La costruzione sociale e mediatica della “madre del mostro”. Oltre le lasagne c’è di più

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Abbiamo parlato solo ieri della costruzione mediatica e sociale del “mostro”. Quel mostro così lontano da noi, così arcano e innaturale, che ci piace tanto tenere distante dalla nostra quotidianità. Quel “mostro” a cui, però, bisogna riconoscere sempre e comunque delle attenuanti che possano spiegare la “lucida follia” di cui parlano i giornali, soprattutto quando ad essere uccisa è una donna, moglie o sconosciuta che sia.

E anche di questo abbiamo scritto nel nostro articolo. Di come la colpa possa essere addossata ad una “moglie che opprime” o una “donna che seduce”.

E dopo la vita di mogli, compagne, ex, amanti, partner occasionali che i nostri giornali hanno scandagliato per trovare la benché minima giustificazione nei confronti dei delitti commessi dai loro omicida, cercando di dimostrare come fossero opprimenti e asfissianti oppure dominati e promiscue, non poteva certo mancare l’invettiva contro le “madri dei mostri”, tirando fuori ancora una volta la malattia mentale e i demoni.

E questa volta a cercare una spiegazione per situazioni che si inseriscono perfettamente nel sostrato culturale misogino del possesso è una donna, o meglio una “madre”. Una “madre” che vuole sviscerare le responsabilità delle “madri” (e i padri ovviamente non esistono, non vengono nemmeno nominati).

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Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

Ed ecco che le donne vengono rappresentate come nuore e suocere pronte a scannarsi per “la supremazia del territorio”, a contenderselo in modo che se ne decreti la vincitrice. E a contendersi di conseguenza anche l’uomo italiano. Un uomo completamente in balia di queste figure femminili, che passerebbe dalla “tutela” dell’una a quella dell’altra, come un essere senza la capacità di intendere e di volere, o un bambino continuamente bisognoso di cure e attenzioni.

E infatti “chi conosce meglio di una madre (mettiamolo in grassetto per sottolinearlo meglio, ndr) cosa passa nella mente di un figlio?”. E certo, che abbiano “cinque, dieci o quarant’anni” le madri saranno loro tutrici, perché “la mamma è sempre la mamma” e la mamma “sa” e “dovrebbe essere la prima a comprendere”.

Quindi, perché questi uomini non sono stati “instradati” prima da queste madri? Perché non sono stati intercettati per tempo, nel loro “disagio profondo” da queste mamme inette?

Come mai queste donne non sono state per gli uomini che hanno cresciuto “interlocutrici attente”, in modo tale che i loro figli senza ratio e senza volontà venissero “in qualche modo fermati” per tempo?

Perché queste madri hanno lasciato che i loro figli maschi potessero arrivare a commettere un omicidio?

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Una madre di figli maschi lo sa. Ha il dovere “da madre” di mettere il figlio sotto la sua ala protettrice (più che con le figlie femmine, certo, perché il maschio – che lo si dice a fare – ha più bisogno di attenzioni e di cure). Vi è un chiaro “obbligo morale”  di guidarlo.

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La madre ci sarà. Sempre. Sarà sempre pronta e disponibile alle esigenze del figlio maschio. Anche quando “il suo mondo crollerà e una donna gli spezzerà il cuore”.

Perché mamme, vedete, le lasagne che cucinate sono buone ma servirle di domenica al vostro figlio maschio non è sufficiente. Oltre a fare da cuoca e da sguattera si hanno altri doveri morali nei suoi confronti, tra cui quello di tutelarlo dall’eventualità che possa arrivare a commettere un omicidio.

E mentre la nostra mamma ci chiama ad interrogarci come “mamme di maschi”, in un cortocircuito logico in cui la premesse sociali sessiste dovrebbero essere combattute con altrettante premesse sessiste, i giornali stanno scandagliando la vita della mamma del presunto assassino di Yara.

Un test del dna è divenuto pretesto per creare una morbosità da soap opera pomeridiana, sciacallando su una tragedia e scavalcando privacy e diritti di una famiglia. I nostri giornali ora si chiedono come proteggerà la mamma di Bossetti l'”onorabilità della famiglia” e la figura sacra della madre di famiglia.

