Una molestia sessuale? Ci sta!

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Se lo stupro compare in fondo alla gerarchia dei reati e percepito ancora oggi come un fatto di lieve entità, le molestie sessuali che avvengono con più frequenza (e sono anche le meno denunciate) si trovano proprio fuori la lista dei reati contro la persona e fuori dalla percezione di esse come “violazione del rispetto dei diritti della persona”.

Il fatto che esse le subiscano solo le donne e che siano più diffuse di qualsiasi altro reato di genere dovrebbe già destare scalpore e ricercare aggravanti, soprattutto perché sono parte di una cultura che continua a violare i diritti delle donne, anche nel mondo occidentale. Così, da parte dell’opinione pubblica, assistiamo a uomini (e donne) che si arrogano il diritto di ergersi a giudici della vita sessuale e del modo di vestire di una donna (soprattutto se vittima di una violenza) ma sono pronti a tollerare (e incoraggiare) il comportamento sessuale dei molestatori e/o stupratori.

Non si parla solo di persone comuni come il tuo vicino di casa, il salumiere, tuo padre, tua madre, tua nonna e la tua insegnante di religione, anzi, spesso queste credenze vengono comunicate attraverso la stampa.

Abbiamo visto gallery allegate sopra gli articoli che raccontano un episodio di molestia sessuale, accompagnato dalla pubblicazioni di dati che potrebbero risalire al nome della vittima e tutelando invece quello dell’aggressore. Gallery che si accompagnano alla descrizione sulla presunta avvenenza della vittima e, dunque, strizzando l’occhio al molestatore, affinché pure il lettore provasse empatia nei suoi riguardi.

Fermandomi alla realtà locale, quindi alla stampa sarda, ho visto fonti “autorevoli” come l’Unione Sarda descrivere un tentato stupro come un approccio da parte di un nonnino focoso che malgrado la sua età non ha resistito alla passione saltando addosso alla sua badante, la quale si è macchiata di una colpa, di un’ingiustizia ai danni del povero vecchietto: lo ha denunciato per violenza sessuale!

Abbiamo visto giornali come La Nuova Sardegna scrivere su un episodio di violenza con tali parole: “ci ha provato, gli è andata male”.  Ritenta sarai fortunato, come analizza il nostro amico Lorenzo sul suo blog. Come ribadire il concetto che l’uomo non deve chiedere mai e che essendo cacciatore ci prova, fa il primo passo. Parole come  “mai si sarebbe aspettato di pagare uno scontrino così salato per le avance nei confronti di una sua parente” che viene descritta come una che ha confidenza con lui e va a raccontarle i problemi coniugali con suo marito. Insomma, non è poi così grave, lei è in rottura con il marito dunque diventa una preda disponibile. E si sa che in Italia l’amicizia tra uomo a donna non esiste, nemmeno tra cugini. La donna o è moglie o è amante. O è santa o è puttana.

Nel resto dell’articolo viene fuori che lei doveva dimenticarsene e invece ha scelto di denunciare perché affetta da una congenita fragilità psicologica (e non perché una violenza è grave  e quello stato d’animo dipende proprio da essa). Insomma, viene fuori che se sei una donna è normale subire molestie basta farcene un abitudine, alla fine l’uomo è fatto così dovreste saperlo. Al massimo gli dai uno schiaffo ( così gli fai anche capire che se una per bene) e vedrai che non lo fa più. La violenza sessuale si paga cara, conclude. ma suvvia una violenza sessuale cosa è in fondo?

Ho scritto al signor Luigi Soriga ma non mi ha degnata di risposta né ha rettificato l’articolo.

Proprio ieri una mia amica compaesana molto interessata ai temi di genere mi ha segnalato un articolo pubblicato su Il Giornale di Olbia. Inizialmente la giornalista scriveva che il gesto di una pacca sul sedere sarebbe stato anche divertente se non fosse che la ragazza che faceva jogging sul lungomare si sia procurata delle lesioni cadendo. Poi ha rettificato sulla spinta delle lettrici ma ha bollato il gesto come “da cinepanettone” (dunque è irreale la violenza sulle donne, appartiene solo ai film goliardici di “fantasia”). I due sono stati definiti come “incoscienti” ( e sai hanno sfidato prima le leggi gravitazionali e poi la legge mica hanno mancato di rispetto ad una donna!). E ricordiamo che l’articolista è donna!

