Passeggiate indecorose: da Roma a Bologna, Cagne e Cosmonaute

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A Miramare, tratto di costa adriatica che unisce Rimini a Riccione, si svolgono, ormai quasi regolarmente,  passeggiate e iniziative varie per il decoro e la sicurezza contro la prostituzione. Il 12 Aprile scorso cittadin* e albergatori hanno allestito la “briscolata anti-lucciole”

L’obiettivo, naturalmente non era solo divertirsi, ma riappropriarsi del territorio che in certe ore della notte diventa luogo di mercimonio indecoroso e pericoloso.

Queste le parole con cui l’iniziativa veniva presentata nella pagina facebook del Comune di Rimini cha ha sostenuto l’evento con la partecipazione di assessori e assessore comunali, alcun* dei/delle quali impegnat* anche nella lotta alla violenza contro le donne, evidentemente le prostitute non vengono considerate tali.
Tra una divertente partita e l’altra i carabinieri hanno spazzato via un po’ di degrado con una bella retata che ha portato alla identificazione, al rilascio di fogli di via, e alla denuncia, per chi era inottemperante, di una ventina di ragazze.

Venerdì scorso, 9 Maggio, i/le cittadin*, le associazioni di albergatori, la Confcommercio, i commercianti e qualche bagnino hanno organizzato una “passeggiata per il decoro e la sicurezza contro la prostituzione in strada”.
Uno degli organizzatori rilascia a chi si appresta a partecipare questi consigli:

“chi possiede torce, megafoni e perché no, anche un cagnolone (buono), può portarli perché sono tutti strumenti utili per questa passeggiata”.

L’immagine del cagnolone, buono, sguinzagliato dietro alle prostitute non è così distante dal vero secondo la versione raccontata da Elena in una intervista al Resto del Carlino.

Dal Resto del Carlino-Rimini

Dal Resto del Carlino-Rimini

La ragazza parla di insulti, di spintoni, di sputi. Ci stanno crocifiggendo dice, e il pensiero va subito ad Andrea Cristina uccisa in un modo tremendo qualche giorno fa da un uomo che viene definito mostro.
Ci piacerebbe assolvere le nostre coscienze parlando di mostri, ma non si tratta di mostri o di persone malate ma di figli sanissimi di una cultura patriarcale, quella stessa cultura che ha messo in cammino questi uomini e queste donne per le strade della costa romagnola a chiedere di ripulirle da esseri umani, da persone.

Le passeggiate e le iniziative contro le prostitute hanno lo scopo di incalzare i politici locali affinchè questi varino norme amministrative contro la prostituzione, l’associazione Miramare da Amare, una delle promotrici degli eventi, chiede sanzioni penali sia per i clienti che per le prostitute insieme alla segnalazione all’agenzia delle entrate. Chissà perchè tutt* vogliono far pagare le tasse alle prostitute ma nessun* che voglia riconoscere loro diritti.
L’amministrazione locale sembra recepire le indicazioni della popolazione e degli albergatori, danneggiati dal “degrado”, pensando a segnaletiche apposite che indichino la presenza di prostitute o a una maggiore illuminazione che cacci queste in luoghi bui e angusti lontane dagli occhi dei vacanzieri.

Decoro e sicurezza, sono queste le parole che compaiono nelle sempre più numerose ordinaze comunali ai danni delle lavoratrici del sesso. Trattate al pari di oggetti sporchi da cui ripulire le strade, accusate di turbare i bambini con i loro abiti succinti, colpevoli di rovinare le ferie alle ipocrite famigliole borghesi.

Le battaglie dei/delle riminesi contro le prostitute si intrecciano a quelle contro i venditori abusivi sulle spiagge, due marginalità contro cui ci si accanisce in maniera disumana, unite nello stigma e nell’emarginazione sociale che azioni come queste contribuiscono a consolidare.

Ma oltre alle passeggiate per il decoro esistono, fortunatamente, anche passeggiate indecorose che hanno lo scopo di rimettere al centro la solidarietà e la collaborazione tra donne alla ri-conquista di spazi pubblici.
Hanno iniziato a Roma le Cagne Sciolte un collettivo di donne alla ricerca di uno spazio ( e che lo spazio in realtà lo hanno trovato e lo gestiscono ogni giorno ) in nome di quel  manifesto Cagna che nel 1968 diceva

Dobbiamo essere forti, dobbiamo essere militanti, dobbiamo essere pericolose. Dobbiamo renderci conto che ‘Cagna è bella’ e che non abbiamo nulla da perdere. Niente di niente”.