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Fonte: Il Giornale

Come leggiamo, i tre anni di “orrendo segreto del figlio” passano in secondo piano rispetto ai 44 anni in cui la donna avrebbe “occultato una drammatica verità”. E allora tutti giù a sviscerare, analizzare, indagare per capire come una madre, “la madre”, non fosse il prototipo di mamma italiana pura, casta e devota a marito e figli. Eccoli, tutti i quotidiani che cercano il dettaglio più scabroso, che improvvisano articoli che farebbero invidia alla sceneggiatura di una telenovela, ipotizzando stati psicologici e sensazioni dei “protagonisti” di quella che, purtroppo, non è la trama di un film.

Vorremmo capire che cosa c’entra tutto questa morbosa curiosità con il dato di fatto che interessa ai magistrati per portare avanti il loro lavoro. Cosa interessa ai giornali cercare di capire se e come a letto, con quell’uomo, ci sia andata davvero e quale bisogno abbiano di definire una vita “fondata dalle bugie”. Come si può andare a scrivere, senza rispetto alcuno per una famiglia e le persone che la compongono: Ingannava i gemelli ogni volta che nominava il «papà». Fingeva ogni volta che con parenti e amici sottolineava le somiglianze con il genitore. Ha tradito il povero Giovanni non soltanto quando andava a letto con Giuseppe Guerinoni, ma anche dopo che quell’avventura è finita, e le sue giornate a fianco del compagno sembravano normali e felici.Ci vuole più coraggio per affrontare la verità che per dissimularla. Ed Ester Arzuffi ha scelto la menzogna come sua compagna di vita in un intrico di segreti familiari esplosi assieme.”

Ma certo, “la mamma è sempre la mamma” e sovvertire la “mistica della maternità” è sempre  una buona occasione per fare del sensazionalismo ed acchiapparsi qualche click in più, fino quasi ad attribuire – come succede tra i commenti – la colpa dell’omicidio alla madre, poiché “se non avesse commesso adulterio ora quell’uomo non esisterebbe”.

Madri attente, madri psicologhe, madri devote. Madri caste e pure. Da una parte. E le “madri dei mostri” dall’altra.

La costruzione sociale del “mostro”: tra sciacallaggio mediatico, sfascia-famiglie e linciaggio collettivo

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Un uomo di 31 anni uccide la moglie, sua figlia di quasi 5 anni e suo figlio di 20 mesi. Simula una rapina aprendo la cassaforte, prelevando i pochi contanti presenti e mettendo a soqquadro la casa. Dopo di che si fa una doccia, esce di casa, butta l’arma con cui ha compiuto gli omicidi (un coltello) in un tombino e si reca in un bar a guardare la partita dei mondiali di calcio con gli amici.

Sembrerebbe una situazione paradossale, al limite del grottesco, ma è quello che è successo sabato sera — mentre milioni di persone si preparavano per assistere alla partita dell’Italia — in una casa a Motta Visconti (Milano).

Inizialmente, si è parlato di rapina, così come aveva tentato di inscenare lo stesso omicida. Il sindaco della cittadina infatti aveva dichiarato:

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dpuf

E’ da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza

In molti già urlavano al rapinatore — possibilmente extracomunitario.

Ma, per l’ennesima volta, la tesi dell’uomo nero, dello sconosciuto, del folle maniaco omicida che entra in casa e ammazza donne e bambini, non ha retto.
Come più volte abbiamo potuto constatare, da quando la violenza sulle donne è passata al centro di molti dibattiti, il pericolo spesso ha le chiavi di casa, si nasconde perfettamente tra le mura domestiche e nelle cossidette “famiglie felici”.

La notizia è rimbalzata da giornale in giornale e, come al solito, per creare più pathos e mistero, per stuzzicare quella curiosità un po’ morbosa di alcuni lettori, i giornali, prima ancora che si chiarisse la vicenda e venissero a galla dettagli importanti e quindi i-il resposabili-e, hanno riportato le impressioni di conoscenti e vicini con  le solite frasi di circostanza per addossare, velatamente, la colpa ad un possibile estraneo:

Era una famiglia felice.
Andavano in chiesa e in oratorio.
Non c’erano liti.

 

Inoltre, dopo anni di discussioni e analisi i giornalisti non hanno ancora ben chiaro come si scriva di violenza sulle donne, di una vicenda così efferata, in maniera corretta.

