Emma Sulkowicz e il materasso dello stupro

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Emma Sulkowicz è al secondo anno di studi della Columbia University.

Il primo giorno di lezioni del suo anno sophomore, Emma è stata violentata nel suo dormitorio. E’ stato un suo compagno di studi.

Da quel momento gran parte del tempo trascorso all’università Emma l’ha speso cercando di convincere docenti, polizia ed amici di essere stata stuprata, che quello che è successo è ufficialmente uno stupro, che non si è inventata tutto, che non se l’è cercata.

Emma è una delle 23 studentesse che ha sporto denuncia per aggressione sessuale alla Columbia, altre due di queste hanno accusato lo stesso studente colpevole della violenza su di lei, ma il ragazzo non è mai stato espulso e le denunce sembrano cadere nel vuoto.

Emma ha scritto un lungo articolo sul Time, in cui dice

Il mio violentatore è ancora nel campus. [...] Ogni giorno ho paura di lasciare la mia stanza. Mi spaventano anche le persone che remotamente assomigliano al mio violentatore. Lo scorso semestre lavoravo nella camera oscura del dipartimento di fotografia. Nonostante il mio violentatore non fosse nel mio corso, ha chiesto permesso al suo professore di venire a lavorare nella camera oscura durante il mio turno.
Ho iniziato a piangere e iperventilare. Finchè è nel campus con me, può continuare a molestarmi.

 

Negli USA le violenze sessuali nei campus universitari sono in aumento e l’indifferenza di istituzioni e colleghi è sempre più dolorosa.

Scrive sempre Emma a proposito della illustre università che frequenta

Penso che l’università sia stata spinta a ritenerlo non colpevole dal fatto che finora la Columbia ha sempre nascosto queste cose sotto il tappeto e nessuno ne è mai venuto a conoscenza. Questo significa che l’amministrazione della Columbia sta dando asilo a violentatori seriali nel proprio campus. Sono più preoccupati della loro immagine pubblica che della sicurezza delle studentesse.

Emma potrebbe risolvere il suo problema solo in un modo: lasciare l’università.
Abbandonare il prestigioso corso di studi di Arte che segue con ottimi risultati e tornare a casa, lontana da quel ragazzo che non solo l’ha violentata, ma ora, impunito, gioca a continuare a spaventarla.

Per fortuna però Emma ha trovato un altro modo per andare avanti, per reagire.

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Una performance artistica per comunicare il peso immenso che quella violenza e poi il rifiuto del mondo ad ascoltarla, le hanno lasciato. Quello che tante donne si portano dietro ogni giorno.

La sua tesi di laurea sulla visual art è diventata una possibilità di performance di protesta. Emma ha iniziato a portare con sè un materasso matrimoniale ovunque andasse nel campus, dalle lezioni agli appuntamenti tra amici.

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Il suo peso, il suo dolore, ora è visuale e visibile, è sulle sue spalle ogni giorno e per gli altri diventa molto più difficile fingere che non ci sia, che non esista. Far diventare fisico un racconto ignorato, un’esperienza a cui si è abbandonate da sole, un isolamento che può diventare spinta a creare e ricrearsi.

Sento come se portassi il peso di quello che mi è successo ovunque io vada.

 

 

Non solo una performance interessante, ma anche lo sprone per tante donne a continuare a rendere evidente il proprio disagio, il proprio trauma, invece di nasconderlo sotto chili di frustrazione.

 

 

Pop post di fine estate. Beyoncè: femminismo vs. girl power

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Un post pop di fine estate ci vuole.
Così viene la voglia di parlare di Beyoncè e della sua performance agli Mtv Video Music Awards di qualche giorno fa.
La cantante si è esibita per 20 minuti in un medley canterino tra coreografie, luci, proiezioni e costumi sfavillanti.
Verso la fine della performance sullo schermo alle sue spalle è apparsa la scritta “Feminist” e una voce ha descritto il concetto di femminista.
Anzi, la voce inizia dicendo

“Insegniamo alle ragazze che non possono essere “sexual beings” [ndr. vivere la loro sessualità in maniera spregiudicata ] come fanno i maschi.
Insegniamo alle ragazze a diminuirsi per rendersi più piccole.
Diciamo alle ragazze: “puoi avere un’ ambizione, ma non troppa”, “dovresti ambire ad essere di successo, ma non troppo di successo, per non intimidire l’uomo”.”

