Pop post di fine estate. Beyoncè: femminismo vs. girl power

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Un post pop di fine estate ci vuole.
Così viene la voglia di parlare di Beyoncè e della sua performance agli Mtv Video Music Awards di qualche giorno fa.
La cantante si è esibita per 20 minuti in un medley canterino tra coreografie, luci, proiezioni e costumi sfavillanti.
Verso la fine della performance sullo schermo alle sue spalle è apparsa la scritta “Feminist” e una voce ha descritto il concetto di femminista.
Anzi, la voce inizia dicendo

“Insegniamo alle ragazze che non possono essere “sexual beings” [ndr. vivere la loro sessualità in maniera spregiudicata ] come fanno i maschi.
Insegniamo alle ragazze a diminuirsi per rendersi più piccole.
Diciamo alle ragazze: “puoi avere un’ ambizione, ma non troppa”, “dovresti ambire ad essere di successo, ma non troppo di successo, per non intimidire l’uomo”.”

Poi appare la scritta  “FEMINIST” e la voce continua

“Femminista.
Una persona che crede nella parità sociale, politica ed economica tra i generi sessuali”

 

Beyonce-Feminist-VMAs

E via con la polemica. Non solo negli USA, ma anche in Italia.

Il problema, in sintesi, è: può una che fino a due minuti prima si è dimenata su un palco mezza nuda, cantando e ballando, poi dichiararsi femminista?

double standards

E poi: può una che canta quelle canzoni, tra cui tale “Bow down bitches” poi dirci che cos’è il femminismo e cosa diciamo o meno alle “ragazze”?

Onestamente, non avremmo mai pensato di dedicare un post a Beyoncè e al suo personale concetto di femminismo, ma sono sorti due motivi per farlo.

Numero 1. Il femminismo pop è alle porte.

We-can-do-it-beyonceE non è detto che sia sempre un male, nonostante c’è chi lo osteggerebbe fino alla morte.

Di come le tematiche legate ai diritti delle donne, o dei gay, siano strumentalizzate da marketing e show business ne abbiamo già parlato a proposito del mito della real beauty e di quanto si tratti solo di un trend pubblicitario che difficilmente cambierà la situazione femminile nel mondo. Allo stesso modo, sicuramente Beyoncè avrà i suoi motivi di immagine per dirsi Feminist sul palco di uno dei premi musicali più seguiti al mondo.
Nonostante questo, vedere la parola Femminista in un contesto così lontano dalle aule dei collettivi e i blog e i giornali e i festival di nicchia, potrebbe avere i suoi risvolti positivi. Soprattutto se accompagnato da una descrizione che non ne fuorvia completamente il senso. Soprattutto se l’anno scorso la performance chiave dello show era stato il twerking di Miley Cyrus ( ma per fortuna ora è la fidanzatina d’America ).

La parola “feminist” potrebbe addirittura arrivare alle ragazzine di #Idontneedfeminism e magari convincerle con il volto pop della questione a non girarsi dall’altra parte la prossima volta che una professoressa, amica, madre, scrittrice o che si definirà tale.
Oppure possiamo fare finta che Beyoncè non sia una pop star amata soprattutto da giovanissime fan e continuare ad ascoltare Claudio Lolli convinte che sia ancora un fenomeno da adolescenti.*

Numero 2. La coscia è antifemminista.minigonna

Lasciando perdere per un attimo l’affaire Beyoncè, una delle motivazioni dell’ira verso la cantante è legata al fatto che prima di dichiararsi femminista, ballasse scatenata in abiti succinti, con coreografie sensuali e pose ammiccanti.
Quindi una spogliarellista non può essere femminista. Una ballerina di burlesque nemmeno. Anzi, minano il mio femminsimo puro.

A meno che non ci si spogli per chiedere fondi contro la violenza sulle donne, insomma, non si possono mostrare le cosce.

Non capisco perchè questa performance in sè sarebbe antifemminista, non capisco perchè cantare e ballare bene e in abiti succinti sarebbe contro le rivendicazioni femministe, non capisco perchè una spogliarellista dovrebbe minare il mio femminismo, figuriamoci Beyoncè.

