Educare alle differenze#3: una scuola differente si può

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In attesa dell’incontro nazionale “Educare alle differenze”  del 20 e 21 settembre a Roma, la terza intervista che realizziamo ha per protagonista un’associazione di genitori di una scuola romana spesso al centro di polemiche e strumentalizzazioni: l’Associazione Pisacane 0-11, della scuola Carlo Pisacane di Tor Pignattara.
educare alle differenzeIncontriamo Maria Coletti che ci spiega che l’Associazione è nata nel 2013  ed è formata dai genitori di infanzia e primaria  spinti dalla necessità di portare avanti al meglio progetti e attività per la scuola e con la scuola, ma aprendosi anche sul territorio, nel quartiere.
Partiamo da un problema legato alla scuola, la ristrutturazione che aspettiamo da più di quattro anni e che comporta la mancanza di spazi sufficienti per ospitare la didattica, che continua ad essere di qualità solo grazie ad insegnanti particolarmente motivate. Da qui però le nostre attività hanno una doppia vocazione: sono centrate soprattutto sulla scuola (laboratori, incontri, feste, eventi, raccolte fondi, doposcuola), ma si aprono anche al quartiere, partecipando agli eventi culturali e sociali nel territorio come preziosa occasione di visibilità e di scambio culturale e di esperienze. Questo serve anche a dimostrare che la differenza non è un problema, ma una ricchezza.
A questo proposito, la scuola Pisacane è stata spesso in mezzo alle polemiche per via dell’alta percentuale di iscritti migranti o comunque non italiani. Ultimamente anche Borghezio è passato di lì per protestare contro “gli stranieri”.
Come vivete questa costante strumentalizzazione?
Il blitz con tentato comizio di Borghezio è stato un evento a dir poco vergognoso: venire ad urlare con un megafono e quattro scagnozzi contro una scuola pubblica di qualità che ospita bambini, parlando di “invasione” dimostra oltre al razzismo anche la mancanza di sensibilità e di rispetto verso l’infanzia, di qualsiasi colore di pelle essa sia.
Borghezio ha cercato di ripetere gli attacchi che si erano verificati nel 2009 mi pare, quando si parlò del famoso tetto del 30% di bambini di origine straniera nelle scuole… E sono orgogliosa del fatto che le nostre maestre già all’epoca si erano battute in prima persona contro questa assurda misura, facendo di tutto per aiutare le famiglie straniere ad iscrivere i loro figli… uno per uno!
Ci raccontate com’è andare a scuola alla Pisacane? C’è davvero un così grande problema di integrazione?
Non esiste una “emergenza” integrazione: la maggioranza dei bambini di origine straniera sono nati in Italia, semmai è un problema di legge che non riconosce come italiani questi bambini, e quindi occorre al più presto introdurre lo ius soli.
Poi è chiaro ci sono anche bambini arrivati da poco che quindi hanno problemi con la lingua e hanno bisogno di più tempo per inserirsi e imparare. E ci sono anche le famiglie da sostenere: se i genitori non parlano l’italiano, non possono aiutare i propri figli nello studio. Per questo è importante sostenere i corsi L2: invece di fare polemiche inutili il governo deve investire in questo.
Noi come associazione dei genitori alla Pisacane facciamo un doposcuola per tutti i bambini e le bambine: per fare insieme i compiti e questi incontri sono molto seguiti anche dai genitori di origine straniera.
La differenza per noi è una ricchezza, sia dal punto di vista didattico che da quello culturale ed umano.
