Politici italiani e omofobia: la libertà di negare la libertà!

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In questi ultimi mesi l’avvocato Carlo Taormina – deputato di Forza Italia dal 2001 al 2006 e per qualche mese Sottosegretario al Ministero dell’Interno del Governo Berlusconi II – sta diventando oggetto di discussione per le sue dichiarazioni al limite del grottesco sulla comunità LGBT. Molte delle sue “uscite” sono avvenute durante interviste rilasciate a La Zanzara, trasmissione di Radio 24. Tra gli altri, possiamo ricordare due episodi:

  • nel febbraio 2014, schierandosi apertamente con le decisioni prese dal Presidente dell’Uganda che aveva da poco firmato una legge che prevede per gli omosessuali pene fino all’ergastolo, ha dichiarato che “gli ‘ndranghetisti hanno principi più saldi sulla famiglia” e “non fanno confusione sui sessi”;
  • nel maggio 2014 ha affermato che gli omosessuali “sono anormali”, “possiedono anomalie fisiche e genetiche”, fanno “ribrezzo”, “provocano una crisi di rigetto e di vomito” ed è “gente malata”, sostenendo che se avesse un figlio gay sarebbe una “tragedia insuperabile” e non potendo esercitare violenza si limiterebbe a mettendolo nelle condizioni di cambiare casa.

Alle esternazioni dell’avvocato sono spesso seguite proteste pacifiche in rete a suon di tweet, come è successo per la campagna #unbaciopertaormina, attraverso cui molt* utenti hanno spedito fotografie di baci tra persone dello stesso sesso.

Carlo Taormina è stato inoltre recentemente condannato per discriminazione per le seguenti affermazioni, che risalgono a ottobre 2013:

«Io nel mio studio di avvocato faccio una cernita: se uno è così non lo assumo assolutamente, e se è discriminazione me ne frego. Avere un dipendente omosessuale mi creerebbe grande difficoltà, hanno un’altra mentalità, altri stili, parlano diversamente, si vestono diversamente, una cosa insopportabile, contro natura»

E’ la prima volta, in Italia, che avviene una condanna per discriminazione in ambito lavorativo verso le persone omosessuali, perché in un Paese in cui manca una legislazione consona contro l’omofobia si è puniti se si contravviene alla normativa contro le discriminazioni sul lavoro. L’ambito lavorativo risulta, dunque, l’unico nel quale esiste una norma che affronta il tema delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere

Sulla sentenza infatti si parla di:

“espressioni idonee a dissuadere determinati soggetti dal presentare le proprie candidature allo studio professionale dell’avv. Taormina e quindi atte ad ostacolarne l’accesso al lavoro od a renderlo maggiormente difficoltoso”

Il Tribunale di Bergamo ha condannato Carlo Taormina al pagamento di un risarcimento del danno a favore di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, che verrà impegnato in “attività informative sui temi delle discriminazioni e di promozione di una cultura della diversità”.

Ma pare che l’avvocato non abbia preso molto bene la condanna, tanto che in questi giorni si sono susseguiti sul web tweet esilaranti:

“a casa mia faccio quello che voglio”

“in piazza per la libertà di pensiero fino a quando non costituisca reato”

“che tristezza dover lottate nel 2014 per libertà elementari!”

“sono davvero sconcertato per la deriva dittatoriale su cui si avvia il nostro Paese”

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Educare alle differenze#2: il lavoro di una Casa Editrice

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Continuano le interviste con le realtà che parteciperanno, il 20 e 21 settembre, a Roma, all’evento “Educare alle differenze”.

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Tra le realtà che hanno aderito, c’è una piccola Casa Editrice: la Casa Editrice Mammeonline.

Ho raggiunto  la sua fondatrice, Donatella Caione, nei giorni scorsi e abbiamo fatto una “chiacchierata”.

Mammeonline ha una genesi del tutto particolare, essendo nata per sostenere economicamente una community nata nel web alla fine degli anni ’90, una delle prime comunità virtuali che nascevano allora e che raccoglieva soprattutto donne (madri e non) per discutere, conoscere, mettere in comune esperienze di vita di famiglia e di maternità. I temi di discussione si sono via via allargati, fino a comprendere anche i modi diversi da quello “naturale” di diventare genitori: adozione e PMA soprattutto.