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Passeggiata collettiva con le Cagne Sciolte a Roma 2 febbraio 2014

La voglia di una passeggiata indecorosa nasce dalla necessità di riappropriarsi di un territorio avvertito come ostile, luoghi che, soprattutto di notte, non vogliono donne nelle loro strade e le respingono con aggressioni, molestie o anche solo con l’ansia di un passo svelto. Così il primo passo è stato quello di individuare tutte quelle strade, quei vicoli e quei luoghi del quartiere in cui  le donne non si sentono tranquille da sole, per poi poterli riattraversare stavolta in gruppo, con una collettività capace di riprendersele.

Il 2 febbraio 2014 c’è stata la prima passeggiata collettiva a Roma, nel quartiere Ostiense, e poi di nuovo il 6 aprile, in concomitanza anche con la ricorrenza dell’eccidio di 10 donne che, nel 1944, furono rastrellate dai fascisti nello stesso quartiere per “aver utilizzato come forma di lotta la riappropriazione di pane e farina, carenti o totalmente assenti in periodo di guerra”.

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La passeggiata collettiva del 2 febbraio a Roma, nonostante la pioggia!

“Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”

Non le forze dell’ordine, le città militarizzate o peggio ancora le ronde. Una città a misura di vita di donna parte dalla riappropriazione del territorio uscendo dal clima di tensione e paura che lo pervade. E che tiene le porte chiuse a chi urla aiuto, che tiene le donne dentro casa per timore di una notte sbagliata.

Ma la passeggiata non ha solo questo obiettivo. E’ anche un momento per uscire dagli spazi “amici” e portare nelle città la lotta alla violenza di genere e all’omofobia. E non solo. Perchè la lotta alla violenza sulle donne deve poter passare anche da quella contro gli stereotipi, la cultura della paura, la sicurezza cercata con le armi, il patriarcato della Chiesa e il costante attacco alla libertà femminile, il razzismo e il classismo su cui si basano quelle diseguaglianze che poi affliggono anche l’autodeterminazione delle donne. Quindi si legge sul blog delle Cagne Sciolte:

Tutte insieme siamo passate nelle strade della movida, della socialità mercificata e posticcia, nelle quali i ruoli maschio\femmina sono radicalizzati e messi in vetrina e dove spesso veniamo guardate\toccate\importunate contro la nostra volontà.
Abbiamo percorso le strade più buie, i passaggi della metro coperti e nascosti nei quali è più difficile sentirci se urliamo.
Siamo passate davanti alle caserme ribadendo che nessuna militarizzazione e nessuna presenza di tutori armati ci dà sicurezza e libertà, ma che la libertà di stare in strada come vogliamo ce la dà solo l’autodeterminazione e sicuramente non luoghi come le caserme, dove gli uomini comandano e stupratori in divisa si nascondono.
Siamo passate sotto i palazzi e le abitazioni dalle quali in tant* si sono affacciat* al nostro passaggio per salutarci o ci hanno raggiunto in strada. Abbiamo lasciato il segno della nostra passeggiata davanti alle chiese simbolo del patriarcato, che ci vuole sempre vittime da tutelare e non soggetti forti che possono decidere da soli, e abbiamo lasciato dei ‘ricordini’ in solidarietà delle sorelle spagnole, alle quali con una legge infame di stampo cattolico e autoritario si sta cercando di strappare il diritto a decidere del proprio corpo e ad abortire, per ribadire che YODecido!. Abbiamo preso parola contro i C.I.E., lager della democrazia, nei quali le donne e gli uomini vengono rinchiusi e deportati, luoghi di repressione razzista e classista, abbiamo denunciato quelle organizzazioni come la Croce Rossa che, dietro una facciata di umanità, fanno business sulle migranti.

Così le passeggianti hanno segnato il loro percorso con scritte, striscioni e interventi al megafono, nell’allegria, anche sotto la pioggia, di fischietti e musica.

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Passeggiata collettiva 2 febbraio 2014 a Roma

Sull’esempio delle Cagne Sciolte sono nate a Bologna le Cosmonaute. L’8 Maggio ci siamo incontrate per la prima passeggiata notturna.

