La costruzione del “corpo gay” tra stereotipi e normalizzazione

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È bello, giovane, unto e palestrato. È il corpo dell’uomo omosessuale.

Puoi vederlo sfilare sulle passerelle di Mister Gay o ammirarlo su blog e riviste.

L’ideale di bellezza virile dell’uomo bianco eterosessuale che non deve chiedere mai si unisce all’oggettivizzazione del corpo femminile ipersessualizzato e strumentalizzato dal mercato dei consumi ed ecco venirne fuori la norma di rappresentazione del “corpo gay”.

Giovane, atletico e prestante, spesso impegnato in improbabili pose da calendario.

Un’estetica non fedele alla pluralità di corpi e modelli, una rappresentazione molto simile a quella destinata alle donne nei media, dove il corpo femminile, nella sua reiterazione frammentata di gambe, labbra, seni, diventa prodotto.

Rischia di diventare prodotto anche quel corpo lucido con pettorali scolpiti e pacco in primo piano, rischiano di diventare prodotto anche le rivendicazioni per i diritti e la liberazione omosessuale.

I Gay Pride sono sempre meno “riot”, le aziende si muniscono di una utile facciata gay-friendly, i linguaggi sono spesso familistici e reazionari, l’occidente dei diritti contro “gli altri” incivili e barbari.

E nel frattempo, in nome di una falsa inclusione, perché i diritti continuano a non esserci e le discriminazioni invece sì, i corpi subiscono un processo di normalizzazione che permette loro l’ingresso nel grande tritacarne del mercato dei consumi.

Come si concilia questa estetica imposta con l’inclusione?
Che fine fanno i corpi che non rientrano in questi canoni estetici?

Subiscono l’invisibilizzazione, mancano di rappresentazioni, o al massimo entrano in gruppi ghettizzanti che includono/escludono sempre in base alle caratteristiche estetiche, un esempio è quello dei “Bears”, gli “orsi”, una “categoria gay” che include uomini con la pancia, pelosi, barbuti e non necessariamente giovanissimi.

Corpi catalogati come prodotti, sono le caratteristiche fisiche a determinare lo scaffale di destinazione.

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Politici italiani e omofobia: la libertà di negare la libertà!

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In questi ultimi mesi l’avvocato Carlo Taormina – deputato di Forza Italia dal 2001 al 2006 e per qualche mese Sottosegretario al Ministero dell’Interno del Governo Berlusconi II – sta diventando oggetto di discussione per le sue dichiarazioni al limite del grottesco sulla comunità LGBT. Molte delle sue “uscite” sono avvenute durante interviste rilasciate a La Zanzara, trasmissione di Radio 24. Tra gli altri, possiamo ricordare due episodi:

  • nel febbraio 2014, schierandosi apertamente con le decisioni prese dal Presidente dell’Uganda che aveva da poco firmato una legge che prevede per gli omosessuali pene fino all’ergastolo, ha dichiarato che “gli ‘ndranghetisti hanno principi più saldi sulla famiglia” e “non fanno confusione sui sessi”;
  • nel maggio 2014 ha affermato che gli omosessuali “sono anormali”, “possiedono anomalie fisiche e genetiche”, fanno “ribrezzo”, “provocano una crisi di rigetto e di vomito” ed è “gente malata”, sostenendo che se avesse un figlio gay sarebbe una “tragedia insuperabile” e non potendo esercitare violenza si limiterebbe a mettendolo nelle condizioni di cambiare casa.

Alle esternazioni dell’avvocato sono spesso seguite proteste pacifiche in rete a suon di tweet, come è successo per la campagna #unbaciopertaormina, attraverso cui molt* utenti hanno spedito fotografie di baci tra persone dello stesso sesso.