La stessa notizia è stata riportata da altri giornali che ne hanno dato una descrizione altrettanto peggiore. C’è la Nuova Sardegna, già famosa per l’articolo del Sign. Soriga, ha pubblicato questo. Anche qui si da più attenzione alla manovra incosciente (quella del giovane che si è sporto dalla finestrino) che al gesto di una molestia che non solo è una mancanza di rispetto ma ha provocato conseguenze psicologiche e la distorsione alla gamba di una ragazza che correva.

In più i ragazzi sono stati definiti sfortunati perché beccati in fragrante dalla polizia.Un articolo che non si risparmia giustificazioni nemmeno nella parte finale dove si specifica che la ragazza non li conosceva come a dire che se li avesse conosciuti il gesto sarebbe meno grave e si rimarca che lo spavento è dovuto al gesto che non si aspettava e non all’invasione della propria sfera intima e della propria libertà personale. Be’ in quanto donna te lo dovresti aspettare un giorno o l’altro e denunciarlo è un po’ da stronze!

“Sai da che mondo e mondo una pacca, un palpeggiamento non è violenza!” Questo è il pensiero diffuso in Italia da parte di gente che nemmeno si rende conto che la società si è evoluta e questo è un pensiero che risaliva quando le donne non avevano diritti.

Seguono altre fonti che fanno menzione di quanto erano ubriachi e soltanto un po’ cafoni. Come in questo giornale, dove si liquida il gesto come un fatto isolato anziché prodotto da millenni di cultura maschilista e in più nemmeno così cafone da essere considerato deprecabile. Insomma una cosa normalissima e poi poveretti erano incapaci di intendere e volere al momento.

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C’è Sassari notizie che dà un’immagine voyeuristica e provocante alla vittima allegandovi una foto di una tipa con un paio di short, perché si sa che è l’abbigliamento della vittima a causare le molestie e poi a febbraio si sa noi andiamo in giro tutte in bermuda. Poi corregge e vi allega una foto con la volante della polizia e la scritta “incidente”. Beh era solo un incidente, è caduta da sola.

Inoltre l’articolista che fa una lunga introduzione parlando di violenze sulle donne e fattori culturali (complimenti per la consapevolezza!) comincia con “l’episodio potrebbe far sorridere…dunque se fosse un caso isolato, vedere uno colpire con violenza ad una zona intima una donna fino a farle procurare delle lesioni ad una gamba fa ridere? Poniamo il caso  che non fossimo a conoscenza in questo paese ogni anno avvengono circa 200 femminicidi e nessuno conoscesse la violenza di genere. Se sentissimo che questa ragazza fosse la prima vittima a denunciare una molestia sessuale la nostra reazione sarebbe una un sorriso? Se la vittima fosse un uomo farebbe sorridere?

Bene bene. Poi l’autrice dell’articolo che non ha risparmiato i lettori di ricordare che la violenza sulle donne esiste definisce il gesto come una bravata (forse sentivano l’aria del Carnevale?) e non come atto criminale (pure chi li ha messi in libertà l’ha considerata una bravata?) e attribuisce la caduta della vittima ad un fatto accidentale e non dalla conseguenza di un colpo dato da un’auto in corsa.

Una stima recente dell’Istat rivela che la Sardegna detiene il numero più alto di violenze sessuali in Italia, malgrado le vittime denuncino di meno. Questo dipende dalla percezione che la nostra società-a pari passo di quella peninsulare-ha delle varie sfaccettature della violenza sessuale. Qui continua ad essere considerata un fatto di poco conto e la cultura attuale non insegna alle donne di denunciare. Ogni denuncia, che è utile a far uscire le donne dall’empasse che le vede come vittime (anche di casi reiterati), non viene in ogni modo incoraggiata, anzi, vi è una cultura ancora viva che in alcuni casi la considera anche ingiusta.

Quasi il 98% delle donne italiane non ha mai denunciato una violenza sessuale e questo è un dato che fa riflettere e che è direttamente collegato al victim-blaming e alle attenuanti penali e sociali che ricevono i sex offender. Le donne preferiscono tacere perché altrimenti vengono colpevolizzate e messe alla pubblica gogna.

E’ possibile che una molestia sessuale in Italia se non e’ rivolta “alle proprie donne” sia addirittura divertente? Quando si tratta della propria donna, invece, anche uno sguardo o un saluto amichevole è considerato grave. Guai a toccare il proprio territorio! Le risse del sabato sera nella mia cara terra lo dimostrano quasi settimanalmente. Altrove non so.

