Famiglie “tradizionali” minacciate dai diritti LGBT: ma di cosa hanno davvero paura?

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Mentre alla Regione Lombardia non conoscono la parola “Inclusione”, vogliono istituire una “Festa per la famiglia tradizionale” e chiedono espressamente alle istituzioni competenti di non applicare i Documenti dell’OMS, al Comune di Verona, il Consiglio Comunale approva un Ordine del Giorno che, sbandierando la “libertà di espressione” e la “libertà di educazione dei genitori”, vorrebbe togliere la libertà di insegnamento agli insegnanti della scuola pubblica. E non solo. Al Comune di Verona sono diventati tutti in grado di leggere nel pensiero e hanno paura di un piccolo uovo alla ricerca della sua famiglia.

Andiamo con ordine, dal momento che potrebbe sembrarvi di avere le traveggole agli occhi.

Nell’ODG approvato il 23 luglio, i Consiglieri veronesi aprono il documento con una dichiarazione fantasiosissima che farebbe anche ridere, se non fosse che porta con sé conseguenze dannose.

Affermano essi: “L’art 29 della Costituzione italiana riconosce il “ruolo sociale della famiglia come società fondata sul matrimonio tra uomo e donna, anche se quest’ultima precisazione non è riportata nel testo (i padri costituenti la davano per scontata)”

Ganzi, i Consiglieri! Si sono presi il diritto di modificare il testo dell’art. 29 della Costituzione a loro piacimento, con la superbia di chi sa a posteriori che quella modifica sarebbe stata approvata dai padri costituenti, in quanto essi la davano per scontata. Può darsi che la dessero per scontata. Ma anche no. Può darsi che non abbiano precisato nulla per lasciare volutamente aperto uno spiraglio ad altri tipi di famiglie. In ogni modo, non c’è scritto niente a proposito di famiglia formata da un uomo e da una donna e un Consigliere comunale qualunque non può, per difendere la SUA idea della Carta costituzionale, violarla apertamente, modificandola a suo piacimento.

L’ODG continua con un’altra manipolazione del testo costituzionale, laddove dice che, siccome per l’art. 30 i genitori hanno il dovere di istruire, educare e mantenere i figli, nessun’altra realtà, nemmeno lo Stato, può sostituirsi ad essi, educando i bambini e i ragazzi con programmi dai genitori stessi non condivisi. La Costituzione non lo dice, ovvio, ma mettiamo anche che lo dica e mettiamo il caso che io abbia un figlio o una figlia che vivono in casa con me e con la mia compagna. Bene, nella scuola che vorrebbero i Consiglieri veronesi (quella in cui non si può parlare di famiglia omogenitoriale come di un tipo di famiglia esattamente come quella formata da una coppia eterosessuale), io avrei il diritto di non mandare la mia prole,perché non condividerei i programmi scolastici, laddove agli alunni verrebbe insegnato che la sola forma di famiglia possibile è quella “tradizionale”, formata da un uomo e da una donna e dalla loro progenie. Così, mia figlia e mio figlio non frequenterebbero nessuna scuola e io andrei in galera.

Come i Consiglieri lombardi, anche quelli veronesi pensano ogni bene della famiglia, quando la definiscono “una comunità di affetti e di solidarietà e dove ci si incontra e ci si aiuta reciprocamente”, ma, per gli uni e per gli altri questa definizione di famiglia va bene e calza a pennello solo per la famiglia “tradizionale”.A me risulta che i casi di violenza domestica abbiano luogo proprio nella famiglia “tradizionale”, chissà se per tutti questi consiglieri la violenza domestica rientra nell’affetto e nella solidarietà o nell’aiuto e nell’incontro…? E perché danno per scontato che una famiglia con i genitori omosessuali non sia improntata all’aiuto reciproco, all’incontro, all’amore?

Ma la cosa che più mi lascia perplessa è la dilagante affermazione che “la famiglia naturale starebbe subendo terribili tentativi di distruzione” o anche “un’aggressione culturale senza precedenti”, come dicono a Verona, ma non solo.

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Allora, siccome sono curiosa, voglio andare un po’ a sbirciare quali possano mai essere questi atti miranti alla distruzione della famiglia tradizionale. Caspita! Ho paura! Mamma mia, ho un marito UOMO e io sono una donna! Ho un figlio e una figlia! O Gesùgiuseppeemmaria!

Qualcuno sta tentando di aggredire la MIA famiglia???????