Carlo Taormina è stato inoltre recentemente condannato per discriminazione per le seguenti affermazioni, che risalgono a ottobre 2013:

«Io nel mio studio di avvocato faccio una cernita: se uno è così non lo assumo assolutamente, e se è discriminazione me ne frego. Avere un dipendente omosessuale mi creerebbe grande difficoltà, hanno un’altra mentalità, altri stili, parlano diversamente, si vestono diversamente, una cosa insopportabile, contro natura»

E’ la prima volta, in Italia, che avviene una condanna per discriminazione in ambito lavorativo verso le persone omosessuali, perché in un Paese in cui manca una legislazione consona contro l’omofobia si è puniti se si contravviene alla normativa contro le discriminazioni sul lavoro. L’ambito lavorativo risulta, dunque, l’unico nel quale esiste una norma che affronta il tema delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere

Sulla sentenza infatti si parla di:

“espressioni idonee a dissuadere determinati soggetti dal presentare le proprie candidature allo studio professionale dell’avv. Taormina e quindi atte ad ostacolarne l’accesso al lavoro od a renderlo maggiormente difficoltoso”

Il Tribunale di Bergamo ha condannato Carlo Taormina al pagamento di un risarcimento del danno a favore di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, che verrà impegnato in “attività informative sui temi delle discriminazioni e di promozione di una cultura della diversità”.

Ma pare che l’avvocato non abbia preso molto bene la condanna, tanto che in questi giorni si sono susseguiti sul web tweet esilaranti:

“a casa mia faccio quello che voglio”

“in piazza per la libertà di pensiero fino a quando non costituisca reato”

“che tristezza dover lottate nel 2014 per libertà elementari!”

“sono davvero sconcertato per la deriva dittatoriale su cui si avvia il nostro Paese”

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Educare alle differenze#2: il lavoro di una Casa Editrice

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Continuano le interviste con le realtà che parteciperanno, il 20 e 21 settembre, a Roma, all’evento “Educare alle differenze”.

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Tra le realtà che hanno aderito, c’è una piccola Casa Editrice: la Casa Editrice Mammeonline.

Ho raggiunto  la sua fondatrice, Donatella Caione, nei giorni scorsi e abbiamo fatto una “chiacchierata”.

Mammeonline ha una genesi del tutto particolare, essendo nata per sostenere economicamente una community nata nel web alla fine degli anni ’90, una delle prime comunità virtuali che nascevano allora e che raccoglieva soprattutto donne (madri e non) per discutere, conoscere, mettere in comune esperienze di vita di famiglia e di maternità. I temi di discussione si sono via via allargati, fino a comprendere anche i modi diversi da quello “naturale” di diventare genitori: adozione e PMA soprattutto.

Alla ricerca di fondi per sostenere la community, sempre più vasta:

Pensammo di realizzare un libro raccogliendo le fiabe che le mamme scrivevano per i loro bambini. E la cosa funzionò.

mi racconta Donatella.

Poi sono arrivati i libri per bambine e bambini, strumenti per avvicinarli ai libri, ma anche per affrontare temi importanti. Abbiamo cominciato con il desiderio di spiegare loro la nascita per adozione o per procreazione assistita e poi abbiamo continuato parlando del fratellino, del cibo, dell’amicizia, della diversità, dell’accettazione di se stessi, dei disturbi dell’apprendimento, del gestire le emozioni, affrontare la paura, ecc. Non perché il libro diventi una medicina per curare un problema, ma perché leggendo il libro può capitare al bambino di riconoscersi nel problema.

Insomma, libri che offrano ai giovani e giovanissimi lettori (e lettrici) una pluralità di rappresentazioni, più vaste del solito, in maniera che anche i bambini e le bambine meno aderenti allo stereotipo dominante potessero riconoscersi e ritrovarsi per poter dire: “Allora esisto anch’io!”

Ovviamente, le “tematiche di genere” sono state importanti, per la Casa Editrice, fin dalla nascita, se si tiene presente che le prime pubblicazioni parlavano di problemi di fertilità (la scelta di diventare madre, così come quella di non diventarlo, e quindi anche la discussa L 40 sulla procreazione assistita, sono sempre inerenti alla libertà e alla salute delle donne). Si è scelto anche di lavorare in modo da dare rilievo alla creatività delle donne e di offrire rappresentazioni del femminile diverse e variegate dallo stereotipo della “principessa rosa” o simile che imperversa spesso nella letteratura riservata ai lettori e alle lettrici più giovani.