Certo bisogna avere qualche accortezza in più nelle scuole internazionali (forse andrebbe superata anche la parola  “multietniche”) come la nostra bisogna sapersi reinventare  giorno dopo giorno e saper stare all’ascolto dei bambini, per immaginare un mondo alla loro misura. Ma questo dovrebbe essere lo scopo principale di ogni maestro, come ci ha insegnato Tonucci nei tanti begli incontri fatti con maestri e genitori alla Pisacane. Saper tirar fuori il meglio da ogni bambino, ognuno con la sua differenza e con il suo proprio dono…
La strada è ancora lunga e ci sono tanti passi da fare, ma i bambini già sanno stare insieme senza pregiudizi, siamo noi adulti, noi genitori che dobbiamo imparare di più a stare insieme, e con l’associazione vogliamo cercare di lavorare anche su questo.
Perché ad un’associazione di genitori di una scuola con tante questioni aperte, interessa affrontare quella di genere?
In realtà la questione del “genere” ci è arrivata in maniera molto naturale, dal momento che si lavora ogni giorno sulle “differenze”.  Molti di noi hanno fatto percorsi simili grazie ad associazioni e ad eventi nel quartiere, come le letture per bambini fatte alla Biblioteca Comunale Goffredo Mameli del Pigneto, alla libreria Il giardino incartato, alla Libreria Tuba o con la Libreria Itinerante Ottimomassimo.
Così, anche motivati dagli attacchi che ci sono stati negli ultimi mesi contro l’educazione alla differenza di genere nelle scuole, abbiamo pensato che fosse sicuramente un percorso da condividere tra bambine e bambini, insegnanti e genitori. Del resto per fortuna c’è una editoria per bambini di qualità che ha pubblicato libri bellissimi sul tema, per cui non è difficile trovare momenti di riflessione proprio a partire dai libri.
E anzi questa riflessione può servire a lavorare anche incrociando differenze di genere e differenze culturali, laddove ad esempio in molte famiglie straniere la condizione delle bambine e delle donne può essere penalizzante, magari con meno libertà e autonomia rispetto ai maschi.
Ci sono stati dei momenti di discussione, costruttiva o meno, in merito all’educazione di genere nella scuola Pisacane o è qualcosa di totalmente nuovo?
Nella scuola dell’infanzia è abbastanza nuovo, anche se da sempre le insegnanti sono attente a un’educazione libera che si basa molto sul movimento e sulla autonomia e consapevolezza del corpo di bambine e bambini.
Quest’anno poi abbiamo realizzato una biblioteca e stiamo raccogliendo libri di qualità. A partire da questa esperienza, inizieremo dal prossimo anno scolastico con una serie di letture/incontri/laboratori con l’associazione Famiglie Arcobaleno: attività già approvata in sede di consiglio di scuola. Nella scuola primaria si è lavorato molto sulle differenze e anche su quella di genere, ma durante lo scorso anno scolastico in particolare c’è stato il primo percorso sul genere fatto con le prime classi, che ha prodotto poi anche una mostra dei disegni e degli elaborati dei bambini e delle bambine e che è stata presentata alla Biblioteca Goffredo Mameli.
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Perché pensate che l’educazione di genere sia utile alla crescita culturale di bambini e bambine?
Senza parità e rispetto fra uomini e donne non ci può essere una vera uguaglianza in termini di diritti e di pari opportunità. Sembra che su molti aspetti si stia arretrando in Italia sul piano dei diritti delle donne. E purtroppo il femminicidio mette in luce una incapacità da parte di molti uomini di accettare l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne. Ma il problema è come sempre a monte: in un mondo dell’immagine che riduce il corpo femminile ad oggetto e che appiattisce ogni differenza nel minimo comun denominatore del consumo e del successo. Per sconfiggere ogni forma di razzismo, sessismo e omofobia occorre lavorare fin da subito, e dai primi anni di scuola, per valorizzare la ricchezza delle differenze.

