Napoli, l’Italia e la condizione marginale delle donne

In questi giorni sto lavorando ad un progetto che stiamo realizzando per il blog e purtroppo il tempo corre troppo in fretta. L’anno è appena cominciato ma siamo già a marzo, siamo in una situazione politica insostenibile. L’Italia affonda non solo nella crisi economica ma si trova al punto di non affrontare una crescita nemmeno dal punto di vista culturale. Come è possibile che un uomo che non solo ha portato il Paese allo sfacelo, che nutre un profondo disprezzo per le donne, che giorni fa ha molestato sessualmente una giovane lavoratrice sia in testa al Senato? Questo in base a quanto riportano i dati. I risultati mostrano l’ingovernabilità di questo Paese.

Il nostro Paese non funziona in tutti i sensi. I giovani non trovano lavoro, la disoccupazione cresce, commentano tantissimi giornali. Quel che preoccupa i giornali stranieri è la condizione femminile nel nostro Paese. Mentre la crisi, altrove, ha accresciuto il tasso d’occupazione femminile, in quanto lo stipendio del marito non basta più, in Italia la crisi la pagano sopratutto le donne.

Le Monde ha scritto un articolo che riporta la drammatica situazione della donna in Italia, sopratutto al sud. Ma non è solo la crisi a “tagliare le gambe” alle donne italiane nel mercato del lavoro ma anche la cultura maschista dominante. Abbiamo sempre detto che lavorare per una donna non è soltanto importante per la realizzazione personale ma anche per rendersi autonoma. Abbiamo sempre detto che l’autonomia economica può salvare anche da una situazione di “violenza domestica”, dove le donne dipendendo in tutto dal marito diventano sottomesse e psicologicamente dipendenti da essi, grosso modo come delle schiave che devono chiedere il permesso per ogni cosa. Spesso,  per questo motivo,  sopratutto al Sud, viene impedito alle proprie mogli di lavorare per “tenerle in pugno o per “gelosia”.

Ecco l’articolo tradotto da L’Italia dall’estero che appunto introduce con la storia di una donna napoletana ( i grassetti sono miei):

Assunta scaccia una lacrima. Questa graziosa signora di 55 anni, che ne dimostra dieci in meno, afferra il fazzoletto che le offre Patrizia Palumbo, colei che ha dato vita a Dream Team, l’associazione per la tutela del rientro occupazionale delle donne a Scampia, nella periferia di Napoli. Riprende a raccontare la sua storia con gli occhi azzurri ancora umidi.

Racconta che a causa della crisi la sua società di spedizioni è fallita pochi mesi fa. Ma non finisce qui. “A mio marito non andava giù che io lavorassi. E’ un padrone”. Insomma, un macho italiano alla vecchia maniera, come ce ne sono ancora molti nel sud della Penisola.
Già dopo il matrimonio e la nascita dei figli, Assunta aveva dovuto smettere di lavorare. Da Natale, dopo la sua doppia rottura professionale e personale – ha lasciato il “padrone” – Assunta vive con la sorella a Scampia, quartiere divenuto tristemente famoso per essere stato il set del film Gomorra, che racconta l’influenza della camorra su questa disgraziata zona di periferia. E’ peggio qui che altrove? Non proprio. “Ma trovare un lavoro è impossibile!” conclude in breve Patrizia Palumbo. “Anche per la camorra c’è crisi”.

Ovunque in Europa la crisi ha avuto come evidente conseguenza la riduzione del divario tra disoccupazione maschile e femminile. Non in Italia. Qui da vent’anni il tasso di disoccupazione femminile è una piaga che nessun leader politico si è preso la briga di quantificare.

Assenza di politiche familiari

La recessione ha solo peggiorato la situazione. Secondo le statistiche europee, il tasso di disoccupazione femminile supera il 12%, contro il 10% per gli uomini. In Campania il dato sale di molto, secondo le fonti tra il 17 e il 19%.
Prive di prospettive, le donne rinunciano ad avere una vita attiva. Secondo la Svimez, associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, mentre in Europa il tasso di attività supera largamente il 50%, nell’Italia del sud è circa del 30% e scende al 16% a Napoli.

