Pop post di fine estate. Beyoncè: femminismo vs. girl power

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Un post pop di fine estate ci vuole.
Così viene la voglia di parlare di Beyoncè e della sua performance agli Mtv Video Music Awards di qualche giorno fa.
La cantante si è esibita per 20 minuti in un medley canterino tra coreografie, luci, proiezioni e costumi sfavillanti.
Verso la fine della performance sullo schermo alle sue spalle è apparsa la scritta “Feminist” e una voce ha descritto il concetto di femminista.
Anzi, la voce inizia dicendo

“Insegniamo alle ragazze che non possono essere “sexual beings” [ndr. vivere la loro sessualità in maniera spregiudicata ] come fanno i maschi.
Insegniamo alle ragazze a diminuirsi per rendersi più piccole.
Diciamo alle ragazze: “puoi avere un’ ambizione, ma non troppa”, “dovresti ambire ad essere di successo, ma non troppo di successo, per non intimidire l’uomo”.”

Poi appare la scritta  “FEMINIST” e la voce continua

“Femminista.
Una persona che crede nella parità sociale, politica ed economica tra i generi sessuali”

 

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E via con la polemica. Non solo negli USA, ma anche in Italia.

Il problema, in sintesi, è: può una che fino a due minuti prima si è dimenata su un palco mezza nuda, cantando e ballando, poi dichiararsi femminista?

double standards

E poi: può una che canta quelle canzoni, tra cui tale “Bow down bitches” poi dirci che cos’è il femminismo e cosa diciamo o meno alle “ragazze”?

Onestamente, non avremmo mai pensato di dedicare un post a Beyoncè e al suo personale concetto di femminismo, ma sono sorti due motivi per farlo.

Numero 1. Il femminismo pop è alle porte.

We-can-do-it-beyonceE non è detto che sia sempre un male, nonostante c’è chi lo osteggerebbe fino alla morte.

Di come le tematiche legate ai diritti delle donne, o dei gay, siano strumentalizzate da marketing e show business ne abbiamo già parlato a proposito del mito della real beauty e di quanto si tratti solo di un trend pubblicitario che difficilmente cambierà la situazione femminile nel mondo. Allo stesso modo, sicuramente Beyoncè avrà i suoi motivi di immagine per dirsi Feminist sul palco di uno dei premi musicali più seguiti al mondo.
Nonostante questo, vedere la parola Femminista in un contesto così lontano dalle aule dei collettivi e i blog e i giornali e i festival di nicchia, potrebbe avere i suoi risvolti positivi. Soprattutto se accompagnato da una descrizione che non ne fuorvia completamente il senso. Soprattutto se l’anno scorso la performance chiave dello show era stato il twerking di Miley Cyrus ( ma per fortuna ora è la fidanzatina d’America ).

La parola “feminist” potrebbe addirittura arrivare alle ragazzine di #Idontneedfeminism e magari convincerle con il volto pop della questione a non girarsi dall’altra parte la prossima volta che una professoressa, amica, madre, scrittrice o che si definirà tale.
Oppure possiamo fare finta che Beyoncè non sia una pop star amata soprattutto da giovanissime fan e continuare ad ascoltare Claudio Lolli convinte che sia ancora un fenomeno da adolescenti.*

Numero 2. La coscia è antifemminista.minigonna

Lasciando perdere per un attimo l’affaire Beyoncè, una delle motivazioni dell’ira verso la cantante è legata al fatto che prima di dichiararsi femminista, ballasse scatenata in abiti succinti, con coreografie sensuali e pose ammiccanti.
Quindi una spogliarellista non può essere femminista. Una ballerina di burlesque nemmeno. Anzi, minano il mio femminsimo puro.

A meno che non ci si spogli per chiedere fondi contro la violenza sulle donne, insomma, non si possono mostrare le cosce.

Non capisco perchè questa performance in sè sarebbe antifemminista, non capisco perchè cantare e ballare bene e in abiti succinti sarebbe contro le rivendicazioni femministe, non capisco perchè una spogliarellista dovrebbe minare il mio femminismo, figuriamoci Beyoncè.

