Meditazioni…

Mi sono presa una piccola pausa dal blog tra esami a non finire e più probabilmente per il poco entusiasmo di portare avanti questa causa.
Non riesco a dormire bene ultimamente e non riesco più a riconoscermi in quello che faccio. Non riesco più a vedere lo scopo iniziale di questo blog. Sembra che tutto mi stia crollando addosso.
Quando ho iniziato ero molto giovane e lo sono tuttora. Trovarmi all’improvviso catapultata in una fitta rete e un gran numero di lettrici e lettori mi ha entusiasmata ma colta di sorpresa. Avere 22 anni e non avere una minima formazione su questi temi non dev’essere facile.
E’ difficile essere prese sul serio rischiando in ogni momento di trovare qualcuno che ti screditi perché stai parlando di cose che non ti competono, non hai una proprietà di linguaggio “accademica” che per molti è ancora fondamentale (ricordiamo che viviamo in un mondo fatto di stereotipi!) e metti in piedi argomentazioni che sono solo frutto di un pensiero femminista che è andato a formarsi soltanto con l’esperienza. E ci vuole soltanto un pizzico di coraggio.
Ma io ho sempre creduto in quello che faccio senza alcuna pretesa di superbia. Vorrei che il mondo fosse più giusto e equo per tutti. Questo è sempre stato il mio obiettivo.
Ho sempre fatto con piacere questo. Battermi contro le ingiustizie e stare dalla parte di chi come me fa lo stesso lavoro.
Scrivere una marea di post da sole è molto difficile quando sei ancora un over 30. So di essere ancora una “ragazzina” 26enne che non ha terminato gli studi e che improvvisamente ha avuto a che fare con milioni di segnalazioni da parte di persone che hanno creduto e che credono in quello che facevo e ne sono felice.
Non ho saputo gestire questo improvviso e bellissimo boom. Così ho esteso il blog e sono stata davvero contenta di trasformarlo in un collettivo pur trovando pensieri diversi. Non siamo tutti uguali ovviamente.
Siamo uguali in tante altre cose però: siamo tutte giovani, tutte femministe e abbiamo molto da imparare.
Avendo pensieri diversi ci siamo più volte scontrate. Non è facile condividere uno spazio composto da tante teste diverse ciascuna con modalità di pensiero differenti. Non tutte hanno avuto la forza di farlo e non sono qui per biasimarle giustamente. Anzi, ne tengo vivo il ricordo, queste piccole grandi donne hanno contribuito tantissimo a far crescere questo blog e le ringrazio.
Sono dispiaciuta tantissimo che hanno dovuto abbandonare il blog proprio a causa della mancanza di democrazia, pluralismo e tolleranza all’interno di questo progetto.
Forse io sono stata educata in maniera differente. Distinguo una sana critica da una presa di posizione.
All’inizio mi è sembrato tutto così innocuo. Sarò un’ingenua, sarò lunatica e ammetto che nemmeno io sono stata daccordo su quanto Lorella Zanardo ha scritto in merito all’immagine della ministra Boschi.
Ma quando una critica diventa una presa di posizione che ben cela una mira che a mio parere ha solo un sapore concorrenziale ne prendo assolutamente le distanze.
E lo faccio in questo spazio. Perché questo è il mio spazio nato da un’iniziativa personale e allevato con tanta fatica e tanto impegno. Anni di impegno.
Bene, sono qui per dibattere su quale sia il senso di dedicare non uno ma ben due post? Sarà che io la penso in un modo diverso. Potrei non concordare alcune cose perché ovviamente abbiamo un diverso tipo di percorso. Ma non mi spingerei mai oltre ad una chiacchierata davanti ad un caffè con amiche più intime o anche con le collaboratrici. Niente che vada oltre il mero aspetto privato di una conversazione. O altrimenti, sarebbe stata meglio una missiva.
Scrivendo non uno ma BEN DUE post QUI e QUI non si rischia di portare queste critiche verso una progressiva spaccatura e quasi direi linea concorrenziale rispetto a chi non è certamente in una posizione di opposizione alla nostra?
Penso sia tutto sommato comprensivo che tutto ciò suoni come un attacco personale.
Ma al di là di tutto questo non si sono nemmeno valutati i rischi a cui si va incontro.
Non riconoscere in una persona maggiore esperienza non è sintomo di superbia?
Inoltre il rischio di venir noi screditate è molto ampio. Come il rischio di spaccare la coesione della rete così faticosamente raggiunta, il rischio di attaccare una persona che da anni fa il suo lavoro e che ha appoggio di una rete più ampia.
Non si rischia di distruggere il lavoro che abbiamo fatto per anni e tornare a diventare una voce minoritaria, nuocendo per altro alla nostra causa che non è certamente quella di far “eva contro eva” , cosa che poi abbiamo sempre aborrito, ma lottare contro il patriarcato che si può solo fare attraverso la SORELLANZA.
In questo caso sarebbe utile sfoggiare il benealtrismo. Ci sono altre cose più importanti al momento. Concentiamoci su quelle energie, non disperdiamole.
L’unica cosa che mi sento di dire è se ha senso essere una voce fuori dal coro malgrado questo blog sia stato mio sin dall’inizio?
L’unica cosa a cui sono sicura che UAGDC ai miei occhi non è più quello di una volta o meglio quello che avrei voluto io a causa delle gravi divergenze di pensiero, ma soprattutto dell’arroganza dei toni, della saccenza pesante che mi opprime preferirei che le nostre strade si dividano. Quasi quasi provo disagio e vergogna a scrivere in questo clima ma non voglio mollare. Desidererei riportare il mio figlio corrotto nella sua giusta strada, rivendicare di nuovo la maternità di questo spazio.
Grazie mille di tutto e vi faccio in bocca al lupo.