“Nel sud il tasso di disoccupazione delle donne è un dato storico” dice sconsolata Michela Marzano, filosofa e scrittrice, candidata per il Partito Democratico alle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio in Lombardia.
Le cause sono molteplici. Ma è soprattutto l’assenza di politiche industriali e familiari che limita estremamente l’accesso al mercato del lavoro e lo rende di fatto incompatibile con la vita della famiglia. Quasi un terzo delle donne lascia il proprio posto di lavoro dopo la nascita di un bambino. “A ciò si aggiunge la presenza della Chiesa nella vita politica e una visione arretrata delle donne nel sud Italia”.

“Le aziende non si fanno scrupolo di licenziare le donne in maternità” denuncia inoltre Livia Colonnese, docente d’inglese. “Nessuno dice le cose come stanno, ma gli imprenditori non assumono volentieri le donne”.
La mamma [in italiano nel testo, N.d.T.] deve adempiere al proprio ruolo. Secondo l’Isfol, un istituto di ricerca per lo sviluppo della formazione professionale, il 30% delle madri si assenta dal lavoro per motivi familiari, contro il 3% dei padri. Risultato: le italiane sono spesso relegate alla sfera domestica.

Il mercato del lavoro,  qui, è un mercato maschilista

Yolanda Talamo, napoletana di 32 anni , tiene duro. “Ci tengo alla mia indipendenza” dice con orgoglio. Dopo una carriera scolastica interrotta alle superiori, questa caparbia italiana ha iniziato a lavorare all’età di 17 anni. Prima come cameriera in un hotel, poi come cassiera in un supermercato, infine come collaboratrice domestica.
Però Yolanda non ha mai avuto un vero contratto di lavoro. Per la nascita del primo figlio ha preso due mesi di “congedo di maternità”. E quando è stata licenziata ha percepito soltanto 60 euro d’indennità. Con suo marito, che lavora alla Fiat, sogna di trasferirsi in Toscana, per lavorare in un hotel. “Ma la maggior parte delle mie amiche non hanno voglia di lavorare, pensano solo a sposarsi e a fare figli.”

Un atteggiamento che deriva sia della tradizione che della desolante economia regionale. Avere una laurea non cambia affatto la situazione. Le donne più qualificate soffrono ancora di più. Enzo Parziale, della CGIL di Napoli, ha due figlie laureate che vivono all’estero. Una a Parigi, l’altra a Barcellona. “Il mercato del lavoro è un mercato maschilista, qui” conclude.

Per il Paese, impantanato nella recessione, la discriminazione delle donne nel mercato del lavoro è un flagello per la crescita. Secondo le stime della Banca d’Italia, l’aumento del tasso di occupazione femminile al 60% (rispetto al 47,5% nazionale) incrementerebbe il prodotto interno lordo del 7%.
Una cifra abbastanza eloquente che dovrebbe finalmente spingere i politici a occuparsi dell’argomento. Mario Monti, attuale Presidente del Consiglio, ne ha fatto una delle sue priorità. Sono già state adottate delle misure d’intervento (agevolazioni per l’assunzione di donne) ma con risultati ancora limitati. “Questi sono per lo più spot” dice irritata Michela Marzano del Movimento 5 stelle, guidato dal Coluche [noto comico francese, N.d.T.] italiano, Beppe Grillo, che probabilmente otterrà un buon risultato nella regione, visto che i napoletani sembrano disgustati dalla politica.
Ma una cosa è certa, nessuna delle donne che abbiamo ascoltato si farà incantare da Silvio Berlusconi e le sue barzellette sconce che continua a sfornare anche in campagna elettorale. “Il Caimano” e le sue veline, belle statuine volgari onnipresenti sui suoi canali televisivi, hanno contribuito a danneggiare l’immagine della donna.
Nella periferia dormitorio di Scampia, Patrizia Palumbo non riesce sbollire la sua rabbia. “Berlusconi ha calpestato la donna”. La sua esasperazione aumenta quando parla di Daniela Santanchè, la pasionaria pro-Berlusconi. “Quella là, se la incontro la faccio a pezzettini!”