Sarò banale.
Ma il femminismo non prevede che si possa fare quel che diamine si vuole del proprio corpo e della propria persona, nel rispetto di sè in quanto donna?
Non sarebbe meglio constatare che nella vita ognuna può ballare e cantare quanto nuda vuole se questo non la rende un oggetto sessuale passivo, se non prevede uno svilimento della sua persona?
Se è una libera scelta, e giudicando dai milioni di Beyoncè non c’è dubbio, davvero dobbiamo ancora ostracizzare un balletto osè?

Per lo stesso criterio, per essere femminista non dovrei mettere minigonne inguinali per strada.

Non sarà che essere femminista prevede il potersi mettere miniminigonne e pretendere di non essere molestata per questo?

Cito Femminile Plurale:

Se da un lato credo sia positivo che in uno show musicale probabilmente andato in onda in prima serata e seguito prevalentemente da spettatrici molto giovani compaia a caratteri cubitali la scritta ‘femminismo’ connessa ad una personaggio pubblico glamour e di successo, dall’altro è a mio avviso lampante  la volontà di svuotamento di senso della parola per un effetto maggiormente rassicurante e, appunto, politicamente corretto.
La prospettiva che emerge dalle affermazioni e dai testi delle canzoni di Beyoncè appare più come una sorta di richiesta di “potere alle ragazze” del tutto estrapolata dal contesto che come una presa di posizione (e di coscienza) meditata.
Ma i femminismi sono tanti e ognuna può essere femminista come vuole, si sa.
Infatti qui non mi interspice girls girls poweressa appoggiare o contestare il femminismo di Beyoncè, ma fare una riflessione più ampia.

Questa richiesta di “potere alle ragazze”, quindi all’autoaffermazione ma anche all’autostima e alla considerazione che le ragazze e le donne debbono avere di sé, è molto bella, giusta e sicuramente utile, ma non ha senso senza la parte decostruttiva che analizza il sistema in cui viviamo e che ce lo fa comprendere, appunto, per combatterlo meglio. Questa pars destruens è un aspetto tipico della presa di coscienza femminista ed è assolutamente necessaria per una lotta che sia per tutte e che sia reale.

Inoltre, questa richiesta di potere innocua, senza analisi, può condurre  all’effetto contrario. Se si incoraggiano le donne a prendere il loro spazio, a rivendicare il proprio valore, se si insegna alle ragazze che possono fare quello che vogliono nella loro vita, ma poi tali desideri non vengono realizzati perché ci sono condizioni economiche e sociali che lo impediscono ma di cui non si parla non andiamo ad incrementare il pregiudizio negativo dell’incapacità o dell’inferiorità delle donne?

Il “girl power”  è qualcosa di  assolutamente innocuo perché non solo non modifica ma nemmeno nomina il sistema sessista in cui viviamo e che è causa l’ineguaglianza.

 

Di fatti, Beyoncè è innocua. Così come le pubblicità sulla bellezza naturale. Non cambierà una virgola della condizione delle donne nel mondo perchè non questiona il sistema economico in cui viviamo ( anzi! ), ma ne chiede semplicemente un volto più attento a certe tematiche.
Il femminismo con Beyoncè è totalmente prepolitico ( c’era bisogno di sottolinearlo? ), diventa fenomeno di costume.
Il punto è che anche le sedicenti femministe “vere” spesso non si interrogano sulle strutture da modificare, ma semplicemnente pontificano, scrivono, denunciano, si indignano, senza voler cambiare una virgola del sistema economico in cui sono perfettamente inserite.
Beyoncè è la conseguenza, non la causa, dello svuotamento della parola Femminista.
E la causa non risiederà tra tutte quelle intellettuali che hanno sdoganato il femminismo capitalista, quello di partito, quello di Stato.

Se non si mette in crisi quello che impone la disparità di genere, se continuiamo a lavorare superficialmente su immagini perfettamente assorbibili dal mercato e dal sistema economico che lo manovra, la condizione femminile diventerà molto più glamour, ma avremo comunque il patriarcato a battere le mani a Beyoncè e tutte le altre.

