25 aprile. Il femminismo è solo antifascista. Ripubblichiamo.

1-Piera Galassi “Gloria”, Lisena Costi “Kira” e Rita Maria Galassi “Barbara”, partigiane di Cervarezza.

Simone de Beauvoir nel 1976 scriveva ne “Il secondo sesso 25 anni dopo”:

 “Una femminista, si consideri o no di sinistra, è di sinistra per definizione. Lotta per un’uguaglianza totale, per il diritto di essere importante, valida, quanto un uomo. E’ per questo che l’esigenza dell’uguaglianza delle classi è implicita nella sua ribellione per l’uguaglianza dei sessi”.

Scritta in un periodo in cui “essere di sinistra” aveva valenze rivoluzionarie che non tutte erano pronte a rivendicare ( per estrazione socio-culturale o per “pudore femminile” che convinceva le donne ad essere inadatte alla vita politica ) questa affermazione ha ancora un valore attuale. Nella giornata di commemorazione del 25 aprile 1945, potremmo citarla modificandola così:

una femminista è antifascista per definizione. 

Altrimenti non è femminista.

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Partigiane italiane

Prima di tutto per un motivo storico.
Ogni volta che incontriamo riferimenti a cosiddetti “femminismi di destra”, legati ad organizzazioni fasciste del Ventennio o contemporanee neofasciste, sappiamo di incontrare un falso.
E’ un falso che il regime fascista valorizzasse le donne. Durante la dittatura mussoliniana le donne, le camerate, erano strumentalizzate solo ai fini di raggiungere l’elettorato femminile e rese partecipi del processo di affermazione del modello dell’ “angelo del focolare” attraverso una politica demografica e di familiarizzazione.

Già nel 1927 con il “Discorso dell’ascensione” di Mussolini alla Camera dei Deputati, le donne sono confinate al ruolo di tutrici della demografia nazionale, destinandole all’unico obiettivo di procreare i figli “dello Stato”, nemmeno propri, ma di una Nazione. Ancor più che prima del Ventennio, le donne sotto il fascismo si ritrovarono costrette nell’ambito domestico e familiare, private anche solo del tentativo dell’emancipazione e  di ogni maggiore influenza politica ed economica.

Lunedì 22 marzo su rai3 “La grande storia”  ripercorreva tutte le sfumature del Ventennio fascista :  dalla propaganda, all’istruzione, alla pubblicità, all’informazione distorta e falsificata fino ad arrivare all’immagine della donna.

Dal documentario, per citare solo l’ultimo dei tanti riferimenti puntuali che potremmo citare, emerge proprio l’esaltazione dell’angelo del focolare, della donna dedita esclusivamente alla casa e alla famiglia, raccontando anche di come Mussolini fosse deciso a cancellare letteralmente le figure femminili altre rispetto a questo ideale. Durante il fascismo, erano persino state fatte bandire dai giornali tutte le immagini di donne con il famoso “vitino da vespa” perché le donne dovevano essere accoglienti e fertili pronte e con l’unico scopo di mettere al mondo una robusta e numerosa prole.

Le donne eccessivamente emancipate, insieme agli omosessuali, le lesbiche, gli scapoli, le prostitute, erano tutti nemici delle politiche demografiche del regime e per questo andavano stigmatizzati ed emarginati in modo sempre più violento.

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Il paradosso per le donne del periodo fascista è quello di subire, da una parte, la repressione delle proprie libertà, dall’altra di essere sempre corteggiate dallo Stato che si vantava di aver provveduto alla sostanziale modernizzazione della maternità.
L’istituzione dell’ ONMI, L’Opera nazionale per la maternità ed infanzia, ad esempio, doveva proprio rappresentare la guida del processo di modernizzazione dell’essere madre: fondata nel 1925, sostenuta da cattolici, liberali e nazionalisti, doveva adoperarsi per combattere l’alto tasso di mortalità infantile.