Vogliamo camminare libere e spensierate nelle città di giorno e di notte senza doverci guardare le spalle.
La Bolognina è uno dei quartieri dai quali vogliamo partire per riprenderci le strade della città, per attraversarle e viverle ogni volta che ne abbiamo desiderio o necessità senza l’ansia di dover scivolare verso casa quando il buio cala.

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La passeggiata delle cosmonaute ha attraversato la Bolognina, quartiere considerato poco sicuro, lasciandosi dietro una scia di messaggi, slogan e volantini colorati fino ad arrivare davanti alla palazzina in cui il 18 Marzo scorso una donna fu violentata da tre uomini.

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Uno dei volantini lasciati per il quartiere riportava queste parole:

Lo spazio pubblico è saturo di immagini femminili accessibili e disponibili che alimentano la “cultura” della prevaricazione e banalizzano lo stupro. Ci scontriamo ogni giorno con il paradosso che siamo proprio noi donne ad essere percepite come luogo pubblico, luogo di pubblico dominio che chiunque può guardare, commentare, usare e deturpare. Veniamo continuamente invase e disturbate con la conseguenza di ritrovarci espulse dallo spazio, ostacolate nel viverlo e nell’attraversarlo. [...]
Riteniamo inutile e grave la strumentalizzazione della violenza sulle donne da parte del potere istituzionale e dei media a fini razzisti e di controllo sociale e siamo convinte che a rendere sicure le strade siano le donne che le attraversano in maniera autodeterminata.

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Questa è stata solo la prima passeggiata delle cosmonaute, ce ne saranno altre, con la speranza che le esperienze di Roma e di Bologna siano contagiose, perchè a tutte le donne, comprese naturalmente le prostitute, siano esse vittime di tratta o sex worker, sia data la possibilità di vivere in maniera autodeterminata, di occupare spazio pubblico, di essere libere.

Laura e Enrica

Vuoi lavorare? Togliti il velo! La democrazia sul corpo delle donne.

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A Cattolica, provincia di Rimini, una ragazza di 17 anni va a fare richiesta per uno stage all’Hotel Carducci 76.
La ragazza è al quarto anno di Istituto Turistico e ha diritto a un periodo di tirocinio in una struttura alberghiera.
L’albergo in questione però rifiuta la sua richiesta perchè la ragazza, Omaina, non è adatta a stare a contatto con i clienti.
Perchè porta il velo e non ha intenzione di toglierselo.

L’albergo ha fatto bene a rifiutare la sua richiesta anche solo perchè Omaina non ha i requisiti richiesti dalla struttura in fatto di dress code.
Perchè, tra l’altro, il velo è simbolo di ostentazione di una religione avversa ai principi cattolici dell’Italia, perchè è il simbolo di una sottomissione culturale che chiama la discriminazione. E’ lei che ha scelto di essere discriminata. Si togliesse il velo se vuole essere emancipata davvero.

Il velo è un simbolo antidemocratico, qui siamo in un paese laico, lo indossassero nei loro Paesi, che in fondo questi non sono mai italiani del tutto, no?
VOI permettete la costruzione di chiese cattoliche nei vostri Paesi e NOI vi assumeremo come nostre receptionist.
L’albergatore ha operato una discriminazione, sì, ma in positivo, perchè ha protetto la democrazia del suo posto di lavoro.
Quel velo lede anche la nostra libertà, la mette sotto pericolo, fa sì che si passi come normale il fatto che una donna si copra il capo perchè ha deciso di farlo. E invece no, non può deciderlo! Perchè è un simbolo antidemocratico, qui siamo in un paese laico, lo indossassero nei loro Paesi…. ad libitum.

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Ecco, riassunta in poche righe la vicenda di Omaina, la 17enne a cui è stato rifiutato lo stage per il fatto di indossare il suo hijab, e la reazione di molti lettori di fronte alla notizia.

Sulla vicenda in sè, è chiaro che l’Italia non sia un Paese multiculturale, ma ancora intriso di pregiudizi e categorie culturali retrograde, alimentate negli ultimi vent’anni dalla retorica razzista di governi che con questa hanno giustificato due guerre, leggi sul reato di clandestinità, impossibilità di applicare lo ius soli e il grande sgomento per la prima Ministra nera della nostra Storia, Kyenge, prontamente messa in panchina dal governo Renzi.