Detto ciò, tocca riprendersi con Rebel Girl per smaltire tutti i lustrini di emmetivì

* Non me ne vogliano i fan di Claudio Lolli, è preso ad esempio solo perchè è quanto di più lontano possa interessare alla fan media di Beyoncè.
Viva Claudio, sempre.

 

Moda e Violenza. The Wrong Turn: lo stupro ti fa bella.

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Violenza e moda sono legate a doppio giro. Sia perchè la moda sfrutta il tema della violenza sulle donne per vendere magliette, mutande, braccialetti, sia invece perchè  la violenza diventa accessorio glamour di bellissime vittime di assassini e stupri.

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Il pericolo è sensuale, eccita, apre immaginari erotici.
Ma nelle foto “di moda”, c’è solo l’ estetizzazione di una violenza che diventa essa stessa prodotto, banalizzazione della violenza vera, tanto simile, ma per niente attraente. Quella stessa, volgare, estetizzazione retorica della violenza che opera la televisione di intrattenimento giornalistico, l’infotainment, in merito a femminicidi, stupri e aggressioni reali.

Nel post “Estetizzazione e banalizzazione della violenza“, Enrica giustamente scriveva

Un uso strumentale e spettacolarizzato della violenza danneggia le donne.
Le danneggia tutte, perché la violenza non è un fatto privato, ma nello stesso tempo non è nemmeno un prodotto, non è nemmeno un vessillo da sbandierare per farsi campagna elettorale, non è niente di cui si possa fare un uso strumentale.

Entrati nei grandi circhi mediatici femminicidi, stupri e violenze diventano dibattiti da salotti del pomeriggio, dove tra le foto delle “famose” in vacanza e l’intervista alla vip semisconosciuta che racconta come sia tornata in forma dopo la gravidanza e quanto l’esperienza della maternità l’abbia fatta sentire veramente donna, compare il servizio sul femminicidio, solitamente quello che ha avuto maggiore risonanza mediatica, e tra lo psichiatra che sforna diagnosi, Alessandra Mussolini che invoca le forche, la telecamera che si sofferma sulla maschera di dolore sul viso della conduttrice per poi scendere indugiando sul suo tacco 12, va in scena la “banalità del male”.

Violenza glamourizzata nelle riviste di moda, violenza per fare audience, violenza spettacolarizzata per saziare gli istinti voyeuristici di un pubblico sempre più affamato di particolari macabri. Questa è pornografia. Ma di quella brutta.

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E’ di pochi giorni fa il servizio fotografico “The Wrong Turn” del fotografo indiano Raj Shetye, che ritrae una donna attraente ed elegante su un autobus, aggredita e molestata da vari uomini. Un servizio che evidentemente rimanda al caso di stupro di Nuova Delhi del 2012, quando una studentessa di 23 anni fu aggredita e seviziata da 4 uomini su un autobus. La ragazza morì in ospedale per la gravità delle ferite riportate. Oggi il suo ricordo echeggia inquietante nelle foto glamour di Shetye.

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“The wrong turn”

“Non è basato sulle vicende di Nirbhaya [ pseudonimo della vittima, ndr ]“

ha dichiarato il fotografo a Buzzfeed

“Non intendevo rendere glamour l’atto, che in sè è stato molto cattivo. E’ solo un modo di gettare luce su quanto accaduto. [...] Il messaggio che volevo dare è che non importa chi sia la ragazza, o a quale classe appartenga, può succedere a tutte”

Sono in molti però a trovare poco credibili le parole di Shetye, che di certo non ha realizzato una campagna contro lo stupro, ma un servizio fotografico di alta moda sfruttando canoni radicatissimi di commistione tra fashion e violenza.
Uno dei primi a prendere parola è stato Vishal Dadlani, direttore musicale di Bollywood, seguito poi da innumerevoli tweet e commenti sui social network.

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Ho per caso appena visto un servizio di moda che ritrae lo stupro di Nirbhaya a Dehli? Disgrustoso!! Spero che tutti i responsabili muoiano di vergogna! Insentibili porci!

india

Il fotografo: “hey ragazzi, penso che non si sia prestata abbastanza attenzione al caso di Nirbhaya. Facciamo un servizio fotografico e rendiamo tutto molto glamour!”