Femen, tette, decostruzioni e ricostruzioni

FEMEN ARTS ET METIER

Femen, UAGDC e il dibattito

fEMEN HAPPY NEW YEARS
Da questo post di Laura grì pubblicato sul nostro blog e da quelli che ne sono derivati (qui e qui  su un blog di Femen Italia) è nato qualche giorno fa un fruttuoso scambio di opinioni anche fra le autrici del nostro blog. Eh sì, perché UAGDC, anche se spesso molte e molti se ne dimenticano, è un blog collettivo. Non rappresentiamo nessuno se non noi stesse, una pluralità di sguardi, approcci, vissuti e militanze declinate in modo differente. E per questo motivo, nel dietro le quinte, discutiamo, ci scambiamo opinioni, perché ovviamente ci capita di non essere d’accordo. Nelle nostre divergenze di opinioni crediamo stia anche la ricchezza della diversità che rappresentiamo.
Ma veniamo al punto: avevamo già discusso tempo fa di Femen, qui il link di un vecchio post.
Davanti alle pratiche di militanza Femen sono in molte e molti a manifestare perplessità. Io invece le sostengo, mi interessano, trovo comunque che il loro approccio non sia sbagliato né obsoleto. Il loro “femminismo guerrigliero e pop” non mi disturba. E’ anche vero però che, abitando in Francia, più precisamente a Parigi, ho la fortuna di poterle seguire più da vicino. Forse anche perché qui esistono media che non parlano solo delle loro tette.

Femen WE ARE DIFFERENT
Unica perplessità riguarda la “globalizzazione della pratica”. Se violenze sulle donne, discriminazioni, sfruttamento e disuguaglianze sono ahimè piaghe senza confini, credo che la forma di militanza debba assumere una specificità territoriale legata alla storia del luogo in cui si manifesta. Il manifestare a seno nudo, per esempio, può assumere un significato politico più o meno forte a seconda che ci si trovi in Ucraina, in Francia, in India o chissà dove. In Italia, dove di donne nude se ne vedono a pacchi, persino schiaffate a grandezza naturale sui cartelloni pubblicitari, il gioco sta nel cogliere la differenza. Le immagini delle Femen, mediate dalla stampa italiana che sceglie e strumentalizza, come differiscono dai nudi femminili mercificati in cui sguazziamo quotidianamente? Vengono sfruttate e spettacolarizzate o sono loro a giocare consapevolmente con la mediatizzazione spettacolarizzante delle loro azioni? Queste domande se le sono poste anche qui in Francia. Se non sapete il francese, abbiate almeno la cortesia di notare l’ampiezza dello spazio dedicato dal magazine all’approfondimento del tema in questo articolo.
Tette e omologazione

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Non è vero che le Femen sono un collettivo di corpi omologati o omologanti. Non sono solo bionde, non sono solo bianche, non sono solo magre, non sono solo belle. Ma poi chi decide chi é bella e chi no? E comunque, anche fosse, non capisco dove starebbe il problema? Qui, come già detto, mi capita spesso di approfondire la loro militanza grazie ad articoli accurati, le Femen non compaiono solo in colonnine tipo quella stramaledetta di repubblica che se a una giornalista je salta de fora la tetta mentre presenta il TG o alla pattinatrice sul ghiaccio je se vede la mutanda allora…evviva, ecco pronta l’occasione per guadagnare qualche arrapato clic in più. Guardatevi un po’ di giornali stranieri per capire se l’immagine delle Femen che avete in testa corrisponde quasi esclusivamente al volto e al corpo di Inna Shevchenko perché è lei, la sua immagine, che viene maggiormente diffusa. Certo, la scelgono perché è il leader (termine che parla di gerarchie e che quindi mi provoca l’orticaria e mi mette qualche dubbio sulla loro organizzazione interna) ma anche perché è la più figa? In ogni caso, la povera Inna doveva secondo voi deturparsi, procurarsi tette cadenti a 22 anni e farsi impiantare vistosi peli nel naso per assomigliare meglio al purtroppo diffuso stereotipo secondo cui le femministe sono tutte dei cessi ?
Scherzi a parte, come la loro pratica diventa pedagogica o atto di sensibilizzazione contro la dominanza del patriarcato? I loro corpi non sono solo nudità, ma messaggi. La scelta di difendere e protestare rivendicando il diritto alla nudità e libertà di espressione del corpo femminile è secondo me sempre attuale e purtroppo non la vedo come una questione già sdoganata. In Italia come in Francia, saremo anche in Europa, il nudo femminile se non mercificato a scopo commerciale, non è tollerato. Il corpo scoperto è ancora problematico e diventa simbolo di tutte le battaglie portate avanti dai movimenti femministi. Non si tratta di erotizzarlo ma di naturalizzarlo, mostrarlo nella sua verità e nella sua valenza di personale e politico. A giustificare uno stupro il tema del corpo scoperto è sempre presente. In India ora vogliono coprire le donne anziché difenderle educando la società. Nemmeno Allemanno nel suo vademecum contro lo stupro pensò ad una educazione alla non-violenza, ma ci disse di vestirci di più e stare a casa la sera. (gli stupratori invece si vestano come meglio gli garba!). E non starò a parlare dell’imbarazzo di amiche neo-mamme a cui, in Italia, è stato gentilmente chiesto per pubblico decoro di andare ad allattare altrove. Mi risparmio altri mille esempi.
In questo senso le Femen rientrano secondo me perfettamente anche nella logica dell’attivismo potato avanti dalle Slutwalks, rivendicano libertà di espressione e gestione del proprio corpo contro ogni intimidazione legata alla cosiddetta provocazione di stupri e aggressioni. Inoltre, siamo così sicure che le tette siano una parte del corpo femminile così sdoganata? Ve lo ricordate il video con le foto scattate contro la chiusura dell’Ospedale Valdese  ? Quali le tette tollerate dalla stampa e media vari?
Mostrare il seno non sarà certo un gesto così sovversivo, ma dato che sprofondiamo ancora in una sorta di medioevo mediatizzato, la tetta, il corpo nudo mostrato come rivendicazione politica, fa evidentemente ancora notizia. Ed è questo il problema, semmai. Un corpo esposto a fini commerciali è un corpo accettato, un corpo esposto non a fini di lucro, un corpo non omologato, un corpo non sano, no.
Non solo tette: la performance