Omaina non è l’unica ragazza a cui è stato negato un posto di lavoro per via del velo che porta sul capo.
E’ successo anche a Hajer a Prato, una giovane interprete velata è stata licenziata a Torino, mentre  a Milano a una studentessa universitaria è stato rifiutato un lavoro di volantinaggio.

Omaina ragiona su cosa le è successo, immagina il suo futuro.

“Se succede una cosa del genere solo per uno stage scolastico di tre settimane, allora vuol dire che infuturo farò molta fatica a farmi assumere davvero. Io non voglio essere costretta a togliermi il velo per lavorare, tanto più che non mi copre il viso”

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In Italia, molte donne sono certe che strappare via i veli di chi decide di portarli, sia un modo genuino di esportare democrazia.

Poco importa che in Pakistan sia nata la prima supereroina addirittura in burka,  Burka Avenger, capace di combattere per l’alfabetizzazione femminile usando libri e penne contro armi contro i cattivi patriarchi del villaggio.

Poco importa che nascano gruppi di donne musulmane e femministe che chiedono a gran voce di poter applicare il proprio sistema di lotte alle loro necessità, contro l’atteggiamento paternalista e sovradeterminante di ALCUNE femministe occidentali.

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Sono un’orgogliosa musulmana. Non ho bisogno di essere “liberata”. Non apprezzo il fatto di essere usata per rinforzare l’imperialismo occidentale. Voi non mi rappresentate! #MuslimahPride

A molte donne piacciono solo quelle che il velo se lo tolgono.

Piacciono anche a noi. Ci piace Said, la giornalista egiziana che si è tolta l’hijab davanti all’imam che stava intervistando perchè questi le imponeva di portarlo. Siamo solidali con Amina, la 19enne tunisina che si è fatta fotografare a seno nudo e la scritta “Il mio corpo mi appartiene, non è l’onore di nessuno”.

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Non dite a noi cosa indossare, dite agli uomini di non stuprare.

E’ molto semplice essere d’accordo con loro, dal nostro punto di vista di donne atee o  non islamiche, abituate a pensare che la nostra libertà sia fatta anche di poter decidere quanti cm di pelle esporre del nostro corpo.
Più difficile, evidentemente anche per chi segue il nostro blog e ha riempito la nostra pagina di considerazioni al limite della fobia per l’islam e per il velo in sè, è accettare che alcune donne scelgono di indossare il velo, lungo o corto che sia, perchè quello definisce parte della loro identità, perchè è un simbolo in antitesi con tanti altri che appartengono a un modello di donna diciamo occidentale, che non condividono.La libertà però è fatta di scelte, di autodeterminazione. Vietare alle donne di indossare il velo contrasta con il loro diritto a compiere scelte autodeterminate.

Ma come può per una donna essere una scelta libera quella di velarsi il capo, il corpo o addirittura il volto?
Questa domanda sembra retorica, sembra avere implicita la risposta “non può essere mai una scelta libera”, ma questo solo se diamo per scontata l’identità velo-oppressione.

Il velo solitamente viene associato alla religione islamica, tralasciando tutti gli altri motivi per cui le donne potrebbero indossarlo, la religione islamica a sua volta tende ad essere considerata, in maniera monolitica, come un complesso di norme molto restrittive e retrograde, ne deriva il collegamento del velo con l’oppressione, l’inciviltà, la misoginia, l’arretratezza. Così abbiamo non solo una visione razzista del popolo musulmano, considerato rozzo e misogino perchè costringe le donne al velo, ma anche una stereotipizzazione della donna musulmana.

La donna musulmana è l’oppressa, è la vittima da salvare, applicando le nostre categorie di “donne occidentali”, così quando ci chiedono solidarietà, come ha fatto Omaina raccontando la sua storia di discriminazione, non sempre siamo pronte a sostenere le loro battaglie perchè la loro idea di libertà, in questo caso fare lo stage indossando il velo, non coincide con la nostra.

