NO alle Mini-Miss: concorsi vietati, proteggiamo le bambine!

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Ve la ricordate Little Miss America, trasmissione ai limiti della criminalità organizzata, mandata in onda su sky real time, massimo esempio di sfruttamento, erotizzazione e adultizzazione precoce di bimbe allevate da genitori irresponsabili e avidi di denaro? Ne parlò Pina su UAGDC, qui e qui.

Ve la ricordate la storia di JonBenét Patricia Ramsey ? La piccola, reginetta di bellezza statunitense che vinse numerosi concorsi grazie alla sua bellezza e che fu trovata morta nel 1996, all’età di sei anni, il giorno di Natale?  Il suo corpo fu rinvenuto quasi otto ore dopo la denuncia di scomparsa; sul corpo fratture e i segni della violenza sessuale subita.

I concorsi di bellezza per bambine e adolescenti sono ancora oggi internazionalmente molto diffusi; negli Stati Uniti troviamo soprattutto la loro aberrante declinazione televisiva, basti pensare a trasmissioni come “Toddlers  & Tiaras “ e “Here Comes Honey Boo Boo” .  Quando ci si interroga sul come mai simili fenomeni continuino a diffondersi spesso non si ha la misura reale di quanto questo business sia consolidato e neanche di quanto rilevante sia il ruolo dei genitori; spesso sono proprio loro che spingono le figlie a iscriversi e presentarsi ai provini e a fare pressioni affinché prendano più seriamente possibile tali competizioni, raramente percepite come “un gioco”.

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Ma, casomai ve lo foste chiesto, perché non si può pensare a questi concorsi come ad un ingenuo ed innocuo gioco? Perché, molto semplicemente, i concorsi di “mini-miss” sono dannosi e lo sono per motivi molto seri dettati da un minimo di ragionevolezza :

-mettono in pericolo fisicamente la bambina, amplificando la sua immagine precocemente sessualizzata, la espongono all’attenzione di pedofili, adulti malintenzionati potenzialmente pericolosi (proprio come è successo alla povera JonBenét Patricia Ramsey).

-limitano il naturale sviluppo della persona proprio nella più delicata fase di crescita. Una bimba ossessionata dalla propria bellezza e dalla competizione con le altre, sarà una bambina disturbata per sempre. Una bambina a cui non è stato insegnato come valorizzare né sviluppare le proprie qualità intellettive, che sarà per sempre oppressa dagli standard di bellezza imposti dalla società e dal economia capitalista credendosi una bambola-oggetto capace solo di mostrarsi muta ad un  pubblico che la giudica per il suo aspetto.

-gettano la bambina in un mondo adulto in cui gioco e spensieratezza non esistono, esiste solo il business. I concorsi di bellezza sono tra i massimi esempi del più becero sfruttamento economico dell’oggettivazione femminile.

-discriminazione e stereotipi di genere: alle bambine che partecipano ai concorsi di bellezza viene richiesto di scimmiottare le donne adulte, quelle stesse donne adulte che partecipano a concorsi simili o che lavorano nel mondo della moda o dello spettacolo. Viene loro richiesto di atteggiarsi da adulte, spesso indossano scarpe con tacchi, trucchi spesso pesanti a tal punto da farle assomigliare a bambole inanimate e inquietanti. Si tratta di una costruzione artificiale di un’idea di donna  stereotipata e discriminante. Non si parla di bambine che sfilano al naturale in quanto bambine ma di bambine che vengono trasformate in stereotipi e piccole donne oggetto incapaci quindi di considerarsi come persone.

Ma chi é che tutela le bambine, le adolescenti, le minorenni? Ed é qui che arriva una buona notizia! 

In Francia il 17 marzo 2013, senatori e senatrici hanno emesso il divieto di realizzare concorsi di bellezza per bambini e bambine  minori di 16 anni. Tale divieto è parte dell’adozione dell’articolatissimo progetto di legge per la parità che trovate qui. ( Qui invece, sul sito del Ministero per i i diritti delle donne, il pdf scaricabile della parte che riguarda l’educazione prevenzione e lotta agli stereotipi).  Il testo, ancora in fase di esamina prima di essere ufficialmente in vigore, é considerato già attivo ed ha quindi ottenuto, in sostanza, un effetto immediato.

