Stupratore, vuoi dichiarare la tua innocenza? Vai in televisione!

Oggi c’è stata la prima udienza d’appello per il brutale stupro di Rosa, avvenuto due anni fa nei pressi di una discoteca di Pizzoli.
La studentessa è stata ritrovata priva di conoscenza e seminuda sulla neve in un lago di sangue. Trasportata all’ospedale in codice rosso, il medico ha descritto la condizione shoccante in cui è stata ritrovata la vittima.

Uno stupro selvaggio. Ha parlato di lacerazioni interne molto profonde che potevano essere causate soltanto da un oggetto contundente. La parete del retto che comunica con la vagina è stata perforata e anche parte dell’utero è stato lesionato. Tutto ciò ha reso necessario un intervento di ricostruzione con 48 punti di sutura. La vittima si è svegliata priva di memoria e con addosso la testimonianza del massacro: i lividi, quelle ferite e il sangue copioso. Se non fosse per l’intervento del buttafuori sarebbe morta dissanguata e di ipotermia. 

Rosa è stata dimessa dall’ospedale dopo due mesi. Le ferite fisiche sono quasi guarite ma ora dovrà affrontare quelle psicologiche che avranno un decorso più lungo. Si è trasferita in una città protetta e sta cercando di superare il trauma che ha compromesso pure il suo futuro e ostacolato il suo sogno, quello di diventare ingegnera. Perché gli esami universitari le ricordano gli interrogatori e perciò non vuole più sostenerli!
Una studentessa come tante che conseguiva il sogno di ogni donna, quello di volersi realizzare, di essere indipendente. Una laurea che in Italia è considerata prevalentemente maschile, settore dove le donne subiscono ancora numerose discriminazioni. Come potremmo non definirla un’ennesima discriminazione di genere, quando un uomo con la sua violenza causa l’interruzione dei tuoi studi, segnando dunque la fine della tua realizzazione personale?

Lo stupro è come le altre violenze sulla donna. Nessun’atto di libidine, ma solo l’atto che parte dall’idea che “le donne vanno messe al loro posto”. Un vero e proprio terrorismo nato per frenare la nostra indipendenza.
Per questo alla vittima è costato vero e proprio danno a livello psicologico, sociale e fisico. E’ stato un vero e proprio massacro che l’avvocato difensore del responsabile, ospitato nei salotti televisivi di Canale 5, definiva come un “rapporto d’amore consensuale”.
Davanti a milioni di telespettatori. Inoltre, egli faceva pure nome e cognome della vittima.

Numerosi telespettatori, compresa la famiglia di Rosa, hanno protestato per il modo in cui è stata raccontata la vicenda e per il modo in cui è stata colpevolizzata la vittima, definita come “una che ha bevuto e seguito volontariamente il suo stupratore” ma anche perché nessuno in studio ha reagito particolarmente per prendere le distanze dalle sue parole.
Casi come questi nel contenitore pomeridiano, che spesso per fare audience si nutre di sciacallaggio del dolore altrui, non sono certo rari.
Qualche anno addietro, a Buona Domenica (ora Domenica Cinque) è stata dedicata una parte della puntata allo stupro di gruppo avvenuto nel 2008 a Montalto di Castro ad opera di 8 minorenni contro una coetanea di 15 anni.

Malgrado tutti fossero a conoscenza delle reazioni del paese e del Sindaco, allora Salvatore Carai, il quale pensò di risarcire gli otto “bravi ragazzi” per sostenerli durante il processo; la redazione ha mandato un’inviata ad intervistare gli abitanti di Montalto.
Così milioni di telespettatori hanno assistito ad ingiurie, minacce e insulti alla vittima a alla sua famiglia. Frasi quali: “lei e la madre dovrebbero essere impiccate”, “lei aveva la minigonna nera”, “era una poco di buono”, “era consenziente” e via dicendo.
Una donna in studio ha preso posizione contro gli abitanti definendo la situazione come quella di “Kabul sotto i talebani”, gli abitanti e Vittorio Sgarbi l’aggredivano asserendo che “le donne vestono in maniera provocante” mentre quest’ultimo sosteneva che sono i maschi ad essere le vere vittime delle donne.
Una mancanza di rispetto nei confronti della ragazza violentata ma anche delle tante che come lei hanno subito violenza e che magari seguivano il programma.