Alla ricerca di fondi per sostenere la community, sempre più vasta:

Pensammo di realizzare un libro raccogliendo le fiabe che le mamme scrivevano per i loro bambini. E la cosa funzionò.

mi racconta Donatella.

Poi sono arrivati i libri per bambine e bambini, strumenti per avvicinarli ai libri, ma anche per affrontare temi importanti. Abbiamo cominciato con il desiderio di spiegare loro la nascita per adozione o per procreazione assistita e poi abbiamo continuato parlando del fratellino, del cibo, dell’amicizia, della diversità, dell’accettazione di se stessi, dei disturbi dell’apprendimento, del gestire le emozioni, affrontare la paura, ecc. Non perché il libro diventi una medicina per curare un problema, ma perché leggendo il libro può capitare al bambino di riconoscersi nel problema.

Insomma, libri che offrano ai giovani e giovanissimi lettori una pluralità di rappresentazioni, più vaste del solito, in maniera che anche i bambini meno aderenti allo stereotipo dominante potessero riconoscersi e ritrovarsi per poter dire: “Allora esisto anch’io!”

Ovviamente, le “tematiche di genere” sono state importanti, per la Casa Editrice, fin dalla nascita, se si tiene presente che le prime pubblicazioni parlavano di problemi di fertilità (la scelta di diventare madre, così come quella di non diventarlo, e quindi anche la discussa L 40 sulla procreazione assistita, sono sempre inerenti alla libertà e alla salute delle donne). Si è scelto anche di lavorare in modo da dare rilievo alla creatività delle donne e di offrire rappresentazioni del femminile diverse e variegate dallo stereotipo della “principessa rosa” o simile che imperversa spesso nella letteratura riservata ai lettori e alle lettrici più giovani.

(…) le nostre Quisquilia, Ninablu, Bea, Sara, Giorgia, ecc. sono bambine cui piace investigare, portare la barca, andare sullo skateboard o praticare il parkour!

Spiega Donatella:

Una delle maggiori difficoltà nel fare “educazione di genere” è anche la scelta dei titoli, affinché non caratterizzino quel libro come “libro per maschi” o “libro per femmine” (…)

ultimamente abbiamo deciso che fosse necessaria un po’ di determinazione in più, visto anche l’avanzare di una corrente di pensiero tendente a svalorizzare il femminile, a screditare l’educazione emotiva, a snaturare l’idea stessa di educazione di genere, manipolando anche le indicazioni dell’OMS. E quindi abbiamo deciso di pubblicare un numero del nostro libro/giornale “Echino giornale bambino” tutto dedicato al genere: “Mi specchio in te“. Mentre pochi mesi avevamo pubblicato “Chiamarlo amore non si può”, un libro di racconti per gli adolescenti sulla violenza contro le donne.

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Chiedo a Donatella:

Come vedi il mondo dell’editoria, rispetto a queste tematiche?

C’è molta attenzione, specie da parte dei piccoli editori, ma c’è anche un po’, secondo me, il desiderio di “cavalcare l’onda”. (…) Credo che il libro troppo dichiaratamente antistereotipo (ricordo che, nei giorni della fiera di Bologna dedicata alla letteratura per l’infanzia, Donatella rimase colpita in modo negativo da libri per bambini che recavano scritto sulla copertina, come un segno distintivo, la scritta “libro gender friendly” o simili, perché, secondo lei, ogni pubblicazione rivolta ai bambini dovrebbe avere uno “sguardo non stereotipato”, senza che vi sia una nicchia apposita di libri dedicati) consegua meno risultati perché viene acquistato e letto solo da chi è già consapevole dell’importanza dell’argomento. Non si può rendere normale un approccio non stereotipato se lo si tratta in libri che vengono proposti come “speciali” sul tema. In realtà tutti i libri per bambini e bambine dovrebbero essere senza stereotipi di genere, a cominciare da quelli scolastici che invece ne sono, purtroppo, ancora pieni.

Cosa ti aspetti dalla giornata del 20 (e 21) settembre? Quali sono le tue speranze per questo incontro?

