono in giro” diceva il ragazzo, vessato dal bullismo omofobo dei suoi coetanei a scuola.
All’inizio dell’anno Andrea si impicca con una sciarpa perché veniva preso in giro perché quei pantaloni rosa agli occhi dei suoi coetanei gli davano un’aria da gay.
Un altro ragazzino tenta il suicidio perchè vessato in famiglia.
Storie tutte uguali che vanno dal “malessere interiore”, poiché il contesto influisce molto, ai veri atti diretti di omofobia che hanno indotto al suicidio di queste giovani vite.
Assieme a questi casi, un sfilza sempre più diffusa di episodi omofobi come il recente pestaggio di un ragazzo gay.
L’omofobia non è un caso isolato. E’ fomentata e radicata nelle istituzioni. Quelle stesse istituzioni politiche che hanno smorzato la proposta di legge per tutelare le persone LGBTI con una clausola a dir poco anticostituzionale. Come la legge sulla violenza contro le donne, non non risolve il problema e non vuole affrontarlo a livello culturale ma è presente anche una clausola discriminatoria, perché tale legge individua delle eccezioni applicative che consentono a coloro i quali appartengono ad associazioni, cattoliche, agli educatori e in ambito sanitario, di poter continuare denigrare, vessare e considerare malate le persone LGBTI, restando impuniti.
Insomma, non solo si può continuare ad operare una “socializzazione” ad una cultura omofoba che è causa di questi episodi ma si può benissimo restare impuniti.

Così il vicedirettore di un giornale può affermare cose imbecilli per accusare il Gay Pride, in quanto “pagliacciata”, di essere la causa del suicidio di Simone, senza essere radiato e punito con la galera.

Questo significa che nel nostro Paese non c’è nessuna volontà di sconfiggere l’omofobia ma di fomentarla. E non è un caso se ciò accade in un paese maschilista come l’Italia, dove viene portata avanti l’immagine dell’uomo “sciupafemmine” per tenere lontano il mostro dell’omosessualità.
Ecco perché l’associazione Famiglie Numerose (un nome, un programma) ha contestato un corso anti-sessista introdotto in una scuola italiana. Il fatto è accaduto a Venezia dove un corso per insegnanti su “la promozione di una cultura oltre agli stereotipi di genere”, relativi ai messaggi pubblicitari e all’uso che questi fanno degli stereotipi maschili e femminili suscita l’immediata reazione degli aderenti all’associazione Famiglie numerose, i quali gridano allo scandalo, poiché secondo loro «nel corso promosso dalla Provincia di Venezia gli insegnanti saranno formati per esaminare le tendenze dei bambini fin dalle scuole materne e verificare a quale “genere” appartengono (maschio, femmina, gay, ecc). La chiamano teoria del Gender. Un modo per avviarsi alla distruzione della famiglia, e di conseguenza della società in cui viviamo».
Una polemica che ha indignato Maria Elena Tomat, presidente della commissione Pari opportunità in quanto «In accordo con l’Ufficio scolastico cerchiamo di stimolare nei ragazzi, attraverso la formazione degli insegnanti, il senso critico dei ragazzi verso i messaggi pubblicitari che impiegano stereotipi di genere: all’immagine della donna viene accostata quella della valletta scosciata e muta, mentre a quella del maschio l’uomo elegante e intelligente. Per fare un esempio. Cerchiamo di far capire che anche le donne fanno lavori importanti».
Che coraggio ci vuole a contestare un corso che vuole porre fine ad atti di omofobia e femminicidio? E’ davvero una cosa d’altro mondo, direbbe una persona ingenua che non conosce quanto è ancora è sessista e arretrato il nostro Paese, dove ancora gli stereotipi di genere sono socialmente condivisi e difficili da metter ein discussione.
C’è un problema nel nostro Paese, un problema che ci pone in contrasto con quei paesi confinanti che hanno già norme per celebrare i matrimoni tra coppie dello stesso sesso e per il riconoscimento delle persone intersessuali.
Un paese dove gli omosessuali vengono perseguitati o scelgono di togliersi la vita accusando un vuoto legislativo e una carenza di diritti che il nostro paese non vuole colmare.

Ancora una volta lo Stato ha messo a segno un altro “omicidio”.  Un attimo di silenzio, per favore.

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