Indossare il velo per molte ragazze, soprattutto immigrate, è oggi un segno identitario e una forma di resistenza alla colonizzazione occidentale. Ad esempio durante  la guerra di liberazione in Algeria alcune donne furono sottoposte a delle vere e proprie cerimonie di svelamento, le donne francesi liberavano le donne algerine dall’oppressione patriarcale, occupazione di un territorio che passava attraverso l’occupazione dei corpi delle donne.
Qualche anno fa la Francia vara leggi che impediscono burqa e niqad nei luoghi pubblici, tra le conseguenze una maggior diffusione di episodi razzisti e la segregazione delle donne in casa.

In un periodo di crisi economica, in un momento storico in cui le forze di estrema destra sembrano rinvigorite, dopo anni di politiche cieche e razziste, è facile individuare nell’”altro”, nel diverso, in quella che porta il velo, la nemica da combattere o la poveretta da civilizzare.

E siamo sempre lì, per scoprirlo o per coprirlo, per dire non metterti una minigonna sennò ti stuprano, non metterti il velo sennò sei sottomessa, siamo ancora sempre sul corpo delle donne, quel corpo è ancora il campo di battaglia, usato per legittimare sempe nuove forme di oppressione.

Laura & Enrica

Boicottate da Giove Pluvio a Cascina, UAGDC intervista Valentina Lodovini

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Il 30 gennaio scorso cinque di noi sono partite con entusiasmo alla volta di Cascina, paese in provincia di Pisa, dove era previsto per la giornata successiva un evento all’interno del quale avremmo dovuto presentare il nostro lavoro a studenti di media superiore. Lorella Zanardo, infatti, ci aveva scelto per “Fermi un giro”, lasciando il suo testimone a noi.

Purtroppo, come avrete appreso dalle notizie lasciate sulla pagina facebook e su twitter, il 31 gennaio, dopo giorni di pioggia ininterrotta, è stato dato l’allarme per il pericolo di esondazione dell’Arno. La città è rimasta chiusa, i ponti bloccati e i/le 240 ragazz* che avrebbero dovuto riempire il teatro per seguire la nostra presentazione non hanno potuto muoversi dalle loro abitazioni. L’evento è quindi saltato, con nostro profondo rammarico.

Fortunatamente gli eventuali danni sono stati arginati e l’allarme è velocemente rientrato. Nulla da fare per l’evento, che prevedeva anche la partecipazione di Valeria Solarino (rimasta bloccata a Roma) e Valentina Lodovini, giunta insieme a noi alla Città del Teatro di Cascina, perché interessata a partecipare al nostro intervento. Anche Lorella ci ha raggiunto il giorno successivo e abbiamo quindi piacevolmente trascorso ore a chiacchierare e confrontarci.

Questi tre giorni sono stati per noi un modo di incontrare persone, ascoltarne le storie e le esperienze e raccontare anche un poco di noi. Abbiamo respirato l’atmosfera del teatro, che ci ha profondamente colpito, abbiamo apprezzato l’ospitalità di Donatella Diamanti e di tutto il suo meraviglioso staff e ci siamo emozionate ascoltando Valentina Bischi, presentata da Valentina Lodovini, recitare all’interno del suo spettacolo, “Insabbiati”.

Nello specifico, Valentina ci ha colpito per la sua grinta e disponibilità. Parlando con lei abbiamo avuto modo di toccare diversi temi che riguardano il nostro blog e le questioni di genere, in particolare la stigmatizzazione che molto spesso possono subire le giovani attrici in Italia. Pertanto abbiamo deciso di intervistarla, constatando l’entusiasmo con cui è stata accolta la nostra proposta. Di seguito vi proponiamo con piacere le risposte di Valentina alle nostre domande, sperando possano divenire uno spunto di riflessione per tutt*.

Per quanto riguarda l’evento, speriamo di poterlo riproporre in primavera!

Chiacchierando con te è venuto fuori come le giovani attrici vengano spesso stigmatizzate in Italia. Ce lo racconti?

Parlo della mia esperienza, non generalizzo. Per quello che ho vissuto io siamo molto “oggetto”, magari anche oggetto del desiderio, che può sembrare una cosa bella. Sei un sogno, sei “pellicola”, sei un qualcosa che sta lì sullo schermo. Questo però poi fa sì che diventi un oggetto anche come donna, per cui capita che si approccino a te in maniera squallida, viscida, anche molto ambigua.

A chi ti riferisci?