Dettagli macabri e inutili, sciacallaggio su scatti di vita privata, giustificazioni sottointese all’assassino (clicca sulle immagini per ingrandire):

 

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dE’ Da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza
  •  “era stanco”
  • “immaturo”
  • “invaghito di un’altra”/ “amava un’altra”
  • “un caso di anestesia affettiva”
  • “si sentiva oppresso”
  • “si sentiva inadeguato rispetto al carattere dominante della moglie” (qui l’anacronistica e strumentale intervista)
  • “travolto dalla passione per una collega”
  • “guidato da una “lucida follia”
  • “movente passionale”

La cosa che ci ha lasciate ancora più perplesse sono stati, come al solito, i commenti; questa volta però non quelli che solitamente si vanno a scatenare sotto ogni quotidiano ma sulla nostra stessa pagina.

E’ stato un duro colpo leggere sulla nostra pagina, la pagina di un blog che da anni è attivo e cerca di innalzare il livello di consapevolezza sulle tematiche di genere, questi commenti:

Dal linciaggio in pubblica piazza alle imbarazzanti e strampalate tesi di un individuo che scimmiotta e cita scrittori non rendendosi neanche conto di quello che scrive. E poi, ancora, diverse persone descrivono l’efferato omicidio come il gesto di un folle. Praticamente sono venuti a scrivere sulla nostra pagina quello contro cui, tra le altre cose, ci battiamo da anni.

Come abbiamo scritto sulla nostra pagina fb: non esiste alcun mostro, nessun animale e nessuna follia.

Anche sulle altre bacheche i commenti si sono sprecati:


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Si parla ancora di malattia mentale, quando nessun dato di realtà e nessuna perizia parlano di problemi psichiatrici, quando il delitto era premeditato da una settimana. Si reputa scontato che l’odio possa portare ad uccidere la moglie (un’estranea). Si tirano in ballo assurde teorie sull’impossibilità di individuare una matrice culturale per questo omicidio poiché la donna, in quanto madre, doveva garantire la sopravvivenza della “tribù”.

Ogni anno più di cento donne perdono la vita per mano di mariti, ex, compagni. Non possiamo ancora pensare, dopo anni di discussioni, analisi, attivismo e impegno che questi episodi siano gesti isolati di folli.

Non possiamo ancora ignorare il significato della parola “femminicidio” perché le donne ammazzate iniziano ad essere tante, troppe, per considerarle semplicemente vittime di un folle o di un raptus.

Non possiamo scaricarci la coscienza, neutralizzare la responsabilità collettiva addossando le colpe al singolo, all’autore del gesto o, ancora peggio, alla vittima stessa della violenza.

 

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Anche questi commenti erano nella nostra pagina FB e dimostrano molto chiaramente quanto ancora sia  radicato e persistente l’atteggiamento di colpevolizzare della vittima (o victim blaming). E non solo. Oltre alla vittima, è stata colpevolizzata anche la collega dell’assassino, rea di avere “istigato” l’uomo, di aver “provocato” in lui, un uomo perbene, sposato e con figli, una passione totalizzante e accecante. Torna, insomma, il caro e vecchio concetto della “sfasciafamiglie”.

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D’altronde, come possiamo pretendere che si innalzi il livello di consapevolezza tra la gente se i giornali, ovvero coloro che informano e di conseguenza  formano opinioni, per primi divulgano la vicenda addossando, in maniera sottintesa, la colpa alla collega?

Gli ha detto di no quindi è colpevole di avergli fatto perdere la testa, di avergli fatto scattare la “follia omicida“. Se gli avesse detto di sì, sarebbe stata doppiamente colpevole, perché c’è sempre una “malafemmina” da incolpare, quella che provoca il maschio di turno e ruba il marito altrui. Colpevole di non aver riferito le avances e le pressioni, che riceveva da quel suo collega, ai superiori. I giornali ne parlano come se fosse una cosa del tutto nuova, ma è praticamente quello che succede alla stragrande maggioranza di donne nell’ambito lavorativo di ricevere avances, proposte non desiderate e pressioni da superiori e/o colleghi che possono non essere raccontate per le più svariate ragioni, tra cui evitare mobbing, ripercussioni o magari non perdere il posto di lavoro. Che importa se la stessa lavorava lì da poco e dei motivi per cui ha evitato di raccontare (decisione su cui, per altro, non si capisce bene come ci si potrebbe mettere a sindacare). Lei in qualche modo è colpevole. Colpevole semplicemente di esistere, praticamente.