Sarò banale.
Ma il femminismo non prevede che si possa fare quel che diamine si vuole del proprio corpo e della propria persona, nel rispetto di sè in quanto donna?
Non sarebbe meglio constatare che nella vita ognuna può ballare e cantare quanto nuda vuole se questo non la rende un oggetto sessuale passivo, se non prevede uno svilimento della sua persona?
Se è una libera scelta, e giudicando dai milioni di Beyoncè non c’è dubbio, davvero dobbiamo ancora ostracizzare un balletto osè?

Per lo stesso criterio, per essere femminista non dovrei mettere minigonne inguinali per strada.

Non sarà che essere femminista prevede il potersi mettere miniminigonne e pretendere di non essere molestata per questo?

Cito Femminile Plurale:

Se da un lato credo sia positivo che in uno show musicale probabilmente andato in onda in prima serata e seguito prevalentemente da spettatrici molto giovani compaia a caratteri cubitali la scritta ‘femminismo’ connessa ad una personaggio pubblico glamour e di successo, dall’altro è a mio avviso lampante  la volontà di svuotamento di senso della parola per un effetto maggiormente rassicurante e, appunto, politicamente corretto.
La prospettiva che emerge dalle affermazioni e dai testi delle canzoni di Beyoncè appare più come una sorta di richiesta di “potere alle ragazze” del tutto estrapolata dal contesto che come una presa di posizione (e di coscienza) meditata.
Ma i femminismi sono tanti e ognuna può essere femminista come vuole, si sa.
Infatti qui non mi interspice girls girls poweressa appoggiare o contestare il femminismo di Beyoncè, ma fare una riflessione più ampia.

Questa richiesta di “potere alle ragazze”, quindi all’autoaffermazione ma anche all’autostima e alla considerazione che le ragazze e le donne debbono avere di sé, è molto bella, giusta e sicuramente utile, ma non ha senso senza la parte decostruttiva che analizza il sistema in cui viviamo e che ce lo fa comprendere, appunto, per combatterlo meglio. Questa pars destruens è un aspetto tipico della presa di coscienza femminista ed è assolutamente necessaria per una lotta che sia per tutte e che sia reale.

Inoltre, questa richiesta di potere innocua, senza analisi, può condurre  all’effetto contrario. Se si incoraggiano le donne a prendere il loro spazio, a rivendicare il proprio valore, se si insegna alle ragazze che possono fare quello che vogliono nella loro vita, ma poi tali desideri non vengono realizzati perché ci sono condizioni economiche e sociali che lo impediscono ma di cui non si parla non andiamo ad incrementare il pregiudizio negativo dell’incapacità o dell’inferiorità delle donne?

Il “girl power”  è qualcosa di  assolutamente innocuo perché non solo non modifica ma nemmeno nomina il sistema sessista in cui viviamo e che è causa l’ineguaglianza.

 

Di fatti, Beyoncè è innocua. Così come le pubblicità sulla bellezza naturale. Non cambierà una virgola della condizione delle donne nel mondo perchè non questiona il sistema economico in cui viviamo ( anzi! ), ma ne chiede semplicemente un volto più attento a certe tematiche.
Il femminismo con Beyoncè è totalmente prepolitico ( c’era bisogno di sottolinearlo? ), diventa fenomeno di costume.
Il punto è che anche le sedicenti femministe “vere” spesso non si interrogano sulle strutture da modificare, ma semplicemnente pontificano, scrivono, denunciano, si indignano, senza voler cambiare una virgola del sistema economico in cui sono perfettamente inserite.
Beyoncè è la conseguenza, non la causa, dello svuotamento della parola Femminista.
E la causa non risiederà tra tutte quelle intellettuali che hanno sdoganato il femminismo capitalista, quello di partito, quello di Stato.

Se non si mette in crisi quello che impone la disparità di genere, se continuiamo a lavorare superficialmente su immagini perfettamente assorbibili dal mercato e dal sistema economico che lo manovra, la condizione femminile diventerà molto più glamour, ma avremo comunque il patriarcato a battere le mani a Beyoncè e tutte le altre.

Detto ciò, tocca riprendersi con Rebel Girl per smaltire tutti i lustrini di emmetivì

* Non me ne vogliano i fan di Claudio Lolli, è preso ad esempio solo perchè è quanto di più lontano possa interessare alla fan media di Beyoncè.
Viva Claudio, sempre.