Agli uomini, in generale. Addetti ai lavori e non, purtroppo. Dai non-addetti me lo potrei aspettare, perché non conoscono le dinamiche che stanno dietro al mio lavoro, mentre dagli addetti ai lavori – dai colleghi alla troupe tecnica – mi dà molto fastidio essere considerata come un oggetto, perché io sono una persona che lavora insieme a loro. Penso ad esempio alle persone del mio settore, a chi crede di avere potere. Ovviamente le persone che hanno più “potere” si sentono più avvantaggiate, pensano che ci puoi “cascare” perché sei ingenua, perché non c’è lavoro o per far carriera. Credono che debbano avere qualcosa in cambio. Io non sono una che ha molti pregiudizi però rimango fedele a me stessa. E mi rendo conto che l’approccio non è mai palese – che è peggio. Preferirei una persona chiara, invece si nascondono dietro all’essere intellettuale, artista, sensibile. In realtà c’è un approccio da millantatore. Perché spesso vieni vista quasi come se non fossi una persona. Questo è l’approccio più semplice, proprio perché non sono diretti. E’ come se l’attrice dovesse essere “facile”, come se si dovesse vendere. Forse perché noi usiamo il nostro corpo, le nostre emozioni e lo facciamo per mestiere. Però lo utilizziamo in una forma che non è quella della merce di scambio.

Come affronti questo aspetto del tuo lavoro?

Quando mi capita di cominciare una collaborazione chiarisco che per me è un onore essere lì, che da parte mia c’è stima, ma tendo a precisare che per me è lavoro. A me piace la chiarezza, bisogna proteggersi sempre dall’ambiguità, più che dal dolore. Quindi credo sia giusto chiarire per evitare incomprensioni, perché spesso scambiano la gentilezza per altro. Magari sei gentile e disponibile, ti senti grata e fortunata, sorridi e allora si permettono “di più”.  Io tratto tutti con rispetto, perché il cinema e il teatro si fanno insieme, è un lavoro di gruppo. E allora penso ad alcune mie colleghe, che magari arrivano a non salutare, a non sapere i nomi delle persone con cui lavorano, stanno sui camper o nei camerini, vanno in scena e poi tornano subito dentro, mentre io sono una che sta sempre in mezzo, la vivo “da camerata”, mi sento a casa. Credo che alcune colleghe con questo atteggiamento, che potrebbero sembrare altezzose, in realtà cerchino di “proteggersi”. Poi non c’è solo questo, ho incontrato anche persone meravigliose e straordinarie.

Come ritroviamo la stigmatizzazione nel tuo mestiere?

Non ci vuole molto a farci caso. In una sceneggiatura, in una storia, siamo sempre l’oggetto dell’uomo, siamo sempre raccontate così. Anche in questo caso non me la sento di generalizzare, perché ci sono registi che hanno avuto il “coraggio” di raccontare la donna in maniera diversa. Però spessissimo, soprattutto di recente, la donna è pensata come funzione dell’uomo, come la parte morale. Se si deve, ad esempio, raccontare un uomo che è una “merda” non si può raccontare solo che è una “merda” o che è “amorale”. Alla famiglia, e quindi alla moglie, viene data la funzione morale e se ci si pensa questa è una cosa assurda. Oppure, il più delle volte per un film scelgono prima l’uomo e poi si trovano nella condizione di dover decidere chi sarà la sua compagna. Scelgono quasi sempre in base a lui, quasi mai in base a lei. Nel caso, sei tu che non sei adatta ad un uomo. Anche in questo caso è qualcosa che fa capire come per una donna sia un contesto più faticoso.

E sul set come affronti questa discriminazione?

Ovviamente dipende dal contesto e dalla storia, non puoi fare le cose completamente di testa tua. Ma esistono donne con una personalità, non sono tutte isteriche, insicure, piagnone, spaventate, “piccole fiammiferaie”. Anche per quanto riguarda la sceneggiatura fai un favore anche alla figura maschile a raccontarle come persone, perché anche il suo personaggio ci guadagna. Perché nella vita non si è, o comunque non si dovrebbe essere, “la fidanzata di”, “la moglie di”. Io sono Valentina. Fondamentalmente mi capita di cambiare le intenzioni, mi dicono di piangere e io rido. Molto spesso quella della donna è anche una figura “clichéttata”, come se non si avesse voglia di andare a fondo, di conoscerla, di raccontarla. Poi ci sono stati in passato anche tanti importanti incontri di personaggi femminili, tutti raccontati da uomini. Esiste anche altro però questa è la tendenza. Si fa più fatica, bisogna urlarle – le cose – per farci ascoltare, bisogna lottare.