Se  il lettore medio si trova davanti uno degli articoli da noi screenshottati più in alto – tenendo presente che non tutt* possiedono i giusti mezzi e un grado di senso critico sufficiente – tenderà a pensare che l’assassino non è altro che un uomo accecato d’amore per questa donna che lo rifiutava perché sposato e che, disperato, ha commesso un folle gesto per farsi accettare da quest’ultima.

Da tempo, grazie anche all’analisi del linguaggio dei media e giornalistico che portiamo avanti con il blog, ci siamo rese conto che l’avvento del giornalismo online,  per aumentare click, non ha fatto altro che seminare sensazionalismo, scatenare sentimenti forcaioli, un interesse morboso e l’ incapacità di analizzare e commentare con lucidità  i fenomeni, che siano di cronaca, di attualità o di politica.

La funzione sociale del giornalismo è importantissima perché, come abbiamo scritto sopra, non si limita ad informare ma anche a formare l’opinione dei lettori e, più in generale, della società.

Qualche ora dopo la notizia della confessione dell’omicida di Motta Visconti, il ministro degli Interni Angelino Alfano ha annunciato pubblicamente l’avvenuta individuazione dell’assassino di Yara Gambirasio, complimentandosi con le Forze dell’Ordine: “Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio”.

Sembra incredibile che un ministro degli Interni abbia davvero pronunciato simili parole in uno stato di diritto, in cui vige la presunzione di innocenza e “assassini” si è dichiarati – eventualmente – dopo tre gradi di giudizio. Ma così è andata, Alfano non ha perso l’occasione propizia per metterla sul piano securitario, ignorando ancora una volta le questioni a monte di tali fenomeni, e i giornalisti non si sono certo lasciati scappare la ghiotta occasione di “rastrellare” quanti più click possibili. Piatto ricco mi ci ficco. E così sono comparse (in ordine sparso):

  • accurate indagini psicologiche sulla personalità del (presunto) assassino, svoltesi sulla base delle foto e degli status FB con privacy pubblica, come se qualche irrilevante post sul social network potesse svelare chissà quale arcano mistero: “Nell’antitesi tra le fotografie di famiglia e le volgari battute sul sesso, tra i primi piani d’una delle sue bimbe dolcemente addormentata e l’amicizia con una ragazza che si mostra in reggicalze, e ancora tra l’adorazione per i cagnolini di strada portati a casa e inni alla vita da balordo” (qui);

 

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  • gallery di foto;

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  • sondaggi sulla sua colpevolezza o innocenza;

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  • giochi alla “indovina chi” per ottenere più click possibili e la gioia degli sponsor pubblicitari;

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Entrambi questi casi ci parlano della costruzione sociale e mediatica del “mostro”.

Una figura arcana, sfuocata, tanto diversa da noi, dalla nostra quotidianità, dalla nostra vita, dalla realtà.

Qualcuna, qualche decennio fa, parlava di “banalità del male”. Ci si aspetta di trovare, in colui che ha ucciso, il mostro, il folle, l’invasato. Invece si trovano persone mediocri e terribilmente normali.

L’opinione pubblica parla di “mostro” perché è rassicurante e ci fa perdere di vista il fatto che quel “mostro” possiamo essere anche noi, o che molto spesso abita con noi e non ha gli artigli, non sputa fuoco, non impazzisce all’improvviso, ma è assolutamente “normale”. Nessuna malattia mentale. Nessun raptus. Gli assassini non sono alieni, sono nati e cresciuti nella nostra società, da cui hanno appreso valori, modi di pensare, priorità.

Il giornalismo lo fa per montare il caso, per sciacallare sulla tragedia e cibarsi di audience in modo famelico. Noi ci sentiamo rassicurati, così lontani, così diversi da loro. Alfano è soddisfatto, perché gli atteggiamenti securitari (poco importa della presunzione di innocenza e della privacy della famiglia coinvolta) parlano alla pancia della gente e creano facile consenso.