Poi appare la scritta  “FEMINIST” e la voce continua

“Femminista.
Una persona che crede nella parità sociale, politica ed economica tra i generi sessuali”

 

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E via con la polemica. Non solo negli USA, ma anche in Italia.

Il problema, in sintesi, è: può una che fino a due minuti prima si è dimenata su un palco mezza nuda, cantando e ballando, poi dichiararsi femminista?

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E poi: può una che canta quelle canzoni, tra cui tale “Bow down bitches” poi dirci che cos’è il femminismo e cosa diciamo o meno alle “ragazze”?

Onestamente, non avremmo mai pensato di dedicare un post a Beyoncè e al suo personale concetto di femminismo, ma sono sorti due motivi per farlo.

Numero 1. Il femminismo pop è alle porte.

We-can-do-it-beyonceE non è detto che sia sempre un male, nonostante c’è chi lo osteggerebbe fino alla morte.

Di come le tematiche legate ai diritti delle donne, o dei gay, siano strumentalizzate da marketing e show business ne abbiamo già parlato a proposito del mito della real beauty e di quanto si tratti solo di un trend pubblicitario che difficilmente cambierà la situazione femminile nel mondo. Allo stesso modo, sicuramente Beyoncè avrà i suoi motivi di immagine per dirsi Feminist sul palco di uno dei premi musicali più seguiti al mondo.
Nonostante questo, vedere la parola Femminista in un contesto così lontano dalle aule dei collettivi e i blog e i giornali e i festival di nicchia, potrebbe avere i suoi risvolti positivi. Soprattutto se accompagnato da una descrizione che non ne fuorvia completamente il senso. Soprattutto se l’anno scorso la performance chiave dello show era stato il twerking di Miley Cyrus ( ma per fortuna ora è la fidanzatina d’America ).

La parola “feminist” potrebbe addirittura arrivare alle ragazzine di #Idontneedfeminism e magari convincerle con il volto pop della questione a non girarsi dall’altra parte la prossima volta che una professoressa, amica, madre, scrittrice o che si definirà tale.
Oppure possiamo fare finta che Beyoncè non sia una pop star amata soprattutto da giovanissime fan e continuare ad ascoltare Claudio Lolli convinte che sia ancora un fenomeno da adolescenti.*

Numero 2. La coscia è antifemminista.minigonna

Lasciando perdere per un attimo l’affaire Beyoncè, una delle motivazioni dell’ira verso la cantante è legata al fatto che prima di dichiararsi femminista, ballasse scatenata in abiti succinti, con coreografie sensuali e pose ammiccanti.
Quindi una spogliarellista non può essere femminista. Una ballerina di burlesque nemmeno. Anzi, minano il mio femminsimo puro.

A meno che non ci si spogli per chiedere fondi contro la violenza sulle donne, insomma, non si possono mostrare le cosce.

Non capisco perchè questa performance in sè sarebbe antifemminista, non capisco perchè cantare e ballare bene e in abiti succinti sarebbe contro le rivendicazioni femministe, non capisco perchè una spogliarellista dovrebbe minare il mio femminismo, figuriamoci Beyoncè.

Sarò banale.
Ma il femminismo non prevede che si possa fare quel che diamine si vuole del proprio corpo e della propria persona, nel rispetto di sè in quanto donna?
Non sarebbe meglio constatare che nella vita ognuna può ballare e cantare quanto nuda vuole se questo non la rende un oggetto sessuale passivo, se non prevede uno svilimento della sua persona?
Se è una libera scelta, e giudicando dai milioni di Beyoncè non c’è dubbio, davvero dobbiamo ancora ostracizzare un balletto osè?

Per lo stesso criterio, per essere femminista non dovrei mettere minigonne inguinali per strada.

