Pascale e Feltri nuovi tesserati Arcigay. Tra strumentalizzazioni e assimilazione del dissenso

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28 Giugno 1969 i moti di Stonwall davano il via al movimento di liberazione omosessuale, 28 Giugno 2014 Vittorio Feltri e Francesca Pascale si iscrivono all’Arcigay.

Dalla rivoluzione, passando per i Pride – sempre meno riot e sempre più istituzionalizzati – fino alle destre che si impossessano delle politiche lgbt.

Chiamiamola campagna elettorale, chiamiamola pinkwashing – l’immagine dell’ex premier Berlusconi ha bisogno di essere ripulita – chiamiamola assimilazione del dissenso, chiamiamola come ci pare ma questa svolta gayfriendly di persone legate a un partito, a un uomo, a un giornale, omofobi e transofobi, è probabilmente il risultato della centralità data ai discorsi e ai linguaggi familistici nelle rivendicazioni lgbt degli ultimi anni.

Le grandi multinazionali hanno modificato ultimamente la loro comunicazione avendo individuato negli omosessuali un nuovo grande bacino d’utenza, il loro marketing diventa “sociale” e “progressista”, inserendo però sempre i gay e le lesbiche in un rassicurante ambiente famigliare, come a volerci dimostrare che infondo anche loro sono “normali”.
Questa costruzione del gay-per-bene, che non ostenta la propria omosessualità, assimila nella norma ciò che si lascia assimilare e necessariamente tiene fuori tutte quelle marginalità che non si sottopongono a questo processo di normalizzazione e che di conseguenza continuano ad essere patologizzate, private di diritti e di pubblico riconoscimento.

Festeggiando il menù arcobaleno di Burger King, il timido comingout della Findus e magari pure il ghetto gay nell’Expo di Milano, si rischia di legittimare la nuova immagine mainstream dell’omosessuale che consuma, che va nei locali gay alla moda, che acquista mobili componibili all’ikea con il suo compagno, al quale è unito con una civil partnership, forse.

Con le legittimissime richieste di diritti, quali matrimonio e adozioni, diventate terreno di campagne elettorali e accordi politici a ribasso, con l’aver dato a queste richieste, ripeto seppur legittimissime, una centralità che ha spesso escluso altre problematiche e altri bisogni, come molte associazioni queer e tras-femministe denunciano da tempo, con l’eliminazione del conflitto e l’apparente clima gayfriendly prodotto dalla svolta utilitaristica di molte aziende, si è preparato un terreno favorevole alla consegna della bandiera dei diritti lgbt alla destra.

Spogliata di ogni potenzialità rivoluzionaria la lotta di liberazione omosessuale può essere portata avanti pure da Berlusconi, Feltri e Pascale.

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Francesca Pascale ufficializzerà la sua iscrizione ad Arcigay in un pubblico dibattito, al quale interverrà anche Alessandro Cecchi Paone, candidato alle elezioni europee per Forza Italia, e il Presidente Arcigay di Napoli, il quale, su Repubblica, spende felici parole su questa inaspettata, quanto gradita, svolta della compagna di Berlusconi:

Questo tesseramento segna per la politica italiana l’inizio di una nuova era che colmi il grave vuoto legislativo sui diritti lgbt. l’Italia è ancora tra gli ultimi paesi dell’Unione Europea quanto a diritti delle persone lgbt, dietro Albania, Romania, Grecia”  ( fonte qui)

ArciGay concede uno spazio politico e riconosce Francesca Pascale come interlocutrice, nonostante Forza Italia sia un partito omofobo e misogino.

Proteste dopo l'affermazione di Berlusconi "Meglio essere appassionato di belle ragazze che gay".  Abbiamo già rimosso?

Proteste dopo l’affermazione di Berlusconi “Meglio essere appassionato di belle ragazze che gay”.
Abbiamo già rimosso?

E’ veramente così corta la nostra memoria?
Non è passato molto dalle infelici affermazioni di Berlusconi quali “meglio essere appassionato di belle ragazze che gay”, è ancora fresca la firma di FI alla mozione presentata dalla Lega al Consiglio regionale lombardo per l’istituzione di una festa della “famiglia naturale” e contro l’educazione sessuale e di genere nelle scuole.

Non posso fare a meno di interrogarmi sul perchè Arcigay permetta una strumentalizzazione così palese.
L’apertura a destra potrebbe essere vista come una possibilità per velocizzare l’acquisizione dei diritti delle persone lgbt in Italia, è questa l’argomentazione sostenuta da chi, e non sono poch*, vedono in questo cambiamento un’opportunità.