 

Moda e Violenza. The Wrong Turn: lo stupro ti fa bella.

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Violenza e moda sono legate a doppio giro. Sia perchè la moda sfrutta il tema della violenza sulle donne per vendere magliette, mutande, braccialetti, sia invece perchè  la violenza diventa accessorio glamour di bellissime vittime di assassini e stupri.

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Il pericolo è sensuale, eccita, apre immaginari erotici.
Ma nelle foto “di moda”, c’è solo l’ estetizzazione di una violenza che diventa essa stessa prodotto, banalizzazione della violenza vera, tanto simile, ma per niente attraente. Quella stessa, volgare, estetizzazione retorica della violenza che opera la televisione di intrattenimento giornalistico, l’infotainment, in merito a femminicidi, stupri e aggressioni reali.

Nel post “Estetizzazione e banalizzazione della violenza“, Enrica giustamente scriveva

Un uso strumentale e spettacolarizzato della violenza danneggia le donne.
Le danneggia tutte, perché la violenza non è un fatto privato, ma nello stesso tempo non è nemmeno un prodotto, non è nemmeno un vessillo da sbandierare per farsi campagna elettorale, non è niente di cui si possa fare un uso strumentale.

Entrati nei grandi circhi mediatici femminicidi, stupri e violenze diventano dibattiti da salotti del pomeriggio, dove tra le foto delle “famose” in vacanza e l’intervista alla vip semisconosciuta che racconta come sia tornata in forma dopo la gravidanza e quanto l’esperienza della maternità l’abbia fatta sentire veramente donna, compare il servizio sul femminicidio, solitamente quello che ha avuto maggiore risonanza mediatica, e tra lo psichiatra che sforna diagnosi, Alessandra Mussolini che invoca le forche, la telecamera che si sofferma sulla maschera di dolore sul viso della conduttrice per poi scendere indugiando sul suo tacco 12, va in scena la “banalità del male”.

Violenza glamourizzata nelle riviste di moda, violenza per fare audience, violenza spettacolarizzata per saziare gli istinti voyeuristici di un pubblico sempre più affamato di particolari macabri. Questa è pornografia. Ma di quella brutta.

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E’ di pochi giorni fa il servizio fotografico “The Wrong Turn” del fotografo indiano Raj Shetye, che ritrae una donna attraente ed elegante su un autobus, aggredita e molestata da vari uomini. Un servizio che evidentemente rimanda al caso di stupro di Nuova Delhi del 2012, quando una studentessa di 23 anni fu aggredita e seviziata da 4 uomini su un autobus. La ragazza morì in ospedale per la gravità delle ferite riportate. Oggi il suo ricordo echeggia inquietante nelle foto glamour di Shetye.

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“The wrong turn”

“Non è basato sulle vicende di Nirbhaya [ pseudonimo della vittima, ndr ]“

ha dichiarato il fotografo a Buzzfeed

“Non intendevo rendere glamour l’atto, che in sè è stato molto cattivo. E’ solo un modo di gettare luce su quanto accaduto. [...] Il messaggio che volevo dare è che non importa chi sia la ragazza, o a quale classe appartenga, può succedere a tutte”

Sono in molti però a trovare poco credibili le parole di Shetye, che di certo non ha realizzato una campagna contro lo stupro, ma un servizio fotografico di alta moda sfruttando canoni radicatissimi di commistione tra fashion e violenza.
Uno dei primi a prendere parola è stato Vishal Dadlani, direttore musicale di Bollywood, seguito poi da innumerevoli tweet e commenti sui social network.

india

Ho per caso appena visto un servizio di moda che ritrae lo stupro di Nirbhaya a Dehli? Disgrustoso!! Spero che tutti i responsabili muoiano di vergogna! Insentibili porci!

india

Il fotografo: “hey ragazzi, penso che non si sia prestata abbastanza attenzione al caso di Nirbhaya. Facciamo un servizio fotografico e rendiamo tutto molto glamour!”