Questo non è certo il primo servizio di moda ad usare la violenza per attirare l’attenzione o, per dirla con le parole dei fotografi più quotati, per creare delle contraddizioni tra la bellezza degli oggetti e l’orrore del sangue.
Vogue Italia realizzò un servizio dal titolo “Cinematic”, per cui fu accusata di filtrare immagini di violenza domestica attraverso le lenti del cinema. Le foto ritraevano delle modelle morte in maniera violenta nelle loro case. Il video di accompagnamento, un piccolo spot horror, mostrava una modella in fuga da un maniaco omicida, alternata ad un altra donna, morta, a gambe spalancate.

http://www.youtube.com/watch?v=t5BtJV-KtgMImmagine VIOL

Anche in questo caso, il servizio fotografico è stato giustificato come mezzo per sensibilizzare e far parlare di un tema caldo come la violenza sulle donne. Dice Franca Sozzani di Vogue Italia al Corriere della Sera

Ho pensato che proprio la moda, un mondo così mediatico e che sembra avulso da questioni sociali così tangibili e note, potesse supportare, o meglio dovesse supportare la lotta contro questo fenomeno sempre più comune

Ma in che modo estetizzare e rendere seducente la violenza può aiutare a cambiare il sistema culturale che alimenta, se non genera, la violenza stessa?

Solo in Italia, in questo ambito abbiamo vari esempi illustri: c’è stato il calendario Pirelli con lo stupro di gruppo sulla bella modella nera, il calendario delle studentesse,
la pubblicità del panno che rimuove le tracce dello stupro, e poi la pubblicità di Dolce e Gabbana con la modella immobilizzata a terra da un gruppo di uomini,
quella di Sisley con la modella legata, la faccia contrariata, il volto sfatto.

Lo violenza sulle donne è estremamente di moda, in tutti i sensi.
Eppure, il servizio fotografico indiano di questi giorni supera un limite che forse era rimasto ancora invalicato. Ritrarre una violenza non solo pornografica, voyeuristica, ma davvero avvenuta. E che ha persino provocato la morte della donna ritratta.

Il fotografo sostiene che non si tratti direttamente del racconto di quei fatti, ma un’ispirazione diretta alla vicenda è innegabile, se non scientemente ricercata.

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L’industria della moda e tutto ciò a cui questa è correlata, cosmetica ed estetica in genere, è quella che più direttamente vive delle fascinazioni che riesce a creare sulle donne di tutto il mondo.
Così impone criteri estetici fuorvianti, fatti per lo più di photoshop, privi di imperfezioni, di carne, di pelle.
Le donne sono tutte lucide grazie all’airbrushing, tutte simili grazie all’ambizione della taglia zero e all’esclusione dei corpi non normati.
Le campagne contro l’imposizione di canoni estetici artefatti e poco realistici, servono sempre meno, considerando la scarnificazione costante dei modelli femminili.
Dalla taglia zero, alla taglia doppio zero, nata circa otto anni fa, arriviamo alla triplo zero, tramutando l’ossessione della magrezza di milioni di donne in una corsa ad entrare nei vestiti più fashion pensati solo per “super skinny”.

Tutto in nome dell’ambizione di piacere. Non a se stesse, ovviamente.

Per il bisogno indotto di entrare in un vestito si può diventare anoressiche, per quello di mettere tacchi altissimi, capaci di distruggerci postura e ossa, si può arrivare ad amputarsi i mignoli.

Si può trovare attraente la violenza su noi stesse per assecondare un gusto che abbiamo introiettato chissà da chi.
Possiamo ossessionarci per tutta la vita per assomigliare a modelle di plastica, modificate, che mai rispetteranno completamente l’immagine, seppur bellissima, di quella stessa donna nella realtà. Possiamo decidere di lasciarci escludere perchè qualcuna è grassa, qualcuna è bassa, qualcuna non è mai abbastanza magra e alta oppure è vecchia o ha delle disabilità.

Oppure potremmo pensare a quello che queste immagini sono realmente.

Manipolazioni delle identità.
Imposizioni di un modello unico, irraggiungibile, capace di farci spendere centinaia di euro per cercare di assomigliarvi.
Narrazioni di violenze e abberrazioni rese eleganti e di moda per educarci a piacere sempre, anche durante uno stupro, anche da morte.

