Un brutto racconto erotico? No: il mercato del lavoro per le donne italiane.

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Inizialmente può sembrare la trama di un (brutto) racconto erotico.

Una giovane ragazza costretta ad indossare abiti succinti e biancheria sexy dal capo molto più anziano. L’uomo addirittura la accompagna a fare shopping e le suggerisce cosa indossare e  la invita in piscina per vedere se il costume le dona.

Invece non è un racconto. E’ accaduto davvero, a Padova.

Protagonista della vicenda uno squallido imprenditore che, all’aspirante segretaria di 20 anni, promette il posto di lavoro, solo nel caso lei accetti di indossare abiti di un certo tipo: minigonne, perizomi, camicette scollate e tacchi a spillo.

La ragazza, dopo solo una settimana, ha denunciato l’uomo che ora è indagato per violenza privata aggravata.

Per le donne, in Italia, è sempre più difficile trovare lavoro e, quando lo trovano sono costrette a subire, molto più dei colleghi uomini, discriminazioni di vario genere. Dalle differenze salariali, al mobbing, dalle pressioni psicologiche in caso di maternità e assenze per la gestione dei figli, fino alle molestie sessuali sul lavoro, e al ricatto a sfondo sessuale per ottenere un posto di lavoro.

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Tutto questo mi porta ad alcune riflessioni.

Il ruolo dei media e l’immagine che essi veicolano della donna in vicende come questa. Mi riferisco all’immagine sessualizzata che riduce le donne ad ornamenti e/o oggetti sessuali ad uso e consumo dell’uomo. E mi riferisco anche alle innumerevoli presenze graziose e semivestite, quasi sempre giovanissime, poste accanto a uomini anziani, vestiti di tutto punto.

Ormai è noto a tutti che i media e gli stereotipi di genere che essi portano avanti contribuiscono a rafforzare gli stessi stereotipi e a farli interiorizzare dal pubblico. Se la donna che viene mostrata in TV è quasi sempre una donna giovane, muta, fortemente sessualizzata e “alle dipendenze” dell’uomo, è facilissimo che si pensi che debba essere questo il ruolo femminile, anche nella vita di tutti i giorni.

Di esempi ne abbiamo a bizzeffe: da Morandi a San Remo, con la giovane modella che viene fatta spogliare per sfoggiare le sue grazie all’interno del TG 1, alle Veline di “Striscia la notizia” che, mute, si inginocchiano davanti ai due anziani conduttori  al solo scopo di mostrarsi al pubblico e sorridere. Lo stereotipo della sexy segretaria imperversa un po’ ovunque (un piccolo esempio: qui).

Sono messaggi dannosi ed infatti le donne ne fanno le spese ogni giorno, anche la ragazza del padovano che si è vista ricattata dall’imprenditore per avere il lavoro. Il suo ruolo era, per l’uomo, prevalentemente quello di essere il suo gingillo, il suo giocattolo sessuale. Muta, doveva sottostare al ricatto e vestirsi nel modo discinto che egli sceglieva per lei. Come in molte, troppe trasmissioni in TV o in molti spot pubblicitari, nei quali alle donne si richiede avvenenza ed obbedienza all’uomo sempre raffigurato come potente.

Una donna che vuole lavorare deve essere bella e deve anche prestarsi al ricatto (a sfondo sessuale) del datore di lavoro

Questa vicenda è gravissima anche per un altro motivo: essa rafforza anche un altro stereotipo. Quant* di noi hanno sentito dire che se una donna ottiene un lavoro o fa carriera, questo accade perché “c’è stata” con il capo?

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In alcuni casi, come abbiamo commentato qui, è proprio detto chiaramente: per lavorare occorre avere un bel sedere (di donna, ovvio)

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Insomma, un fatto che si nutre di stereotipi e che li rafforza. Una vicenda causata da stereotipi e che ne produce a sua volta, in un circolo vizioso che rende sempre più complesso e difficile il mercato del lavoro femminile, contribuendo a mantenere le donne ai margini dello stesso, diminuendo, in questo modo sempre più, l’autonomia e l’emancipazione femminili.