Il vero risultato ottenuto da questo ed altri enti fascisti per la maternità, fu contribuire a rendere le donne semplici portatrici di prole per servire la Nazione, dimenticandone in toto l’identità di cittadine:  durante la prima “Giornata della madre e dell’infanzia”, le donne più prolifiche d’Italia, insignite di un’onorificenza, vennero chiamate non per nome, ma per numero di figli.

Sostenere che il femminismo debba essere antifascista per definizione, serve quindi a ribadire un fatto storico, cioè l’oppressione del regime mussoliniano nei confronti delle donne, ma anche altro tipo di considerazione.

Il patriarcato non nasce certo con il fascismo, ma dal Ventennio ad oggi, è tra le sacche subculturali fasciste che ha trovato piena capacità di espressione, nel pubblico e nel privato.
Ad oggi esistono neofascismi anticlericali o conciliaristi, spiritualisti evoliani o con sfumature neonaziste.
Ciò che tiene tutti legati insieme è la triade Dio-Patria-Famiglia, a cui si aggiungono eventualmente Onore, Natura e Razza, lasciando a volte Dio ai più tradizionalisti.

I capisaldi del neofascismo oggi continuano ad escludere il soggetto donna, a considerarlo differente e destinato a diversi ruoli rispetto a quelli maschili. Questo dualismo è fisso ed immutabile e si concretizza nel rifiuto dell’autodeterminazione, nel rifiuto delle differenziazioni di genere, accettando solo il binomio maschio/femmina e declinandosi quindi verso omofobia, lesbofobia, transofobia e costrizione ai generi naturali e culturali imposti.

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Manifesti di iniziative neofasciste  su maternità e aborto.

L’unico modo in cui il neofascismo prende parola sulle donne è per colpevolizzarle sul tema dell’aborto, per farsi portavoce delle posizioni bigotte più reazionarie o per strumentalizzare il tema della violenza sulle donne ai fini di una propaganda “sulla sicurezza” che fa leva sostanzialmente su un forte e diffuso razzismo e sulla paura di cui chiunque voglia imporre un potere autoritario ha bisogno per emergere.
Dimostrazione del massimo grado di uso strumentale del tema della violenza sulle donne è che i manifesti che istigano all’odio razziale o a farsi giustizia da soli, sono rivolti agli uomini, non alle donne.
Si parla di “tua madre, tua moglie o tua figlia” e la soluzione qual è? Espellere i ROM.
La comunicazione manipolatoria di tali gruppi a volte carpisce la buona fede di persone non politicizzate a cui magari facilmente si dà a bere che la colpa della violenza sulle donne sia del “diverso” e non si dice che la stragrande maggioranza delle violenze nel nostro Paese avviene in casa, per colpa di uomini che le vittime conoscono bene, mariti, padri, fidanzati, fratelli italianissimi.

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Manifesti neofascisti strumentalizzano il tema della violenza sulle donne per promuovere razzismo, politica della sicurezza e per parlare agli uomini italiani delle “loro” donne.

Riteniamo fondamentale ad oggi l’approccio al femminismo “intersezionale“, cioè di analisi delle relazioni in base a multiple dimensioni identitarie e modalità sociali di creazione del soggetto: categorie come genere, razza, sesso, classe, orientamento sessuale spesso sono inscindibili nella lotta alle inequità di sistema.
Un femminismo dunque internazionale e multiculturale, che affronti le strutture delle società per scardinare le oppressioni che muovono dallo stesso sistema economico e che si rivolgono contro gli individui canalizzandosi in sessimo, ma anche razzismo  e classismo dunque.
Nessuno di questi processi di oppressione agisce indipendentemente dagli altri, così come non vi sono processi di liberazione che possano combattere una sola di queste repressioni, senza essere in sè fallimentari.

Anche per questo dunque una femminista non può che essere antifascista, altrimenti vorrebbe dire lottare forse per i diritti delle donne, probabilmente per donne di una sola “razza” e di una sola classe, accettando implicitamente una storia di repressione dei diritti e delle libertà femminili che ancora oggi si perpetua nelle politiche e gli atteggiamenti del neofascismo contemporaneo.