Cosa vi aspettate dagli incontri de 20 e 21  settembre? Cosa vi augurate di realizzare?
Dalla giornata del 20 settembre ci aspettiamo innanzitutto una possibilità di scambio e di incontro per mettere a fuoco nuove idee e nuovi progetti e magari creare una rete fra genitori e scuole che ci aiuti ad essere insieme più forti e più competenti.
E speriamo anche che sia una occasione per dimostrare al Ministero e ai nostri governanti che investire oggi tempo, energie e risorse nell’educazione alle differenze è l’unico modo per avere un’Italia di domani più giusta e più viva.
 Le interviste precedenti:
ACT agire col teatro:

Educare alle differenze#2: il lavoro di una Casa Editrice

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Continuano le interviste con le realtà che parteciperanno, il 20 e 21 settembre, a Roma, all’evento “Educare alle differenze”.

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Tra le realtà che hanno aderito, c’è una piccola Casa Editrice: la Casa Editrice Mammeonline.

Ho raggiunto  la sua fondatrice, Donatella Caione, nei giorni scorsi e abbiamo fatto una “chiacchierata”.

Mammeonline ha una genesi del tutto particolare, essendo nata per sostenere economicamente una community nata nel web alla fine degli anni ’90, una delle prime comunità virtuali che nascevano allora e che raccoglieva soprattutto donne (madri e non) per discutere, conoscere, mettere in comune esperienze di vita di famiglia e di maternità. I temi di discussione si sono via via allargati, fino a comprendere anche i modi diversi da quello “naturale” di diventare genitori: adozione e PMA soprattutto.

Alla ricerca di fondi per sostenere la community, sempre più vasta:

Pensammo di realizzare un libro raccogliendo le fiabe che le mamme scrivevano per i loro bambini. E la cosa funzionò.

mi racconta Donatella.

Poi sono arrivati i libri per bambine e bambini, strumenti per avvicinarli ai libri, ma anche per affrontare temi importanti. Abbiamo cominciato con il desiderio di spiegare loro la nascita per adozione o per procreazione assistita e poi abbiamo continuato parlando del fratellino, del cibo, dell’amicizia, della diversità, dell’accettazione di se stessi, dei disturbi dell’apprendimento, del gestire le emozioni, affrontare la paura, ecc. Non perché il libro diventi una medicina per curare un problema, ma perché leggendo il libro può capitare al bambino di riconoscersi nel problema.

Insomma, libri che offrano ai giovani e giovanissimi lettori (e lettrici) una pluralità di rappresentazioni, più vaste del solito, in maniera che anche i bambini e le bambine meno aderenti allo stereotipo dominante potessero riconoscersi e ritrovarsi per poter dire: “Allora esisto anch’io!”

Ovviamente, le “tematiche di genere” sono state importanti, per la Casa Editrice, fin dalla nascita, se si tiene presente che le prime pubblicazioni parlavano di problemi di fertilità (la scelta di diventare madre, così come quella di non diventarlo, e quindi anche la discussa L 40 sulla procreazione assistita, sono sempre inerenti alla libertà e alla salute delle donne). Si è scelto anche di lavorare in modo da dare rilievo alla creatività delle donne e di offrire rappresentazioni del femminile diverse e variegate dallo stereotipo della “principessa rosa” o simile che imperversa spesso nella letteratura riservata ai lettori e alle lettrici più giovani.

(…) le nostre Quisquilia, Ninablu, Bea, Sara, Giorgia, ecc. sono bambine cui piace investigare, portare la barca, andare sullo skateboard o praticare il parkour!

Spiega Donatella:

Una delle maggiori difficoltà nel fare “educazione di genere” è anche la scelta dei titoli, affinché non caratterizzino quel libro come “libro per maschi” o “libro per femmine” (…)

ultimamente abbiamo deciso che fosse necessaria un po’ di determinazione in più, visto anche l’avanzare di una corrente di pensiero tendente a svalorizzare il femminile, a screditare l’educazione emotiva, a snaturare l’idea stessa di educazione di genere, manipolando anche le indicazioni dell’OMS. E quindi abbiamo deciso di pubblicare un numero del nostro libro/giornale “Echino giornale bambino” tutto dedicato al genere: “Mi specchio in te“. Mentre pochi mesi avevamo pubblicato “Chiamarlo amore non si può”, un libro di racconti per gli adolescenti sulla violenza contro le donne.

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Chiedo a Donatella:

Come vedi il mondo dell’editoria, rispetto a queste tematiche?

C’è molta attenzione, specie da parte dei piccoli editori, ma c’è anche un po’, secondo me, il desiderio di “cavalcare l’onda”. (…) Credo che il libro troppo dichiaratamente antistereotipo (ricordo che, nei giorni della fiera di Bologna dedicata alla letteratura per l’infanzia, Donatella rimase colpita in modo negativo da libri per bambini che recavano scritto sulla copertina, come un segno distintivo, la scritta “libro gender friendly” o simili, perché, secondo lei, ogni pubblicazione rivolta ai bambini dovrebbe avere uno “sguardo non stereotipato”, senza che vi sia una nicchia apposita di libri dedicati) consegua meno risultati perché viene acquistato e letto solo da chi è già consapevole dell’importanza dell’argomento. Non si può rendere normale un approccio non stereotipato se lo si tratta in libri che vengono proposti come “speciali” sul tema. In realtà tutti i libri per bambini e bambine dovrebbero essere senza stereotipi di genere, a cominciare da quelli scolastici che invece ne sono, purtroppo, ancora pieni.

Cosa ti aspetti dalla giornata del 20 (e 21) settembre? Quali sono le tue speranze per questo incontro?