Qualche giorno fa, precisamente il 2 dicembre, sempre a Canale 5 (Pomeriggio 5) è stato ospitato il padre di uno dei dieci ragazzi che hanno stuprato una quattordicenne a Molfetta, un nuovo caso di stupro aggravato e continuato. (qui il video e Qui i particolari della raccapricciante vicenda).
Il padre sostiene che il figlio, 20 anni, non poteva essere presente. Tra l’altro perché sposato con moglie, all’epoca dei fatti, incinta. Come dire: “mio figlio è un bravo ragazzo è innocente perché padre di famiglia”. Ma che figlio può avere un padre del genere? Che figlio diventerà il nascituro che aspettava in grembo sua moglie? Che rispetto può avere la moglie da un marito stupratore? In che modo può essere venuto al mondo quel figlio? Quanti mariti o bravi padri di famiglia sono violenti in Italia?

Ma non c’è solo il salotto di Barbara d’Urso, la stessa che poi parla di femminicidio fingendo interesse (ma è solo puro marketing). Anche altri programmi (sarà forse un caso) targati Mediaset si sono qualificati come luoghi dove parenti, amici, conoscenti, avvocati e perfino gli stessi presunti stupratori, possono lanciare appelli di solidarietà nei loro confronti oppure come luoghi per dichiarare che sono stati accusati ingiustamente dalle vittime. Ricorda  il fenomeno delle false accuse da anni oggetto di propaganda da parte associazioni antifemministe-per screditare le donne violentate e per impedire alla società civile di porre un freno alla cultura dello stupro e dunque ai reati di stupro e più in generale a quelli contro le donne (compreso il femminicidio)-ora pare sbarcato in tv.

Un altro esempio ancora più clamoroso è quello del più famoso programma televisivo “Le Iene” che pur essendo dalla parte delle vittime, ha dedicato invece un’intervista a due uomini accusati di aver stuprato una ragazza in discoteca dopo averla drogata. I particolari dell’intervista sono raccapriccianti. La vittima è stata descritta come una prostituta, si è sostenuto che fosse consenziente, che voleva essere pagata dopo il rapporto sessuale e che loro erano innocenti.

La puntata ha scatenato le reazioni del web proprio per il fatto che i due accusati di stupro (non si sa se fossero innocenti o meno) sono stati descritti come vittime mentre la presunta vittima è stata descritta come una “puttana”, scendendo a particolari macabri, inadatti alla prima serata.

Perfino nel servizio pubblico la situazione non cambia. Per annunciare morte dell’attrice Franca Rame, vittima di stupro, il Tg2 ha lanciato un servizio introducendo che “la pasionaria rossa che approfittava della propria bellezza fisica per imporre l’attenzione sino a quando il 9 marzo del 1973 fu sequestrata e stuprata. Ci vollero 25 anni per scoprire i nomi degli aggressori, ma tutto era caduto in prescrizione”, sminuendo le doti artistiche di Franca Rame e facendola apparire quella che ha provocato un gruppo di fascisti a causa del suo aspetto.  Oltre ad aver fatto successo per le sue doti di grande attrice, Franca Rame con un suo monologo ha dato un messaggio di coraggio battendosi contro la cultura dello stupro sostenendo che rispetto alle parole di denuncia di una vittima di stupro il proprio cadavere avrebbe dato più segni di garanzia. Cose che al Tg2 sono state omesse, anche se sarebbero state utili per dare un messaggio di sostegno verso le vittime di violenza, per incoraggiarle a denunciare

Ma anche le altre reti continuano a diventare aule dove i familiari fanno il processo alle vittime. Ad ottobre, su La7, nel programma Linea Gialla, è andato in onda un servizio intitolato “Gli amici l’hanno violentata ma lei se l’è cercata?. Questo è il titolo fuorviante che introduceva un episodio di stupro di gruppo avvenuto a Modena ai danni di una sedicenne. Su Twitter si è scatenata una polemica ma Salvo Sottile ha prontamente risposto accusando gli utenti di non aver seguito il programma. Un programma in cui veniva ospitato il padre di uno degli accusati dichiarando che la vittima era consenziente. 