FEMEN ARTS ET METIER
Oltre al corpo in sé, nel caso dell’estetica scelta da Femen, giocano ruolo importante gli slogan dipinti sulla pelle nuda; il corpo diventa quindi ulteriormente veicolo di un messaggio, trasformando la loro presenza in gesto politico più esplicito. Inoltre, nella loro estetica, gioca l’atteggiamento. Non sorridono, urlano, sono vistosamente arrabbiate, aggressive. Questo è un altro dato importante. Anche loro fossero tutte barbie bionde e slanciate, le immagini che vediamo, anche quelle riportate da Repubblica, stridono accanto a quelle di donne seminude e accondiscendenti che ci mostrano quotidianamente i media e i pubblicitari. Le Femen hanno fiori fra i capelli, a volte alcune di loro possono sembrare veneri preraffaellite, ma i loro volti sono incazzati, tristi, urlano, hanno un atteggiamento da “guerriere”; tutto questo fa parte del modo di esprimersi e dell’estetica studiata dalle fondatrici. Assolutamente consapevoli di vivere nell’epoca dell’immagine hanno ovviamente ponderato le loro modalità di espressione cercando di scardinare almeno qualcuna delle regole e canoni estetici imposti dai media. No ammiccamenti, no ambiguità, non corpi deboli e rannicchiati, non donne vittime, ma donne furibonde ed energiche, corpi semi-nudi che rivendicano forza e libertà di espressione.

fEMEN FRANCE

Dopo la manif, tocca ai media!Pratiche di diffusione, interpretazione o distorsione.
I resto lo fanno i media, o lo facciamo noi blogger, c’é chi  approfondisce, racconta, analizza, chi  mostra più immagini, chi pubblica quelle più glamour o sempre le stesse viste e straviste.
Lo avete mai letto in Italia un dossier serio di approfondimento sul loro lavoro? Guardate qui un dossier intero.
La avete mai vista una foto di una Femen non bionda, non bianca, non magra?
E una foto dove non compaiano le tette ma solo un primo piano di un volto? Eccola.

Quello che voglio dire è che se ci fidiamo dei canali mainstream delle Femen, come di moltissime altre attiviste, sappiamo poco e quello che ci arriva è già passato per la strumentalizzazione di editor alla ricerca di qualche vendita o clic in più. Nel loro caso, studiare il loro percorso diventa difficile per ovvie ragioni. Questo il loro sito, la parte in inglese non sempre ha un testo esplicativo che accompagna le foto quindi……chi capisce il russo batta un colpo!