Questa e’ l’Italia che non ha bisogno di Pari Opportunità, quella che non punisce penalmente le molestie e che continua a giustificarle.

Denunci uno stupro? ti costringono ad abbandonare la scuola

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In Italia sono il 92% le donne che non denunciano lo stupro principalmente per paura di ritorsioni, di non essere credute e di essere giudicate sulla propria sfera sessuale.

Capita però che qualcuna trova il coraggio di farlo e invece che avere solidarietà  viene sbugiardata, riceve insulti, minacce e ritorsioni. E’ successo a Marinella insultata e minacciata da tutta Montalto di Castro e costretta con la sua famiglia ad abbandonare il paese. E’ successo anche ad Annamaria Scarfò che trovò il coraggio di denunciare anni di stupri subiti da gran parte del paese e ora vive in una località protetta sotto scorta in quanto tutto il paese la perseguitava affinché ritirasse la denuncia e all’avvocato di Rosa, la ventenne violentata e torturata in una discoteca di Pizzoli (AQ).

E’ successo ancora in questi giorni, quando una ragazzina ha trovato il coraggio di sconfiggere la vergogna e di denunciare alcuni suoi compagni per averla molestata pesantemente. Nemmeno il preside l’ha creduta e sostiene che il fatto non sussisteva e che non sia poi così grave.

Non è così grave costringere una compagna di classe ad un rapporto orale che stava anche per degenerare in altro?

Ora la ragazzina è stata costretta ad abbandonare i suoi sogni, a rinunciare alla scuola perché dopo la denuncia ha cominciato a ricevere messaggi minatori. Insulti, minacce di ogni tipo: «La pagherai, hai rovinato la loro vita», «sei un’infame ». Questi alcuni degli sms ricevuti, solo per aver messo fine a mesi e mesi di molestie che non riusciva a denunciare per vergogna.

«La ragazza non sta bene, ha abbandonato la scuola e continua a ricevere sms di insulti e minacce [...] deve superare lo choc della violenza e non è facile anche perché insistono a fargliene altre» sostiene Maria Teresa Bergamaschi, l’avvocato che difende la studentessa sedicenne vittima degli abusi sessuali commessi da altri quattro coetanei del Migliorini di Finale Ligure.
Le molestie nei suoi confronti duravano da settimane e nel pomeriggio del 31 gennaio sarebbero degenerate in vere e proprie violenze sessuali, avvenute in uno degli spogliatoi della scuola.

E questo accade nel nostro Paese e non in un villaggio dell’India, dove chi viene stuprata viene ripudiata e allontanata dalla società. Qui siamo in Italia eppure una ragazza o una donna che denuncia uno stupro viene isolata, presa di mira e insultata perché non ha scelto il silenzio.

Se la vita di una donna viene rovinata poco importa, le donne sono inferiori. Siamo nel Paese dove il diritto allo stupro è forte e dove messaggi di questo tipo vengono incitati perfino da persone di politica contro le proprie colleghe.

Fino al ’96 nel codice penale non esisteva nemmeno il concetto di stupro. Lo stupro era reato contro la morale e non contro la persona. Il Codice Rocco, fino all’81, classificava i reati di violenza sessuale rispettivamente tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” e distingueva la violenza carnale dagli atti di libidine violenti (quelli senza penetrazione).  L’articolo 544 c.p. ammetteva il “matrimonio riparatore”: secondo questo articolo del codice, l’accusato di delitti di violenza carnale, anche su minorenne, avrebbe avuto estinto il reato nel caso di matrimonio con la donna violentata. Questo perché la vittima, una volta persa la verginità veniva percepita come disonorata e la perdita dell’onore colpiva la sua famiglia. Il rischio di non potersi più sposare era altissimo.

Nel nostro Paese lo stupro viene legittimato e giustificato in ogni modo. Alimentando la “spirale del silenzio”, colpevolizzando la vittima di essere una provocatrice e di aver vestito in modo licenzioso, accusandola di essere consenziente e di esserselo inventato. Oppure sminuendo lo stupro, come ha fatto il preside.

A meno che lo stupratore non sia straniero, in Italia una donna violentata non avrà alcun tipo di giustizia né solidarietà. Se lo stupratore fa pare della “comunità” ed è parte del gruppo allora scatta questo meccanismo contro la vittima. Così si ribalta la situazione: la carnefice diventa lei e gli stupratori passano per le vittime. Il massimo che si sono beccati è stata una nota da parte degli insegnanti, roba da matti.