Educare alle differenze#3: una scuola differente si può

educare alle differenze
In attesa dell’incontro nazionale “Educare alle differenze”  del 20 e 21 settembre a Roma, la terza intervista che realizziamo ha per protagonista un’associazione di genitori di una scuola romana spesso al centro di polemiche e strumentalizzazioni: l’Associazione Pisacane 0-11, della scuola Carlo Pisacane di Tor Pignattara.
educare alle differenzeIncontriamo Maria Coletti che ci spiega che l’Associazione è nata nel 2013  ed è formata dai genitori di infanzia e primaria  spinti dalla necessità di portare avanti al meglio progetti e attività per la scuola e con la scuola, ma aprendosi anche sul territorio, nel quartiere.
Partiamo da un problema legato alla scuola, la ristrutturazione che aspettiamo da più di quattro anni e che comporta la mancanza di spazi sufficienti per ospitare la didattica, che continua ad essere di qualità solo grazie ad insegnanti particolarmente motivate. Da qui però le nostre attività hanno una doppia vocazione: sono centrate soprattutto sulla scuola (laboratori, incontri, feste, eventi, raccolte fondi, doposcuola), ma si aprono anche al quartiere, partecipando agli eventi culturali e sociali nel territorio come preziosa occasione di visibilità e di scambio culturale e di esperienze. Questo serve anche a dimostrare che la differenza non è un problema, ma una ricchezza.
A questo proposito, la scuola Pisacane è stata spesso in mezzo alle polemiche per via dell’alta percentuale di iscritti migranti o comunque non italiani. Ultimamente anche Borghezio è passato di lì per protestare contro “gli stranieri”.
Come vivete questa costante strumentalizzazione?
Il blitz con tentato comizio di Borghezio è stato un evento a dir poco vergognoso: venire ad urlare con un megafono e quattro scagnozzi contro una scuola pubblica di qualità che ospita bambini, parlando di “invasione” dimostra oltre al razzismo anche la mancanza di sensibilità e di rispetto verso l’infanzia, di qualsiasi colore di pelle essa sia.
Borghezio ha cercato di ripetere gli attacchi che si erano verificati nel 2009 mi pare, quando si parlò del famoso tetto del 30% di bambini di origine straniera nelle scuole… E sono orgogliosa del fatto che le nostre maestre già all’epoca si erano battute in prima persona contro questa assurda misura, facendo di tutto per aiutare le famiglie straniere ad iscrivere i loro figli… uno per uno!
Ci raccontate com’è andare a scuola alla Pisacane? C’è davvero un così grande problema di integrazione?
Non esiste una “emergenza” integrazione: la maggioranza dei bambini di origine straniera sono nati in Italia, semmai è un problema di legge che non riconosce come italiani questi bambini, e quindi occorre al più presto introdurre lo ius soli.
Poi è chiaro ci sono anche bambini arrivati da poco che quindi hanno problemi con la lingua e hanno bisogno di più tempo per inserirsi e imparare. E ci sono anche le famiglie da sostenere: se i genitori non parlano l’italiano, non possono aiutare i propri figli nello studio. Per questo è importante sostenere i corsi L2: invece di fare polemiche inutili il governo deve investire in questo.
Noi come associazione dei genitori alla Pisacane facciamo un doposcuola per tutti i bambini e le bambine: per fare insieme i compiti e questi incontri sono molto seguiti anche dai genitori di origine straniera.
La differenza per noi è una ricchezza, sia dal punto di vista didattico che da quello culturale ed umano.