Concludendo: Femen o non Femen?
All’inizio vedendo le prime immagine proposte dalla stampa italiana, rimasi perplessa, forse strangolata, nauseata dalle troppe immagini di donne nude mercificate nell’Italia televisiva del pre-post-durante-berlusconismo decadente (che ora torna su come un peperone non digerito). Quei nudi mi sembravano nudi aggiunti ad altri nudi, mi chiedevo se fosse il modo giusto, efficace, di manifestare in Italia. Ne capivo il senso in Ucraina però, paese con altre problematiche, molte delle quali legate allo sfruttamento del turismo sessuale, dove il tasso della disoccupazione femminile è al 80%, dove ci sono stati numerosi casi di donne che, per la disperazione, hanno affittato uteri a donne europee che non potevano avere figli!

Come saprete, l’anno scorso le Femen si sono installate a Parigi, in un piccolo teatro nel quartiere della Goutte d’Or, il Modern Lavoir Parisien, dove tengono principalmente corsi di formazione per nuove adepte (ps: non c’è un’età o una taglia massima per partecipare!). Da allora le ho seguite con attenzione, sono stata in quel teatro per vedere il lavoro di una di loro, la magnifica ed insuperabile Charlotte Saliou, e le ho seguite sulla stampa locale. Le Femen sbarcate a Parigi stanno sviluppando il loro impegno, sono state presenti e capaci con le loro performance spesso indubbiamente spettacolari, fare da megafono a problemi eterni o fatti di cronaca o attualità politica.
Per la cronaca, all’occasione di una manifestazione contro le famiglie omoparentali sono state aggredite e picchiate dai manifestanti di Civitas, associazione di integralisti cattolici, leggete qui e qui  e qui . Civitas, gli stessi che avevano assalito lo spettacolo di Romeo Castellucci, se non ricordate l’episodio rinfrescatevi con questa lettura o questa.

Ho trovato efficaci in termini di immagini arrivate al grande pubblico grazie alla divulgazione dei media molte delle loro azioni, fra cui quella al Louvre (nata in sostegno ad una donna tunisina vittima di stupro, qui un eco di un giornale gratuitamente diffuso e quindi accessibile a tutti) o la protesta contro DSK (Dominique Strauss Kahn) accusato di stupro, guardate qui.

Nonostante tutto, avrei preferito che la stampa dedicasse più spazio ad una delle azioni più significative e forti realizzate da questo gruppo di attiviste, mi riferisco a quando Inna Shevchenko ha segato e fatto crollate un crocifisso alto 8 metri, omaggio alle Pussy Riot e gesto di protesta contro lo strapotere della Chiesa e di tutte le organizzazioni religiose. Ma quelle immagini, Repubblica e la sua colonnina sexy, ovviamente non le ha divulgate. Il video lo trovate nel web, qui una delle versioni rintracciabli.

Riguardo a manifestazioni come la Slutwalk, alludo ai commenti all’ultimo post della nostra Laura grì e all’interessante dibattito in corso con Femen Italia, penso sinceramente che urga realizzare qualcosa di simile in Italia. Come urgono conro-manifestazioni in occasioni come queste. Dobbiamo trovare il modo di essere più presenti, anche fisicamente.

Dobbiamo sì trovare forme di militanza, nuove o vecchie basta che funzionino. Ma urgono riflessioni pertinenti alla situazione Italiana, il modello Femen non è detto che sia esportabile o efficace ovunque.

Licenziata perché grassa e sciatta

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Normalmente le notizie di gossip non mi interessano e nemmeno le leggo, ma oggi pomeriggio un titolo di un magazine on line ha attirato la mia attenzione:

“Dior licenzia Mila Kunis: troppa grassa per noi”

Ho letto l’articolo e ne ho letti anche altri sulla stessa notizia, tutti simili che raccontano che la Kunis è stata sostituita con un’altra attrice per la pubblicità delle borse della Dior per il suo aumento di peso e perché in troppe foto che la ritraggono con il fidanzato, Mila avrebbe un aspetto e un look troppo sciatto.

Cosa ci insegnano episodi come questo?

Il corpo delle donne non solo può essere spogliato, violato, commercializzato, venduto e svilito.
Il corpo delle donne può (e deve) essere controllato e plasmato, pena la perdita del lavoro.