Non è raro che i media anziché tutelare le donne che subiscono violenza e dare un forte messaggio che possa porre fine alla cultura che legittima episodi di violenza sulle donne si mettano dalla parte del carnefice e denigrino la vittima.

Ad esempio, un giornale locale abruzzese, aveva messo in giro una falsa voce sulla presunta partecipazione di Rosa al Grande Fratello, voce poi smentita. Un altro tentativo di screditare la vittima per darla in pasto al linciaggio pubblico attribuendole l’accusa di cercarsi notorietà. Ma quale notorietà se non sappiamo nemmeno il suo nome?

Accuse simili non fanno che scoraggiare le denunce e indurre in loro vergogna e silenzio. 
E’ evidente che ancora oggi nella nostra società lo stupro è ancora considerato un atto di lieve entità che va trattato con leggerezza o strumentalizzato per ottenere ascolti. Del resto la televisione ha sempre usato le donne per fare audience. Ha sempre “fatto a pezzi” il nostro corpo, la nostra dignità per avere qualche telespettatore morboso in più.

Da una tv che utilizza da sempre il corpo femminile come un oggetto e ridicolizza le donne non ci possiamo certamente aspettare che partano iniziative atte a smontare una cultura altrettanto maschilista come quella dello stupro, la quale ha alla base il disprezzo più profondo per la donna.
Certo che no! non possiamo proprio aspettarci questo da una televisione che ad ogni ora del giorno propina corpi femminili in offerta, dove le donne vengono chiamate “mammifere” e dove seguono continue inquadrature di forme con voyeurismo o dove le donne si “accosciano” sulla scrivania mentre solo uomini di mezza età (e qualche volta una donna carina) possono parlare.

Da una tv che fa tutto questo per “mascherare” in apparenza l’aura di bigottismo clericale che soffoca il nostro Paese, lo stesso che quando vai in farmacia ti negano la pillola del giorno dopo.

Lo stesso dove la parola “stupro” diventa impronunciabile e dove alla vittima viene pure rinfacciato di avere usato la minigonna, quella che nei salotti televisivi è d’obbligo. Lo stesso dove parlare di stupratori o di stupro è tabù. Evidentemente fanno più scandalo le ‘baby squillo’, alle quali hanno dedicato una marea di trasmissioni e articoli colpevolizzanti, generalizzanti e morbosi senza rispetto né per la fascia protetta né per la loro minore età né per tutte le adolescenti italiane immerse in questa generalizzazione che è pericolosa in un Paese ancora arretrato maschilista perché induce gli uomini a pensare che “siccome sono tutte puttane o disponibili allora è normale o giusto stuprarle”. Ragazzine descritte come delle femme-fatale che con la loro brama di sesso e soldi inducevano uomini che hanno il triplo della loro età a “peccare”. 
E’ proprio la tv-con l’aiuto di altri media- ad essere complice di quell’immaginario millenario che legittima lo stupro: quello dell’uomo cacciatore che usa la donna come un oggetto sessuale. Quella che l’uomo in quanto cacciatore può essere pure giustificato. Quello della donna come una provocatrice o come origine del male, colei che induce l’uomo a peccare. Tutto frutto della cultura dello stupro. 

Stupratori, volete essere difesi? volete diventare voi le vittime? Andate in televisione!

Accomodatevi, i processi (alle vittime) si fanno in televisione.

#Troiofobia, adolescenti, sessismi, bullismi, catene, ribellioni e desiderio

Mentre il nostro Paese è sconvolto per la vicenda delle baby squillo e i media diffondono messaggi che deresponsabilizzano chi era coinvolto come cliente nella vicenda, che in un altro paese sicuramente sarebbe stata trattata in un altro modo senza andare a condannare i motivi che hanno indotto le ragazzine a “vendere il proprio corpo”, a Prato si consuma una vicenda, intreccio di bullismo e sessismo che ancora oggi colpisce le donne italiane.