Meglio andare a controllare, che forse mi conviene scappare in qualche Paese straniero più civile del mio, tipo l’Uganda o la Russia in cui queste cattivissime lobbies gay non sono ancora riuscite a distruggere proprio un bel niente.

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Educare alle differenze#1: il teatro che dibatte col pubblico

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Il 20 settembre parteciperemo come blog collettivo alla giornata “Educare alle differenze”, organizzata da Scosse, Il progetto Alice e Stonewall oltre ad altre decine di realtà co-promotrici dell’iniziativa.
Sarà un’occasione di scambio e di progettazione di un percorso di educazione al genere rivolto all’infanzia e all’adolescenza.

Sarà il primo passo di un progetto ci auguriamo più ampio di uno scambio di vedute, ma che porti alla costruzione di una solida politica educativa di genere, a progetti mirati alla comunicazione nelle scuole, al coinvolgimento di bambin* e ragazz* nella questione di genere, anche attraverso altri canali di apprendimento che non quelli prettamente scolastici.

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In vista di questo appuntamento, abbiamo deciso di lanciare una serie di contributi in merito proprio all’educazione di genere, a cosa voglia dire e come si sperimenti.  Per farlo, abbiamo pensato di intervistare alcune di quelle realtà che incontreremo il 20 settembre e che, come noi, vedono in questa data una possibilità di crescita.

Tra le realtà co-promotrici ci sono comitati di genitori, insegnanti, ma anche associazioni culturali, centri antiviolenza, collettivi queer, noi. Abbiamo scelto alcune di queste compagne di viaggio e abbiamo provato a conoscerle meglio, indagando le ragioni di ognuna nell’augurarsi un’educazione differente.

Le prime che conosciamo sono Elena  Fazio e Angela Sajeva che, insieme a Leonardo Gambardella, gestiscono l’associazione culturale ACT, agire col teatro. L’associazione nasce nel 2009 a Scalea (Cosenza) dove, come ci raccontano, il contesto culturale non era certo uno dei più vivaci, ma dove per origini o per caso si sono trovate ad operare e a chiedersi cosa volesse dire fare teatro con un territorio.educare

“Cercavamo un modo di creare un vero contatto tra pubblico e teatro. Non volevamo proporre una rappresentazione su cui lavorare solo il tempo in cui il sipario è aperto, ma al contrario, spettacoli su cui iniziare a ragionare quando il sipario si chiude. Uno strumento e un pretesto per lavorare con la comunità”

Che tipo di risposta avete avuto?

“Siamo riuscite a fidelizzare il nostro pubblico. Quindi una risposta positiva. I nostri spettatori vogliono vedere cosa faremo l’anno prossimo, vogliono riconfermare il desiderio di quello che gli abbiamo proposto, la loro aspettativa è una grande spinta e un successo per noi”

Tra gli spettacoli che avete messo in scena con questa progettualità di lavoro sul territorio, siete riuscite a toccare anche i temi di genere?

“Uno dei nostri progetti cardine è “Voci di Desdemona”, spettacolo che nasce da testimonianze raccolte in centri antiviolenza di Bolzano e Merano, insomma dalla viva voce delle donne vittime di violenza domestica. A queste voci abbiamo unito stralci di testi molto noti o figure iconiche come appunto la Desdemona del titolo, perché ci aiutassero a raccontare una storia di donne. Dura 45 minuti. La abbiamo pensata breve perché è parte integrante dello spettacolo la possibilità di interagire con il pubblico, dopo la messa in scena. E la risposta del pubblico è sempre stupefacente per la vera e propria necessità di parlare di questi temi, di parlare di violenza domestica, di non tenerla chiusa dentro casa.”

Negli ultimi anni le occasioni di parlare di violenza sembrano aumentate, persino le pubblicità di intimo ci dicono di combattere la violenza sulle donne. Credete che questo aiuti la questione?

“Ultimamente la violenza sulle donne va tristemente molto “di moda”, passateci l’espressione.
Per noi però è importante anche come si parla di violenza, non solo che se ne parli.
Per questo abbiamo sempre cercato di associarci con realtà con cui condividevamo il modo di percepire e voler affrontare il tema, come BeFree, che ci è stata vicina anche nel portare “Voci di Desdemona” a Roma, a teatro per i ragazzi e le ragazze del liceo. Per parlare di violenza e di genere abbiamo studiato, abbiamo fatto corsi da operatrici antiviolenza e poi abbiamo cercato di mettere a punto un linguaggio utile a comunicare senza voler indottrinare, ma suggestionando e parlando alla pancia di chi ci ascolta. Insomma, è importante trovare il modo davvero rivoluzionario di trattare questi temi, senza sostituire uno stereotipo con un altro o un ruolo imposto con un altro.
Per noi la questione di genere è stata anche utile ad entrare in contatto con la vita quotidiana degli spettatori, ci ha dato la possibilità di partire dalla percezione di noi, dei nostri corpi, del rispetto, anche per parlare di altro, dalla disabilità alla lotta alla mafia.”