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Oltre a felicitarmi per tale decisione, e per la rapidità ed efficacia con cui concorsi come MissTeenager hanno da subito dichiarato la chiusura dei loro battenti senza battere ciglio o inventarsi strampalate iniziative di salvataggio, qualche giorno fa ho felicemente appreso che tale provvedimento ha anche già provocato un benevolo effetto a catena oltre-frontiera  riscuotendo un grande successo anche in altri paesi: la reazione in merito del Belgio é stata estremamente rapida. Nel timore, vista la prossimità territoriale, di ricevere richieste per accogliere nel proprio paese gli oramai orfani concorsi per le mini-miss francesi, il Ministero che in Belgio si occupa della tutela dell’Infanzia e dell’adolescenza ha incaricato un consiglio espressamente creato di attuare un provvedimento che vada nella stessa direzione, guardate qui. La Ministra degli Interni e delle Pari Opportunità, Joëlle Milquet, ha dichiarato di essere preoccupata da tale fenomeno e dalla possibilità che il divieto emesso in Francia possa avere ripercussioni negative proprio sul Belgio e i suoi cittadini e cittadine. Quindi, pur non essendoci in Belgio alcuna regolamentazione in materia di concorsi di bellezza, Milquet domanda all’Istituto per la parità di trovare prima possibile le risposte giuridiche per vietare l’esistenza di questi concorsi di « mini-miss». Preciso: MISS. Si perché nei testi che ho visionato su internet chiaramente di parla di minori di entrambi i sessi, ma sappiamo benissimo come i concorsi di mini-miss e il fenomeno di adultizzazione e iper-sessualizzazione precoce riguardi principalmente le bambine, preso quindi a cuore da Ministeri che si occupano della difesa dei diritti delle donne e delle pari opportunità. Il corpo delle donne vende di più. E questo purtroppo vale per qualunque fascia di età. Nessuna pietà neanche per le più piccole, anzi.

La Ministra belga ha espresso di essere perfettamente sulla stessa linea di quanto espresso dalla senatrice francese Chantal Jouanno (ndr: sentarice di destra, ex Ministra dello Sport per il Governo Sarkozy, dichiaratasi però in contrasto con il suo partito a favore di unioni gay e autrice del primo disegno di legge per vietare i concorsi di bellezza mini-miss). In Francia chi contravverà a questo provvedimento, rischia due anni di prigione e una multa di 30mila euro. Queste invece le parole della Ministra Belga, che riprendono la linea della collega francese:

« si deve impedire concorsi che contribuiscono a consolidare stereotipi riguardanti le donne, le ragazzine e le bambine. I concorsi di bellezza per bambini mettono sul palco ragazzine di tutte le età, truccate pesantemente e vestite da bambole, ridotte soltanto a rappresentare la propria bellezza e a attirare lo sguardo sulla loro sessualità. Si tratta di fare di tutto per impedire la sessualizzazione precoce delle bambine. Perché questa iper-sessualizzazione da un’immagine della donna, della ragazza e della bambina, limitata ad oggetto che si può usare e abusare»

E’ importante inoltre considerare che questi concorsi in Francia sono diffusi piuttosto nelle regioni a nord del paese, precisamente nella regione del Nord Pas-de Calais; in Francia  le categorie nord e sud che potremmo proiettare rispetto all’Italia, sono diciamo invertite. Infatti è proprio il nord della Francia a soffrire maggiormente di mancanza di povertà, disoccupazione e arretratezza culturale, ed è proprio al nord che famiglie e organizzatori lamentano questo divieto come un provvedimento ingiusto, qui un esempio. E’ fondamentale contestualizare come questi fenomeni discriminatori riguardino contesti con maggiori difficoltà socio-culturali ed economiche, perché il sessismo emerge maggiormente proprio in zone geografiche così caratterizzate.

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Zoe Leonard – Mouth Open, Teeth Showing II

E in Italia qualcuno si preoccupa delle bambine o adolescenti le cui potenzialità autostima e salute potrebbero essere definitivamente compromesse? In Italia, anziché parlare di Imu o decadenze varie ed eventuali, qualcuno si chiede se magari avere un vero Ministero per le pari opportunità potrebbe portarci ad attuare una serie di provvedimenti contro ogni forma di discriminazione fra cui anche divieti come quello francese che segna un risultato per proteggere le minori da uno sfruttamento dissennato, meschino e pericoloso?