Ad una sedicenne è stato rubato il telefonino e sono state diffuse online foto e video sexy e per la giovane è iniziata una vera e propria persecuzione non tanto diversa da quella che subiscono le persone che hanno un orientamento sessuale che la società non accetta come parte della natura umana. E’ un copione che si ripete troppo spesso in Italia. Se sei una ragazza e hai una vita sessuale, allora sei da condannare, perché le brave ragazze sono quelle che aspettano fino al matrimonio rinunciando alla propria sessualità per donarsi ad un unico uomo, quello che amano.

Le ragazze brave sono quelle che hanno una sessualità ma non la manifestano in pubblico ma nemmeno in privato. Non devi avere una sessualità, punto e basta. E queste discriminazioni accadono nelle nostre istituzioni che  trascurano la necessità dell’educazione sessuale per fare fronte a questo problema culturale.

Cosa ha  portato a questi giovani a inviare una spedizione punitiva fatta di divulgazioni online, passaparola, molestie sessuali, insulti, prese in giro e offese ad una compagna di scuola proprio per il fatto di essere donna e di avere una sessualità attiva? il contesto, lo stesso contesto maschilista che viene impartito dai genitori, da quei padri e quelle madri incazzati mentre in auto danno della troia alla guidatrice davanti a cui attribuiscono il fatto di non saper guidare in quanto donna; a quelle scene a cui assistono nelle famiglie, le litigate tra sorelle e genitori che non le fanno uscire o le fanno rincasare presto perchè sono femmine, a quei padri che percuotono le madri perchè la violenza domestica in italia è molto diffusa. E’ in questi focolai che nascono i pregiudizi, le molestie e il bullismo verso le donne che nella vita adulta si evolvono in quei femminicidi che assistiamo ogni giorno nelle cronache italiane.

Non passano in secondo piano gli agenti di educazione secondari, le scuole, dove i presidi per evitare lo scandalo consigliano ai genitori delle vittime di ritirarle dalla scuola e di farle rinunciare ad un futuro, al diritto dell’istruzione, ad una realizzazione personale, perchè tanto saranno i bulli, i futuri uomini ad essere la futura classe dirigente italiana, perchè tanto sono le femmine ad aver provocato, ad essersela cercata, perchè possedere filmini e foto hard è più grave che rubare e diffondere in rete le foto di una loro compagna, perché bisogna evitare lo scandalo e mantenere pulito il nome della scuola. A meno queste a prima vista sembrano le motivazioni inconsce di un preside che ha preferito allontanare la vittima anziché sospendere ed allontanare i responsabili. Un preside che ha preferito accogliere il branco nel suo istituto piuttosto che la vittima.

Io stessa ho subito bullismo per dieci anni e ho continuato a frequentare la scuola fino all’ultimo anno malgrado non volessi più andarci. Malgrado ogni giorno mi veniva il nodo in gola quando entravo in quell’aula sapendo che ogni giorno poteva accadermi anche di peggio. Era sempre il preside ad aver consigliato ai miei di trasferirmi di scuola senza mai schierarsi contro il branco, anzi riteneva fossi io a provocarli, sovente.

Il victim-blaming è un fenomeno che rafforza i bulli e violenti, un fenomeno molto frequente. Aiuta a deresponsabilizzarli e legittimare le loro azioni. Chi giustifica è anch’egli un bullo e violento perché si rende complice. E’ un fenomeno molto diffuso soprattutto quando le vittime sono donne, stranieri, poveri e omosessuali. Persone che nel nostro paese sono considerate spazzatura.

