Ci diranno cosa pensano del nostro corpo. Nudo.

BLACHMAN-SHOW

Ci segnalano una nuova trasmissione televisiva che andrà in onda sulla TV danese DR2.

Si tratta di un Reality Show condotto da un ex giurato della versione di “X- Factor” locale: Thomas Blachman. In studio ci saranno lui e un altro “giurato”, rigorosamente maschio.

Di cosa si occuperanno questi due signori?

Di cosa parleranno mai?

Dovranno giudicare il corpo delle donne che, di volta in volta, si presenteranno, completamente nude, di fronte a loro.

BLACHMAN-SHOW

Dalle fotografie e dai video tratti da questo odioso programma, rimango profondamente umiliata, vedendo i visi dei due uomini ridacchiare, vedendoli indicare alla donna di turno, come girarsi per poterla vedere meglio.

Avvampo, tra l’offeso, l’amareggiato, il disgustato e l’addolorato, quando vedo la ragazza nuda, inerme e spogliata di tutto: abiti e rispetto, che viene soppesata come se fosse un animale da macello al mercato dai due uomini seduti davanti a lei.

Rimango schifata e mi arrabbio quando leggo le parole della  direttrice del canale DR2  “Abbiamo un programma che rivela quello che gli uomini pensano del corpo femminile, che c’è di sbagliato?”

Il conduttore della trasmissione, asserisce, inoltre, che il corpo delle donne è assetato di parole maschili.

Ebbene, permettetemi signor* , di dirvi cosa penso di questa trasmissione.

Un simile programma porta avanti il solito messaggio trito e ritrito che indica che, della donna, la cosa più importante è il suo aspetto. E NON il suo aspetto in funzione della salute, magari, ma in funzione del piacere maschile, dello sguardo maschile….

Le donne devono piacere al maschio, le donne debbono vestirsi, spogliarsi, lavorare, mangiare, vivere in funzione del maschio.

Ce lo dicono in ogni occasione: quando compriamo un mascara, lo dobbiamo fare perché il nostro sguardo ci renda sensuali e desiderabili per un uomo. Quando compriamo un paio di scarpe, lo dobbiamo fare per essere eleganti e sexy agli occhi di un uomo.

Persino quando compriamo il latte, o la carne, come abbiamo documentato qui e qui.

La vita di una donna deve sempre essere regolata dall’unico comandamento che non dobbiamo mai dimenticare: “Fai tutto per piacere ad un uomo!”.

Ed infatti, non solo nei media, ma anche in ogni altra occasione della vita pubblica e privata, siamo bombardate da commenti sul nostro aspetto.

Questo continuo modo di pensare alla donna, solamente come ad un “oggetto” sessuale o grazioso da esporre, in quanto esteticamente gradevoli, produce enormi danni. 

Contribuisce ad alimentare la cultura del patriarcato, con tutte le conseguenze negative che vediamo tutti i giorni: stupri, femminicidi, molestie, problemi sul lavoro, discriminazioni, ecc…

Mi pare utile ricordare un articolo di Mary, che, parlando di oggettivazione sessuale riporta le importantissime parole di Chiara Volpato, docente di Psicologia Sociale, all’Università Bicocca di Milano che voglio, ancora una volta, portare all’attenzione di tutt*

Le ricerche mostrano che l’esposizione a modelli idealizzati ed irraggiungibili di corpo femminile correla, nelle donne, con diminuzioni dell’autostima, disturbi dell’umore, sintomi depressivi, disturbi alimentari. Anche la salute fisica risente negativamente della sessualizzazione: le ragazze insoddisfatte del loro corpo tendono, peresempio, a fumare di più.

(…)

La mercificazione è una forma di deumanizzazione. Riduce la donna ad oggetto, merce, strumento del volere e del piacere altrui, negandole la possibilità di realizzarsi come persona capace di decidere ed agire in modo responsabile ed autonomo.

(…)

Le adolescenti imparano presto che molti, troppi, intorno a loro, le valutano esclusivamente per il loro aspetto fisico. Vengono così iniziate alla cultura dell’oggettivazione sessuale, nella quale sono costrette a nuotare, come i pesci nell’acqua, secondo l’efficace immagine di Catharine MacKinnon.