Ma fragilizzare e spezzare le gambe alle bambine e alle giovani adolescenti italiane sembra lo sport nazionale. Non bastano pubblicità, trasmissioni, discriminazioni trasversali a ogni campo e posto di lavoro (ammesso che ci sia per noi un lavoro!) a demotivarci, a imporci modelli unici, ma  ci sono pure da noi concorsi di bellezza per minorenni. Le miss teenager, guardate qui.

Vedere le foto di ragazzine di 12-14 anni incoronate reginette posare come modelle adulte mi provoca più di una perplessità. Ok, sono adolescenti (non bambine piccole) ma cosa cambia? Il loro corpo viene esposto come fossero donne adulte, in pose e abbigliamento da adulte. Va bene, diranno loro, ma non sono solo concorsi sull’aspetto fisico, noi chiediamo loro di cantare e recitare, in realtà è la bravura che guardano. Ma non raccontiamoci fesserie, alla fine queste ragazzine sono lì, come carne da macello, in piena adolescenza, l’età in cui si è  più fragili, messe sul palco perché si giudichi il loro corpo, il loro viso. Non ditemi che la presenza di un concorso al maschile, per ogni 10 consacrato alle concorrenti donne, basta a pareggiare i conti e a rendere il tutto ” non discriminatorio”. Questi concorsi sono non soltanto anacronistici ma anche sempre e comunque fortemente discriminatori.

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Serie fotografica “Little Dolls” di Alain Delorme http://www.alaindelorme.com/works-littledolls

Penso alla Francia, al Belgio, e a tutti i paesi che a colpi di disegni di legge cercano di difendere le proprie cittadine dalle discriminazioni e dalle violenze. Mi auguro, se un giorno mai ci sarà anche in Italia un vero Ministero delle pari opportunità, che a qualcuno venga in mente di stare, ancora sempre e comunque, dalla parte delle bambine. Anche di quelle italiane. Ma questo non deresponsabilizza cittadini, cittadine, genitori e formatori dal prendere coscienza, svegliarsi, e assumersi le proprie responsabilità.

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Uno still tratto dal film “Little Miss Sunshine”, 2006, diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris.

IL FUTURO DEI GIOCHI È SENZA GENERE : LET TOYS BE TOYS

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Ci sono petizioni che funzionano per davvero. Questa per esempio ha funzionato.

Let toys be toys  é una campagna e petizione nata da un’associazione composta principalmente da genitori  preoccupati per i loro figli e per le loro figlie. Alla base della loro inquietudine una semplice riflessione sull’importanza della libera scelta dei giochi nell’età dello sviluppo: destinare ai maschietti dei giochi e alle femmine degli altri vuol dire limitare la fantasia e creatività dei bambini e ha conseguenze negative soprattutto perché consolida stereotipi tipici di società patriarcali e sessiste, quindi discriminatorie. 

La grande catena specializzata nella vendita di giocattoli Toys’R’Us, sollecitata da questa campagna – qui l’ articolo pubblicato due giorni fa sul Huffington Post- ha deciso di dire pubblicamente addio alla separazione in settori di giochi secondo il genere. Basta giochi per femmine e giochi per maschi, basta divisioni, nei loro negozi ci saranno solo giochi mescolati, giochi per tutt*, giochi e basta.  

Prove generali:  La Toys “R” Us aveva già lanciato per Natale scorso un primo catalogo dedicato ai magazzini collocati in Svezia in cui i giochi venivano smarcati dal genere:

« noi vogliamo che i nostri cataloghi riflettano il modo in cui i bambini e le bambine giocano nella vita reale e non vogliamo più presentarli in modo stereotipato. Se i maschietti, come le bambine, in Svezia amano giocare a far da mangiare o occuparsi della casa allora noi vogliamo rappresentare questa tendenza»

Evidentemente i loro collaboratori hanno saputo, aldilà dell’autentico o meno impegno nella lotta alle discriminazioni di genere, cogliere quella che é una reale tendenza del mercato,  interpretando anche l’importanza delle proteste e campagne che negli ultimi anni hanno toccato questo tema e con cui  gli addetti al settore devono sempre di più confrontarsi, possibilmente aprendo gli occhi e caricandosi delle dovute responsabilità.