Guardate in macchina, continuate a sorridere, click. Bellissime.

#IoStoConGretaEVanessa

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Da qualche giorno, ormai, i quotidiani parlano della vicenda di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria, mentre si trovavano in un territorio di guerra, tanto pericoloso quanto “dimenticato”.

Ma chi sono Greta e Vanessa?

Sono due ragazze, poco più che ventenni. Due ragazze italiane che hanno deciso che essere nate “dalla parte fortunata del mondo” non può far loro dimenticare che in altri luoghi si soffre, si patisce, si muore.

Non so come mai abbiano scelto la Siria, perché mai abbiano deciso di spendere le loro ore libere, la loro intelligenza e la loro capacità per il popolo siriano. I motivi non importano. In un Paese dove si sente sempre parlare di “ragazzi e ragazze senza valori”, di giovani senza prospettive, di bamboccioni ecc, che ci siano al mondo una Vanessa e una Greta non può fare che piacere.

Non è un paese per giovani e non è solo la disoccupazione giovanile a dimostrarlo. Basta leggere articoli che hanno come protagonisti giovani. Ogni cosa che fa un giovane è sempre sbagliata.

Io, che sono la più vecchia del gruppo che scrive su questo blog, ammiro moltissimo le ragazze e i ragazzi che, notando avvenimenti e fatti che a loro paiono ingiusti e intollerabili, invece che infischiarsene, o fare del facile populismo condividendo frasette sui social network, decidono di spendersi in prima linea. Di attivarsi, nel modo che ritengono più opportuno, più vicino alla loro sensibilità, alle loro idee. Sono, Vanessa e Greta, due ragazze che “fanno”.

La strada che hanno scelto, la battaglia che combattono può essere condivisibile o meno, ma dar valore all’attività di volontariato (soprattutto giovanile), alla spendita di sé per gli altri che sta alla base di questo impegno, è giusto, doveroso e imprescindibile.

Chi sono Greta e Vanessa?

Vanessa ha 21 anni e, dal 2012 si interessa a quel che sta succedendo in Siria. Per questo suo interesse ha persino appronfondito la sua conoscenza della lingua araba. E’ volontaria dell’Organizzazione Internazionale di Soccorso e a Bologna, un paio di anni fa, ha organizzato una manifestazione in supporto del popolo siriano.

Greta ha 20 anni, e nel maggio del 2011 trascorre alcuni mesi in Zambia, lavorando come volontaria presso 3 centri che si prendono cura di malati di AIDS. L’anno dopo trascorre 3 settimane a Calcutta, in India, sempre con un’associazione di volontariato.

Non ho scritto queste informazioni per creare il mito dell’eroina, per elevare le due ragazze (io personalmente penso che non abbiano affatto bisogno della parole di una blogger per ergersi, alte, per i loro ideali), ma per sottolineare che le due ragazze, già da anni e già da giovanissime hanno dimostrato la loro capacità di empatia nei confronti di chi soffre e che avevano già avuto esperienze di volontariato all’estero, in territori “difficili”.
Veniamo alla Siria. Le due ragazze erano già state in Siria, per portare aiuti e medicinali e avevano anche fondato il progetto Horryaty, che in arabo significa libertà. La missione era acquistare kit di pronto soccorso e pacchi alimentari da distribuire al confine. Greta e Vanessa hanno fatto dei corsi di infermieria e avrebbero istruito i ragazzi in materia di pronto soccorso.
Ora le due amiche sono state rapite e posso solo immaginare come si sentano le loro famiglie, i loro amici, le loro amiche, tutti i loro cari.
La stampa ovviamente si è occupata tantissimo della vicenda. Io – pessimista – pensavo che avrei letto pezzi pieni di pathos, quasi al limite del romanzesco, con punte liriche finanche a sfiorare il morboso e lo strappalacrime e invece le mie nere prospettive sono state deluse…… in peggio.
Ecco come Luciano Gulli, de “Il Giornale.it” parla della faccenda (e facciamoli i nomi di questi giornalisti!)
… Bello, vero? Essere pronti a gettare idealisticamente il cuore oltre l’ostacolo, sacrificarsi per gli altri.