Mostri, alieni, bestie da incatenare ed allontanare dalla nostra società perbene. Ma in che mondo?

Si individua “il mostro”, l’alieno e gli si augurano le cose peggiori, le stesse che gli si contestano, meravigliandosi del fatto che le abbia commesse, in un totale cortocircuito logico e culturale.

 

Fonti : 1 ; 2 ; 3 ; 4 ; 5 ; 6; 7

 

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dpuf”E’ da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza”

La Stampa approva gli stupri di massa in Bosnia?

Pochi giorni fa tantissime donne sono scese in piazza contro gli attacchi alla 194 e contro la situazione nella quale le donne si trovano quando decidono di interrompere una gravidanza. La stampa italiana non solo ha fatto passare l’evento in sordina ma proprio il giorno dopo in cui tante donne si sono recate in piazza per rivendicare il diritto ad interrompere la gravidanza, su un giornale nazionale, La Stampa, è apparso questo titolo:

“Come in Bosnia per le donne violentate la gravidanza è un dovere”

Si tratta di un’intervista che Giacomo Galeazzi avrebbe fatto al Cardinal Sgreccia, il quale esprime il suo dissenso verso le donne violentate che intercorrono la strada dell’aborto, citando gli stupri etnici delle donne in Bosnia, che venivano violentate in massa secondo un “piano” volontario, una sorta di campagna per generale la razza perfetta serba. Quegli stupri di massa, infatti, non avvenivano per caso tanto da essere considerato un olocausto contro le donne.

La guerra di Bosnia non solo ha insegnato che le donne continuano ad essere considerate dalle truppe e dai loro genera alla stregua di un “premio di guerra” ma lo stupro veniva utilizzato come strategia per cancellare un popolo attraverso la fecondazione delle donne musulmane, costringendole a mettere al mondo figli appartenenti all’etnia serba.

Tantissime le testimonianze delle vittime dell’ ex Jugoslavia che hanno subito queste atroci violenze, donne che non potevano nemmeno abortire perché erano in guerra e non avevano un’assistenza medica e psicologica adeguata, per non parlare di un sussidio economico. Ma soprattutto perché molte di loro venivano tenute prigioniere fino al parto. (Fonte Qui)

Non solo donne ma anche ragazzine che una volta incinte si suicidavano o venivano emarginate, ripudiate. Chi ha pianificato gli assalti sessuali conoscevano molto bene i valori morali e culturali delle vittime di stupro e del contesto in cui vivevano. Sapevano che tipo di reazione avrebbe provocato l’atto di stupro nella vittima ma anche nel suo ambiente più prossimo: presso i familiari, i parenti, i vicini di casa.

Molte volte venivano torturate fino ad essere uccise. Le violenze sessuali alle quali venivano sottoposte erano atroci e cruente o  stuprate con la canna dei fucili e poi ammazzate. Tra loro anche bambine. Alcune testimonianze.

I soldati serbi presero donne incinte e squarciarono loro il ventre, pugnalando i loro bambini […] Ragazze di sedici e diciotto anni furono stuprate di fronte ai loro padri e fratelli. Due di queste ragazze, tra loro sorelle, si suicidarono dopo aver subito lo stupro (RTE, 4 maggio 1999).

“Un’altra vittima di Milan Lukić, la signora Bakira Hasečić, fu tenuta prigioniera nell’albergo “Vilina Vlas”, vicino alla città Višegrad, in Bosnia Orientale. In un rapporto delle Nazioni Unite si precisa che al “Vilina Vlas” erano detenute e maltrattate circa 200 donne. La maggior parte di loro furono uccise o sono scomparse. “Ci tenevano tutte chiuse nelle stanze. Ogni tanto ci buttavano un pezzo di pane che prendevamo con i denti perché le mani erano legate con le corde. Ci slegavano solo per stuprarci”, ha testimoniato la Hasečić”. 