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LIMITARE L’IMMAGINAZIONE E SPONTANEITÀ DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE È FORTEMENTE DANNOSO per la loro SALUTE! 

Smettiamo di limitare l’immaginazione dei bambini, questo lo slogan della petizione Let toys be toys firmata da oltre 8mila persone. Oltre a costituire un sito (che vi consiglio di esplorare per bene vista la ricchezza di materiali e rubriche) dove raccolgono testimonianze di genitori e bambini, l’associazione ha creato una sorta di sistema di monitoraggio “del nemico” e ha inventato marchio di qualità per premiare o riconoscere i magazzini che non insistono sugli stereotipi di genere. Guardate qui il bollino di Toymark  e qui il comunicato stampa.  Per i genitori ecco qui un articolo in lingua inglese sul legame fra giochi e apprendimento e qualche consiglio per non limitare la fantasia del bambino .

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La nuova politica aziendale di Toys “R” Us sembra già promettere bene pure dal punto di vista delle vendite,  per questo motivo anche molte altre importanti marche  sono pronte a a seguirla. Sempre in reazione alla campagna Let toys be toys infatti altri grandi nomi come Tesco, Sainsbury’s, Boots, The Entertainer et TK Maxx si sono impegnati pubblicamente a sopprimere nei loro magazzini la divisione dei compartimenti specializzati «maschi» e «femmine» .

Ma non  si tratta di episodi isolati.  Anche in Francia questa presa di coscienza inizia a farsi strada ed ha avuto inizio grazie al catalogo natalizio 2012 diffuso da Super U  , catena di supermercati che ha reagito non conformandosi ai soliti clichés di genere.  Qui sotto trovate qualche immagine: nel catalogo comparivano mescolate foto di bambine che giocano con costruzioni, macchine telecomandate e trattori e bimbi che cullano bambolotti o giocano alla cucina. Incredibile eh? Quando la realtà diventa avanguardia !!!!!!

La stessa operazione venne fatta anche nel catalogo diffuso dal grande magazzino di giochi francese “La Grande Récré” ma al momento i loro magazzini presentano ancora una divisione tra reparto per maschietti e quello per le femminucce. La creazione dei cataloghi ha costituito un primo passo certo, ma le associazioni che si sono occupate di queste tematiche, fra cui quelle che hanno pubblicato il libro Contre le jouets sexistes, sorvegliano e lavorano ancora affinché il cambiamento divenga reale e visibile anche percorrendo i reparti di negozi di giochi o di grandi magazzini. Fra pochi mesi, a Natale, potremo divertirci o indignarci visionando i nuovi cataloghi e magari confrontarne le caratteristiche a seconda dei paesi di provenienza.

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Ma in Italia? Quando ci svegliamo? Ai bambini e alle bambine italiane chi ci pensa?

Qui sotto i link dei dieci post Infanzia made in Italy  pubblicati su UAGDC:

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/03/17/infanzia-made-in-italy-1-le-principesse-vanno-in-moto/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/03/19/infanzia-made-in-italy-2/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/03/21/infanzia-made-in-italy-3-leggi-e-impara-a-discriminare/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/03/22/infanzia-made-in-italy-4-che-genere-di-pasqua/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/03/25/infanzia-made-in-italy-5-che-genere-di-libri/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/03/27/infanzia-made-in-italy-6-cosa-e-richiesto-alle-bimbe/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/04/09/infanzia-made-in-italy-7-con-la-cucina-gioca-sempre-e-solo-lei/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/04/09/infanzia-made-in-italy-8-mini-adulti-alla-riscossa/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/04/17/infanzia-made-in-italy-9-la-donna-deve-occuparsi-di-mille-lavori-di-casa/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2013/06/24/infanzia-made-in-italy-10-piccole-rosa-e-dolci-bamboline/

Qui invece altri link utili per approfondire il tema :

http://www.softrevolutionzine.org/2013/giocattoli-genere-toys-r-us/http://www.marieclaire.fr/,la-fin-du-genre-dans-les-enseignes-de-jouets,699736.asp

http://www.independent.co.uk/news/business/news/toys-r-us-to-stop-marketing-its-toys-by-gender-in-wake-of-sexism-claims-8798959.html

http://www.madmoizelle.com/toysrus-marketing-genre-rayons-jouets-enfant-197775

http://www.lesnouvellesnews.fr/index.php/civilisation-articles-section/49-ca-fait-du-bien/2374-stereotypes-ou-pas-dans-les-catalogues-de-noel

http://www.independent.co.uk/life-style/health-and-families/features/how-parents-are-battling-sexism-in-toy-shops-8605123.html