Le conseguenze psicologiche e sociali della mercificazione del corpo

La mercificazione dell’immagine femminile comporta pesanti conseguenze per la vita delle donne, come spiega la teoria dell’oggettivazione sessuale, proposta nel 1997 da Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts. Secondo le autrici, oggettivare significa ridurre le donne ad oggetti di consumo, uguali, interscambiabili, privi di individualità. L’oggettivazione si esprime in una grande varietà di forme, che lasciano però trasparire una malinconica monotonia di fondo: alle donne vengono richiesti pochi atteggiamenti stereotipati, ruoli limitati, corpi e volti identici. Quando sono oggettivate, le donne interiorizzano la prospettiva dell’osservatore e si considerano oggetti il cui valore dipende dall’aspetto fisico. L’auto-oggettivazione è il processo chiave mediante il quale donne e ragazze imparano a pensare a se stesse come ad oggetti del desiderio altrui. Storicamente, l’auto-oggettivazione è legata al ruolo subordinato delle donne nella storia, ed al fatto che la bellezza fisica è tradizionalmente stata uno dei pochi mezzi disponibili al genere femminile per acquisire potere e mobilità sociale. Fare attenzione al modo in cui ci si presenta agli altri ed interiorizzare lo sguardo altrui è una strategia antica che permette di controllare le relazioni sociali nella speranza di migliorare la qualità della propria vita. Si tratta, però, di una tecnica che induce a focalizzare pensieri e comportamenti sull’aspetto fisico, sottraendoli ad altri possibili interessi.

Se l’oggettivazione può essere stata funzionale nel passato, quando le donne vantavano ben poche possibilità di sottrarsi ad un ruolo precostituito, risulta penalizzante nella società attuale, come illustrano vari studi sull’impatto negativo della sessualizzazione sulle prospettive di carriera

I costi più alti dell’oggettivazione sono quelli che incidono sul benessere psico-fisico: l’oggettivazione conduce all’auto-oggettivazione, che scatena emozioni negative, rende difficili le prestazioni cognitive, riduce le esperienze motivazionali di picco, abbatte la consapevolezza degli stati interni. Questa catena di relazioni contribuisce alla diffusione degli stati depressivi, delle disfunzioni sessuali, dei disordini alimentari. La prima conseguenza dell’auto-oggettivazione è l’aumento delle esperienze emozionali negative legate al corpo. Nella società contemporanea, le donne sono continuamente esposte a modelli irraggiungibili di corpi femminili levigati e perfetti. Il confronto con tali immagini provoca sentimenti di ansia, vergogna, disgusto per la propria inadeguatezza. Tali emozioni generano tensione, analisi ossessiva del proprio aspetto, desiderio di sfuggire allo sguardo altrui, stati confusivi caratterizzati dall’incapacità di pensare ed agire con chiarezza.

La sessualizzazione provoca, inoltre, effetti negativi sul funzionamento cognitivo. Pensare ossessivamente al corpo, confrontandolo con gli standard culturali dominanti, lascia poche risorse cognitive disponibili per altre attività mentali e fisiche. La sessualizzazione contribuisce quindi ad abbassare interessi, risultati scolastici, aspirazioni di donne e ragazze nei campi più impegnativi, limitando le opportunità di formazione ed affermazione professionale. Altra conseguenza dell’auto-oggettivazione è la riduzione delle esperienze di stati motivazionali di picco, vale a dire di quei momenti, purtroppo rari, in cui si è completamente assorbiti da attività fisiche o mentali molto impegnative, che danno la sensazione di essere vivi, creativi, liberi dal controllo altrui. Il continuo richiamo all’aspetto fisico, esercitato da uno sguardo esterno o interno, interrompe la concentrazione e diminuisce la possibilità di provare tali esperienze. Le donne sperimentano una minore consapevolezza dei propri stati interni, che si traduce in una ridotta capacità di individuare ed interpretare correttamente le proprie sensazioni fisiche perché troppo concentrate sull’aspetto esteriore. Gli effetti negativi dell’oggettivazione influenzano negativamente la vita affettiva di donne e uomini. Quando una persona tratta un’altra come un oggetto, è difficile che provi per questa dell’empatia, sentimento necessario perché le relazioni intime siano soddisfacenti e stabili. Se donne e ragazze sono viste come oggetti sessuali, invece che come persone complete, dotate di interessi propri, talenti, specificità, uomini e ragazzi incontreranno difficoltà a stabilire con loro relazioni diverse da quelle meramente strumentali. Come detto, le ricerche mostrano che l’esposizione a modelli idealizzati ed irraggiungibili di corpo femminile correla, nelle donne, ed in particolare nelle adolescenti, con diminuzioni dell’autostima, disturbi dell’umore, sintomi depressivi, disturbi alimentari. Anche la salute fisica risente negativamente della sessualizzazione: le ragazze insoddisfatte del loro corpo tendono, per esempio, a fumare di piùAltre conseguenze negative riguardano la sfera della sessualità. Il benessere sessuale necessita di intimità, fiducia in sé e nel partner, bassi livelli di stress. Diminuisce quando le donne guardano a se stesse con uno sguardo oggettivante. L’auto-oggettivazione è legata a minore assertività e maggiori comportamenti a rischio: le ragazze meno sicure di sé sono meno consapevoli dei loro desideri e fanno minor uso di mezzi anticoncezionali. A livello sociale, la mercificazione delle donne contribuisce al mantenimento dell’ineguaglianza tra i generi ed alla diffusione di atteggiamenti e comportamenti sessisti. L’esposizione ad immagini che oggettivano le donne influenza i giudizi sulle donne in generale e causa una più accentuata tolleranza degli stereotipi di generedel mito dello stupro (la credenza che le donne lo provochino con il loro comportamento), delle molestie sessuali, della violenza interpersonale. L’esposizione ad immagini oggettivanti, infine, influenza le interazioni tra uomini e donne. Ad esempio, dopo aver visto contenuti oggettivanti, gli uomini sono spinti a pensare alle donne come ad oggetti sessuali, a trattarle di conseguenza e a non riconoscere il loro contributo allo sviluppo della società.

