A Pescara gli sportelli antiviolenza sono gestiti dal Movimento per La Vita

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I centri antiviolenza hanno una storia femminista. Negli anni ’70 c’erano i gruppi di autocoscienza nei quali le donne condividevano storie ed esperienze, molte di quelle storie raccontavano di violenze.
Alcune di quelle donne decisero di lasciare il luogo dove quelle violenze venivano agite contro di loro, quel luogo era la casa, la famiglia.
Costruirono nuove case, nuove famiglie, dove tra donne potevano vivere la loro libertà e mettere in discussione l’assetto della società patriarcale. Nascevano così le prime case rifugio per donne vittime di violenza.

In Italia, in ritardo rispetto ad altri paesi europei, i primi centri per donne che subiscono violenza aprono negli anni ’90, questi centri si ispirano a principi tra cui: riconoscimento delle radici strutturali della violenza maschile contro le donne nella disparità di potere tra i sessi; accoglienza basata sulle relazioni tra donne; accompagnamento nel percorso di uscita dalla violenza nel rispetto dell’autonomia e autodeterminazione della donna vittima; ascolto non giudicante; pieno rispetto e accoglienza per donne e bambin* di qualsiasi religione, etnia, classe sociale, orientamento sessuale.
(Qui la carta della rete nazionale dei Centri Antiviolenza)

Molti centri antiviolenza italiani hanno una storia ventennale di progetti, attività di accoglienza e sensibilizzazione, buone prassi.
Operatrici formate ed esperte operano con fondi scarsi o inesistenti o ripartiti male.
La rete di centri antiviolenza D.I.Re è scesa in piazza il 10 Luglio scorso per protestare contro la ripartizione dei fondi decisi in Conferenza Stato Regioni.

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Secondo D.i.Re questi criteri penalizzano le competenze dei Centri Antiviolenza e legittimano luoghi che si occupano di problematiche distanti dalla violenza, solo al fine di accedere a fondi già assolutamente inadeguati.
E’ stato ribadito che motivi di poca chiarezza risiedono già nella legge 119/2013, la così detta legge sul femminicidio, che non indica i criteri qualitativi che distinguono e caratterizzano i centri antiviolenza; lacuna che ha portato le Regioni ad includere nella mappatura dei centri antiviolenza anche  luoghi privi di competenze.
Voce unanime in conferenza stampa la necessità di evitare di somministrare finanziamenti a pioggia e distribuire risorse senza tenere conto dei bisogni delle donne e delle esperienze maturate dai Centri antiviolenza. D.i.Re ha messo in evidenza il rischio che le donne possano ricevere risposte inadeguate o subìre vittimizzazione secondaria da risposte non adeguate fornite. (Fonte qui)

Per vittimizzazine secondaria si intende la colpevolizzazione della vittima, ovvero un ulteriore danno emotivo/morale rispetto a quello già subito dalla donna.
Possono agire vittimizzazione secondaria famigliari, agenti di polizia, medici, qualsiasi operatore che prende in carico una donna vittima di violenza e attua un comportamento giudicante, accusante, lesivo della persona e della sua storia.
Per questo motivo chiunque lavori con donne che hanno subito violenza deve essere adeguatamente formato per evitare di causare ulteriori problemi.

Una donna che arriva in un centro antiviolenza ha il diritto di trovare davanti a sè donne esperte, capaci di accogliere senza giudizio e di riconoscere l’autodeterminazione di ognuna senza sostituirsi nelle scelte.

Ma se una donna si rivolgesse ad un centro antiviolenza e incontrasse un’operatrice del Movimento Per la Vita? Ovvero una persona che non riconosce l’autodeterminazione delle donne, che considera più importante un embrione di una vita fatta di esperienze e scelte, che rifiuta la contraccezione perchè peccato e condanna il divorzio perchè distruttivo della sacralità della famiglia “tradizionale”? Le donne di Pescara corrono questo rischio.