[...] Non era difficile raccogliere le testimonianze. Gli stessi stupratori, infatti, si vantavano delle loro azioni. Norman Cigar, nel suo libro “Genocide in Bosnia: The Policy of Ethnic Cleansing”, scrive che “i paramilitari serbi della città di Gacko, in Erzegovina, si vantavano in pubblico di quello che facevano alle donne bosniache. Cantavano: Muslimanka sva u krvi, srbin joj je bio prvi, cioè la donna musulmana tutta insanguinata, il serbo è stato il primo per lei. Lo stesso gruppo si vantava di aver stuprato in gruppo una ragazza musulmana di tredici anni, di averla attaccata su di un carro armato e poi di aver circolato per la città finché della ragazza non era rimasto niente più che uno scheletro” (fonte Qui)

“Le famiglie di Sarajevo e delle zone vicine cercano le loro ragazze, che vengono restituite soltanto quando la maternita’ e’ avanzata.[...] Non sanno cosa le attende. Se parole di comprensione, oppure una porta chiusa. Non un lavoro, non una famiglia, non un marito, nessun altro figlio. Il problema non e’ il parto. Ma il dramma psichico. Alcune sono impazzite e vagano sulle montagne. Una ragazza, violentata da trenta uomini, e’ ricoverata in preda alla follia. Nei corridoi di questa Maternita’ , dove non compaiono alle porte fiocchi rosa o azzurri, il momento delle doglie e’ tragico. Perche’ nessuna di queste donne accetta un figlio frutto di una tragedia. E quando il piccolo nasce, i medici sono accolti con urla se tentano di far vedere alla madre la sua creatura. [...] Parla di tre, quattro ragazze partorienti che, durante le doglie, hanno rifiutato di seguire i suoi consigli nel momento delle contrazioni: “E ci sono altre che cedono sotto il dolore e ripetono, per dieci, venti volte: “questo figlio non lo voglio. Mi faccia morire”. [...]  Poche ore fa, una madre di 19 anni ha gridato, mentre la sua creatura vedeva la luce: “Portatemelo via. E’ il figlio di un assassino”. 

 QUI, Qui  e Qui  altre testimonianze.

Le vittime della violenza sessuale hanno sviluppato disturbi psicologici così gravi da sfiorare o addirittura sfociare in patologie psichiatriche,  vittime di una società che le ha dimenticate, lasciate senza medicine né sostegno dei medici. Tante sono disoccupate, senza mezzi economici per vivere. La maggior parte delle donne stuprate oggi vive ai margini della società. Molte non riescono a denunciare perché si sentono in colpa e perché raramente ottengono giustizia. (Fonte Qui

La salute mentale delle vittime di stupro è stata compromessa tantissimo dopo i ripetuti assalti sessuali. Alcune di loro hanno sviluppato gravi problemi ginecologici. Molte bambine, giovani ragazze e donne hanno l’utero devastato e non potranno diventare madri; altre vittime non desiderano mai più sposarsi e hanno disturbi nella sfera sessuale e affettiva; molte sono state abbandonate dai mariti a causa dello stupro subito e i mariti di alcune non sanno neppure oggi che sono state stuprate. Le malattie più frequenti di cui sono affette le donne vittime dello stupro vanno dalle malattie cardiovascolari, diabete, disturbi della tiroide, sindrome psico-organica, malattie del sistema osseo-muscolare, malattie del tratto genitale-urinario. (Fonte Qui)

In questo articolo lo stupro sembra diventare un diritto maschile, un’ azione generatrice di vita. E la donna? sarebbe procacciatrice di morte se decidesse di interrompere la gravidanza imposta? Non mi sorprende il fatto che un uomo di chiesa abbia pronunciato quelle parole. Non dimentichiamo quando Don Corsi, due anni fa, attribuì la violenza sulle donne al comportamento delle donne di oggi, le quali secondo la sua opinione provocherebbero gli atteggiamenti violenti degli uomini.  Un altro uomo di chiesa, Monsignor Bertoldo affermò che le donne inducono gli uomini a stuprarle e fanno più vittime dei preti pedofili. Sappiamo tutti qual’è stata la posizione delle donne secondo la Chiesa Cattolica.

Come è possibile che un giornale nazionale abbia pubblicato un’intervista in cui viene citato un gravissimo crimine dell’umanità come gli stupri etnici in Bosnia per fare propaganda antiabortista contro la L. 194? E’ molto grave che un giornale nazionale abbia dato spazio a questa intervista considerando la pratica dell’interruzione volontaria della gravidanza ad un qualcosa più grave del genocidio in Bosnia.