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Perché un’associazione che si occupa di teatro partecipa a una giornata sull’educazione di genere? Perché credete sia importante?

“Non è solo importante, è imprescindibile parlare di genere oggi.
Nel 2014, a parità di competenze, spesso una donna viene ancora pagata meno del suo corrispettivo maschile. Dobbiamo scardinare questa mentalità, questo sistema culturale. Dobbiamo farlo partendo dall’infanzia, perché a 6 anni i bambini hanno già dei pregiudizi e delle categorie sessiste fortemente radicate.
Lo vediamo con i nostri corsi di formazione teatrale, nelle scuole primarie. Quella però è anche l’età in cui si recepisce di più il cambiamento. Se diciamo “tutti e tutte“, invece di parlare solo al maschile, magari le maestre non danno peso a queste parole, ma i bambini, le bambine soprattutto, sì. Si accorgono della differenza. Iniziano ad usare queste parole.
Crediamo che lavorare con questa fascia d’età sia fondamentale per offrire dei modelli culturali alternativi alle bambine quanto ai bambini, a cui, nella loro identità maschile manca spesso il coinvolgimento nelle discussioni di genere.”

Cosa vi aspettate dalla giornata del 20 settembre? Cosa sperate di trovare?

“Sicuramente siamo partite dalla necessità di conoscere realtà che si occupano delle nostre stesse tematiche.
Per fare rete e per riuscire a crescere anche noi grazie agli stimoli di altre esperienze. L’esigenza poi per noi nasce anche dal personale, una volta iniziato questo percorso, non possiamo tornare indietro, ma solo cercare nuovi modi di proseguire. Speriamo insomma di incontrare realtà anche più preparate o inserite in circuiti educativi di noi, così da poterci confrontare sui progetti futuri. Vorremmo poter continuare il nostro percorso e ampliarlo.
Perché non basta mettere tot ministre al governo per risolvere il problema di genere in Italia. Soprattutto se poi si disinteressano dellle Pari Opportunità, se continuano a togliere fondi ai centri antiviolenza, se non esiste educazione di genere… se non si agisce fortemente sulla cultura, possiamo anche fregarcene delle quote rosa.”

 

 

 

L’omofobia visibile ed invisibile nella quale siamo immers*

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Qualche giorno fa Ian Thorpe, uno dei nuotatori più famosi al mondo, ha dichiarato di essere gay. Dopo aver negato di essere omosessuale in diverse occasioni, Thorpe ha fatto coming out durante un’intervista per il canale televisivo australiano Channel 10.

Il quotidiano romano “Il Tempo” nel riportare la notizia ha scelto questo titolo: Lo Squalo era un pesciolino rosa, rivelando in poche parole un bel concentrato di omofobia e maschilismo.  Agli occhi del titolista del Tempo, il forte nuotatore si sarebbe rilevato essere nient’altro che “una femminuccia”, rosa e piccina, come tutte le donne.

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Anche la Gazzetta dello Sport ha pubblicato la notizia del coming out, a cui sono seguiti numerosi commenti, a dir poco agghiaccianti, da parte di alcuni lettori.

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Negli stessi giorni in Italia non sono mancate storie di ordinaria omofobia. Gianluca Buonanno, eurodeputato leghista oltre che sindaco di Borgosesia (Vercelli) ha affermato di voler ricorrere ad una delibera comunale per vietare agli omosessuali di baciarsi in pubblico nel suo comune. Vicino a Catania, due ragazze sono state costrette ad allontanarsi da uno stabilimento balneare perché accusate da alcuni bagnanti di essersi scambiate un bacio.

Inutile dire che quanto è successo in questi giorni è estremamente grave. Sembra impossibile che nel 2014 un sindaco europarlamentare si permetta di fare simili esternazioni con tanta nonchanlance (tra l’altro del tutto incompatibili con i valori del rispetto della diversità e non discriminazione dell’U.E., dove Buonanno siede in Parlamento), così come sembra assurdo leggere un titolo così ignorante ed omofobo in un quotidiano.