Ieri in una trasmissione di Rai uno, l’Arena di Giletti, ho assistito ad una criminalizzazione degli adolescenti senza fine da parte di adulti maturi, sopratutto le ragazze definite dai loro compagni di scuola come aggressive, maschiacce, andando a coltivare quell’humus che ci vuole docili e sottomesse, lo stesso che ci impone di sopportare le violenze in famiglia. Quel clima televisivo che si faceva man mano più assurdo quando veniva interrotta perfino una donna che attribuiva la colpa ai clienti che si fingevano ignari di aver pagato minorenni, come il nostro ex Presidente del Consiglio.

In italia c’è un vero e proprio problema nel rapporto uomo-donna e nella percezione delle donne. Lo dicono i dati, lo dice il clima pesante che si respira nell’aria. Le donne dovrebbero essere consapevoli di ciò ma troppe poche lo sono.

Forse oggi ci si sta cominciando a porsi qualche interrogativo. Costumi che parevano un dato di fatto ai quali era inutile porsi delle domande, perché il mondo pareva essere biologicamente giustificato, stanno cominciando ad essere messi in discussione, ma con quale lentezza? Con quale lentezza se tantissime trasmissioni televisive che per anni hanno venduto il modello della donna-oggetto ora criminalizzano due minorenni che si prostituiscono per il lusso anziché chiedere ai clienti di farsi autocritica?

Perché in fondo sono nove milioni in Italia (più del 35%), ma come nel secolo scorso ancora non è caduto lo stereotipo dell’uomo cacciatore a cui va perdonato il fatto di essere andato con una prostituta (malgrado lo scarso rispetto verso la donna che in certi posti sappiamo non è tollerabile e perciò esistono leggi repressive contro il cliente). Esiste un cortocircuito che destabilizza l’autonomia di scelta delle donne: una cultura che ti vuole sempre seducente e disponibile ma poi entra in contrasto con l’altro stereotipo imposto alle donne: quello della sposa asessuata.

Ci sono una marea di clienti che giustificano il fatto di andare a prostitute anche quando esse sono palesemente schiave di tratta. Si schierano dalla parte della scelta delle donne finché non si tratta delle proprie figlie o compagne. Atteggiamento colmo di troiofobia che ci divide tutte in sante e puttane, “tutte puttane tranne le mie donne”. Il troiofobo punta il dito sulle prostitute e sulle proprie scelte, su quelle che esercitano la propria libertà sessuale non prostituendosi, sfoggiando la solita salsa di luoghi comuni che dipingono gli uomini come degli esseri pervasi da necessità sessuali impellenti. E le donne di conseguenza devono subire la “necessità” del maschio. Ci spetta a tutte come “dovere” sia che siamo mogli o prostitute e guai dare l’impressione di una qualche forma di autodeterminazione, viene interpretata come una provocazione inadeguata. Guai se dichiariamo di “venderci” non per necessita’ ma per comprarci l’Iphone, il vestito griffato o se dichiariamo di fare sesso perché piace a noi e non solo al partner. Oppure se decidiamo di non legarci ad un solo partner per avere diritto ad una vita sessuale. Allora siamo tutte puttane perché usciamo dagli schemi: vittima/schiava o sposa.

Ed è per questo che le due quindicenni dei Parioli stanno subendo un linciaggio. Poco importa  erano sopratutto delle vittime data la loro età: alle donne non viene perdonato nulla, provocano, anche se sono bambine. Molti sono convinti che a 13/14 anni si è donne fatte, questo deresponsabilizza chi in realtà dovrebbe essere condannato e alimenta l’idea che è normale fare sesso con minorenni, basti vedere come e’ stato osannato e difeso Berlusconi anche da parte della stampa. Una cultura fondamentalmente maschilista ancora troppo radicata in Italia ha fortemente inibito la donna sia psicologicamente che fisicamente, condizionando l’istinto sessuale e negando di fatto il diritto a provare piacere o di scegliersi un uomo. E’ un circolo da cui si sviluppa anche la cultura dello stupro e il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione, dove il diritto di scelta della donna viene negato. Se andiamo ad analizzare tutto ciò ci rendiamo conto che la condizione femminile in Italia è critica.

Ma qual’è la condizione delle ragazze italiane?