Questo non è certo il primo servizio di moda ad usare la violenza per attirare l’attenzione o, per dirla con le parole dei fotografi più quotati, per creare delle contraddizioni tra la bellezza degli oggetti e l’orrore del sangue.
Vogue Italia realizzò un servizio dal titolo “Cinematic”, per cui fu accusata di filtrare immagini di violenza domestica attraverso le lenti del cinema. Le foto ritraevano delle modelle morte in maniera violenta nelle loro case. Il video di accompagnamento, un piccolo spot horror, mostrava una modella in fuga da un maniaco omicida, alternata ad un altra donna, morta, a gambe spalancate.

http://www.youtube.com/watch?v=t5BtJV-KtgMImmagine VIOL

Anche in questo caso, il servizio fotografico è stato giustificato come mezzo per sensibilizzare e far parlare di un tema caldo come la violenza sulle donne. Dice Franca Sozzani di Vogue Italia al Corriere della Sera

Ho pensato che proprio la moda, un mondo così mediatico e che sembra avulso da questioni sociali così tangibili e note, potesse supportare, o meglio dovesse supportare la lotta contro questo fenomeno sempre più comune

Ma in che modo estetizzare e rendere seducente la violenza può aiutare a cambiare il sistema culturale che alimenta, se non genera, la violenza stessa?

Solo in Italia, in questo ambito abbiamo vari esempi illustri: c’è stato il calendario Pirelli con lo stupro di gruppo sulla bella modella nera, il calendario delle studentesse,
la pubblicità del panno che rimuove le tracce dello stupro, e poi la pubblicità di Dolce e Gabbana con la modella immobilizzata a terra da un gruppo di uomini,
quella di Sisley con la modella legata, la faccia contrariata, il volto sfatto.

Lo violenza sulle donne è estremamente di moda, in tutti i sensi.
Eppure, il servizio fotografico indiano di questi giorni supera un limite che forse era rimasto ancora invalicato. Ritrarre una violenza non solo pornografica, voyeuristica, ma davvero avvenuta. E che ha persino provocato la morte della donna ritratta.

Il fotografo sostiene che non si tratti direttamente del racconto di quei fatti, ma un’ispirazione diretta alla vicenda è innegabile, se non scientemente ricercata.

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L’industria della moda e tutto ciò a cui questa è correlata, cosmetica ed estetica in genere, è quella che più direttamente vive delle fascinazioni che riesce a creare sulle donne di tutto il mondo.
Così impone criteri estetici fuorvianti, fatti per lo più di photoshop, privi di imperfezioni, di carne, di pelle.
Le donne sono tutte lucide grazie all’airbrushing, tutte simili grazie all’ambizione della taglia zero e all’esclusione dei corpi non normati.
Le campagne contro l’imposizione di canoni estetici artefatti e poco realistici, servono sempre meno, considerando la scarnificazione costante dei modelli femminili.
Dalla taglia zero, alla taglia doppio zero, nata circa otto anni fa, arriviamo alla triplo zero, tramutando l’ossessione della magrezza di milioni di donne in una corsa ad entrare nei vestiti più fashion pensati solo per “super skinny”.

Tutto in nome dell’ambizione di piacere. Non a se stesse, ovviamente.

Per il bisogno indotto di entrare in un vestito si può diventare anoressiche, per quello di mettere tacchi altissimi, capaci di distruggerci postura e ossa, si può arrivare ad amputarsi i mignoli.

Si può trovare attraente la violenza su noi stesse per assecondare un gusto che abbiamo introiettato chissà da chi.
Possiamo ossessionarci per tutta la vita per assomigliare a modelle di plastica, modificate, che mai rispetteranno completamente l’immagine, seppur bellissima, di quella stessa donna nella realtà. Possiamo decidere di lasciarci escludere perchè qualcuna è grassa, qualcuna è bassa, qualcuna non è mai abbastanza magra e alta oppure è vecchia o ha delle disabilità.

Oppure potremmo pensare a quello che queste immagini sono realmente.

Manipolazioni delle identità.
Imposizioni di un modello unico, irraggiungibile, capace di farci spendere centinaia di euro per cercare di assomigliarvi.
Narrazioni di violenze e abberrazioni rese eleganti e di moda per educarci a piacere sempre, anche durante uno stupro, anche da morte.

Guardate in macchina, continuate a sorridere, click. Bellissime.

Come si parla ( o no ) di quello che succede a Gaza. Da Twitter ai corpi delle palestinesi, passando per il pinkwashing di Israele.