Questi gesti non sono nient’altro che violenza. Non si possono chiamare diversamente. La violenza perpetrata ad opera di persone con visibilità pubblica e da giornalisti con potere di diffusione ha come conseguenza la normalizzazione di simili atteggiamenti.

Quello che leggiamo ogni giorno sul web, quello che vediamo in TV ( a maggior ragione se proveniente da fonti autorevoli, da chi ci rappresenta politicamente) contribuisce, anche nostro malgrado, a modellare la nostra forma mentis, il nostro modo di comunicare e di esprimerci. A tale riguardo, Kevin Nadal, professore di psicologia al Joh Jay College di New York ha condotto un interessante progetto fotografico, “LGBT Microagressions”. Egli ha chiesto ai/alle suoi amici/amiche omosessuali di esternare e condividere frasi e commenti discriminatori a cui erano sottoposti ogni giorno.  Eccone alcuni:

"Lui è il mio migliore amico gay."

“Lui è il mio migliore amico gay.”

"Perché non indossi mai vestitini?"

“Perché non indossi mai vestitini?”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Non sono omofobo, sei solo troppo sensibile..."

“Non sono omofobo, sei solo troppo sensibile…”

"Io ho un cugino come te...(Risposta: come?)"

“Io ho un cugino come te…(Risposta: come?)”

"Ma non verrò abbordato in un bar gay?"

“Ma non verrò abbordato in un bar gay?”

"Quindi...chi è l'uomo nella coppia?"

“Quindi…chi è l’uomo nella coppia?”

"Hai mai fatto del sesso vero?"

“Hai mai fatto del sesso vero?”

Le microagressioni possono essere definite come quelle sottili aggressioni su base quotidiana, alle quali le persone che fanno parte di gruppi discriminati sono sottoposte per tutta la vita. Secondo il prof. Nadal la maggior parte delle persone ( al di fuori di chi si occupa di questi temi od operatori sociali, etc..) non è in grado di riconoscerne la portata offensiva.

Abbiamo bisogno che le persone imparino ad essere consapevoli del linguaggio che usano nei confronti degli altri – spiega Nadal – perché anche piccole frasi o singole parole possono offendere e creare danni e disagi.

Questi modi di esprimersi e di rapportarsi con persone LGBT sono frutto ovviamente di un clima culturale nel quale siamo immersi, non nascono per caso. Sono certa che la maggioranza delle persone che ha pronunciato queste frasi non solo non intendeva offendere ma era certa che le proprie parole non avessero una valenza discriminatoria.

In casi come questi mi viene sempre in mente la storiella raccontata da David Foster Wallace nel discorso per la cerimonia delle lauree al Kenyon college il 21 maggio 2005:

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”

L’acqua non è altro che l’ambiente nel quale tutt* noi siamo immers* da sempre e per questo passa inosservata. L’acqua in cui viviamo è così sterminata da risultare invisibile nonostante sia ovunque. L’omofobia, il sessismo e il razzismo con i quali conviviamo da sempre sono la nostra acqua. Le parole di Buonanno e il titolo del Tempo.it sono pericolosi non solo perché violentemente discriminatorie ma anche in quanto concorrono a formare quel tessuto culturale dal quale noi apprendiamo, spesso inconsciamente, i modi di dire, di pensare e il modo di rivolgerci agli altri. A loro volta tali manifestazioni e modi di pensare permettono la proliferazione di commenti violenti come quelli apparsi nella Gazzetta dello Sport e permettono a persone come Buonanno di pronunciare con leggerezza gravi esternazioni omofobe. È un circolo vizioso che si autoalimenta.

La vera sfida in una clima culturale intollerante è cercare di mantenere la consapevolezza. Essere consapevoli che quanto assorbiamo dai media e dal mondo circostante è frutto di una cultura misogina, razzista ed omofoba, che, per quanto aborriamo, nostro malgrado ha condizionato e condiziona molti nostri atteggiamenti e molte nostre parole. La consapevolezza del peso delle parole, che spesso vengono pronunciate in un mero automatismo è una cosa estremamente difficile ed onerosa. Però, chissà, forse verrà un giorno in cui non non ci saranno più persone come Buonanno e titolisti come quelli del Tempo e forse a tutti, ma proprio a tutti, suonerà strano dire “lui è il mio amico gay”, alla pari di dire “lui è il mio amico eterosessuale”.

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