Nell’Aprile scorso il Movimento per la Vita della città di Pescara è riuscito ad ottenere uno stanziamento regionale di fondi europei per la bellezza di 60 mila euro per la gestione di sportelli antiviolenza.

Il progetto presentato e vincitore del bando si chiama: “Legge, sicurezza e pienezza per la vita”, nato “dall’esigenza di rafforzare sul territorio la rete di aiuto e supporto alle donne vittime di violenza”, consiste in 10 sportelli attivi per un anno sul territorio di Pescara.
Uno di questi dieci centri “antiviolenza” si trova nella sede locale del Movimento per la Vita, uno dentro il consultorio pubblico, uno in un poliambulatorio medico, altri nelle sedi di quartiere. Ma sono presenti anche nelle scuole: “in quattro Istituti superiori siamo già entrati in accordo con i dirigenti scolastici per fare incontri con gli studenti” (fonte citazioni)

Non farti calpestare, il fiore sei tu. C’è scritto così nella locandina dell’evento di presentazione di apertura degli sportelli, e sotto c’è l’immagine di una giovane donna, con un fiore ficcato in un’occhio, un’immagine violenta, un bruttissimo esempio di riproposizione visiva della violenza, una rappresentazione umiliante e deturpata della donna, alla quale, tra l’altro, si intima di smetterla di farsi calpetare, riconoscendole quasi un concorso di colpa nella violenza subita.

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Il Movimento per la Vita è una federazione di associazioni che si battono per il riconoscimento della vita sin dal concepimento, riescono ad ottenere fondi e piazzarsi nei consultori dove fanno terrorismo psicologico verso le donne che scelgono di interrompere una gravidanza.
I prolife del Movimento per la vita agiscono contro i diritti di autodeterminazione e salute delle donne, come possono gestire sportelli antiviolenza?
Come possono seguire le buone prassi di ascolto non giudicante e rispetto di tutte le scelte quando l’obiettivo primario dichiarato dell’associazine non è quello del sostegno alle donne vittime di violenza maschile ma la tutela della vita, della sacralità del matrimonio, della famiglia uomo/donna?

Cosa diranno le operatrici prolife a quella donna che si reca da loro perchè ha subito violenza sessuale e vuole essere indirizzata per procedere con un’interruzione volontaria di gravidanza?

Le operatrici del progetto “Legge, sicurezza e pienezza della vita” sosterranno la decisione di quella donna che vuole il divorzio dal marito violento?

Come accoglieranno la donna transessuale o la donna lesbica?

Il rischio che le donne che si rivolgono a questi sportelli, gestiti da personale ideologizzato e non competente, subiscano vittimizzazione secondaria è altissimo, come altissimo è il rischio che le libere scelte e l’autodeterminazione delle donne non vengano rispettate o che addirittura queste possano venir indirizzate ad intraprendere percorsi potenzialmente pericolosi.

Per capire la totale mancanza di conoscenza di base dei meccanismi della violenza di genere, la malafede, il fondamentalismo cattolico che si celano dietro all’operazione “Legge, sicurezza e pienezza della vita”, basta fare un salto sulla loro pagina facebook, dove è possibile trovare link come questo dal titolo “Violenza domestica. Lui vittima quanto lei”
Oltre a quello citato, ci sono diversi altri link provenienti dallo stesso blog, gestito da un certo Giuliano Guzzo, autore del libro La famiglia è una sola ed edtorialista di pezzi del calibro di: “Il divorzio virus che uccide”; “Contraccezione. Non riduce (semmai aumenta) gli aborti“; Adozioni omosessuali? No; Femminicidio. I dati di un allarme inventato.

Non mi sembra necessario aggiungere altro.
Il femminicidio, che ritengono un allarme inventato, è stato usato strumentalmente da questi ignobili personaggi per intascarsi 60 mila euro.