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Sulla lettera di Se non Ora Quando alla Ministra dell’Istruzione

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Ho letto questa lettera che il comitato Se non Ora Quando? ha scritto alla Ministra dell’Istruzione Carrozza.
Parlano dei femminicidi, parlano della delusione di fronte a un decreto esclusivamente punitivo, parlano della necessità di riformare i programmi scolastici perchè anche le donne ne entrino a far parte. Cose giuste, cose che condivido.
Parlano anche di sfiducia verso le istituzioni, sfiducia che però non intacca la stima che il Comitato afferma di nutrire verso la Ministra dell’istruzione. D’altronde non si tratta mica della nipote di Mubarak.
Le donne di Se non ora Quando chiedono che le scienziate, le filosofe, le scrittrici entrino a far parte dei programmi di studio, in modo tale che le ragazze possano identificarsi in donne forti e coraggiose e non solo nella nipote di Mubarak.
Anch’io quando uscirono i programmi del concorso per docenti rimasi stupita e amareggiata dall’assenza delle donne.
E’ vero, non c’era Hannah Arendt, non c’era Alda Merini, semplicemente le donne non c’erano.
La storia è raccontata da un punto di vista esclusivamente maschile, la filosofia è un covo di maschilisti, non c’era da sputare solo su Hegel, ma da sputacchiare un po’ dappertutto. Condivido che abbiamo bisogno di un cambiamento culturale e che questo cambiamento debba partire anche e soprattutto dalle scuole.

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La Ministra al Meeting di Comunione e Liberazione, associazione che gestisce la maggiorparte delle scuole private.

Ma nonostante ciò la lettura di quella lettera mi ha smossa tutta, mi ha fatto salire una grande rabbia.
Forse perchè sono un’insegnante precaria.
Rileggendo quella lettera da insegnante precaria non mi basta che la Ministra Carrozza rappresenti una quota rosa nelle Istituzioni, per me la ministra Carrozza è quella che prosegue lo smantellamento della scuola pubblica iniziato dai suoi predecessori, è quella che al referendum di Bologna contro i finanziamenti alle scuole paritarie ha difeso queste ultime, è quella che continua a non investire nella scuola pubblica, ma a sostenere materialmente e idealmente le scuole private, è quella che non ha la minima intenzione di risolvere il problema del precariato.

Le donne di Se non Ora Quando chiedono anche di “rendere difficilissimo diventare insegnanti, che non sia una professione di rimedio ma di vera vocazione

Laurea triennale più specialistica, scuola di specializzazione per l’insegnamento biennale a numero chiuso, corso di specializzazione sul sostegno, inserita in una graduatoria in una provincia del Nord, in una città che non è la mia, in cui non mi sento a casa, per anni non arriva nessuna chiamata dalle scuole, dopo un po’ iniziano le supplenze, un mese si lavora un mese no, così non si riesce a prendere nemmeno il sussidio di disoccupazione, si fanno mille lavoretti precari per pagare l’affitto. Solo dopo cinque anni che staziono in una lunga graduatoria di disperat*  mi assegnano una supplenza annuale, 8 ore, a settimana, non al giorno, quei lavoretti precari dovrò continuare a farli.
Più difficile di così? Vogliono rendere l’accesso all’insegnamento più difficile di così? Hanno la minima idea di quello di cui stanno parlando le signore di Se non Ora Quando?
Hanno la minima idea di quanto sia distruttivo, sfibrante quel percorso?
L’insegnamento non è una vocazione, è una professione. Sono un’insegnante non sono una suora, il precariato non deve essere il mio cilicio.

E adesso insegnerò Hannah Arendt, insegnerò Simone Weil. Non sono in programma, ma nella speranza che un giorno le inseriscano, io comincio a insegnarle. Quest’anno, perchè l’anno prossimo non so se sarò ancora un’insegnante.
C’è una cosa che non insegnerò, un messaggio che ho appreso dalle donne di Se non Ora Quando e che non consegnerò mai ai miei studenti e alle mie studentesse, un mesaggio che dice che ci sono gli uomini e ci sono le donne (e basta), che sono diversi tra loro, che non c’è fluidità tra i generi, ma un rigido binarismo, una differenza naturale tra uomini e donne che stabilirebbe il disvalore dell’uguaglianza.

Noi crediamo profondamente nella differenza tra uomini e donne. L’uguaglianza non è per noi un valore, se non nella dignità e nel diritto [...] Uomini e donne hanno corpi differenti, differente storia, differente cultura [...] Pensiamo che sia il tempo di mettere al lavoro questa differenza per una nuova concezione del mondo, per una nuova visione della società.

Abbiamo più volte detto e ripetuto su questo blog che la violenza di genere è  legata alla cultura patriarcale e maschilista, che questa cultura va cambiata, ma abbiamo più volte sostenuto che l’azione di cambiamento non deve rivolgersi esclusivamente al piano sovrastrutturale, ma anche a quello strutturale, economico. Per questo motivo sono convinta che non si possa combattere la violenza cambiando le programmazioni scolastiche senza mettere in discussione un modello economico che condanna tante donne, perchè sono soprattutto le donne a lavorare nell’istruzione, al precariato, alla dipendenza economica.