Certo bisogna avere qualche accortezza in più nelle scuole internazionali (forse andrebbe superata anche la parola  “multietniche”) come la nostra bisogna sapersi reinventare  giorno dopo giorno e saper stare all’ascolto dei bambini, per immaginare un mondo alla loro misura. Ma questo dovrebbe essere lo scopo principale di ogni maestro, come ci ha insegnato Tonucci nei tanti begli incontri fatti con maestri e genitori alla Pisacane. Saper tirar fuori il meglio da ogni bambino, ognuno con la sua differenza e con il suo proprio dono…
La strada è ancora lunga e ci sono tanti passi da fare, ma i bambini già sanno stare insieme senza pregiudizi, siamo noi adulti, noi genitori che dobbiamo imparare di più a stare insieme, e con l’associazione vogliamo cercare di lavorare anche su questo.
Perché ad un’associazione di genitori di una scuola con tante questioni aperte, interessa affrontare quella di genere?
In realtà la questione del “genere” ci è arrivata in maniera molto naturale, dal momento che si lavora ogni giorno sulle “differenze”.  Molti di noi hanno fatto percorsi simili grazie ad associazioni e ad eventi nel quartiere, come le letture per bambini fatte alla Biblioteca Comunale Goffredo Mameli del Pigneto, alla libreria Il giardino incartato, alla Libreria Tuba o con la Libreria Itinerante Ottimomassimo.
Così, anche motivati dagli attacchi che ci sono stati negli ultimi mesi contro l’educazione alla differenza di genere nelle scuole, abbiamo pensato che fosse sicuramente un percorso da condividere tra bambine e bambini, insegnanti e genitori. Del resto per fortuna c’è una editoria per bambini di qualità che ha pubblicato libri bellissimi sul tema, per cui non è difficile trovare momenti di riflessione proprio a partire dai libri.
E anzi questa riflessione può servire a lavorare anche incrociando differenze di genere e differenze culturali, laddove ad esempio in molte famiglie straniere la condizione delle bambine e delle donne può essere penalizzante, magari con meno libertà e autonomia rispetto ai maschi.
Ci sono stati dei momenti di discussione, costruttiva o meno, in merito all’educazione di genere nella scuola Pisacane o è qualcosa di totalmente nuovo?
Nella scuola dell’infanzia è abbastanza nuovo, anche se da sempre le insegnanti sono attente a un’educazione libera che si basa molto sul movimento e sulla autonomia e consapevolezza del corpo di bambine e bambini.
Quest’anno poi abbiamo realizzato una biblioteca e stiamo raccogliendo libri di qualità. A partire da questa esperienza, inizieremo dal prossimo anno scolastico con una serie di letture/incontri/laboratori con l’associazione Famiglie Arcobaleno: attività già approvata in sede di consiglio di scuola. Nella scuola primaria si è lavorato molto sulle differenze e anche su quella di genere, ma durante lo scorso anno scolastico in particolare c’è stato il primo percorso sul genere fatto con le prime classi, che ha prodotto poi anche una mostra dei disegni e degli elaborati dei bambini e delle bambine e che è stata presentata alla Biblioteca Goffredo Mameli.
pisacane
Perché pensate che l’educazione di genere sia utile alla crescita culturale di bambini e bambine?
Senza parità e rispetto fra uomini e donne non ci può essere una vera uguaglianza in termini di diritti e di pari opportunità. Sembra che su molti aspetti si stia arretrando in Italia sul piano dei diritti delle donne. E purtroppo il femminicidio mette in luce una incapacità da parte di molti uomini di accettare l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne. Ma il problema è come sempre a monte: in un mondo dell’immagine che riduce il corpo femminile ad oggetto e che appiattisce ogni differenza nel minimo comun denominatore del consumo e del successo. Per sconfiggere ogni forma di razzismo, sessismo e omofobia occorre lavorare fin da subito, e dai primi anni di scuola, per valorizzare la ricchezza delle differenze.