Meno bello – e questo è l’aspetto che varrà la pena sottolineare, quando tutto sarà finito – è gettare oltre l’ostacolo anche i soldi dei contribuenti per pagare riscatti milionari o imbastire complesse, rischiose, talvolta mortali operazioni di recupero di certe signorine che oltre alla loro vita non esitano a mettere a repentaglio anche quella degli altri. Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, sparite nel nulla sei giorni fa ad Aleppo, sequestrate da una banda di tagliagole torneranno, ne siamo certi. Ma quando saranno di nuovo tra noi qualcuno dovrà spiegarle che la guerra, le bombe, quei territori «comanche» dove morire è più facile che vivere sono una cosa troppo seria, troppo crudele per due ragazzine. Che sognare di andare in battaglia «per dare una mano», per «testimoniare», come troppe volte abbiamo visto fare a tante anime belle, dalla Bosnia all’Irak di Saddam, è una cosa che si può sognare benissimo tra i piccioni di piazza del Duomo, un selfie dopo l’altro, abbracciate strette strette, quando il rischio maggiore è di beccarsi un «regalo» dai pennuti. Ma senza i nervi, la preparazione, il carattere, l’esperienza che ti dice cosa fare e cosa non fare; senza quel rude pragmatismo che ti viene dopo aver battuto i marciapiedi di tante guerre è meglio stare a casa.
 
A parte che questo giornalista non conosce la grammatica italiana, leggo nelle sue parole una disistima totale condita di sarcasmo cattivo e misogino nei confronti delle due ragazze, definite, ma certo non in modo positivo  “ragazzine” ,”anime belle” e “certe signorine”.
Il riferimento alla “moda” dei selfie, anche questo accompagnato da crudele ironia, come a dire “poverine, sono due ragazzine impreparate, buone solo a mettersi in mostra su facebook, una foto dietro l’altra” non è molto meglio. Così come tagliente e cattivo risulta l’accenno al “pagamento che noi Italiani dovremmo sobbarcarci per riportare a casa certe signorine”.
 
Che significa “certe signorine?” Non sarà mica un sinonimo dell’essere di facili costumi? C’è da rimanere senza parole.
E magari fosse stato il giornalista  a restare zitto!
No, continua dicendo che sarebbe meglio che se ne fossero rimaste a casa.
E poi infila un esempio dietro l’altro di “certe altre ragazzine” che, anche loro, avrebbero fatto meglio a stare chiuse in casa (ma non è che questo giornalista per caso sia uno di quelli che sostiene che una donna, per il solo fatto di essere tale, debba limitare le sue attività alla cura della casa e della famiglia? Il dubbio è più che legittimo)

 Sono le stesse cose che scrivemmo nel settembre di dieci anni fa, quando a Bagdad vennero liberate Simona Torretta e Simona Pari. Le «due Simone» uscirono incolumi da un’avventura durata tre settimane. Non così andò l’anno dopo, quando sempre a Bagdad rapirono la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena.

Per liberarla, quella volta, morì l’agente del Sismi Nicola Calipari. Che dire di più, in queste ore? Niente. Fermiamoci qui. Intrecciamo le dita, sperando di rivedere presto queste altre «Simone».

Leggere che le stesse cose le scrisse 10 anni fa, mi fa quasi tenerezza. Non si è evoluto nemmeno un po’, nel suo pensiero  (Gulli, o il Giornale.it che dir si voglia)!

E se ne compiace pure….

Simona Torretta e Simona Pari, rapite all’epoca a Baghdad per lui uscirono incolumi di un'”avventura” e Giuliana Sgrena, addirittura, ha causato la morte di Nicola Calipari.

In poche righe sminuite 5 donne, quasi dipinte come delle povere incapaci, cancellando con “un colpo di penna”, il passato, le esperienze, le capacità e il coraggio delle stesse.

Meno male che Gulli si ferma qui e intreccia le dita.

Ma ci pensa un suo collega, Giuseppe Marino, oggi, sempre dalle pagine de “Il Giornale.it” che ci invita a salvare le due ragazze in Siria, ma non ad esaltarle.