 Oggi una ragazza sceglie cosa vuole studiare, può viaggiare, vota, può scegliere con chi dividere la propria vita, può avere figli o no, se non li desidera, può vivere dove vuole.

Io non so quale sia la realtà che vivono le donne che hanno scritto questa lettera, ma sono sicura che è una realtà molto lontana dalla mia. Io non posso vivere dove voglio, io non posso viaggiare, io non so se un giorno potrò permettermi di diventare madre. Non posso fare tutte queste cose perchè sono un’insegnante precaria. E quella Ministra, anche se donna, mi mantiene oggi in questa situazione di precariato.
Non c’è libertà dalla violenza, non c’è libertà dalla cultura maschilista senza libertà da un sistema economico che ti condanna alla precarietà non solo nel lavoro ma in tutti gli aspetti della tua vita.

 

 

 

 

Un altro genere di vino: le Cantine del Castello Conti

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Ho incontrato Paola Conti al Castello Conti, una mattina della scorsa estate, durante le mie vacanze piemontesi. Come tutti gli espatriati soffro di nostalgia del mio paese e appena posso ritorno nei luoghi che mi sono cari; e come da migliore tradizione italiana, stipo la macchina di generi alimentari introvabili all’estero, vino in cima alla lista.

Conosco la Cantina Conti  da ormai una decina d’anni, l’ho incontrata in un momento delicato e la frequento sempre con piacere, per tanti motivi.

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Le sorelle Conti sono tre: Paola, Anna e Elena.

Ermanno Conti era un uomo di grandi slanci e di grandi virtù: aveva la capacità di sognare e di sognare in grande. Soprattutto, era capace di afferrare i suoi sogni e trasportarli nella realtà. è nato così il castello Conti, dalla visione del suo fondatore, che sognava non una casa qualsiasi, ma un castello. Il progetto iniziale era ancora più ambizioso di quello che oggi abita la famiglia: Ermanno Conti sosteneva che i sogni devono essere ambiziosi e anche se la vita non permette sempre di realizzarli, con i sogni si deve puntare in alto.

La famiglia Conti produce da cinquant’anni un vino davvero particolare, il Boca. è prodotto solo in cinque comuni della zona, fa capo a piccoli preziosi vigneti e poche cantine. Il vino della Cantina Conti racchiude in sé tutto il sapore della terra dalla quale proviene, è prodotto con autentica ossessione per la qualità e grande attaccamento alla tradizione.

Eppure, la particolarità della Cantina Conti è un’altra: è una delle poche, pochissime aziende vinicole condotta esclusivamente da donne. In un ambito come quello agricolo, segnato in modo pesante dalla tradizione patriarcale che alla terra si lega fin dall’antichità, ecco questo gruppo di donne.

Ermanno Conti, quando sua moglie Mariuccia lo chiamò dalla clinica per informarlo della nascita della loro terza figlia, Elena, esclamò: “un’altra femmina!” e ammutolì per un’intera settimana. Tre figlie femmine e una terra da coltivare, un binomio decisamente difficile da digerire per un uomo di qualsiasi generazione e ancor di più per un uomo della sua.

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E invece la vita è imprevedibile e le persone anche: le tre figlie femmine che da principio non progettavano di portare avanti l’attività di famiglia e che hanno fatto studi e esperienze lavorative completamente diverse in campi totalmente indipendenti, una ad una sono rientrate in azienda. Il loro papà non si è tirato indietro e insieme hanno accettato una nuova sfida. Così le donne hanno raccolto il testimone, dando un nome completamente nuovo al loro vino, “il rosso delle donne” e una nuova etichetta, che mostra in sé la dimensione della svolta.

Paola mi ha raccontato anni difficili, in cui loro tre sorelle e insieme alla mamma, hanno raccolto tutta l’eredità del padre e l’hanno conservata traghettandola in un mondo e in un modo nuovo, tra arte ed enologia. Le difficoltà sono state di ordine pratico e morale: cosa fare e come farlo per tener fede al progetto di una vita e per di più in un ambiente ostile per tradizione: come fanno le donne a lavorare la terra, espressione tradizionale del patriarcato? Come fanno le donne a fare il vino, che è cosa da uomini?

Le donne Conti portano avanti questa sfida ogni giorno, con quell’ambizione che hanno ereditato dai loro genitori: quella delle cose non scontate e non omologate e dei sogni fatti in grande.

La nuova generazione, almeno per ora, è ancora tutta al femminile. E chissà che non sia il destino di questa famiglia e di questa azienda quello di rimanere nelle solide e capaci mani femminili alle quali ha dato vita…

Queste sono le cose che mi rincuorano quando le vedo: sono quelle realtà che dimostrano che un altro mondo è possibile, e desiderabile.

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