Non sarà che essere femminista prevede il potersi mettere miniminigonne e pretendere di non essere molestata per questo?

Cito Femminile Plurale:

Se da un lato credo sia positivo che in uno show musicale probabilmente andato in onda in prima serata e seguito prevalentemente da spettatrici molto giovani compaia a caratteri cubitali la scritta ‘femminismo’ connessa ad una personaggio pubblico glamour e di successo, dall’altro è a mio avviso lampante  la volontà di svuotamento di senso della parola per un effetto maggiormente rassicurante e, appunto, politicamente corretto.
La prospettiva che emerge dalle affermazioni e dai testi delle canzoni di Beyoncè appare più come una sorta di richiesta di “potere alle ragazze” del tutto estrapolata dal contesto che come una presa di posizione (e di coscienza) meditata.
Ma i femminismi sono tanti e ognuna può essere femminista come vuole, si sa.
Infatti qui non mi interspice girls girls poweressa appoggiare o contestare il femminismo di Beyoncè, ma fare una riflessione più ampia.

Questa richiesta di “potere alle ragazze”, quindi all’autoaffermazione ma anche all’autostima e alla considerazione che le ragazze e le donne debbono avere di sé, è molto bella, giusta e sicuramente utile, ma non ha senso senza la parte decostruttiva che analizza il sistema in cui viviamo e che ce lo fa comprendere, appunto, per combatterlo meglio. Questa pars destruens è un aspetto tipico della presa di coscienza femminista ed è assolutamente necessaria per una lotta che sia per tutte e che sia reale.

Inoltre, questa richiesta di potere innocua, senza analisi, può condurre  all’effetto contrario. Se si incoraggiano le donne a prendere il loro spazio, a rivendicare il proprio valore, se si insegna alle ragazze che possono fare quello che vogliono nella loro vita, ma poi tali desideri non vengono realizzati perché ci sono condizioni economiche e sociali che lo impediscono ma di cui non si parla non andiamo ad incrementare il pregiudizio negativo dell’incapacità o dell’inferiorità delle donne?

Il “girl power”  è qualcosa di  assolutamente innocuo perché non solo non modifica ma nemmeno nomina il sistema sessista in cui viviamo e che è causa l’ineguaglianza.

 

Di fatti, Beyoncè è innocua. Così come le pubblicità sulla bellezza naturale. Non cambierà una virgola della condizione delle donne nel mondo perchè non questiona il sistema economico in cui viviamo ( anzi! ), ma ne chiede semplicemente un volto più attento a certe tematiche.
Il femminismo con Beyoncè è totalmente prepolitico ( c’era bisogno di sottolinearlo? ), diventa fenomeno di costume.
Il punto è che anche le sedicenti femministe “vere” spesso non si interrogano sulle strutture da modificare, ma semplicemnente pontificano, scrivono, denunciano, si indignano, senza voler cambiare una virgola del sistema economico in cui sono perfettamente inserite.
Beyoncè è la conseguenza, non la causa, dello svuotamento della parola Femminista.
E la causa non risiederà tra tutte quelle intellettuali che hanno sdoganato il femminismo capitalista, quello di partito, quello di Stato.

Se non si mette in crisi quello che impone la disparità di genere, se continuiamo a lavorare superficialmente su immagini perfettamente assorbibili dal mercato e dal sistema economico che lo manovra, la condizione femminile diventerà molto più glamour, ma avremo comunque il patriarcato a battere le mani a Beyoncè e tutte le altre.

Detto ciò, tocca riprendersi con Rebel Girl per smaltire tutti i lustrini di emmetivì

* Non me ne vogliano i fan di Claudio Lolli, è preso ad esempio solo perchè è quanto di più lontano possa interessare alla fan media di Beyoncè.
Viva Claudio, sempre.

 

Moda e Violenza. The Wrong Turn: lo stupro ti fa bella.

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Violenza e moda sono legate a doppio giro. Sia perchè la moda sfrutta il tema della violenza sulle donne per vendere magliette, mutande, braccialetti, sia invece perchè  la violenza diventa accessorio glamour di bellissime vittime di assassini e stupri.