E continua:

Sondaggio istantaneo in redazione. Quesito: dov’eri tu all’età delle ragazze rapite in Siria? Le risposte dei più incoscienti: nell’Afghanistan invaso dai russi, in Libano tra i cristiani sotto attacco, nella Russia profonda durante il colpo di Stato anti Gorbaciov.

Ma quando, come e perché chi si spende, in giovane età per gli altri è diventato “incosciente”? Ma che è? Il rovesciamento dei valori? Ma come? In un Paese cattolico, dove si deve sempre porgere l’altra guancia e dove ci insegnano a sacrificarci per il prossimo, oggi si leggono parole come queste? Io sono allibita.

 è difficile scagliare la prima pietra sui peccati di avventatezza di due ragazze che hanno seguito l’istinto e inseguito l’avventura.

In ogni caso, dire che le Greta e Vanessa hanno violato ogni regola di prudenza è altrettanto lecito quanto dire che bisogna fare di tutto per riportarle in Italia.

Le due ragazze hanno peccato. Avventate, creature senza ragione, hanno seguito l’istinto e si sono buttate nell’avventura (il fatto che fossero già due anni che Greta e Vanessa lavoravano per il prossimo, in Paesi non facili pare non interessare nulla al giornalista). Hanno anche violato ogni regola di prudenza. Ma che ne sa lui? Ci sarà stato mai, lui, a distribuire farmaci in una zona di guerra? Avrà mai visto la Siria sotto le bombe? C’era, quando le hanno rapite?

Per comprendere il resto del pezzo, ho dovuto, lo ammetto, rileggerlo 4 volte.

Paragoni sminuenti con la Croce Rossa, colpe “politiche” delle due ragazze che “non erano neutrali”, essendosi schierate con i cattivissimi islamici e sul finire…. il complotto! Ma allora, è un romanzo! Non un pezzo di cronaca. Peccato che sia scritto su un giornale che dovrebbe fare informazione ad un popolo dove l’analfabetismo funzionale colpisce il 47% degli Italiani.

Come se fossero due crocerossine. Ma non è così, perché fin dai tempi di Florence Nightingale l’impegno umanitario della Croce Rossa si svolge all’insegna della più totale neutralità tra le parti. Si soccorrono i feriti, di qualunque parti essi siano. Greta e Vanessa invece avevano una convizione politica evidente e negarla significa far torto anche a loro: lo testimoniano senza ombra di dubbio i messaggi su Facebook e le foto in cui posano con la bandiera dei ribelli e scritte che esaltano la «rivoluzione siriana». Anche questo è legittimo. Ma, e lo sanno bene i volontari della Croce Rossa, se indossi i colori di una parte, anche soccorrere i feriti diventa un atto politico. E i rischi aumentano.

Meglio che le ragazze non facciano politica. Anche facendo politica si cacciano nei guai. Insomma, ogni volta che una giovane fa qualcosa che non sia starsene a casa a far la calza, le accade qualcosa di male..malgrado abbiamo più volte visto che sono le mura domestiche ad essere il luogo più pericoloso per le donne!

Ma non è tutto: una recente inchiesta del New York Times ha ricostruito l’incredibile giro d’affari generato dai sequestri di occidentali. Secondo i dati del quotidiano liberal americano, i rapimenti sono diventati la prima fonte di finanziamento per al Qaeda, che ha incassato dal 2008 a oggi la rotonda cifra di 125 milioni di dollari a forza di riscatti pagati soprattutto dai governi per riavere indietro propri cittadini. Nonostante ciò, l’Italia deve comunque fare la propria parte per riavere indietro Greta e Vanessa. Senza però nascondersi che i proventi dei riscatti servono a gruppi estremisti attivi in Siria come al Nusra, per portare avanti una battaglia fatta anche di attentati terroristici, vittime dei quali sono stati anche centinaia di bambini. Accusare di cinismo chi sottolinea questo lato della medaglia ed esaltare l’idealismo di Greta e Vanessa e il loro progetto per curare i bambini, significa compiere una disonesta operazione di semplificazione buonista, che può servire a illudere altri ragazzi. A meno di non essere tra colore che ritengono i bambini uccisi dai ribelli islamisti meno innocenti delle vittime di governativi.