Per la ragazzina la condanna, il marchio è a vita e il divieto (da parte dei bulli) di tornare a scuola. Questo evidenzia il gap tra uomini e donne ancora presente nel nostro Paese. L’autodeterminazione che viene concessa agli uomini è talmente forte da venir legittimato perfino lo stupro.

In Italia il gap tra uomini e donne è talmente ampio che nella classifica realizzata dal World Economi Forum (global gender gap) figuriamo tra gli ultimi posti del mondo. Nelle famiglie già da bambini si apprendono i ruoli di genere. I maschi si devono comportare in un certo modo e le femmine in un altro.

Dai maschietti ci si aspetta che non crescano efemminati e se sono un po’ prepotenti la famiglia attribuiscono questo come una caratteristica dell’essere maschio, l’uomo che non deve chiedere mai. I padri insegnano ai maschietti che devono manifestare molto interesse sessuale verso le ragazze per non passare per omosessuali e che per non passare per femminucce non devono piangere e pertanto alcuni cresceranno con un’anestesia emotiva che è irreparabile. Le madri insegnano loro che i compiti domestici spettano alle femmine, comportandosi da chiocce. Le femminucce invece devono crescere passive, romantiche, dedite alla cura e che per distinguersi dalle “donnacce” (quelle che servono per placare il “naturale desiderio maschile” per non apparire omosessuali) non possono manifestare desiderio sessuale o troppa femminilità ma devono accettare anche “attenzioni” sgradite.

Su Facebook gira una delle tante foto che testimoniano quanto ancora fosse forte la disparità sessuale tra maschi e femmine:

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Il corpo femminile viene visto come una proprietà. La sessualità e la riproduttività delle donne legata all’onore della famiglia. L’autodeterminazione delle ragazze (ma anche delle donne) è talmente negata che esse vengono percepite come coloro che non sono in grado nemmeno di decidere quando rimanere gravide o meno. O quando avere rapporti sessuali. Un po’ come gli animaletti domestici.

La femminilità percepita come qualcosa di sporco, oltraggioso, scandaloso. Condannata perché “colpevole” di stimolare gli impulsi degli uomini eterosessuali. E poco importa se hai solo tredici anni, in Italia la pedofilia è percepita come accettabile.

Così il corpo di una ragazzina viene percepito già come provocante anche se acerbo. Il desiderio maschile è talmente legittimato da non riuscire ad essere messo in discussione. E’ l’uomo cacciatore dunque è la “preda” che deve coprirsi.

La donna non deve fare la “troia” ma l’uomo può andare con le “troie”. Ecco la logica sessista che va avanti da millenni. La riprovazione ricade sulla donna che “si è concessa” appagando i desideri proibiti dell’uomo.

Se nemmeno una donna che viene costretta a fare sesso viene rispettata è ancora più difficile poter combattere questa cultura che legittima la disparità di desiderio e di diritti sessuali tra uomo e donna. La cultura dello stupro, inoltre si mantiene viva attraverso il mantenimento di questa disparità.

Se l’uomo è soggetto attivo e la donna è oggetto passivo allora anche lo stupro è comprensibile che accada, accompagnato dalla teoria del vis grata puellae dove la vittima viene considerata come “colei che ha provocato o che lo ha desiderato”. E allora si instaura questo meccanismo che instaura nelle vittime il senso di vergogna inibendo le denunce, incrementando gli stupri, rafforzati anche dall’induzione delle vittime al silenzio. E quanto più una donna riesce a rompere il silenzio più sarà facile porre fine agli stupri.

Percepire e denunciare uno stupro è come un po’ delegittimarlo. Ecco perché la sedicenne di Finale Ligure sta subendo ritorsioni come tante altre che hanno trovato il coraggio di rompere il silenzio.

La violenza sulle donne è la prima causa di morte, di invalidità e anche dell’alienazione sociale delle donne. Quante donne violentate, picchiate, vittime di stalking hanno (a causa delle ripercussioni psicologiche e delle minacce da parte dei violenti e complici) dovuto rinunciare al lavoro, all’istruzione, alla propria sessualità e alle proprie abitudini che le appagavano dopo le violenze?

Continuiamo ad ignorare le conseguenze della violenza di genere?

Le violenze sessuali sulle donne e il bullismo all’interno delle scuole stanno subendo proporzioni spaventose. A Bari l’anno scorso è successo un altro caso analogo.