Il corpo delle donne deve corrispondere ad un ideale che non deriva da una loro autodeterminazione

In alcuni articoli che ho letto (ma non in tutti!) la decisione della Dior viene criticata, per lo più come “istigazione all’anoressia” e gli autori sottolineano come, in una società come la nostra, nella quale i disturbi alimentari sono in crescita, la decisione della Maison francese sia un pessimo esempio.
Quasi nessuno ha parlato, però, del fatto che l’attrice sia stata licenziata senza giusta causa (visto che nel suo contratto non vi era alcuna clausola relativa al peso e al look che l’attrice avrebbe dovuto presentare in pubblico) e che questa condotta sia altamente discriminatoria.
Inoltre, tutti questi articoli si caratterizzano per il linguaggio utilizzato, non propriamente gender friendly

Vediamo alcuni degli articoli che parlano della vicenda:

Ecco: Affaritaliani.it

Nonostante solo poche settimane fa, Esquire l’abbia eletta la donna più sexy del mondo, Mila Kunis si è trovata a dover digerire il suo primo rifiuto pubblico. La splendida neo fidanzata di Ashton Kutcher è stata licenziata dalla nota maison Dior perché “non più conforme alle esigenze d’immagine previste dal brand”. Mila, finita tra le testimonial di passaggio, sarebbe diventata troppo grassa e sciatta per rappresentare le borse della maison…

La psicologa e psicoterapeuta Giuliana Proietti commenta con Affaritaliani.it: “Il problema estetico c’è sempre stato, anche se negli ultimi anni ha ricevuto un’attenzione eccessiva, per cui molte ragazze sono cresciute con il mito della bellezza e del giovanilismo. Inoltre, pesa il fatto che non si riesce a vedere la fine del tunnel di questa crisi, tutto sembra legato al caso, agli incontri che si fanno, all’estetica, anziché a qualcosa di molto più costruttivo (ad esempio, la formazione personale)”. E sul nesso abbondanza-piacere: “Gli uomini preferiscono la carne, è un fattore antropologico”

Mi chiedo:
C’è bisogno di sottolineare che la Kunis sia stata eletta “La donna più sexy del mondo”, senza nemmeno accennare al suo lavoro di attrice?
La si qualifica in quel modo e anche come “la splendida fidanzata di Ashton Kutcher” come se lei non avesse un proprio lavoro, un proprio ruolo….
E si conclude con una frase che ci si poteva anche risparmiare: “Gli uomini preferiscono la carne”.
Già, perché Mila Kunis sarebbe libera di ingrassare, se non per piacere ad un uomo?

Vediamo un altro magazine on line: Edizioni oggi notizie

Gossip – Licenziata perché ingrassata e spesso trasandata quando viene fotografata in compagnia del compagno, Ashton Kutcher. Con queste motivazioni Dior avrebbe sostituito Mila Kunis, inizialmente scelta come testimonial di una linea di borse del noto brand di moda.
Il magazine Star sostiene infatti che i responsabili marketing dell’azienda sarebbero estremamente insoddisfatti per il look della bella Mila, che – a loro dire – sarebbe aumentata di peso e avrebbe un’aria un po’ sciatta negli scatti che la ritraggono col fidanzato.
Sembra che Mila Kunis – eletta donna più sexy del 2012 dal magazine Esquire - sia stata sostituita dalla giovane attrice Jennifer Lawrence.

Anche in questo articolo, nessun riferimento al lavoro di attrice della Kunis che viene giudicata “bella”, ma della quale non si manca mai di sottolineare che è stata eletta “La donna più sexy del 2012″
E, cosa ben più grave, non si spende nemmeno una parola sull’ingiusto licenziamento e sulle motivazioni dannosissime per la salute.