Come casa editrice Mammeonline condivideremo soprattutto le esperienze fatte portando, in questi mesi, il libro “Chiamarlo amore non si può” nelle scuole medie e superiori. Abbiamo portato tra ragazze e ragazzi il libro, i racconti e abbiamo ricevuto tanti di quegli stimoli! I ragazzi e le ragazze, dopo la lettura del libro, hanno preparato video, canzoni, racconti, cartelloni, fotografie, installazioni e hanno dato vita a discussioni entusiaste su amore e non amore, emozioni, sentimenti, stereotipi, dimostrando che c’è un interesse straordinario sul tema. Ragazze e ragazzi sono confus* da quel che vedono nei telegiornali, che sentono raccontare e che spesso, purtroppo, vedono nelle loro famiglie e nelle relazioni tra loro e hanno un gran bisogno di parlare  e di essere aiutati a risolvere e a gestire la confusione che nasce in loro tra i modelli mediatici finti, la realtà della cronaca e della famiglia, le loro emozioni e prime esperienze sentimentali, spesso difficili perché si trovano a viverle con il conflitto di questi modelli contrastanti.

Dunque, la mia speranza è che si possano davvero gettare le basi per portare nelle scuole l’educazione al genere, nel modo il più possibile spontaneo e soprattutto in modo interdisciplinare e senza indottrinamenti.

In ultimo, segnalo che la Casa Editrice Mammeonline, insieme ad altre piccoli editori come loro, ha scritto un manifesto per sensibilizzare sulle difficoltà che, come piccoli editori, si trovano a dover affrontare e che penso la pena vada letto.

Le altre interviste:

ACT agire col teatrohttp://comunicazionedigenere.wordpress.com/2014/07/28/educare-alle-differenze1-il-teatro-che-dibatte-col-pubblico/

Educare alle differenze#1: il teatro che dibatte col pubblico

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Il 20 settembre parteciperemo come blog collettivo alla giornata “Educare alle differenze”, organizzata da Scosse, Il progetto Alice e Stonewall oltre ad altre decine di realtà co-promotrici dell’iniziativa.
Sarà un’occasione di scambio e di progettazione di un percorso di educazione al genere rivolto all’infanzia e all’adolescenza.

Sarà il primo passo di un progetto ci auguriamo più ampio di uno scambio di vedute, ma che porti alla costruzione di una solida politica educativa di genere, a progetti mirati alla comunicazione nelle scuole, al coinvolgimento di bambin* e ragazz* nella questione di genere, anche attraverso altri canali di apprendimento che non quelli prettamente scolastici.

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In vista di questo appuntamento, abbiamo deciso di lanciare una serie di contributi in merito proprio all’educazione di genere, a cosa voglia dire e come si sperimenti.  Per farlo, abbiamo pensato di intervistare alcune di quelle realtà che incontreremo il 20 settembre e che, come noi, vedono in questa data una possibilità di crescita.

Tra le realtà co-promotrici ci sono comitati di genitori, insegnanti, ma anche associazioni culturali, centri antiviolenza, collettivi queer, noi. Abbiamo scelto alcune di queste compagne di viaggio e abbiamo provato a conoscerle meglio, indagando le ragioni di ognuna nell’augurarsi un’educazione differente.

Le prime che conosciamo sono Elena  Fazio e Angela Sajeva che, insieme a Leonardo Gambardella, gestiscono l’associazione culturale ACT, agire col teatro. L’associazione nasce nel 2009 a Scalea (Cosenza) dove, come ci raccontano, il contesto culturale non era certo uno dei più vivaci, ma dove per origini o per caso si sono trovate ad operare e a chiedersi cosa volesse dire fare teatro con un territorio.educare

“Cercavamo un modo di creare un vero contatto tra pubblico e teatro. Non volevamo proporre una rappresentazione su cui lavorare solo il tempo in cui il sipario è aperto, ma al contrario, spettacoli su cui iniziare a ragionare quando il sipario si chiude. Uno strumento e un pretesto per lavorare con la comunità”

Che tipo di risposta avete avuto?

“Siamo riuscite a fidelizzare il nostro pubblico. Quindi una risposta positiva. I nostri spettatori vogliono vedere cosa faremo l’anno prossimo, vogliono riconfermare il desiderio di quello che gli abbiamo proposto, la loro aspettativa è una grande spinta e un successo per noi”

Tra gli spettacoli che avete messo in scena con questa progettualità di lavoro sul territorio, siete riuscite a toccare anche i temi di genere?