(…) le nostre Quisquilia, Ninablu, Bea, Sara, Giorgia, ecc. sono bambine cui piace investigare, portare la barca, andare sullo skateboard o praticare il parkour!

Spiega Donatella:

Una delle maggiori difficoltà nel fare “educazione di genere” è anche la scelta dei titoli, affinché non caratterizzino quel libro come “libro per maschi” o “libro per femmine” (…)

ultimamente abbiamo deciso che fosse necessaria un po’ di determinazione in più, visto anche l’avanzare di una corrente di pensiero tendente a svalorizzare il femminile, a screditare l’educazione emotiva, a snaturare l’idea stessa di educazione di genere, manipolando anche le indicazioni dell’OMS. E quindi abbiamo deciso di pubblicare un numero del nostro libro/giornale “Echino giornale bambino” tutto dedicato al genere: “Mi specchio in te“. Mentre pochi mesi avevamo pubblicato “Chiamarlo amore non si può”, un libro di racconti per gli adolescenti sulla violenza contro le donne.

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Chiedo a Donatella:

Come vedi il mondo dell’editoria, rispetto a queste tematiche?

C’è molta attenzione, specie da parte dei piccoli editori, ma c’è anche un po’, secondo me, il desiderio di “cavalcare l’onda”. (…) Credo che il libro troppo dichiaratamente antistereotipo (ricordo che, nei giorni della fiera di Bologna dedicata alla letteratura per l’infanzia, Donatella rimase colpita in modo negativo da libri per bambini che recavano scritto sulla copertina, come un segno distintivo, la scritta “libro gender friendly” o simili, perché, secondo lei, ogni pubblicazione rivolta ai bambini dovrebbe avere uno “sguardo non stereotipato”, senza che vi sia una nicchia apposita di libri dedicati) consegua meno risultati perché viene acquistato e letto solo da chi è già consapevole dell’importanza dell’argomento. Non si può rendere normale un approccio non stereotipato se lo si tratta in libri che vengono proposti come “speciali” sul tema. In realtà tutti i libri per bambini e bambine dovrebbero essere senza stereotipi di genere, a cominciare da quelli scolastici che invece ne sono, purtroppo, ancora pieni.

Cosa ti aspetti dalla giornata del 20 (e 21) settembre? Quali sono le tue speranze per questo incontro?

Come casa editrice Mammeonline condivideremo soprattutto le esperienze fatte portando, in questi mesi, il libro “Chiamarlo amore non si può” nelle scuole medie e superiori. Abbiamo portato tra ragazze e ragazzi il libro, i racconti e abbiamo ricevuto tanti di quegli stimoli! I ragazzi e le ragazze, dopo la lettura del libro, hanno preparato video, canzoni, racconti, cartelloni, fotografie, installazioni e hanno dato vita a discussioni entusiaste su amore e non amore, emozioni, sentimenti, stereotipi, dimostrando che c’è un interesse straordinario sul tema. Ragazze e ragazzi sono confus* da quel che vedono nei telegiornali, che sentono raccontare e che spesso, purtroppo, vedono nelle loro famiglie e nelle relazioni tra loro e hanno un gran bisogno di parlare  e di essere aiutati a risolvere e a gestire la confusione che nasce in loro tra i modelli mediatici finti, la realtà della cronaca e della famiglia, le loro emozioni e prime esperienze sentimentali, spesso difficili perché si trovano a viverle con il conflitto di questi modelli contrastanti.

Dunque, la mia speranza è che si possano davvero gettare le basi per portare nelle scuole l’educazione al genere, nel modo il più possibile spontaneo e soprattutto in modo interdisciplinare e senza indottrinamenti.

In ultimo, segnalo che la Casa Editrice Mammeonline, insieme ad altre piccoli editori come loro, ha scritto un manifesto per sensibilizzare sulle difficoltà che, come piccoli editori, si trovano a dover affrontare e che penso la pena vada letto.

Le altre interviste:

ACT agire col teatrohttp://comunicazionedigenere.wordpress.com/2014/07/28/educare-alle-differenze1-il-teatro-che-dibatte-col-pubblico/

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