Dolce-and-Gabbana

Il pericolo è sensuale, eccita, apre immaginari erotici.
Ma nelle foto “di moda”, c’è solo l’ estetizzazione di una violenza che diventa essa stessa prodotto, banalizzazione della violenza vera, tanto simile, ma per niente attraente. Quella stessa, volgare, estetizzazione retorica della violenza che opera la televisione di intrattenimento giornalistico, l’infotainment, in merito a femminicidi, stupri e aggressioni reali.

Nel post “Estetizzazione e banalizzazione della violenza“, Enrica giustamente scriveva

Un uso strumentale e spettacolarizzato della violenza danneggia le donne.
Le danneggia tutte, perché la violenza non è un fatto privato, ma nello stesso tempo non è nemmeno un prodotto, non è nemmeno un vessillo da sbandierare per farsi campagna elettorale, non è niente di cui si possa fare un uso strumentale.

Entrati nei grandi circhi mediatici femminicidi, stupri e violenze diventano dibattiti da salotti del pomeriggio, dove tra le foto delle “famose” in vacanza e l’intervista alla vip semisconosciuta che racconta come sia tornata in forma dopo la gravidanza e quanto l’esperienza della maternità l’abbia fatta sentire veramente donna, compare il servizio sul femminicidio, solitamente quello che ha avuto maggiore risonanza mediatica, e tra lo psichiatra che sforna diagnosi, Alessandra Mussolini che invoca le forche, la telecamera che si sofferma sulla maschera di dolore sul viso della conduttrice per poi scendere indugiando sul suo tacco 12, va in scena la “banalità del male”.

Violenza glamourizzata nelle riviste di moda, violenza per fare audience, violenza spettacolarizzata per saziare gli istinti voyeuristici di un pubblico sempre più affamato di particolari macabri. Questa è pornografia. Ma di quella brutta.

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E’ di pochi giorni fa il servizio fotografico “The Wrong Turn” del fotografo indiano Raj Shetye, che ritrae una donna attraente ed elegante su un autobus, aggredita e molestata da vari uomini. Un servizio che evidentemente rimanda al caso di stupro di Nuova Delhi del 2012, quando una studentessa di 23 anni fu aggredita e seviziata da 4 uomini su un autobus. La ragazza morì in ospedale per la gravità delle ferite riportate. Oggi il suo ricordo echeggia inquietante nelle foto glamour di Shetye.

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“The wrong turn”

“Non è basato sulle vicende di Nirbhaya [ pseudonimo della vittima, ndr ]“

ha dichiarato il fotografo a Buzzfeed

“Non intendevo rendere glamour l’atto, che in sè è stato molto cattivo. E’ solo un modo di gettare luce su quanto accaduto. [...] Il messaggio che volevo dare è che non importa chi sia la ragazza, o a quale classe appartenga, può succedere a tutte”

Sono in molti però a trovare poco credibili le parole di Shetye, che di certo non ha realizzato una campagna contro lo stupro, ma un servizio fotografico di alta moda sfruttando canoni radicatissimi di commistione tra fashion e violenza.
Uno dei primi a prendere parola è stato Vishal Dadlani, direttore musicale di Bollywood, seguito poi da innumerevoli tweet e commenti sui social network.

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Ho per caso appena visto un servizio di moda che ritrae lo stupro di Nirbhaya a Dehli? Disgrustoso!! Spero che tutti i responsabili muoiano di vergogna! Insentibili porci!

india

Il fotografo: “hey ragazzi, penso che non si sia prestata abbastanza attenzione al caso di Nirbhaya. Facciamo un servizio fotografico e rendiamo tutto molto glamour!”