Ma a quale prezzo mi chiedo?
Dobbiamo passare sopra alla strumentalizzazione operata da chi vuole rinvigorire un partito e un vecchio premier bisognoso di rifarsi un’immagine?
Dobbiamo continuare ad utlizzare il linguaggio familistico e reazionario della famiglia e del matrimonio che comunque continuerà ad escludere chi, come intersessuali, queer, ecc.. non si lascia incasellare in nessuna logica binaria, neppure quella etero/gay?
E a che pro? La civil Partnership di Renzi? Quel contentino che più che riconoscere un diritto sembra dire state buoni e accontentatevi di questo perchè di più non vi sarà concesso, perchè il maschio bianco eterosessuale è e rimane il fulcro di questa società maschilista, omofoba e razzista?
Nessuna strumentalizzazione è mai legittima, se poi questa viene giustificata per acquisire, forse, briciole di diritti lo è ancora meno.

 

Sullo stesso argomento segnalo anche questo post: Boycott Francesca Pascale

 

 

 

 

Wall of dolls. Un inutile muro di bambole sole. #pinkmarket

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La violenza contro le donne è un “prodotto” di grande successo sui banconi del pinkmarket, fa vendere e si vende benissimo, aiuta aziende in crisi e, perchè no, anche cantanti trash in cerca di una rinata notorietà.
Jo Squillo, oggi presentatrice di rubriche di moda, negli anni ’80 cantante di hit del calibro di “siamo donne oltre le gambe c’è di più” e “violentami sul metrò”, ha ideato una iniziativa contro i femminicidi che si è svolta il 21 Giugno a Milano.

Wall of Dolls – un muro di bambole contro la violenza sulle donne - è una installazione che consiste in bambole attaccate al muro di Via De Amicis 2 a Milano. Bambole come simboli delle donne uccise e abusate in tutto il mondo.
L’iniziativa apriva la settimana delle sfilate di moda maschile e ha visto la partecipazione di 50 famosi marchi del fashion made in Italy, che hanno realizzato delle bambole ad hoc da attaccare al muro, artiste, scrittrici e anche associazioni e Onlus tra cui: Intervita, La lobby europea delle donne, DonneInQuota. Tra i brand presenti anche la #NientePaura, l’azienda promotrice del “capitalismo benevolo” che per soli 25 euri ti vende un braccialetto contro la violenza sulle donne.
(qui per leggere tutte le adesioni)

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I quotidiani online, 27esima ora, Corriere.it, FattoQuotidiano, VanityFair.it, parlano dell’iniziativa in termini positivi, come premessa gli ultimi efferati femminicidi, gli uomini che uccidono “in preda a chissà quale demonio” – scrive la giornalista del Fatto – la necessità di iniziative come quelle promosse da Jo Squillo, per innalzare la consapevolezza.
Così dicono.

La maggiorparte dei quotidiani online nel parlare di Wall of Dolls riporta questa frase:

WALL OF DOLLS che vede protagoniste le bambole, proprio loro che hanno accompagnato la nostra infanzia, simbolo di quella femminilità troppo spesso violata.

Quindi quando una donna viene uccisa, massacrata, violentata, abusata a subire un danno sarebbe la sua “femminilità”?
Il problema non sarebbe la violenza , ma la perdita di “femminilità”?
Oppure il termine “femminilità” è andato a identificarsi con quello di donna?

Queste le parole con cui Jo Squillo presenta l’evento da lei ideato:

Se l’arte e la bellezza salveranno il mondo, penso che essere donna rimane la nostra arte migliore. Cura, comprensione, armonia e consapevolezza, le nostre armi contro tutta questa brutalità.

A questo punto non stupisce che siano state scelte le bambole. Quelle bambole dai corpi perfetti da vestire e invidiare, quelle bambole da nutrire e cullare, quelle bambole che hanno costruito quella “femminilità” di cui si parla spacciandola come fosse un dato biologico, connaturato alle bambine e quindi alle donne, ma che è in realtà solo frutto di spereotipi, condizionamenti, ripetizione performativa di comportamenti e azioni, che hanno piano piano plasmato la “donna comprensiva, accogliente e materna”.

E’ una bambina vestita da adulta la bambola creata da Alberta Ferretti. Il colore acceso dell’abito “rappresenta la femminilità che deve essere esaltata ma senza mai essere motivo di violenza.”

la-bambola-di-Alberta-FerrettiChiara Boni veste una sinuosa e bionda Barbie. Ottima la scelta della famosa bambola dalle forme irrealistiche che sottopone da anni le bambine di tutto il mondo a confronti dai quali usciranno inevitabilmente sconfitte e molto spesso distrutte nell’autostima. Una lettura decisamente ristretta del concetto di violenza.

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“La pazienza e la saggezza di una nonna, la dolcezza di una mamma in dolce attesa, l’abnegazione e il senso pratico di una donna lavoratrice, la cura e la dedizione per casa e famiglia di una casalinga, l’amore per le cose belle e il desiderio di piacere di una fashion victim, l’eccentricità e l’indipendenza di una ribelle”.