Come casa editrice Mammeonline condivideremo soprattutto le esperienze fatte portando, in questi mesi, il libro “Chiamarlo amore non si può” nelle scuole medie e superiori. Abbiamo portato tra ragazze e ragazzi il libro, i racconti e abbiamo ricevuto tanti di quegli stimoli! I ragazzi e le ragazze, dopo la lettura del libro, hanno preparato video, canzoni, racconti, cartelloni, fotografie, installazioni e hanno dato vita a discussioni entusiaste su amore e non amore, emozioni, sentimenti, stereotipi, dimostrando che c’è un interesse straordinario sul tema. Ragazze e ragazzi sono confus* da quel che vedono nei telegiornali, che sentono raccontare e che spesso, purtroppo, vedono nelle loro famiglie e nelle relazioni tra loro e hanno un gran bisogno di parlare  e di essere aiutati a risolvere e a gestire la confusione che nasce in loro tra i modelli mediatici finti, la realtà della cronaca e della famiglia, le loro emozioni e prime esperienze sentimentali, spesso difficili perché si trovano a viverle con il conflitto di questi modelli contrastanti.

Dunque, la mia speranza è che si possano davvero gettare le basi per portare nelle scuole l’educazione al genere, nel modo il più possibile spontaneo e soprattutto in modo interdisciplinare e senza indottrinamenti.

In ultimo, segnalo che la Casa Editrice Mammeonline, insieme ad altre piccoli editori come loro, ha scritto un manifesto per sensibilizzare sulle difficoltà che, come piccoli editori, si trovano a dover affrontare e che penso la pena vada letto.

Le altre interviste:

ACT agire col teatrohttp://comunicazionedigenere.wordpress.com/2014/07/28/educare-alle-differenze1-il-teatro-che-dibatte-col-pubblico/

Educare alle differenze#1: il teatro che dibatte col pubblico

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Il 20 settembre parteciperemo come blog collettivo alla giornata “Educare alle differenze”, organizzata da Scosse, Il progetto Alice e Stonewall oltre ad altre decine di realtà co-promotrici dell’iniziativa.
Sarà un’occasione di scambio e di progettazione di un percorso di educazione al genere rivolto all’infanzia e all’adolescenza.

Sarà il primo passo di un progetto ci auguriamo più ampio di uno scambio di vedute, ma che porti alla costruzione di una solida politica educativa di genere, a progetti mirati alla comunicazione nelle scuole, al coinvolgimento di bambin* e ragazz* nella questione di genere, anche attraverso altri canali di apprendimento che non quelli prettamente scolastici.

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In vista di questo appuntamento, abbiamo deciso di lanciare una serie di contributi in merito proprio all’educazione di genere, a cosa voglia dire e come si sperimenti.  Per farlo, abbiamo pensato di intervistare alcune di quelle realtà che incontreremo il 20 settembre e che, come noi, vedono in questa data una possibilità di crescita.

Tra le realtà co-promotrici ci sono comitati di genitori, insegnanti, ma anche associazioni culturali, centri antiviolenza, collettivi queer, noi. Abbiamo scelto alcune di queste compagne di viaggio e abbiamo provato a conoscerle meglio, indagando le ragioni di ognuna nell’augurarsi un’educazione differente.

Le prime che conosciamo sono Elena  Fazio e Angela Sajeva che, insieme a Leonardo Gambardella, gestiscono l’associazione culturale ACT, agire col teatro. L’associazione nasce nel 2009 a Scalea (Cosenza) dove, come ci raccontano, il contesto culturale non era certo uno dei più vivaci, ma dove per origini o per caso si sono trovate ad operare e a chiedersi cosa volesse dire fare teatro con un territorio.educare

“Cercavamo un modo di creare un vero contatto tra pubblico e teatro. Non volevamo proporre una rappresentazione su cui lavorare solo il tempo in cui il sipario è aperto, ma al contrario, spettacoli su cui iniziare a ragionare quando il sipario si chiude. Uno strumento e un pretesto per lavorare con la comunità”

Che tipo di risposta avete avuto?

“Siamo riuscite a fidelizzare il nostro pubblico. Quindi una risposta positiva. I nostri spettatori vogliono vedere cosa faremo l’anno prossimo, vogliono riconfermare il desiderio di quello che gli abbiamo proposto, la loro aspettativa è una grande spinta e un successo per noi”

Tra gli spettacoli che avete messo in scena con questa progettualità di lavoro sul territorio, siete riuscite a toccare anche i temi di genere?