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Farah Baker ha 16 anni e usa twitter. Niente di speciale, una qualsiasi adolescente.
Farah però vive a Gaza e negli ultimi giorni il suo il suo account @Farah_Gazan è diventato un modo per mostrare al resto del mondo cosa sta accadendo in Palestina, in questi giorni, in questi anni.

“Ho 16 anni e ho assistito a tre guerre, per come la vedo io questa è la più difficile”

Farah ha pubblicato foto e video dei razzi israeliani che radevano al suolo le case vicino alla sua, attaccata al suo cellulare.
Poi l’aviazione israeliana ha colpito l’unica centrale elettrica di Gaza, la corrente se n’è andata e i suoi messaggi si sono fatti meno costanti.
La ragazza palestinese è seguita anche dalla BBC ed è stata anche intervistata da NBC News: all’emittente la 16enne ha raccontato la sua costante paura di morire e ha reclamato il diritto di vivere in Palestina.

Ha iniziato a tiwittare il 28 luglio, temendo che non avrebbe superato la morte. Lei si è salvata, ma in quella notte sono morti con un solo attacco già 100 suoi connazionali.

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Il bilancio complessivo delle vittime segna finora 1.726 i caduti palestinesi e più di 4200 i feriti dall’8 luglio, giorno dell’inizio del conflitto: per la maggior parte civili. Sono invece 66 i morti israeliani, tra cui due civili.

Non è certo il primo conflitto israelo-palestinese a cui assistiamo, Farah a 16 anni ne ha già vissute tre di guerre nella striscia di Gaza, ma questo è forse il momento in cui si sono levate il minor numero di voci interessate da parte dei media e della politica internazionale.

Israele è per molti governi occidentali, in primis per gli USA, una roccaforte di valori antiarabi in Medio Oriente, fonte di controllo economico e politico per tutta l’area. Una Nazione che oggi è considerata un baluardo nella zona ad esempio per le relazioni con la comunità lgbtqi, grazie a mirate politiche di democratizzazione apparente, prima su tutte il pinkwashing,

Questo termine, diffuso per la prima volta dalla giornalista Sara Schulman sul New York Times nel 2011, è un neologismo che indica varie forme di marketing sociale, vale a dire dell’utilizzo di strategie e tecniche di marketing per spingere un target specifico a modificare il proprio atteggiamento nei confronti di una questione specifica.
Schulman usava il termine pinkwashing denunciando la cooptazione dei bianchi gay da parte delle forze politiche anti-immigrati e anti-musulmane in Europa occidentale e in Israele, e in particolare riferendosi alla strategia di Israele di occultamento della violazione dei diritti umani dei Palestinesi sotto la copertura di un’immagine di “modernità” data dalla vita gay israeliana.
Questo percorso verso la “modernità” inizia nel 2005 quando, con l’aiuto degli Stati Uniti, il governo israeliano lancia una campagna di marketing chiamata “Brand Israel”, indirizzata agli uomini tra i 18 e i 34 anni. La campagna, come riportato dal The Jewish Daily Forward, serviva a dare ad Israele un’immagine “rilevante e moderna”. In seguito il governo espanse il piano marketing indirizzandolo alla comunità gay, per riposizionare completamente la propria immagine globale.

L’immagine amica e democratica di Israele, vicina alle retoriche sui diritti civili europee e statunitensi, ha fatto strategicamente breccia nel cuore dei media internazionali che oggi non riescono a considerare pari i due stati in conflitto, tradendo una sostanziale tendenza a giustificare o sminuire il ruolo di Israele nelle ultime settimane.
I giornali e i governi di quasi tutto il mondo ( eccezione fatta per alcuni Stati del Sud America  ) hanno sostanzialmente giustificato l’attacco, i morti, l’eccidio in atto. Spesso semplicemente scegliendo di tacere, di non mettere il massacro di Gaza nell’agenda politica. Ancor più spesso scegliendo di raccontare, ma con parole e modi per niente neutrali.

Partiamo da Farah, perchè è una giovane donna che ha la nostra solidarietà nel tentativo di superare la paura della morte raccontandoci come si vive a 16 anni a Gaza. Partiamo da Farah, ma diamo uno sguardo a come è stato raccontato il conflitto in queste ultime settimane.