Mi domando come queste riflessioni non facciano parte obbligatoriamente del background culturale di chi inventa e manda in onda programmi TV. Mi domando come si possa pensare che una tale trasmissione non abbia gravissime conseguenze sulla condizione delle donne.

Infine, caro signor Thomas Blachman…. chi, come e cosa le fa pensare che davvero le donne, TUTTE le donne, abbiano davvero voglia di sentire che cosa pensi un uomo come lei del loro corpo?

Le dirò: a me, ma anche a moltissime altre donne, di quel che pensa lei e di quel che, in generale pensano gli uomini della nostra anatomia, non importa un emerito, assoluto, enorme, colossale, gigantesco NULLA.

Asgarda. Le femministe ucraine amanti delle arti marziali.

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Femministe + ucraine = Femen?

Non solo, non sempre. Sui nostri media forse sì, perchè i quotidiani italiani raramente sfuggono a un topless di cui non capiscono il significato.
Però dall’Ucraina arrivano anche altri movimenti, anche altri approcci al femminismo contemporaneo.

Meno note delle loro connazionali ormai espatriate sono le Asgarda, un gruppo di femministe militanti che si ispirano alla mitologia nordica e alle Amazzoni scizie.

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Asgarda ucraine

Queste donne guerriere amanti delle arti marziali, studiano anche tecniche di combattimento con falci e accette. Vestono di nero nei combattimenti, di bianco durante l’addestramento. Alternano forza e femminilità, potenza e delicatezza.

Sono donne che rifiutano lo stereotipo della debolezza, della “bella da salvare” e a difendersi ci pensano da sole. Nonostante questo non sono considerabili delle violente, perchè, come fa notare Alessandra Chiricosta, filosofa collaboratrice della IAPh-Italia:

Oggi si stanno creando esperienze internazionali nelle quali le donne, che vogliono eliminare l’approccio alla donna come oggetto, coltivano la forza femminile non come violenza ma come adeguata e commisurata risposta alla violenza

Ad oggi ne fanno parte circa 150 donne, soprattutto studentesse, legate alla guida di Katerina Tarnouska.
Realizzano una filosofia di vita che prende spunto dalle Amazzoni greche e uniscono agli insegnamenti di karate di Volodymyr Stepanovytch, maestro molto noto dell’ex URSS, lo studio comune delle scienze e della storia, perchè l’ideale a cui mirano è l’unione delle forza fisica ed intellettuale.

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Si tratta quindi di donne che predicano e praticano l’autodifesa come forma di militanza femminista e che rifuggono da ogni luogo comune sulla femminilità, tanto forte tra l’altro in un Paese come l’Ucraina ( ma dove non lo è? ).
Donne tra donne, che fanno della separazione da Amazzoni la radice della loro forza e sorellanza.
Donne che lottano ogni giorno per affermare i loro diritti, senza abbandonare il proprio Stato, convinte che in fondo esista più di un modo per essere femminista, più di una via per lottare per l’autodeterminazione.
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Il Boobs Print delle Femen

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Uno screenshot particolarmente oggettivante e glamour del video “Buy a Boobsprint!”.