Dal sito “Leonardo.it

Mila Kunis sei fuori!“, no non è Briatore, è la maison Dior che ha messo alla porta semplicemente la donna considerata come la più sexy del mondo, per quest’anno. Le motivazioni risiedono nel fatto che la super modella e attrice, recentemente nelle sale con Ted ma ricordata gloriosamente per The  black swan, sarebbe stata paparazzata, durante il proprio tempo libero, con un look trasandato e qualche chilo di più rispetto alla forma smagliante sempre esibita su set, passerelle e copertine. Insomma se Mila Kunis resta sempre Mila Kunis, anche con una t-shirt e dei jeans improbabili, Dior resta sempre Dior…al punto da potersi permettere di sbattere fuori dalla porta la più sexy del pianeta. Per tutti coloro che si stessero chiedendo dove la Kunis sia grassa, rispondiamo che ce lo stiamo chiedendo anche noi senza trovare risposta.
Ci pensa Robbie: a sollevare il morale della bellissima Mila ci pensa la popstar Robbie Williams che, nonostante la recente paternità e le nozze con la splendida Ayda, ha recentemente dichiarato di provare una profonda attrazione per la Kunis: “Sono sposato e amo troppo mia moglie, però- dopo aver fatto riferimento ad una catena di hotel low cost- Sono solo 27,99 £ per il pomeriggio, Mila ci vediamo lì.“

Qui si parla, finalmente del fatto che Mila Kunis sia un’attrice, quindi che abbia un lavoro che non sia solo la fidanzata di una star e la donna più sexy del 2012.
E (udite, udite!) si conclude con una speranza salvifica per l’attrice: “Cara Mila, sei troppo grassa, non hai più un lavoro, ma non importa, alla modica cifra di 27 sterline e 99, un noto cantante inglese è disposto a prenderti in considerazione, tranquilla, il lavoro non ti serve, non crucciarti per questo: un uomo ti salverà, ti dimostrerà, facendo sesso con te, che ancora vali, che ancora sei qualcuno, sei importante”.

Un poco meglio (ma poco) l’ultimo articolo:

Anche le attrici vivono un momento difficile e anche la loro professione è soggetta al precariato, infatti la bella Mila Kunis è stata licenziata, senza giusta causa, dalla casa di moda Dior.
La star ucraina, nota per le sue interpretazioni nei film come ‘Il cigno nero’ e ‘Ted‘, non ha più l’immagine conforme alle esigenze previste dall’azienda francese. Infatti, è stata scaricata come testimonial delle borse Miss Dior per la Primavera – Estate 2012 perché è apparsa, nell’ultimo periodo, visibilmente troppo ingrassata.
Le foto in cui l’attrice e modella è stata immortalata con qualche chilo in più e con un abbigliamento e un portamento abbastanza sciatto, hanno fatto vergognare Dior, che non l’ha potuta più ammettere tra le sue splendide muse. La faccenda ha creato molto scalpore e sicuramente creerà un danno notevole per l’azienda per due motivi. Il primo è quello che di fronte al moltiplicarsi di donne che soffrono di disturbi alimentari la casa di moda si è dimostrata insensibile, lanciando, con il licenziamento di Milena Markovna Kunis, un messaggio negativo, il secondo motivo è che la ragazza potrebbe avviare un’azione legale senza precedenti. Infatti, nel contratto non appare nessuna clausola sul peso da tenere come testimonial.
In molti ipotizzano che le sue curve modificate siano dovute ad una gravidanza. Mila è stata la fidanzata di Macaulay Culkin per molti anni, ma da qualche mese frequenta uno degli attori più amati del momento, Ashton Kutcher. Tra i due la relazione è solida, sono molti innamorati, come mostrano anche le ultime immagini che li vedono insieme a Sidney per una vacanza. Quindi l’ipotesi della dolce attesa è molto plausibile, anche perché in una delle sue ultime interviste rilasciate alla rivista Glamour, l’attrice ucraina avrebbe dichiarato che avrebbe desiderato più un figlio che fare un altro film. Dior adesso attende la mossa della sua ex testimonial, che non ha ancora replicato a questa storia.

In questo articolo si sottolinea il danno che la vicenda potrebbe creare di fronte al crescere dei disturbi alimentari e compare anche, finalmente, un accenno al contratto di lavoro dell’attrice, al licenziamento senza giusta causa.

Purtroppo sono solo accenni e in chiusura si indugia nel pettegolezzo puro, parlando di fidanzati presenti e passati e di una possibile gravidanza della Kunis.

Il fatto, però è gravissimo:

Una donna ha perso il lavoro ingiustamente in quanto il suo aspetto non corrisponde più a quello che “altri” hanno deciso che doveva avere, senza contare il potenziale danno collaterale alla salute di moltissime altre donne e/o ragazze che già troppo spesso sono vittime di stereotipi fisici irraggiungibili.

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