Il femminismo è antifascista, altrimenti non è femminismo.
Al massimo è “femminilismo”, è rivendicare sterilmente diritti che non intaccheranno minimamente il sistema patriarcale ma che possono far sentire migliori di altre donne, sicure della propria identità nazionale, esprimere un frustrato bigottismo o bene che vada riempire le piazze in nome dell’antiberlusconismo.

La vera domanda da lanciare oggi, proprio per commemorare il 25 aprile, potrebbe allora essere: se il femminismo non può che essere antifascista, l’antifascismo sa di non poter esistere nelle forme del sessismo e dell’omofobia? L’antifascismo deve essere femminista, sennò partecipa delle stesse categorie del fascismo?

La risposta a tutte queste domande, il più delle volte è no.

Nel corso della guerra furono migliaia le donne che persero la vita, subirono torture, che vennero trucidate, che combatterono fianco a fianco agli uomini.

Ed era quello il vero femminismo : collaborare. Uomini e donne uniti a combattere l’oppressore,  chi con regimi totalitari privava della libertà di pensiero, parola e azione anche i bambini che nelle scuole  sin dai primissimi anni crescevano con il mito del super uomo, con la netta divisione tra maschi e femmine. Futuri soldati per il fronte e future mamme sforna pargoli fascisti.

Donne partigiane

Donne e uomini partigian*

Ed invece subito dopo la guerra quelle lotte per la libertà che hanno visto uniti donne e uomini si sono perse e dimenticate per ritornare alla famiglia tradizionale, l’Italia partigiana si piegava alla borghesia che relega(va) le donne a signore di casa e regine del fornello e agli uomini patriarchi e machisti.

Ogni uomo nella propria casa si sentiva un perfetto Mussolini : lavare, cucinare, crescere figli erano compiti esclusivamente per donne , immaginario di famiglia tradizionale, purtroppo, ancora troppo osannato e condiviso dai più.

E ogni donna veniva educata  con l’idea che l’unico suo scopo fosse quello di trovare un marito, uno che la facesse sentire protetta, quella protezione che il più delle volte si è dimostrata una gabbia dorata dove le donne da sempre vengono oppresse e relegate nell’unico ruolo di madre e casalinga.

Le lotte dei e delle nostr* partigian* e dell’antifascismo sono state del tutto dimenticate per abbandonarci al fascismo più subdolo e latente, un fascismo che non esilia e non fucila ma che ti rende schiava del conformismo, di modelli imposti che omologano uomini e donne dall’aspetto esteriore fino agli ideali, che impone ruoli, che perseguita le diversità e si sente forte a sottometterle e umiliarle.

Sei troia se comandi come un uomo!

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Fonti qui

Pochi giorni fa abbiamo avviato una questione aperta sul fenomeno di “troiofobia”, ossia la valenza negativa che si dà alla prostituzione esercitata dalle donne e come si utilizzi l’appellativo “troia” per offendere una donna.

Per offendere una donna si utilizza la parola “troia” per mortificarla nella sua sessualità. La donna, quindi, va mortificata nella sua sessualità,  poiché la nostra sessualità è percepita come negativa in quanto  percepita come passiva. La mortificazione della sessualità femminile può avvenire dando della “troia” ad una donna (allo stesso modo di quando si da del “frocio” ad un gay) ma anche per mezzo di molestie sessuali che vanno fino allo stupro.

Dare della troia è una forma di violenza simbolica alla nostra sessualità, con effetti più gravi della molestia sessuale, in quanto violenza psicologica con ripercussioni morali, psicologiche ma sopratutto sociali, gravissime sulle donne in un contesto dove l’onorabilità sessuale delle donne conta ancora. Per questo bisognerebbe svuotare di valenza simbolica l’aggettivo “troia” che ancora oggi ha un forte impatto simbolico ed è per questo che ha numerosi sinonimi.

E’ allo stesso modo importante individuare il fine sessista e misogino di questa affermazione, alla pari di un appellativo omofobo. Se l’omofobia è riconosciuta (anche se non ancora dal punto di vista penale) , come fenomeno, il sessismo non lo è ancora. Nemmeno quando si tratta di una vera e propria violenza a danno della libertà sessuale di ogni donna.