Napoli, l’Italia e la condizione marginale delle donne

In questi giorni sto lavorando ad un progetto che stiamo realizzando per il blog e purtroppo il tempo corre troppo in fretta. L’anno è appena cominciato ma siamo già a marzo, siamo in una situazione politica insostenibile. L’Italia affonda non solo nella crisi economica ma si trova al punto di non affrontare una crescita nemmeno dal punto di vista culturale. Come è possibile che un uomo che non solo ha portato il Paese allo sfacelo, che nutre un profondo disprezzo per le donne, che giorni fa ha molestato sessualmente una giovane lavoratrice sia in testa al Senato? Questo in base a quanto riportano i dati. I risultati mostrano l’ingovernabilità di questo Paese.

Il nostro Paese non funziona in tutti i sensi. I giovani non trovano lavoro, la disoccupazione cresce, commentano tantissimi giornali. Quel che preoccupa i giornali stranieri è la condizione femminile nel nostro Paese. Mentre la crisi, altrove, ha accresciuto il tasso d’occupazione femminile, in quanto lo stipendio del marito non basta più, in Italia la crisi la pagano sopratutto le donne.

Le Monde ha scritto un articolo che riporta la drammatica situazione della donna in Italia, sopratutto al sud. Ma non è solo la crisi a “tagliare le gambe” alle donne italiane nel mercato del lavoro ma anche la cultura maschista dominante. Abbiamo sempre detto che lavorare per una donna non è soltanto importante per la realizzazione personale ma anche per rendersi autonoma. Abbiamo sempre detto che l’autonomia economica può salvare anche da una situazione di “violenza domestica”, dove le donne dipendendo in tutto dal marito diventano sottomesse e psicologicamente dipendenti da essi, grosso modo come delle schiave che devono chiedere il permesso per ogni cosa. Spesso,  per questo motivo,  sopratutto al Sud, viene impedito alle proprie mogli di lavorare per “tenerle in pugno o per “gelosia”.

Ecco l’articolo tradotto da L’Italia dall’estero che appunto introduce con la storia di una donna napoletana ( i grassetti sono miei):

Assunta scaccia una lacrima. Questa graziosa signora di 55 anni, che ne dimostra dieci in meno, afferra il fazzoletto che le offre Patrizia Palumbo, colei che ha dato vita a Dream Team, l’associazione per la tutela del rientro occupazionale delle donne a Scampia, nella periferia di Napoli. Riprende a raccontare la sua storia con gli occhi azzurri ancora umidi.

Racconta che a causa della crisi la sua società di spedizioni è fallita pochi mesi fa. Ma non finisce qui. “A mio marito non andava giù che io lavorassi. E’ un padrone”. Insomma, un macho italiano alla vecchia maniera, come ce ne sono ancora molti nel sud della Penisola.
Già dopo il matrimonio e la nascita dei figli, Assunta aveva dovuto smettere di lavorare. Da Natale, dopo la sua doppia rottura professionale e personale – ha lasciato il “padrone” – Assunta vive con la sorella a Scampia, quartiere divenuto tristemente famoso per essere stato il set del film Gomorra, che racconta l’influenza della camorra su questa disgraziata zona di periferia. E’ peggio qui che altrove? Non proprio. “Ma trovare un lavoro è impossibile!” conclude in breve Patrizia Palumbo. “Anche per la camorra c’è crisi”.

Ovunque in Europa la crisi ha avuto come evidente conseguenza la riduzione del divario tra disoccupazione maschile e femminile. Non in Italia. Qui da vent’anni il tasso di disoccupazione femminile è una piaga che nessun leader politico si è preso la briga di quantificare.

Assenza di politiche familiari

La recessione ha solo peggiorato la situazione. Secondo le statistiche europee, il tasso di disoccupazione femminile supera il 12%, contro il 10% per gli uomini. In Campania il dato sale di molto, secondo le fonti tra il 17 e il 19%.
Prive di prospettive, le donne rinunciano ad avere una vita attiva. Secondo la Svimez, associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, mentre in Europa il tasso di attività supera largamente il 50%, nell’Italia del sud è circa del 30% e scende al 16% a Napoli.