“Uno dei nostri progetti cardine è “Voci di Desdemona”, spettacolo che nasce da testimonianze raccolte in centri antiviolenza di Bolzano e Merano, insomma dalla viva voce delle donne vittime di violenza domestica. A queste voci abbiamo unito stralci di testi molto noti o figure iconiche come appunto la Desdemona del titolo, perché ci aiutassero a raccontare una storia di donne. Dura 45 minuti. La abbiamo pensata breve perché è parte integrante dello spettacolo la possibilità di interagire con il pubblico, dopo la messa in scena. E la risposta del pubblico è sempre stupefacente per la vera e propria necessità di parlare di questi temi, di parlare di violenza domestica, di non tenerla chiusa dentro casa.”

Negli ultimi anni le occasioni di parlare di violenza sembrano aumentate, persino le pubblicità di intimo ci dicono di combattere la violenza sulle donne. Credete che questo aiuti la questione?

“Ultimamente la violenza sulle donne va tristemente molto “di moda”, passateci l’espressione.
Per noi però è importante anche come si parla di violenza, non solo che se ne parli.
Per questo abbiamo sempre cercato di associarci con realtà con cui condividevamo il modo di percepire e voler affrontare il tema, come BeFree, che ci è stata vicina anche nel portare “Voci di Desdemona” a Roma, a teatro per i ragazzi e le ragazze del liceo. Per parlare di violenza e di genere abbiamo studiato, abbiamo fatto corsi da operatrici antiviolenza e poi abbiamo cercato di mettere a punto un linguaggio utile a comunicare senza voler indottrinare, ma suggestionando e parlando alla pancia di chi ci ascolta. Insomma, è importante trovare il modo davvero rivoluzionario di trattare questi temi, senza sostituire uno stereotipo con un altro o un ruolo imposto con un altro.
Per noi la questione di genere è stata anche utile ad entrare in contatto con la vita quotidiana degli spettatori, ci ha dato la possibilità di partire dalla percezione di noi, dei nostri corpi, del rispetto, anche per parlare di altro, dalla disabilità alla lotta alla mafia.”

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Perché un’associazione che si occupa di teatro partecipa a una giornata sull’educazione di genere? Perché credete sia importante?

“Non è solo importante, è imprescindibile parlare di genere oggi.
Nel 2014, a parità di competenze, spesso una donna viene ancora pagata meno del suo corrispettivo maschile. Dobbiamo scardinare questa mentalità, questo sistema culturale. Dobbiamo farlo partendo dall’infanzia, perché a 6 anni i bambini hanno già dei pregiudizi e delle categorie sessiste fortemente radicate.
Lo vediamo con i nostri corsi di formazione teatrale, nelle scuole primarie. Quella però è anche l’età in cui si recepisce di più il cambiamento. Se diciamo “tutti e tutte“, invece di parlare solo al maschile, magari le maestre non danno peso a queste parole, ma i bambini, le bambine soprattutto, sì. Si accorgono della differenza. Iniziano ad usare queste parole.
Crediamo che lavorare con questa fascia d’età sia fondamentale per offrire dei modelli culturali alternativi alle bambine quanto ai bambini, a cui, nella loro identità maschile manca spesso il coinvolgimento nelle discussioni di genere.”

Cosa vi aspettate dalla giornata del 20 settembre? Cosa sperate di trovare?

“Sicuramente siamo partite dalla necessità di conoscere realtà che si occupano delle nostre stesse tematiche.
Per fare rete e per riuscire a crescere anche noi grazie agli stimoli di altre esperienze. L’esigenza poi per noi nasce anche dal personale, una volta iniziato questo percorso, non possiamo tornare indietro, ma solo cercare nuovi modi di proseguire. Speriamo insomma di incontrare realtà anche più preparate o inserite in circuiti educativi di noi, così da poterci confrontare sui progetti futuri. Vorremmo poter continuare il nostro percorso e ampliarlo.
Perché non basta mettere tot ministre al governo per risolvere il problema di genere in Italia. Soprattutto se poi si disinteressano dellle Pari Opportunità, se continuano a togliere fondi ai centri antiviolenza, se non esiste educazione di genere… se non si agisce fortemente sulla cultura, possiamo anche fregarcene delle quote rosa.”

 

 

 

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