Ma arriviamo al dunque. La foto che vedete è un fake attribuito all’attuale Presidente della Camera Laura Boldrini, la quale avrebbe frequentato una spiaggia per nudisti. Questa bufala è stata diffusa su Facebook per screditare il ministro, accompagnata dalla frase “Al troiaio non c’è fine”; con lei ci sarebbe un uomo, al quale non sono state rivolte alcune accuse. Insultata perché è una delle poche donne che hanno occupato quella carica, considerata maschile per troppo tempo. Insultata anche perché avrebbe mostrato pubblicamente il proprio corpo, mentre come ribadisco è un fake utilizzato proprio per violentare simbolicamente una donna in quanto tale e sopratutto perché  reagì all’esternazione sessista di Battiato a Bruxelles.

Dopo la frase sessista di Battiato (e delle reazioni delle donne), sono in aumento atteggiamenti che colpiscono tutte le donne che occupano posizioni considerate maschili o che manifestano ogni forma di autonomia (come abbiamo visto con il personaggio di Belen). E’ un fenomeno di massa che fino a poco tempo fa era per lo meno più latente.

Questo dimostra come in Italia una donna che occupa posizioni pubbliche venga percepita come una prostituta. Dunque se una donna si trova lì per forza ha aperto le gambe a qualcuno (e’ questo il pensiero comune quando si pensa che una donna non sia capace di comandare). Tempo fa è stata diffusa una foto che ritraeva Angela Merkel in una spiaggia di nudisti con l’unica differenza che quella era vera e non mi pare che i tedeschi abbiano mostrato reazioni negative, etichettando l’attuale cancelliera come una prostituta. Aver attribuito una foto falsa ad una donna in politica per scatenare il moralismo becero di un paese che vede nella pratica del nudismo uno scandalo in quanto il corpo femminile è ancora visto come un oggetto sessuale è un atto gravissimo, come altrattanto grave è aver tolto autorevolezza ad una donna denudandola come dire “sei solo questo per noi, una donna, un oggetto”.

E’ non è strano che questo accade nel nostro Paese, lo stesso che ogni giorno si macchia di sangue di donne, uccise ferocemente dalla violenza maschile nelle relazioni. Perché il problema italiano sono le relazioni tra uomo e donna.

Per fare un esempio, qualche giorno fa, il comico Paolo Villaggio ha etichettato le donne in Quirinale come “dei cessi” in merito al proprio aspetto estetico, scambiando il Quirinale per una passerella di Miss Italia. Così si rivolge ad una donna che molte persone vorrebbero ricoprisse la carica di Presidente della Repubblica: «La Bonino Presidente della Repubblica? No, è bruttina», come se l’unica qualità di una donna da prendere in considerazione fosse il mero aspetto estetico. E’ un problema relazionale, appunto.  E’ chiaro che fin quando le donne verranno considerate solo in merito all’aspetto sessuale e sminuite se non attraggono sessualmente un uomo (e quindi se non s’attengono a certi codici maschili sul sesso), come se la relazione tra donne e uomini in italia fosse meramente di natura “sessuale” (quindi relegate alla sfera privata), l’offesa principale per una donna che ha una posizione pubblica, sia che sia ministro sia che sia una star dello spettacolo, sarà anche accusarla di essere una troia, ossia di non avere “moralità sessuale” qualora fosse sessualmente attraente.

Qui il valore simbolico dell’aggettivo troia come insulto è molto forte. Essere prostituta  come un’offesa all’onorabilità di una donna, le prostitute come oggetto di disprezzo ignorando che tra queste ci sono anche quelle che non hanno scelto di esserlo.  E’ chiaro che nessuno ha diritto di insultare qualsiasi prostituta, altrettanto chi è costretta o chi sceglie di esserlo, perché ogni scelta rappresenta un diritto.