“Nel sud il tasso di disoccupazione delle donne è un dato storico” dice sconsolata Michela Marzano, filosofa e scrittrice, candidata per il Partito Democratico alle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio in Lombardia.
Le cause sono molteplici. Ma è soprattutto l’assenza di politiche industriali e familiari che limita estremamente l’accesso al mercato del lavoro e lo rende di fatto incompatibile con la vita della famiglia. Quasi un terzo delle donne lascia il proprio posto di lavoro dopo la nascita di un bambino. “A ciò si aggiunge la presenza della Chiesa nella vita politica e una visione arretrata delle donne nel sud Italia”.

“Le aziende non si fanno scrupolo di licenziare le donne in maternità” denuncia inoltre Livia Colonnese, docente d’inglese. “Nessuno dice le cose come stanno, ma gli imprenditori non assumono volentieri le donne”.
La mamma [in italiano nel testo, N.d.T.] deve adempiere al proprio ruolo. Secondo l’Isfol, un istituto di ricerca per lo sviluppo della formazione professionale, il 30% delle madri si assenta dal lavoro per motivi familiari, contro il 3% dei padri. Risultato: le italiane sono spesso relegate alla sfera domestica.

Il mercato del lavoro,  qui, è un mercato maschilista

Yolanda Talamo, napoletana di 32 anni , tiene duro. “Ci tengo alla mia indipendenza” dice con orgoglio. Dopo una carriera scolastica interrotta alle superiori, questa caparbia italiana ha iniziato a lavorare all’età di 17 anni. Prima come cameriera in un hotel, poi come cassiera in un supermercato, infine come collaboratrice domestica.
Però Yolanda non ha mai avuto un vero contratto di lavoro. Per la nascita del primo figlio ha preso due mesi di “congedo di maternità”. E quando è stata licenziata ha percepito soltanto 60 euro d’indennità. Con suo marito, che lavora alla Fiat, sogna di trasferirsi in Toscana, per lavorare in un hotel. “Ma la maggior parte delle mie amiche non hanno voglia di lavorare, pensano solo a sposarsi e a fare figli.”

Un atteggiamento che deriva sia della tradizione che della desolante economia regionale. Avere una laurea non cambia affatto la situazione. Le donne più qualificate soffrono ancora di più. Enzo Parziale, della CGIL di Napoli, ha due figlie laureate che vivono all’estero. Una a Parigi, l’altra a Barcellona. “Il mercato del lavoro è un mercato maschilista, qui” conclude.

Per il Paese, impantanato nella recessione, la discriminazione delle donne nel mercato del lavoro è un flagello per la crescita. Secondo le stime della Banca d’Italia, l’aumento del tasso di occupazione femminile al 60% (rispetto al 47,5% nazionale) incrementerebbe il prodotto interno lordo del 7%.
Una cifra abbastanza eloquente che dovrebbe finalmente spingere i politici a occuparsi dell’argomento. Mario Monti, attuale Presidente del Consiglio, ne ha fatto una delle sue priorità. Sono già state adottate delle misure d’intervento (agevolazioni per l’assunzione di donne) ma con risultati ancora limitati. “Questi sono per lo più spot” dice irritata Michela Marzano del Movimento 5 stelle, guidato dal Coluche [noto comico francese, N.d.T.] italiano, Beppe Grillo, che probabilmente otterrà un buon risultato nella regione, visto che i napoletani sembrano disgustati dalla politica.
Ma una cosa è certa, nessuna delle donne che abbiamo ascoltato si farà incantare da Silvio Berlusconi e le sue barzellette sconce che continua a sfornare anche in campagna elettorale. “Il Caimano” e le sue veline, belle statuine volgari onnipresenti sui suoi canali televisivi, hanno contribuito a danneggiare l’immagine della donna.
Nella periferia dormitorio di Scampia, Patrizia Palumbo non riesce sbollire la sua rabbia. “Berlusconi ha calpestato la donna”. La sua esasperazione aumenta quando parla di Daniela Santanchè, la pasionaria pro-Berlusconi. “Quella là, se la incontro la faccio a pezzettini!”

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