Prima di tutto, riprendendo un post di Baruda, c’è chi muore e chi viene assassinato.
I palestinesi muoiono. Gli israeliani vengono assassinati.
Una differenza sostanziale se si pensa che l’assassinio ha per forza un colpevole, la morte no.

asesinados o muertos

Esempio del linguaggio dei quotidiani online spagnoli

 

Richard Seymour sul Guardian poi ci fa notare come per ogni ospedale sventrato dalle bombe israeliane, per ognuna delle 84 scuole  e i 23 punti medici colpiti, per i quattro ragazzini uccisi sulla spiaggia, per i corpi bruciati di 24 uomini, per una donna anziana in una pozza di sangue, per ognuna di queste offensive israeliane, la giustificazione del Governo passata dai media internazionali è stata: Hamas si nascondeva lì. Come quando si giocava tutti alla caccia a Bin Laden, distruggendo l’Afghanistan.

Dunque si scelgono attentamente le parole, le posizioni da riportare, e il discorso si fa più complesso se guardiamo alla stampa mediorientale o Israeliana.

Secondo David Sheen, su Muftah

[...] Il livello di incitamento razzista anti-palestinese da parte dei maggiori esponenti politici, religiosi e culturali israeliani raggiunge ogni giorno nuovi picchi, ed ha assunto anche un tono misogino.

Durante gli ultimi giorni di luglio, i media israeliani hanno riferito che Dov Lior, rabbino capo dell’insediamento Kiryat Arba in Cisgiordania considerato “di ala conservatrice”, ha emesso un editto religioso sulle regole di ingaggio in tempo di guerra,  dichiarando che secondo la legge religiosa ebraica, è lecito bombardare  e “sterminare il nemico.” David Stav, rabbino capo della città di Shoham, considerato invece leader “liberale” del sionismo, in un editoriale  definiva l’assalto a Gaza come una guerra santa, comandata dalla Torah stessa e che quindi deve essere spietata. Così, mentre le autorità religiose più o meno progressiste avallano la guerra in atto, tra i laici hanno iniziato a serpeggiare idee di attacchi più puntuali.

Il giorno dopo queste dichiarazioni di Lior e Stav, è emersa la notizia che il Comune di Or Yehuda, situato nella regione costiera di Israele, ha stampato e affisso uno striscione di sostegno ai soldati israeliani. La scelta dei termini dello slogan suggerisce lo stupro delle donne palestinesi. Il testo dello striscione recita: “Soldati israeliani, gli abitanti di Or Yehuda sono con voi! Sbattete la loro madre e tornate a casa sicuri dalle vostre madri.”

L’affissione dello striscione in Or Yehuda è venuto pochi giorni dopo la comparsa di un’immagine composita che suggerisce violenza sessuale nei confronti di Gaza, che è stata ampiamente condivisa da civili israeliani sulla popolare app WhatsApp. Nell’immagine, una donna con l’etichetta “Gaza”, che indossa un vestito islamico conservatore dalla vita in su e quasi nulla dalla vita in giù, ritratta in posa ammiccante e con uno sguardo allusivo verso l’osservatore. Il testo ebraico che accompagna l’immagine recita: “Bibi, finisci dentro questa volta! Firmato, i cittadini in favore dell’assalto da terra.” Di nuovo, un doppio senso è stato utilizzato per promuovere la guerra, con riferimento stupro. In ebraico, il significato colloquiale di “finire” è eiaculare.

gaza

Lo stupro di guerra è una pratica purtroppo trasversale a molti eserciti, ma è rilevante che sia la popolazione civile ad inneggiare e diffondere immagini e slogan che incitino alla violenza sulle donne palestinesi. Proprio le donne, loro malgrado, sono diventate un oggetto comunicativo molto presente in questo ultimo conflitto. Prima di tutto perchè sono le vittime preposte della guerra.