Non è ammissibile che una donna nel proprio percorso di uscita dalla violenza incontri un/una prolife, i danni di una cattiva gestione dei servizi antiviolenza sono incalcolabili.
I fondi vanno ripartiti, e magari pure aumentati, riconoscendo l’esperienza, la tradizione femminista e le buone prassi dei centri antiviolenza che operano da anni con competenza e coraggio sul territorio italiano.

Fuori i prolife dai consultori, dai centri antiviolenza, dagli spazi delle donne.

A Pescara c’è anche un vero centro antiviolenza, Ananke. Qui tutte le informazioni. Qui la loro pagina facebook.

 

 

 

 

Politici italiani e omofobia: la libertà di negare la libertà!

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In questi ultimi mesi l’avvocato Carlo Taormina – deputato di Forza Italia dal 2001 al 2006 e per qualche mese Sottosegretario al Ministero dell’Interno del Governo Berlusconi II – sta diventando oggetto di discussione per le sue dichiarazioni al limite del grottesco sulla comunità LGBT. Molte delle sue “uscite” sono avvenute durante interviste rilasciate a La Zanzara, trasmissione di Radio 24. Tra gli altri, possiamo ricordare due episodi:

  • nel febbraio 2014, schierandosi apertamente con le decisioni prese dal Presidente dell’Uganda che aveva da poco firmato una legge che prevede per gli omosessuali pene fino all’ergastolo, ha dichiarato che “gli ‘ndranghetisti hanno principi più saldi sulla famiglia” e “non fanno confusione sui sessi”;
  • nel maggio 2014 ha affermato che gli omosessuali “sono anormali”, “possiedono anomalie fisiche e genetiche”, fanno “ribrezzo”, “provocano una crisi di rigetto e di vomito” ed è “gente malata”, sostenendo che se avesse un figlio gay sarebbe una “tragedia insuperabile” e non potendo esercitare violenza si limiterebbe a mettendolo nelle condizioni di cambiare casa.

Alle esternazioni dell’avvocato sono spesso seguite proteste pacifiche in rete a suon di tweet, come è successo per la campagna #unbaciopertaormina, attraverso cui molt* utenti hanno spedito fotografie di baci tra persone dello stesso sesso.

Carlo Taormina è stato inoltre recentemente condannato per discriminazione per le seguenti affermazioni, che risalgono a ottobre 2013:

«Io nel mio studio di avvocato faccio una cernita: se uno è così non lo assumo assolutamente, e se è discriminazione me ne frego. Avere un dipendente omosessuale mi creerebbe grande difficoltà, hanno un’altra mentalità, altri stili, parlano diversamente, si vestono diversamente, una cosa insopportabile, contro natura»

E’ la prima volta, in Italia, che avviene una condanna per discriminazione in ambito lavorativo verso le persone omosessuali, perché in un Paese in cui manca una legislazione consona contro l’omofobia si è puniti se si contravviene alla normativa contro le discriminazioni sul lavoro. L’ambito lavorativo risulta, dunque, l’unico nel quale esiste una norma che affronta il tema delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere

Sulla sentenza infatti si parla di:

“espressioni idonee a dissuadere determinati soggetti dal presentare le proprie candidature allo studio professionale dell’avv. Taormina e quindi atte ad ostacolarne l’accesso al lavoro od a renderlo maggiormente difficoltoso”

Il Tribunale di Bergamo ha condannato Carlo Taormina al pagamento di un risarcimento del danno a favore di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, che verrà impegnato in “attività informative sui temi delle discriminazioni e di promozione di una cultura della diversità”.

Ma pare che l’avvocato non abbia preso molto bene la condanna, tanto che in questi giorni si sono susseguiti sul web tweet esilaranti:

“a casa mia faccio quello che voglio”

“in piazza per la libertà di pensiero fino a quando non costituisca reato”

“che tristezza dover lottate nel 2014 per libertà elementari!”