Bisognerebbe vergognarsi quando un Paese condanna una donna solo per il fatto di essere al potere, è simbolo che l’Italia non vede di buon occhio quando una donna lavora affianco ad un uomo. Ed è per questo che il nostro Paese continua a discriminare le donne.

Inoltre il corpo femminile continua ad essere considerato una vergogna, qualcosa di sporco. Il patriarcato vuole che la donna si vergogni del proprio corpo.  Io non mi vergogno del mio corpo e della femminilità, ne vado fiera.

Malgrado il nudo in Italia fosse dappertutto, dai cartelloni pubblicitari fino alla tv ma nessuno si permette di dare della troia ad una modella (al contrario sei moralista quando critichi il modo in cui il corpo femminile è rappresentato), mentre invece lo fa quando si tratta di una donna che frequenta spiagge naturiste o che si spoglia per una causa civile (vedi Femen) Perché questo?

Forse perché infastidisce quando le donne rivendicano il fatto che  i corpi non sono oggetti ma le appartengono? Forse fa paura quando il corpo femminile appartiene ad una donna che non è sottomessa ad un uomo? forse una è considerata troia SOLTANTO QUANDO E’ UNA DONNA INDIPENDENTE, AUTONOMA CHE OCCUPA POSIZIONI DI POTERE DA SEMPRE CONSIDERATE PREROGATIVA MASCHILE?  La Boldrini e più in piccolo Belen, un’altra donna a cui sono state rivolte le stesse accuse, sono donne indipendenti che non vivono dietro un uomo ed è per questo che vengono criticate. Anche verso le donne del PDL sono state rivolte simili accuse, forse perchè anziché occupare un bordello si trovavano in un posto di appannaggio maschile. Forse perché davvero qualcuna si prostituiva ma questo non legittima nessuno a darle della “troia” e a renderla oggetto di pubblico dileggio.

La femminilità in Italia viene vista ancora come fosse qualcosa di negativo. Questo chiarisce perché alcuni uomini possono senza vergogna esercitare violenza di tipo sessuale sulle donne e non vergognarsi nemmeno, perché è la donna a doversi vergognare di averla subita, solo per il fatto di avere un corpo femminile considerato sporco per natura. 
In Italia il maschilismo è davvero lungi dal morire ma lasciate stare i nostri corpi, i corpi sono nostri,  non sono sporchi ma vengono sporcati quando un uomo se ne appropria illegittimamente. 

Leggi anche:

Soffri di troiofobia? Curati!

Le femministe, Belen e Spinoza.

 Dal forum di spinoza una zoccola di giornalista accusa gli spinoziani di essere troiofobici

La delegittimazione della sessualità femminile

Servizio Pubblico. La redenzione di Battiato, le “troie” cattive, i cretini di sinistra.

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Il sessismo, la violenza sulle donne, il patriarcato sono problemi globali e trasversali.
Non hanno classe, etnia o religione di appartenenza, sono spalmati in ugual misura tra oriente e occidente, destra e sinistra, intellettuali e militanti, magari in modi e realizzazioni differenti, ma poi neanche così tanto.

Ieri sera, Servizio Pubblico.
La squadra di Santoro parla di Berlusconi ( ma dai? ) riaprendo i capitoli pruriginosi che piacciono tanto ai radical chic.
Di nuovo le escort, di nuovo il bunga bunga, una novità: un’intervista in esclusiva ( annunciata da Repubblica.it a caratteri cubitali ) ad un agente televisivo che rivela che Berlusconi avrebbe fatto sesso con Noemi Letizia e Ruby quando erano minorenni. Ma va.

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E magari ora ci sarà qualche super testimone che ci racconta che non pensava davvero che Ruby fosse la nipote di Mubarak.

Considerando l’urgenza della questione abitativa, il welfare inesistente, i diritti alla salute, alla giustizia, al lavoro negati e sviliti, i 20 miliardi da buttare per la TAV, i centri antiviolenza che chiudono, la Corea che minaccia la bomba atomica, c’era proprio il bisogno dell’ennesima puntata di approfondimento giornalistico sui vizi morbosi di Berlusconi. Ecco quindi la sagra dell’ autoreferenzialità con ospiti Marianna Madia, Massimo Cacciari e Franco Battiato, l’uomo dai giudizi ragionati.