Lo stupro non è un atto di libidine ma di sopraffazione ed è compito della società insegnare ai maschi il rispetto per le donne, insegnare alle ragazza e donne a riconoscere questi episodi e darle forza e coraggio nel denunciarli perché conteranno nella solidarietà di una grande rete di donne, di centri anti-violenza che stanno dalla loro parte.

Siamo tutti con te!

Bullismo al femminile, cyberbullismo e sessismo

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Il bullismo al femminile esiste e io ho avuto tante esperienze circa esso. Dieci anni di bullismo mi hanno permesso di conoscere e studiare le dinamiche di questo fenomeno venuto a galla solo recentemente e meno conosciuto rispetto a quello maschile. Soprattutto meno visibile. Si parla prevalentemente di violenze psicologiche, spesso sminuendo il fenomeno malgrado le ripercussioni maggiori sulle vittime.

Pochi giorni fa fui di nuovo vittima di bullismo mentre camminavo per i fatti miei da sola per le vie della mia città. Stesse modalità. Sei una donna? vieni presa di mira per il tuo aspetto che nel mio caso, a loro detta (bulli di entrambi i sessi), era il mio abbigliamento. E’ bastato questo episodio (anche se mi sono difesa) ad aprirmi vecchie ferite e a farmi decidere di scrivere questo post.

Il bullismo femminile ha spesso connotazioni sessiste e nasce dalla rivalità tra donne e da una società che basa l’autostima femminile sulle attenzioni maschili (ne parlavo in questo post) e sfocia in malelingue, insulti, isolamenti, prese in giro e pressioni psicologiche.

Ma il bullismo femminile non e’ soltanto psicologico. Questo stereotipo non ha permesso di studiare i casi in cui si manifesta a livello fisico e questo prende tutti alla sprovvista come dimostra la visibilità mediatica ad un recente caso di bullismo al femminile a Bollate contro una coetanea di 14 anni il cui video è stato diffuso sul web.

Ho scelto di non pubblicare il video perché perché è contro i miei principi in quanto si tratta di un post di denuncia e non di un post acchiappa-click. Che gusto ci sarebbe a vedere una ragazzina presa a calci in testa e in faccia che grida “vi prego aiutatemi” mentre non solo nessuno reagisce ma incitano la coetanea a “dargliene di più”? Sono cose che vanno diffuse?

Il video pubblicato dalla responsabile su Facebook di cui vi parlo e rimosso anche a seguito di segnalazioni, ha fatto gola a numerosi giornalisti e utenti del web. Cosa hanno di diverso questi curiosi da chi incitava e filmava il tutto per poi pubblicarlo? Tutto fa gola.

Dopo il caso spuntano altri video resi pubblici attraverso fonti giornalistiche. Protagonista è ancora il bullismo femminile. Ieri baby-squillo, oggi baby-bulle, così i giornali rinnovano l’agenda-setting innescando piuttosto un clima di ‘caccia alle streghe’ che stigmatizza i giovani di oggi, tacendo invece sulle condizioni di disoccupazione e precarietà in cui versano milioni di adolescenti e ventenni italiani. Alimentando, inoltre, un clima che divide le donne di oggi e del domani come coloro che hanno perso i valori. Poi ci sono gli articoli scritti con un approccio sessista (come questo Qui che non mi soffermo ad analizzare). 

Di bullismo, maschile e femminile, se ne deve parlare ed e’ giusto che se ne affrontino le tematiche ma nel modo corretto, ovvero quello di sensibilizzare anche se non ci si aspetta né si pretende che i giornalisti ricoprano il ruolo di educatori. Il compito di educare le generazioni dovrebbe ricadere sulle famiglie, scuole e televisione. Essere esenti dal compito di educare le generazioni non significa che il giornalismo non debba rispettare un codice come ad esempio quello di garantire il rispetto della persona e della privacy, soprattutto se le persone ritratte sono minorenni.

Perché invece la stampa ha usato la notizia come acchiappa click e ha permesso a molti utenti l’identificazione della responsabile e della vittima commettendo perfino il reato di violazione della privacy con l’aggravante che i soggetti ritratti sono entrambi minorenni e, ancora peggio, innescando così un linciaggio mediatico contro l’autrice della violenza?