Cosa vi aspettate dagli incontri de 20 e 21  settembre? Cosa vi augurate di realizzare?
Dalla giornata del 20 settembre ci aspettiamo innanzitutto una possibilità di scambio e di incontro per mettere a fuoco nuove idee e nuovi progetti e magari creare una rete fra genitori e scuole che ci aiuti ad essere insieme più forti e più competenti.
E speriamo anche che sia una occasione per dimostrare al Ministero e ai nostri governanti che investire oggi tempo, energie e risorse nell’educazione alle differenze è l’unico modo per avere un’Italia di domani più giusta e più viva.
 Le interviste precedenti:
ACT agire col teatro:

Educare alle differenze#2: il lavoro di una Casa Editrice

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Continuano le interviste con le realtà che parteciperanno, il 20 e 21 settembre, a Roma, all’evento “Educare alle differenze”.

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Tra le realtà che hanno aderito, c’è una piccola Casa Editrice: la Casa Editrice Mammeonline.

Ho raggiunto  la sua fondatrice, Donatella Caione, nei giorni scorsi e abbiamo fatto una “chiacchierata”.

Mammeonline ha una genesi del tutto particolare, essendo nata per sostenere economicamente una community nata nel web alla fine degli anni ’90, una delle prime comunità virtuali che nascevano allora e che raccoglieva soprattutto donne (madri e non) per discutere, conoscere, mettere in comune esperienze di vita di famiglia e di maternità. I temi di discussione si sono via via allargati, fino a comprendere anche i modi diversi da quello “naturale” di diventare genitori: adozione e PMA soprattutto.

Alla ricerca di fondi per sostenere la community, sempre più vasta:

Pensammo di realizzare un libro raccogliendo le fiabe che le mamme scrivevano per i loro bambini. E la cosa funzionò.

mi racconta Donatella.

Poi sono arrivati i libri per bambine e bambini, strumenti per avvicinarli ai libri, ma anche per affrontare temi importanti. Abbiamo cominciato con il desiderio di spiegare loro la nascita per adozione o per procreazione assistita e poi abbiamo continuato parlando del fratellino, del cibo, dell’amicizia, della diversità, dell’accettazione di se stessi, dei disturbi dell’apprendimento, del gestire le emozioni, affrontare la paura, ecc. Non perché il libro diventi una medicina per curare un problema, ma perché leggendo il libro può capitare al bambino di riconoscersi nel problema.

Insomma, libri che offrano ai giovani e giovanissimi lettori (e lettrici) una pluralità di rappresentazioni, più vaste del solito, in maniera che anche i bambini e le bambine meno aderenti allo stereotipo dominante potessero riconoscersi e ritrovarsi per poter dire: “Allora esisto anch’io!”

Ovviamente, le “tematiche di genere” sono state importanti, per la Casa Editrice, fin dalla nascita, se si tiene presente che le prime pubblicazioni parlavano di problemi di fertilità (la scelta di diventare madre, così come quella di non diventarlo, e quindi anche la discussa L 40 sulla procreazione assistita, sono sempre inerenti alla libertà e alla salute delle donne). Si è scelto anche di lavorare in modo da dare rilievo alla creatività delle donne e di offrire rappresentazioni del femminile diverse e variegate dallo stereotipo della “principessa rosa” o simile che imperversa spesso nella letteratura riservata ai lettori e alle lettrici più giovani.