Complottista, razzista e misogino.

Veniamo a Michele Serra, su Repubblica.it che ci fa la grazia di parlar male di coloro che disprezzano Vanessa e Greta, ma non ci risparmia la “paternale”, quel sessismo “buonista” (e razzismo “buonista”, anche) che sminuisce le donne (non solo quelle giovani), viste come “creature di buon cuore, del tutto disarmate e impreparate alla vita”. 

Si trema pensando all’impatto che le due ragazze italiane Greta e Vanessa, libere, gentili e con i capelli al vento, possono avere avuto su certe canaglie bigotte che girano per l’Islam, maschi carcerieri di femmine, giudici di femmine, proprietari di femmine, predoni di femmine. Chi è padre e madre, naturalmente, ha un sussulto protettivo. E anche un moto spontaneo di rimprovero, benedette ragazze, andare in quei posti, e con quei sorrisi, e con quelle volonterose intenzioni, come se la mitezza potesse, da sé sola, bastare a difendere chi solo quella indossa, senza palandrane nere o altre divise che ne occultino la persona. È un ben misero salvacondotto, la volontà di aiuto. Quanto al sorriso, tra quei truci miliziani di Dio, parrà certamente un’aggravante. Ma già si intende (chi ha le orecchie disposte all’ascolto) la risposta che le due ragazze vorrebbero e potrebbero dare, i vent’anni da spendere per qualche nobile ragione, il coraggio da vendere anche se il prezzo è il rischio, non vale rinfacciare ai ragazzi l’indolenza se poi li si rimprovera anche quando partono alla ventura, si aprono al mondo, lo considerano finalmente affidato a loro e non ad altri.

Il pubblico che legge questi pezzi (ed altri) non è certo meglio, a dimostrazione che questicattivi maestri” del giornalismo fanno moltissimi danni, lasciando che emergano i lati più razzisti e misogini degli Italiani.

I cattivi maestri della penna abbiamo avuto occasione di notarli parecchie volte nel descrivere i giovani ma soprattutto le giovani donne che escono dai modelli che gli stessi media hanno preconfezionato per loro.

Forse perché Vanessa e Greta non hanno scelto di affollare i provini per diventare Miss Italia o Veline? Forse perché non sognavano il principe azzurro?

Peccato avrebbero potuto starsene a casa comodamente a cazzeggiare su Facebook , a sognare di diventare concorrenti del “Grande Fratello” a popolare la massa inetta costruita grazie ad un ventennio capeggiato da tv commerciali e da giornali schierati da chi ha forato una generazione di aspiranti soubrette da consumare nelle intense notti di Arcore. Forse avrebbero dato meno fastidio.

Ma cosa hanno fatto di male queste ragazze? Perché non meritano la stessa solidarietà che si è formata attorno alla vicenda dei due marò?

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sessismo

Immagine presa dalla pagina FB: "Raccolta statistica di commenti ridondanti"

Immagine presa dalla pagina FB: “Raccolta statistica di commenti ridondanti”

 

Questi sono i tanti commenti che sono spuntati sotto gli articoli e nelle pagine facebook ufficiali dei quotidiani.

E si commentano da soli, sono terribili.

 

Molti le descrivono come “troie” e questo testimonia quanto siano radicati i pregiudizi sulle donne anche quando lasciano il nostro paese e si occupano di chi è considerato il nostro nemico. La donna come una proprietà del nostro paese, come oggetto sessuale o potenziale vittima per natura, magari sono gli stessi che diffondono luoghi comuni sul presunto trattamento riservato alle donne di quei paesi.

Oppure se sei una donna ti accusano di volerti mettere in mostra e cercare notorietà.

Perché in questo paese ( che non è certo islamico) se sei nata donna devi stare a casa tua e fare la buona moglie.

E’ difficile non leggere del razzismo anti-islamico e sessismo nell’opinione pubblica che ha appreso della notizia del rapimento di Greta e Vanessa, due ragazze che meritano soltanto solidarietà!

 

 

 

 

Fonti: qui, qui, qui, qui, qui

Strega dello Sciliar e Mary

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