Maya Mikdashi, su Jadalyiya, ha pubblicato l’editoriale “Gli uomini palestinesi posso essere vittime?” affrontando proprio il ruolo di vittime delle donne palestinesi a Gaza.
Un dettaglio sui morti di questi giorni, comunque, è ripetuto spesso dai mass media occidentali: la grande maggioranza dei Palestinesi morti a Gaza sono civili – e fonti dicono che si tratti di uno “sproporzionato” numero di donne e bambini”. [...] Cynthia Enloe coniò il termine “womenandchildren” per riflettere sulle operazioni di genderizzazione dei discorsi per giustificare la guerra del Golfo. Oggi, dovremmo essere consapevoli di come il concetto di “womenandchildren” stia circolando in relazione a Gaza più ampiamente.
Questo concetto avalla molte questioni, due delle quali sono più importanti: la massificazione di donne e bambini in un gruppo indistinguibile unito dalla “sameness” ( ndr. “dall’identitcità” ) di genere e sesso, e la riproduzione del corpo maschile plaestinese ( e del corpo maschile arabo più in generale ) come se fosse sempre pericoloso. Così, lo stato dei maschi palestinesi ( una designazione che include ragazzi dai 15 anni in su, e a volte bambini di 13 anni ) come “civili” è sempre circospetta.
Le donne finiscono in un grande mucchio di vittime civili, insieme ai bambini, ai loro figli, intasano le bacheche di Facebook e fanno indignare, ma forse molto meno di un tempo, chi legge il giornale. Gli uomini vengono esclusi dalla conta dei civili morti sotto i bombardamenti perchè ognuno di loro, che abbia 13 o 40 anni, possa essere percepito comunque come una potenziale minaccia, come una bomba ad orologeria.
Per usare un’infelice espressione diffusa durante l’ultima guerra in Iraq, “un effetto collaterale” necessario, che può non rientrare nei numeri dello sgomento.
Ma le donna palestinesi, sono anche e soprattutto madri in questo momento, per i media israeliani e i governi impegnati nel giustificarne i bombardamenti. Sono madri disattente, incapaci di non far diventare il proprio figlio un terrorista, o non farlo uscire a correre sulla spiaggia durante una tregua. Se da una parte sono le vittime capaci di espiare le colpe di un conflitto, sono anche l’incarnazione della colpa stessa.
INCITE, donne e persone trans di colore contro la violenza,   ha diffuso una nota, tradotta da Incrocidegeneri in italiano, intitolata “La fine del sionismo è una questione femminista”, in cui scrive
[...] La parlamentare israeliana Ayelet Shaked non ha tentato di presentare gli omicidi dei bambini palestinesi e delle loro madri come degli sfortunati, sproporzionati “effetti collaterali” – li ha apertamente rivendicati asserendo che le donne palestinesi devono essere uccise anch’esse, in quanto mettono al mondo dei “piccoli serpenti”.
Questo commento riflette una infrastruttura israeliana progettata per sostenere alti tassi di aborti spontanei attraverso il blocco di risorse vitali come l’acqua e i rifornimenti medici, costringendo le donne in travaglio ad attendere ai posti di blocco militari durante il tragitto per l’ospedale, e generalmente creando condizioni inumane e invivibili per le palestinesi.
Questi ultimi attacchi omicida ai/alle palestinesi nella Striscia di Gaza non ha solo tolto la vita a migliaia di palestinesi, ma ha anche aumentato il numero di aborti spontanei, travagli pre-termine e morti in utero. Le donne israelo-etiopi, molte delle quali ebree, sono state sottoposte a iniezioni contraccettive obbligatorie senza il loro consenso.La fine del sionismo è una questione di giustizia femminista e riproduttiva.

Oggi è scattata una nuova tregua umanitaria di 72 ore.
Ma gli eccidi difficilmente conoscono tregue, quando smettono le bombe, continuano ad operare con la cultura, il linguaggio manipolatorio, le minacce, lo svilimento della vita umana e l’uso di retoriche vittimizzanti capaci di mimetizzare un’argomentazione mediatica strumentale.

Gli articoli riportati in questo post sono alcuni degli interventi più interessanti di queste ultime settimane, mentre i quotidiani nazionali continuavano a mettere le notizie da Gaza subito dopo quelle del maltempo.
Riportarli serve a diffondere contributi validi, ma anche a prendere parola sui fatti di Gaza di questa estate.Essere femministe non serve a niente se non diventa un atto politico con una precisa presa di posizione nel mondo.
E non spendere una sola parola sugli avvenimenti di questi giorni perchè “non direttamente legati alla questione femminista” sarebbe solo  miope, perchè al di là della ovvia valutazione di una strage durata settimane nell’indifferenza globale, ci sono anche molte questioni di genere aperte tra i tweet  e i corpi delle palestinesi.

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