Sorvoliamo sull’apertura della puntata e il tentativo di chiacchierare di reddito o mala politica, arriviamo al vero fulcro della questione, quella sbandierata in giro. La testimonianza di tale Soprani Chiesa  sul sesso consumato da Berlusconi con Ruby e Noemi.
A nessuno è riuscita la faccia sorpresa. A molti nemmeno quella interessata, ma comunque un po’ di audience l’avranno alzata.

Nel dibattito, a fare la parte delle donne ( quali? Le donne la pensano tutte allo stesso modo? L’opinione è data dalla vagina? ) a parlare a nome, forse quindi delle “molestate”, delle “indignate con Berlusconi”, chissà, c’è Angela Bruno.

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La ricordiamo, è la venditrice Green Power molestata, dice lei forzatamente complice del gioco e poi soprattutto  indignata con tanto di lettera aperta e intervista al nostro blog.
Ecco, lei è l’ospite che riporta il punto di vista di genere e relazione tra i generi in politica e nelle varie forme di rappresentanza.
E lei magari non dice neanche assolute stupidaggini, ma non ha gli strumenti nel tipo di discorso che svolge. Spesso tentenna, non sa che dire. Non è una femminista, non è un intellettuale, non è una militante, quindi porta ragionevoli opinioni supportate da ben poca scienza o passione e spesso perde l’occasione per ribadire con più forza messaggi diretti a ospiti in studio o spettatori a casa.

Non che servano delle professioniste “del genere” per dire cose giuste, ma perchè tra tanti ospiti invitati perchè considerati “esperti”, voci in capitolo su politica e società, l’unica non professionista è quella che parla di genere? Non è esattamente un fenomeno di costume da ridurre alle testimonianze personali.
Spesso quindi Bruno non ha i mezzi per  fronteggiare Santoro e il suo amore per il personaggi mediatici sensazionali e un Battiato composto sulla via della redenzione dopo aver detto che in parlamento di sono tante troie da aprire un casino.
Non si capisce infatti perchè lei dovrebbe parlare della mortificazione della sua condizione per colpa di una battuta di Berlusconi e poi disquisire amabilmente con Battiato, come se lui non avesse usato lo stesso identico linguaggio.

battiato-serviziopubblico-defaultBattiato è lì proprio per essere riabilitato  agli occhi degli spettatori, degli elettori. La strategia di tutta la redazione è chiara. Di certo non è che si pretenda per lui l’ostracismo, però almeno ci piacerebbe che non fosse un interlocutore scelto del dialogo politico. O che si dicesse che ha ragione lui. Perché quando dice

“Se dentro ci sono dei fetenti, il parlamento è una fetenzia. E’ così sbagliato dire che questo è un troiaio?”

si perde l’ennesima occasione per fare un passo avanti e si preferisce, di nuovo, la confortante reazione dell’uomo conservatore.
Gli viene riservato tempo e luogo per l’applauso.
Evviva, evviva il profeta.
In questo clima da gossip politico, ci voleva proprio un po’ di bigottismo sessista.
E gli spettatori di Servizio Pubblico apprezzano? A giudicare dai commenti sulla pagina facebook molti sì. Alcuni diffondono concetti come

“dare della troia a una troia non toglie niente alle donne semmai aggiunge” “Battiato è l’unico non ipocrita”