Una giovane attivista in posa davanti a una “donna vitruviana” si colora il seno con i colori dell’Ucraina, cortissimi pantaloncini di jeans in cui stanno infilati pennelli che non userà, tette in dettaglio, il viso pulito della ragazza, un crocifisso dorato che le pende su una coscia nuda, lo slogan “sextremism Femen”, gocce di vernice che colano sul corpo, poi la giovane afferra un cartoncino e se lo preme sul seno, ed eccolo qui, il Boobs Print, l’impronta delle tette della militante.

Il comunicato che accompagna lo spot, ci dice che le attiviste “offrono un pezzo unico a ciascuno dei propri sostenitori”, “un boob print (letteralmente stampa del seno) è l’impronta dipinta dei seni dell’attivista nella forma del logo di FEMEN”.
Per una donazione di 70 dollari, vi riforniremo con il vostro unico boob-print, autografato dall’autrice, e delle foto che ne garantiscano l’autenticità.

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“Sextremism Femen”. Quale estremismo?

Dopo aver diffuso le immagini dell’azione Femen a Piazza San Pietro ( e molte altre ) e aver espresso la nostra solidarietà all’attivista colpita ad ombrellate da una delle cattoliche di buon cuore presenti all’Angelus, pensiamo di aver già chiarito di apprezzare se non altro alcune delle azioni delle militanti ( e ci chiediamo: quando in Italia? ) senza contare che il dibattito instauratosi anche tra noi stesse autrici riguardo alle pratiche e retoriche Femen ha sviscerato una sostanziale importanza, anche solo mediatica, riconosciuta al gruppo di manifestanti.

È importante però anche discutere delle forme di comunicazione dei gruppi “più vicini”, così come si applica la decostruzione e la critica alla più becera pubblicità.
Guardando il nuovo spot diffuso da Femen per la nuova campagna di fundraising si sollevano quindi vari interrogativi.

Cattura

Per prima cosa ci si chiede perché in uno spot di raccolta fondi per “la lotta” non ci sia nessuna delle immagini della lotta stessa, magari anche a giustificare la richiesta di 70 euro ( non proprio una sottoscrizione libera ) per un souvenir più glamour che efficacemente comunicativo.

Le Femen non hanno mai negato di fare azioni di fundraising in maniera “aziendale”, basandosi su un merchandising commerciale, come gadget e calendari, ma anche senza entrare nel merito della modalità di raccolta fondi, non condivisa nemmeno da tutte, concentriamoci per ora sulle modalità di comunicazione scelte.

Zero ironia, una cifra precisa ( e alta ) da versare, spot da business e un souvenir più che discutibile.
Per non parlare poi dei riferimenti sessuali espliciti, dell’inquadratura pubica sui mini shorts ( un frame non solo oggettivante, ma glamourizzato, da pubblicità di H&M ) o dei vaghi sentori fallici strizzati e eiaculanti vernice.

Sdoganare le tette nude è un conto, veicolare una sensualità normata e declinata alla fruizione maschile è un altro. Addirittura quasi con lo stesso linguaggio audiovisivo di una qualsiasi pubblicità di tendenza.
Ciò che abbrutisce la rappresentazione non è poi solo l’immagine in sé, dal momento che le antropometrie hanno un senso anche storico come forme di arte e performance. Se di attivismo politico si parla, allora quello che rimane davvero fastidioso è la compravendita di “reliquie” da fan club. Non si capisce dunque come voglia evolversi questo gruppo, che invece di promuovere incontri formativi o autoformazione in cambio di una donazione ( non sarebbe stato meglio un libro chiave della preparazione delle Femen? ), decida di diffondere cimeli autografati.

E poi volendo usare immagini incisive, volendo creare una mitologia, volendo finire sulle magliette come Che Guevara, non sarebbe stato meglio allora un gadget fotografico delle varie azioni delle Femen?

Ad alcune di noi, guardando questo spot è tornata alla mente una pubblicità che avevamo criticato mesi fa. L’azienda in questione aveva lanciato sul mercato una linea in edizione limitata di liquori che prima di essere imbottigliati venivano versati e poi “distillati” sui décolletè di alcune modelle. All’interno della confezione si poteva trovare anche l’immagine della modella sulla quale era stata versata la vodka o il whisky. “Una specie di certificato di autenticità”, “una chicca che sicuramente non mancherà nelle case dei feticisti”, commentavamo. E un’azione di marketing che ci ricorda davvero da vicino quest’iniziativa in quanto, come già citato dal comunicato, ogni boob-print sarà un pezzo unico autografato dall’autrice a cui verranno allegate foto che ne garantiscano l’autenticità.

E noi che pensavamo che l’autenticità passasse dalla lotta sviluppata usando il seno come luogo di ribellione, come segno della liberazione dei corpi. Non come regalino per gli ammiratori.

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