“Uno dei nostri progetti cardine è “Voci di Desdemona”, spettacolo che nasce da testimonianze raccolte in centri antiviolenza di Bolzano e Merano, insomma dalla viva voce delle donne vittime di violenza domestica. A queste voci abbiamo unito stralci di testi molto noti o figure iconiche come appunto la Desdemona del titolo, perché ci aiutassero a raccontare una storia di donne. Dura 45 minuti. La abbiamo pensata breve perché è parte integrante dello spettacolo la possibilità di interagire con il pubblico, dopo la messa in scena. E la risposta del pubblico è sempre stupefacente per la vera e propria necessità di parlare di questi temi, di parlare di violenza domestica, di non tenerla chiusa dentro casa.”

Negli ultimi anni le occasioni di parlare di violenza sembrano aumentate, persino le pubblicità di intimo ci dicono di combattere la violenza sulle donne. Credete che questo aiuti la questione?

“Ultimamente la violenza sulle donne va tristemente molto “di moda”, passateci l’espressione.
Per noi però è importante anche come si parla di violenza, non solo che se ne parli.
Per questo abbiamo sempre cercato di associarci con realtà con cui condividevamo il modo di percepire e voler affrontare il tema, come BeFree, che ci è stata vicina anche nel portare “Voci di Desdemona” a Roma, a teatro per i ragazzi e le ragazze del liceo. Per parlare di violenza e di genere abbiamo studiato, abbiamo fatto corsi da operatrici antiviolenza e poi abbiamo cercato di mettere a punto un linguaggio utile a comunicare senza voler indottrinare, ma suggestionando e parlando alla pancia di chi ci ascolta. Insomma, è importante trovare il modo davvero rivoluzionario di trattare questi temi, senza sostituire uno stereotipo con un altro o un ruolo imposto con un altro.
Per noi la questione di genere è stata anche utile ad entrare in contatto con la vita quotidiana degli spettatori, ci ha dato la possibilità di partire dalla percezione di noi, dei nostri corpi, del rispetto, anche per parlare di altro, dalla disabilità alla lotta alla mafia.”

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Perché un’associazione che si occupa di teatro partecipa a una giornata sull’educazione di genere? Perché credete sia importante?

“Non è solo importante, è imprescindibile parlare di genere oggi.
Nel 2014, a parità di competenze, spesso una donna viene ancora pagata meno del suo corrispettivo maschile. Dobbiamo scardinare questa mentalità, questo sistema culturale. Dobbiamo farlo partendo dall’infanzia, perché a 6 anni i bambini hanno già dei pregiudizi e delle categorie sessiste fortemente radicate.
Lo vediamo con i nostri corsi di formazione teatrale, nelle scuole primarie. Quella però è anche l’età in cui si recepisce di più il cambiamento. Se diciamo “tutti e tutte“, invece di parlare solo al maschile, magari le maestre non danno peso a queste parole, ma i bambini, le bambine soprattutto, sì. Si accorgono della differenza. Iniziano ad usare queste parole.
Crediamo che lavorare con questa fascia d’età sia fondamentale per offrire dei modelli culturali alternativi alle bambine quanto ai bambini, a cui, nella loro identità maschile manca spesso il coinvolgimento nelle discussioni di genere.”

Cosa vi aspettate dalla giornata del 20 settembre? Cosa sperate di trovare?

“Sicuramente siamo partite dalla necessità di conoscere realtà che si occupano delle nostre stesse tematiche.
Per fare rete e per riuscire a crescere anche noi grazie agli stimoli di altre esperienze. L’esigenza poi per noi nasce anche dal personale, una volta iniziato questo percorso, non possiamo tornare indietro, ma solo cercare nuovi modi di proseguire. Speriamo insomma di incontrare realtà anche più preparate o inserite in circuiti educativi di noi, così da poterci confrontare sui progetti futuri. Vorremmo poter continuare il nostro percorso e ampliarlo.
Perché non basta mettere tot ministre al governo per risolvere il problema di genere in Italia. Soprattutto se poi si disinteressano dellle Pari Opportunità, se continuano a togliere fondi ai centri antiviolenza, se non esiste educazione di genere… se non si agisce fortemente sulla cultura, possiamo anche fregarcene delle quote rosa.”

 

 

 

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