“M5S meschini, falliti, peggio di mussolini .. loro si che sono “troie”"

perchè le troie sono brutte e cattive. Per qualcuno evidentemente sono peggio di Mussolini.
Sia quelle vere che quelle presunte che quelle felici di esserlo e quelle che lo subiscono. Tutte.
E le donne, ce lo insegnano dalla Chiesa allo SNOQ, le persone, le donne perbene non sono  troie e non vogliono avere nulla a che fare con loro. Anzi, le stigmatizzano. Belli i tempi delle lettere scarlatte sul petto.sant
Poco dopo un servizio ben confezionato racconterà il dramma di chi vive lo stigma della povertà, in questo Paese in cui essere abbiente è un valore assoluto. C’è quindi chi magari non regge la vergogna e il peso dell’umiliazione e allora poi si toglie la vita. Diffusa e ghettizzata allo stesso tempo, la classe proletaria non esisterà anche più secondo qualcuno, ma di certo questi non sono piccolo borghesi. Ed è giusto cercarne la liberazione dal biasimo della società.
Forse allora c’è stigma e stigma? Alcuni si combattono ed altri si alimentano?
Sarà mica che siccome le troie sono solo donne, allora importa a pochi se rimangono ai margini?

Per fortuna che c’è Santoro che con la scusa dell’ironia ci mette il carico

“abbiamo una legge elettorale che si chiama porcellum e poi ci scandalizziamo se Battiato dice che è un governo di troie”

E poi qualcun dirà che non abbiamo il senso dell’umorismo. Dirà che era una battuta.
Lo sappiamo. Sappiamo anche leggere tra le righe però.
Tra la riabilitazione comunicativa di quel sistema di linguaggi che in modi più o meno efficaci combattiamo ogni giorno. Qui c’è tutta la piccola borghesia reazionaria e gli anni di scempio della comunicazione che si condensano ed escono dalla bocca della sinistra. O presunta tale.
Nessuno si “scandalizza” per le affermazioni di Battiato. C’è però chi rileva la pochezza dell’affermazione, la banalità della metafora e la forma dispregiativa dell’uso di parole che andranno poi finalmente liberate da queste gabbie. Non è mancanza di senso dell’umorismo, è che è idiota dare delle “troie” a donne ( e uomini a quanto sembra ) della politica in un senso così spregiativo.

Perchè se per “troie” si intendono sex worker, prostitute, allora si sta usando in senso dispregiativo una parola che si riferisce o a donne che scelgono liberamente di esercitare un lavoro come un altro o a vittime delle peggiori tratte di donne. In entrambi i casi svilisce un’esistenza femminile, infierendo magari anche su condizioni coercitive. Se per “troie” invece si intendono tutte quelle donne che ogni giorno non stanno alle regole degli uomini e si comportano in maniera tale da sentirsi poi bisbigliare dietro qualche insulto di questo tipo o colpevolizzare per ciò che accade loro, Battiato per redimersi dovrebbe fare almeno una decina di slutwalk.

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Mandano in onda l’intervista a Crocetta, governatore della Sicilia che ha allontanato Battiato dalla giunta di conseguenza alle sue affermazioni.
Sul perchè fosse necessario allontanare il cantautore, parla esplicitamente di misoginia, quella contenuta in maniera neppure troppo velata nelle affermazioni di qualche settimana fa.

“Che cosa c’entrano le donne?!” si chiede Battiato esterrefatto, mentre il pubblico applaude, Travaglio ride.

Sono solo le dirette interessate nel campo semantico della “troia”, ecco che cosa c’entrano.
Esistono migliaia di altre parole al maschile, ci sentiamo chiamate in causa quando si scelgono proprio quelle femminili. Vecchio vizio.
Lo sdoganamento della parola “troia” può passare solo dall’annullamento di ogni valenza negativa nel termine o per denunciare le condizioni di schiavitù di chi vi si ritrova immersa, non di certo dall’usarlo pubblicamente e riderci su sguaiati.
Altrimenti useremo l’espressione “sei un Battiato” per intendere una persona che usa espressioni sessiste e stantie.
Sei un Santoro” per dire “sei un radical chic che di sinistra ormai ha solo la mano“?

Poi però un vero momento di onestà. Battiato ammette che in fondo a lui non gliene importa nulla di fare l’assessore. Questo tranquillizzerà tutti quei fan che si battevano il petto in cerca di riabilitazione per il loro beniamino. Potete smettere, a lui non interessa.

Su una cosa però siamo d’accordo con Santoro. “I cretini possono essere anche di sinistra“. Sagge parole.

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