I colleghi uomini si rapportano “da pari” con te?

Quelli intelligenti sì, e fortunatamente ne ho incontrati tanti. Sono curiosi e hanno voglia di capire chi hanno davanti. Però, così come ci sono gli intelligenti, ce ne sono anche tanti che non lo sono. In generale fai più fatica ad essere presa sul serio, ad esempio quando porti la tua opinione. Perché ognuno deve essere consapevole del proprio lavoro ma il teatro e il cinema sono anche collaborazione, perché ti ritrovi a dover dare respiro ad una storia, ad un essere umano. E magari tu ci ragioni, fai un’analisi, porti delle proposte, o lotti per ottenere qualcosa – rispettando sempre il lavoro di tutti – e automaticamente sei capricciosa, quella che rompe i coglioni, sei la prima donna, sei la diva. A volte ci soffro, perché ti capita di essere a tavola con regista e attore che parlano e te non esisti, non ci sei. Anche il fatto che magari vuoi essere indipendente, viaggiare, stare sola: da una parte viene utilizzato a loro favore, dall’altra non è qualcosa che piace. E’ una cosa che allontana come essere umano, è come se non avessi sentimenti, perché una donna deve mettersi in una condizione di dipendenza. Per gli uomini è diverso e senti spesso colleghi, che magari viaggiano molto, dire che cercano una santa che stia a casa a crescere i figli. Sono scelte. Però spaventa sentire questo da parte loro.

Credi che questi problemi siano dovuti anche alla scarsa presenza femminile nel mondo del teatro e del cinema?

Anche. Tra le figure tecniche, ad esempio, ci sono pochissime donne. E’ molto difficile per una donna. E’ raro incontrarle. Un conto se sei attrice, “butti lì la bambolina”. Ma una macchina da presa non gliela dai in mano. Leggendo le percentuali di montatrici, sceneggiatrici, scenografe ecc. scopri che c’è un divario enorme tra uomini e donne. C’è da porsi qualche domanda. Vengo da una scuola dove c’erano tantissime donne che studiavano per lavorare nell’ambito tecnico e non ne ho ritrovata neanche una. Incontro tanti miei ex compagni sui set, ma mai una donna. Sono cose che dico anche da spettatrice esterna, da cittadina, coi dati in mano.

Hai un interesse particolare nei confronti delle tematiche di genere o hai maturato queste considerazioni con il tuo lavoro?

Mi interessano molto, ma magari quello che ho vissuto prima di cominciare a lavorare non mi ha permesso di fare tutte queste distinzioni e ho iniziato a farle dopo. Forse perché devi stare “all’erta” e non puoi abbassare la guardia. A volte sono stata anche troppo sulle difensive, immaginando che le persone pensassero di avvicinarsi all’”attricetta”. Frequentando, al di fuori del lavoro, per lo più persone che non fanno il mio mestiere ho sentito quello che si pensa delle attrici. Sono piccole cose che noto ma fortunatamente ho avuto sempre la libertà di esprimermi.

Come si rapportano con te invece i non-colleghi?

Spesso con sufficienza e superficialità. Un giorno successe un fatto particolare. In quel periodo portavo in scena a teatro il monologo di una donna libanese che racconta la sua vita, tutta la sua formazione, la sua crescita, il rapporto col padre, le violenze subite in guerra, i tradimenti da parte della famiglia e l’esperienza del manicomio. Una storia autobiografica che tratta anche di violenza sulle donne. Un giornale, dopo avermi richiesto insistentemente un’intervista, voleva parlare di altro. Io tornavo su quell’argomento, perché ero in scena con quello spettacolo e perché volevo sottolineare che non c’è nessuna differenza con l’Italia, il femminicidio in Italia non ha nulla di diverso. La matrice e il risultato sono gli stessi: la donna viene violentata, la donna viene picchiata, la donna viene ammazzata, la donna viene rinchiusa. E questo disturbava tantissimo il giornalista, tanto che poi il pezzo è magicamente scomparso, non è mai stato pubblicato.

Ringraziamo ancora Valentina Lodivini per la gentilezza, la disponibilità e l’interesse dimostrato per il lavoro del nostro blog.

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