Questo non è certo il primo servizio di moda ad usare la violenza per attirare l’attenzione o, per dirla con le parole dei fotografi più quotati, per creare delle contraddizioni tra la bellezza degli oggetti e l’orrore del sangue.
Vogue Italia realizzò un servizio dal titolo “Cinematic”, per cui fu accusata di filtrare immagini di violenza domestica attraverso le lenti del cinema. Le foto ritraevano delle modelle morte in maniera violenta nelle loro case. Il video di accompagnamento, un piccolo spot horror, mostrava una modella in fuga da un maniaco omicida, alternata ad un altra donna, morta, a gambe spalancate.

http://www.youtube.com/watch?v=t5BtJV-KtgMImmagine VIOL

Anche in questo caso, il servizio fotografico è stato giustificato come mezzo per sensibilizzare e far parlare di un tema caldo come la violenza sulle donne. Dice Franca Sozzani di Vogue Italia al Corriere della Sera

Ho pensato che proprio la moda, un mondo così mediatico e che sembra avulso da questioni sociali così tangibili e note, potesse supportare, o meglio dovesse supportare la lotta contro questo fenomeno sempre più comune

Ma in che modo estetizzare e rendere seducente la violenza può aiutare a cambiare il sistema culturale che alimenta, se non genera, la violenza stessa?

Solo in Italia, in questo ambito abbiamo vari esempi illustri: c’è stato il calendario Pirelli con lo stupro di gruppo sulla bella modella nera, il calendario delle studentesse,
la pubblicità del panno che rimuove le tracce dello stupro, e poi la pubblicità di Dolce e Gabbana con la modella immobilizzata a terra da un gruppo di uomini,
quella di Sisley con la modella legata, la faccia contrariata, il volto sfatto.

Lo violenza sulle donne è estremamente di moda, in tutti i sensi.
Eppure, il servizio fotografico indiano di questi giorni supera un limite che forse era rimasto ancora invalicato. Ritrarre una violenza non solo pornografica, voyeuristica, ma davvero avvenuta. E che ha persino provocato la morte della donna ritratta.

Il fotografo sostiene che non si tratti direttamente del racconto di quei fatti, ma un’ispirazione diretta alla vicenda è innegabile, se non scientemente ricercata.

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L’industria della moda e tutto ciò a cui questa è correlata, cosmetica ed estetica in genere, è quella che più direttamente vive delle fascinazioni che riesce a creare sulle donne di tutto il mondo.
Così impone criteri estetici fuorvianti, fatti per lo più di photoshop, privi di imperfezioni, di carne, di pelle.
Le donne sono tutte lucide grazie all’airbrushing, tutte simili grazie all’ambizione della taglia zero e all’esclusione dei corpi non normati.
Le campagne contro l’imposizione di canoni estetici artefatti e poco realistici, servono sempre meno, considerando la scarnificazione costante dei modelli femminili.
Dalla taglia zero, alla taglia doppio zero, nata circa otto anni fa, arriviamo alla triplo zero, tramutando l’ossessione della magrezza di milioni di donne in una corsa ad entrare nei vestiti più fashion pensati solo per “super skinny”.

Tutto in nome dell’ambizione di piacere. Non a se stesse, ovviamente.

Per il bisogno indotto di entrare in un vestito si può diventare anoressiche, per quello di mettere tacchi altissimi, capaci di distruggerci postura e ossa, si può arrivare ad amputarsi i mignoli.

Si può trovare attraente la violenza su noi stesse per assecondare un gusto che abbiamo introiettato chissà da chi.
Possiamo ossessionarci per tutta la vita per assomigliare a modelle di plastica, modificate, che mai rispetteranno completamente l’immagine, seppur bellissima, di quella stessa donna nella realtà. Possiamo decidere di lasciarci escludere perchè qualcuna è grassa, qualcuna è bassa, qualcuna non è mai abbastanza magra e alta oppure è vecchia o ha delle disabilità.

Oppure potremmo pensare a quello che queste immagini sono realmente.

Manipolazioni delle identità.
Imposizioni di un modello unico, irraggiungibile, capace di farci spendere centinaia di euro per cercare di assomigliarvi.
Narrazioni di violenze e abberrazioni rese eleganti e di moda per educarci a piacere sempre, anche durante uno stupro, anche da morte.

Guardate in macchina, continuate a sorridere, click. Bellissime.

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