Il titolo è già di per se di una violenza inaudita. Sembra approvi gli stupri di massa in Bosnia attuati proprio con lo scopo di imporre gravidanze alle proprie vittime  le quali avevano, secondo la strategia serba, il dovere di dare alla luce neonati di etnia serba.

E’ già estremamente grave che si faccia passare la maternità come un dovere per una donna, come se fosse connaturato nel nostro ruolo, ma assai peggio se si tratta di donne che hanno subito una violenza. La gravidanza, dalle parole del cardinale, sembra sia una sorta di punizione. Anche se sei stata stuprata. Come uno stupratore, esso ti ricorda, che sei donna e che dunque il tuo dovere, oltre a quello di soddisfare sessualmente un uomo, è procreare.

 Subire uno stupro è la cosa più terribile che una donna possa subire da un uomo. E’ un’azione veramente ripugnante verso il corpo femminile, espressione di un disprezzo che porta a conseguenze gravissime nell’anima della donna che lo subisce. Come si può accettare che un giornale nazionale dia spazio alle parole di un cardinale che utilizza la parola “omicidio” per definire le azioni di una vittima di violenza che sceglie di non portare dietro di sé quel ricordo?

Il contenuto è anche peggio perché si parla di omicidio. Sentirsi definire assassine è una doppia violenza verso una donna che ha subito uno sfregio così grave. Prima violentata e poi considerata non solo colpevole di quella gravidanza ma anche per il fatto di non voler portarla a termine. Una gravidanza non pianificata, anche se avviene attraverso un atto di amore, è un evento che ti sconvolge la vita in tutti i sensi. Se quella gravidanza è frutto di uno stupro subentra anche il dolore di vedersi crescere dentro di sé il figlio di un uomo che ha usato il tuo corpo con disprezzo. Sentirsi dentro il seme di quella bestia, vedersi crescere la pancia e ricordarti ogni giorno nel vederla crescere che sei stata violentata.

Non ho parole per descrivere il male che mi ha fatto leggere un’intervista simile. Come reagirebbe una vittima di violenza di fronte a ciò?

La propaganda cattolica e l’ingerenza nella stampa italiana è davvero preoccupante. Nelle campagne antiabortiste si nasconde un sentimento di odio profondo verso le donne e dalla volontà di volerle sottomettere agli uomini. Tutto questo è quasi naturale che si verifichi in un Paese dove la parità di genere è un miraggio e dove la violenza sulle donne è altissima. Ma queste cose non avvengono soltanto qui ma anche nella “culla” della civiltà occidentale, dove le donne, secondo i luoghi comuni, godrebbero nella carta degli stessi diritti degli uomini.

Negli Usa perfino il Governo si mobilita per proposte aberranti come quella fatta da una deputata repubblicana del New Mexico che ha proposto il carcere per le vittime di stupro che abortiscono. La pena? Inquinamento di prove. Nell’Indianapolis, Richard Mourdock, repubblicano in corsa per il Senato ha sostenuto che qualora la vittima rimanesse incinta dopo lo stupro ciò sarebbe avvenuto per volere di Dio dunque abortire sarebbe grave. Un altro repubblicano Todd Akin affermò che Gli stupri legittimi portano raramente alla gravidanza”. Dunque ci sarebbero anche stupri legittimi. I commenti di Akin arrivano a meno di due settimane dopo il suo suggerimento di bandire la pillola del giorno dopo: La pillola del giorno dopo è una specie di aborto e credo che non dovremmo avere l’aborto in questo paese. Negli Usa ci sarebbero circa 32 mila gravidanze ogni anno a seguito di uno stupro. Immaginiamoci se non ci fosse la pillola del giorno dopo! 

Secondo gli antiabortisti le donne valgono meno di embrioni. La nostra vita vale meno, di decisioni nemmeno ne abbiamo. Ho sempre accomunato l’obiezione di coscienza e il sentimento antiabortista alla cultura dello stupro. Come un uomo impone un rapporto sessuale non desiderato alla donna, l’obiettore si insinua nell’intimità e nella sfera privata e sessuale della donna senza il proprio consenso. Come uno stupro.  E inoltre, se la donna viene privata della propria volontà di disporre del proprio corpo quanto può essere legittimo stuprarla?

Quell’articolo è cultura dello stupro, è apologia di reato, di stupro, di genocidio.

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