(…) le nostre Quisquilia, Ninablu, Bea, Sara, Giorgia, ecc. sono bambine cui piace investigare, portare la barca, andare sullo skateboard o praticare il parkour!

Spiega Donatella:

Una delle maggiori difficoltà nel fare “educazione di genere” è anche la scelta dei titoli, affinché non caratterizzino quel libro come “libro per maschi” o “libro per femmine” (…)

ultimamente abbiamo deciso che fosse necessaria un po’ di determinazione in più, visto anche l’avanzare di una corrente di pensiero tendente a svalorizzare il femminile, a screditare l’educazione emotiva, a snaturare l’idea stessa di educazione di genere, manipolando anche le indicazioni dell’OMS. E quindi abbiamo deciso di pubblicare un numero del nostro libro/giornale “Echino giornale bambino” tutto dedicato al genere: “Mi specchio in te“. Mentre pochi mesi avevamo pubblicato “Chiamarlo amore non si può”, un libro di racconti per gli adolescenti sulla violenza contro le donne.

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Chiedo a Donatella:

Come vedi il mondo dell’editoria, rispetto a queste tematiche?

C’è molta attenzione, specie da parte dei piccoli editori, ma c’è anche un po’, secondo me, il desiderio di “cavalcare l’onda”. (…) Credo che il libro troppo dichiaratamente antistereotipo (ricordo che, nei giorni della fiera di Bologna dedicata alla letteratura per l’infanzia, Donatella rimase colpita in modo negativo da libri per bambini che recavano scritto sulla copertina, come un segno distintivo, la scritta “libro gender friendly” o simili, perché, secondo lei, ogni pubblicazione rivolta ai bambini dovrebbe avere uno “sguardo non stereotipato”, senza che vi sia una nicchia apposita di libri dedicati) consegua meno risultati perché viene acquistato e letto solo da chi è già consapevole dell’importanza dell’argomento. Non si può rendere normale un approccio non stereotipato se lo si tratta in libri che vengono proposti come “speciali” sul tema. In realtà tutti i libri per bambini e bambine dovrebbero essere senza stereotipi di genere, a cominciare da quelli scolastici che invece ne sono, purtroppo, ancora pieni.

Cosa ti aspetti dalla giornata del 20 (e 21) settembre? Quali sono le tue speranze per questo incontro?

Come casa editrice Mammeonline condivideremo soprattutto le esperienze fatte portando, in questi mesi, il libro “Chiamarlo amore non si può” nelle scuole medie e superiori. Abbiamo portato tra ragazze e ragazzi il libro, i racconti e abbiamo ricevuto tanti di quegli stimoli! I ragazzi e le ragazze, dopo la lettura del libro, hanno preparato video, canzoni, racconti, cartelloni, fotografie, installazioni e hanno dato vita a discussioni entusiaste su amore e non amore, emozioni, sentimenti, stereotipi, dimostrando che c’è un interesse straordinario sul tema. Ragazze e ragazzi sono confus* da quel che vedono nei telegiornali, che sentono raccontare e che spesso, purtroppo, vedono nelle loro famiglie e nelle relazioni tra loro e hanno un gran bisogno di parlare  e di essere aiutati a risolvere e a gestire la confusione che nasce in loro tra i modelli mediatici finti, la realtà della cronaca e della famiglia, le loro emozioni e prime esperienze sentimentali, spesso difficili perché si trovano a viverle con il conflitto di questi modelli contrastanti.

Dunque, la mia speranza è che si possano davvero gettare le basi per portare nelle scuole l’educazione al genere, nel modo il più possibile spontaneo e soprattutto in modo interdisciplinare e senza indottrinamenti.

In ultimo, segnalo che la Casa Editrice Mammeonline, insieme ad altre piccoli editori come loro, ha scritto un manifesto per sensibilizzare sulle difficoltà che, come piccoli editori, si trovano a dover affrontare e che penso la pena vada letto.

Le altre interviste:

ACT agire col teatrohttp://comunicazionedigenere.wordpress.com/2014/07/28/educare-alle-differenze1-il-teatro-che-dibatte-col-pubblico/

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