La mamma dolce, la casalinga che si annulla per gli altri, la fashion victim che vuole piacere, sempre agli altri. Sono questi i modelli di donna rappresentati nelle bambole dalla fattura artigianale di Mantù. Estetica inquietante per un messaggio anacronistico e violento.

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I braccialetti contro la violenza, il muro di bambole, che in fondo altro non sono che piccoli stereotipi femminili.
Le aziende di intimo che chiedono di denunciare il bastardo per vendere perizomi. Quelle di materassi che ti dicono di scegliere un buon prodotto, come quando hai scelto di essere omosessuale. E poi le testimonial con la lacrima nera super glamour e la corona da principessa che chiedono “stop alla violenza”. Queste aziende, pubblicità, iniziative hanno qualcosa di sostanziale in comune.

La questione di genere troppo spesso è svincolata da qualsiasi ragionamento socio-economico, ma ridotta a semplice argomento di costume culturale e quindi possibilmente condivisibile da chi sia semplicemente contrario alla violenza sulle donne.
Siano queste le amanti più sincere del neoliberism0 o delle anarchiche senza partito. Niente di più falso e manipolatorio.
Per quanto l’avversione alla violenza sulle donne sia un punto cruciale e una via di facile aggregazione, la “questione” è ben più articolata della retorica rosa che la accompagna. E se non c’è un progetto economico a cui guardare per l’emancipazione reale delle donne fuori dal sistema capitalista, smettendo semplicemente di cavalcarne le contraddizioni, difficilmente fare muri di bambole, flashmob o indossare braccialetti risolverà le nostre vite.

Aiuterà i profitti di quelle aziende che, al pari di qualsiasi altro trend, hanno identificato nelle questioni legate al mondo femminile ed omosessuale dei temi contemporaneamente progressisti e ancora un poco scandalistici ed usano questo insieme di etica e shock per vendere di tutto.

Tante tematiche di genere sono diventate ( per fortuna ) di più ampia diffusione e ( purtroppo ) quasi “di costume”, relegate a fenomeno di moda e quindi allontanate dalla politica e dalla sua progettualità.
Lo stesso è successo per le tematiche legate al corpo e alle sue imperfezioni rispetto al modello estetico dominante, affrontate spesso dal femminismo contemporaneo con vari esiti. Così oggi abbondano le campagne pubblicitarie che si ergono portavoce della “bellezza autentica”, vale a dire di quell’uso di photoshop  che si limita a lucidare e rendere attraenti corpi anche sopra la taglia 40. Le industrie della bellezza in primis hanno deciso di combattere apparentemente lo status quo, mantenendolo in realtà intatto.

Nella società aumenta la consapevolezza delle donne sul mito della bellezza artificiale, così come dell’opinione pubblica sugli aspetti più facilmente comunicabili della questione di genere ( dall’antisessismo all’antiomofobia ) e questi temi passano ad essere protagonisti anche di campagna pubblicitarie, iniziative contro la violenza sulle donne, perpetrando però magari altri stereotipi come quello della donna comprensiva ed accogliente proposto da Jo Squillo nel lancio del muro di bambole.

Tutto è rosa, tutto è mercato. Ma come può cessare la violenza sulle donne se rimaniamo nello stesso sistema patriarcale che la alimenta?
Se le vittime di violenza sono principessine tradite. Se chi subisce violenza è sempre e solo un occhio nero.

Siamo tutte bambole attaccate a un muro, la mamma, la lavoratrice, la bella, la bambina.

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Enrica e Laura

 

Expo 2015, Gay Street a Milano e i “Paladini ipocriti” dei diritti omosessuali

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A Milano, il 4 aprile 1993, nacque ufficialmente la principale “Gay street” italiana, via Sammartini, con l’affissione di una targa col nome della via che riporta proprio la dicitura “Gay street”.
Ma cos’è questa via?

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In questa strada, in verità, hanno sede svariati locali definiti “per gay” o gay friendly, tra cui un’edicola e un ristorante, ma non è certamente (per ora) percepita come “Quartiere gay” dai cittadini.

Recentemente a Milano, questa via, situata in una zona piuttosto degradata della città, è salita agli onori della cronaca, perché inserita in un progetto, in vista del grande evento mondiale di Expo2015.
Si vuole riqualificare la zona per farla diventare un polo di attrazione turistica per tutte le persone omosessuali che visiteranno Milano in occasione dell’esposizione.
La consigliera Rosaria Iardino del PD ha dichiarato che “l’indotto italiano annuo del turismo gay ammonta a 2,7 milioni di euro. Un bel business”.
Le perplessità intorno a questo progetto sono molteplici.

….via Sammartini

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