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Così sul web e’ partita una sorta di lapidazione pubblica contro la bulla a suon di pagine, gruppi e profili falsi di lei con contenuti di incitamento alla violenza e al suicidio, insulti, minacce di morte e immagini (meme) e parole di scherno. Cose che rientrano nel fenomeno (e dunque nel reato) del cyberbullismo. Si può combattere il bullismo e stare dalla parte delle vittime rispondendo con altrettante azioni di bullismo?

Poco tempo fa vittima era la ragazza picchiata ora lo è la bulla, presa di mira da milioni di utenti di Facebook che vogliono risalire ai suoi dati personali per rintracciarla, coinvolgendo anche la sua famiglia. Il risultato non cambia. Il processo che si innesca è pericolosissimo. E’ sintomo di un paese in cui il bullismo è molto radicato, talmente tanto che, ad esempio, sono i genitori i primi ad giustificare tali atti.

Inoltre la modalità di “linciaggio” assume la proporzione del bullismo sessista di cui più di sette adolescenti su dieci non sono in grado di riconoscerlo. Gli epiteti come “troia” e sinonimi e comunque quelli che evocano la metafora della prostituta alludendo all’amoralità sessuale di una persona di sesso femminile sembrano obbligatori quando si deve insultare una ragazza che rientra nella categoria delle “cattive”. Cosa c’entrano le prostitute? Le prostitute, in larga parte vittime di sfruttamento, sono cattive? Cosa fa di cattivo una donna che offre “amore” consensuale a pagamento? Ciò dovrebbe destare scalpore come quando si utilizza l’epiteto “mongolo”, dunque alludendo a chi soffre della Sindrome di Down, per offendere una persona o la parola “frocio” per offendere un uomo, evocando dunque le “categorie sociali” più discriminate a scopo di dileggio.

Le donne si dividono comunque in sante e puttane, il linciaggio contro questa ragazzina ne è l’esempio più rampante. Fai parte di quelle prepotenti dunque sei una troia perché hai usato una delle peculiarità che spesso vengono attribuite all’universo maschile (la violenza) e per giunta a causa di un ragazzo conteso. Poi c’è la costruzione sociale della donna attorno allo stereotipo della vittima: quella bella, quella mite, tranquilla, romantica e santa. Un po’ come nelle favole della Disney.

Oltre a ciò seguono gli insulti più classici che vengono appioppati all’universo femminile:

- non segui i canoni della moda, dunque sei “una barbona”, “non ti lavi” e via dicendo.

- non sei fisicamente conforme ai canoni estetici che i media mainstream propongono e poco importa se hai solo 15 anni. A quindici anni devi essere percepita già come una “donna provocante” dunque devi essere bella e sexy, vestire sensuale, femminile ed essere fisicamente attraente. Ragazze che a causa di queste pressioni sociali maturano invidie verso ragazze più belle, le vessano e poi chi prende le difese della bella le deride perché brutte? E’ una logica schizofrenica che innesca proprio quel processo di bullismo che certe persone credono di debellare utilizzando le stesse armi.

- Sei cattiva? dunque sei brutta. La logica disneyana con cui crescono e sono cresciuti milioni di bambini.

- Alzi le mani dunque non sei una vera donna. Un’altra logica che innesca un processo di vittimizzazione e impedisce le vittime di bullismo e di violenza maschile di difendersi.

Tante di queste cose che ho letto con amarezza e che vorrei non ricordare poiché i ricordi neri della mia adolescenza rischierebbero di prendere vita immediatamente.

Non vorrei mai leggere di adulti che danno le colpe a Facebook se il bullismo prende sempre più piede in questi luoghi virtuali. Chiediamoci perché c’è gente che combatte un fenomeno utilizzando le stesse armi. Chiediamocelo perché questo è controproducente anche per le vittime e non fa che radicare e legittimare il fenomeno anziché estirparlo dalla radice.

Cosa si fa effettivamente per contrastare il bullismo? Le scuole italiane sono dotate di sportelli per proteggere le vittime o corsi di sensibilizzazione? Facebook fa sparire i contenuti che incitano al bullismo virtuale? I genitori stanno accanto ai figli/e quando si trovano vittime di episodi di bullismo? C’è un sistema che aiuta la vittima ad uscire dal silenzio?Chi informa loro che non sono soli? Chi dice alle vittime che non devono vergognarsi? Ci sono ancora genitori che considerano il bullismo come “ragazzate”?

Io per esperienza non ho avuto alcun aiuto dalla scuola e credetemi che le ripercussioni psicologiche sulle vittime sono evidenti.

In Italia un giovane su 5 è vittima di atti di bullismo.

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