“sono davvero sconcertato per la deriva dittatoriale su cui si avvia il nostro Paese”

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Sulla dubbia utilità dell’introduzione del reato di istigazione ai disturbi alimentari

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Il 19 Giugno Michela Marzano e altri deputati, tra cui Binetti, Civati, Gelmini, Prestigiacomo e Carfagna avanzano una proposta di legge per l’introduzione di un nuovo reato: istigazione a pratiche alimentari idoneee a provocare l’anoressia, la bulimia o altri disturbi del comportamento alimentare.

Il testo della legge è molto breve, dopo una premessa in cui si sostengono il carattere di emergenzialità dei disturbi alimentari nei paesi “occidentali”, la mancanza di dati aggiornati sui numeri e la complessità dell’eziologia della malattia, che intreccia fattori socio-culturali, personali, psicologici, familiari, ci si concentra sulla pervasività dei modelli di magrezza proposti dai media con l’intenzione di colpire chi istiga, in qualsiasi modo, alla patologia.
In particolare il disegno di legge rintraccia nei siti “pro-ana” e “pro-mia” i promotori di comportamenti alimentari pericolosi, di conseguenza l’introduzione di un nuovo reato del codice penale:

 «Art. 580-bis. – (Istigazione a pratiche alimentari idonee a provocare l’anoressia, la bulimia o altri disturbi del comportamento alimentare). – Chiunque, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, istiga esplicitamente a pratiche di restrizione alimentare prolungata, idonee a provocare l’anoressia, la bulimia o altri disturbi del comportamento alimentare, o ne agevola l’esecuzione, è punito con la reclusione fino ad un anno e con una sanzione pecuniaria da euro 10.000 a euro 50.000.
      Se il reato di cui al primo comma è commesso nei confronti di una persona minore di anni quattordici o di una persona priva della capacità di intendere e di volere, si applica la pena della reclusione fino a due anni e di una sanzione pecuniaria da euro 20.000 a euro 100.000».

Il testo del disegno di legge, così breve e succinto, pecca di superficialità e mancanza di dati tecnici e sembra stabilire un semplicistico nesso causa-effetto tra l’esistenza dei cosiddetti siti pro-ana, pro-mia e l’insorgenza del disturbo alimentare.
I fattori socio-culturali e la proposizione martellante della magrezza come valore sono sicuramente fattori di rischio, che si intrecciano però con le altre componenti di carattere personale, famigliare, psicologico, per questo motivo istituire il legame diretto e deterministico tra modelli proposti dai media e insorgenza del disturbo è riduttivo, è sbagliato, perchè ignora la complessità.

Il disegno di legge proposto da Marzano sembra fare proprio questo: rinunciare alla complessità in cambio di un colpevole da multare e mandare in prigione.

Come è successo per la recente legge sul femminicidio si cerca di risolvere un problema scegliendo la via penale, introducendo nuovi reati e abdicando ad un’analisi competente, che preveda anche la presenza di espert*, che permetta di capire quali sono le necessità e le mancanze e di agire di conseguenza sia a livello peventivo che di cura.

Nel testo del disegno di legge si fa esplicito riferimento ai siti pro-ana e pro-mia, ovvero degli spazi nel web in cui ragazze, donne e, seppur in minor numero, ragazzi esaltano comportamenti alimentari restrittivi, si scambiano “tecniche” per metterli in pratica e postano foto di vip e celebrities inseguendone la “perfezione”.
Come scritto benissimo in questo post, la maggiorparte di questi blog non sono a fini di lucro e sono aperti e gestiti da persone che soffrono già di un disturbo del comportamento alimentare, a questi siti si avvicinano persone che sono già dentro la malattia, per questo vulnerabili a tali messaggi.
Chi mandiamo allora in prigione? Le ragazze affette da anoressia e bulimia?

Il concetto di istigazione appare poi molto aleatorio e di difficile interpretazione, cosa che rende il reato ad esso connesso difficilemte punibile.
Mancando una definizione precisa di istigazione possiamo ampliarne il significato facendovi rientrare una vastissima gamma di situazioni: il concorso di bellezza, la quasi totalità dei programmi televisivi, le sfilate di moda, la danza classica, la dieta dell’ananas pubblicizzata nelle riviste, le riviste stesse che parlano di diete, attività fisica, ricette light per raggiungere il peso forma, le vetrine delle farmacie che pubblicizzano farmaci blocca-fame-non-assimila-calorie, la televendita dell’alga risucchia cellulite ecc…

Il risultato è una legge non solo semplicistica e riduttiva, ma pure inapplicabile che ha il solo scopo di dare l’impressione di stare facendo qualcosa quando in realtà non si sta facendo niente, o almeno niente di utile.

e5eb15a5d4b169b189de81ee3cbe69cbSempre riconoscendo il legame non deterministico tra disturbi alimentari ed esaltazione della magrezza e della forma fisica proposta dai media, non negando quindi complessità all’eziologia di questi disturbi, sicuramente è cosa positiva agire a livello dell’immaginario collettivo per renderlo più plurale e libero da standardt di “bellezza” codificati e irragiungibili.

Perchè, anche uscendo dalla patologia, la quasi totalità delle donne e un numero sempre maggiore di uomini subisce il peso di modelli estetici che, nel migliore dei casi, producono frustrazione, perdita di autostima, difficile rapporto con il proprio corpo.

Ma, piuttosto che agire a livello punitivo, cosa da un punto di vista pratico di difficile concretizzazione, sarebbe utile lavorare a livello educativo in maniera importante tanto da apportare cambiamenti significativi anche a livello sociale e culturale.

Proporre corsi e laboratori negli spazi di socalizzazione dei/delle ragazz* in modo tale che acquisiscano gli strumenti per difendersi dai modelli di “bellezza” a cui continuamente sono sottopost* e insieme promuovere la visibilità di corpi differenti, dove questa visibilità non abbia il carattere dell’eccezionalità che di tanto in tanto esce dalla norma, come è accaduto recentemente con il caso della modella “curvy” del calendario Pirelli, ma diventi normale prassi.
Sarebbe utile che le aziende sanitarie locali, i consultori, agissero anche a livello preventivo istituendo spazi di dialogo e sostegno psicologico, luoghi pubblici, aperti, pubblicizzati, facilmente raggiungibili e fruibili anche dalle/dai più giovani.

Una legge che volesse seriamente prendere in carico i problemi delle persone che soffrono di disturbi alimentari non può non prevedere un potenziamento degli strumenti e degli spazi di cura per questi disturbi.
Qui faccio appello alla mia esperienza di familiare di una persona affetta da tali patologie, esperienza che non pretende di essere esaustiva, ma che è, credo, abbastanza significativa per capire qual è la situazione attuale in Italia nella cura dei DCA. Le aziende sanitarie locali, soprattutto quelle dei piccoli centri, non sempre hanno spazi appositi e personale adeguatamente formato; le strutture di ricovero sono poche e concentrate soprattutto nel Nord Italia; l’uso degli psicofarmaci massiccio e spesso esclusivo; le lungaggini burocratiche logoranti: file, cetificati, colloqui, stupidi cavilli che non ti fanno rientrare in tale servizio perchè non hai l’età o non possiedi la residenza o non stai proprio così male. I famigliari hanno un sostegno nullo o insufficiente. Lo psichiatra è precario, chissà se gli rinnoveranno il contratto, la continuità della cura che non ti garantisce il servizio pubblico la cerchi nel privato, così, se la malattia non fa distizione di classe colpendo indistintamente tutt*, nella cura le differenze ci sono eccome.

Non basta scrivere un nuovo reato sul codice penale, non basta per il femminicidio e non basta nemmeno in questo caso, servirà ai deputati e alle deputate, ai ministri e alle ministre per appuntarsi coccarde di salvatori delle donne o delle persone affette da disturbi alimentari, ma alle donne e alle persone affette da disturbi alimentari non serve a niente.

 

 

 

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