Quelle che intraprendono la via della prostituzione sono granelli di sabbia. C’è un’altra faccia della medaglia. Cosa dobbiamo pensare quando delle ragazzine invidiavano la vita della loro compagna, in realtà sfruttata, ma ritenuta più libera di loro?

Come si può voler prendere il posto di una ragazza costretta da sua madre a prostituirsi? dobbiamo dedurre che la realtà, ossia la schiavitù, delle altre ragazze non prostitute sia anche peggiore.

L’episodio delle baby squillo riflette un problema culturalmente radicato nel nostro paese. Viene scelta la prostituzione come una forma di ribellione delle giovani, viene fuori una condizione femminile veramente arretrata, dove alle ragazzine non sono concesse le stesse libertà dei loro coetanei maschi.

Sottoposte a grandi limitazioni per quanto riguarda gli orari di coprifuoco, sulla concessione di un piercing, tatuaggi, sigarette e perfino sull’uso dello scooter e la frequentazione di amici del sesso opposto.

Io stessa quando vado in discoteca assisto a gruppetti di ragazzine dai 13 ai 18 anni che entrano nei bagni con zainetti che contengono vestiti sgualciti ad imitazione di quelli delle donne adulte, trucchi e scarpe con il tacco 12 per ingannare l’età. Ragazzine che vengono coperte dalle amiche e dai genitori di qualcuna più libera a cui hanno concesso qualche volta una notte in discoteca. Oppure fratelli maggiori incaricati di controllare le loro sorelle minori. Sempre lì si incontrano con i loro coetanei di sesso opposto o i propri fidanzatini che hanno invece l’uscita libera e nessun coprifuoco. Non è un caso se nelle discoteche si assiste ad una maggioranza di avventori di sesso maschile e una minoranza donne di cui la maggioranza sono fidanzate o hanno l’accompagnatore maschio. Dalle mie parti si dice che ogni sabato c’è “la sagra dei wurlstel”.

La prostituzione, fenomeno patriarcale per eccellenza, diventa così l’unica via per alcune giovanissime di potersi autodeterminare. L’adolescenza è un periodo di assoluta ribellione. Non si è più dei bambini perciò si vuole essere trattati come adulti. Le ragazze crescono prima dei loro coetanei ma le famiglie tendono a proteggerle di più da tutto.

Le adolescenti sanno che quando saranno grandi continueranno a non avere le stesse opportunità dei loro coetani maschi. Stipendi più bassi, meno opportunità lavorative, lavori domestici (che iniziano ad essere insegnati già da bambine), famiglia, compagni gelosi e dunque meno uscite. La voglia di crescere in fretta deriva in parte da questo. Quando sei adolescente non hai impegni di prole, famiglia e lavoro che rubano il tuo tempo libero. “Perché dopo i vent’anni c’è il fidanzamento e il matrimonio e non avrò più tempo”, mi ripeteva una ragazzina che mi spiegava perché volesse a tutti i costi convincere i suoi a mandarla in discoteca come le amichette. Come se qualcuno le avesse inculcato che il matrimonio e la famiglia è un obbligo per una donna.

Le adolescenti sono vittime degli errori degli adulti. A vent’anni non ci si può sentire vecchi. La mercificazione di bambine e donne e le pressioni a cui sono sottoposte le adolescenti affinché diventino delle perfette e desiderabili Lolite con la paura di invecchiare sono la causa della sofferenza di tantissime ragazzine.

Il corpo femminile in Italia non solo subisce pressioni per conformarsi a modelli estetici rigidi ma è sottoposto ad attenzioni morbose e giudizi. Le giovani italiane sono più schiave dell’apparire e dei loro corpi rispetto alle loro coetanee occidentali. Corpi consumabili ed esibiti dall’industria mediatica che detta i suoi imperativi volti a manipolare il ruolo delle donne nella società. E inoltre devono pure sviluppare un forte senso del pudore rispetto ai maschi per proteggersi dagli sguardi ossessivi dell’altro sesso e dai giudizi sociali.

La percezione delle donne pare derivi da un grande occhio maschile, di cui anche le donne hanno introiettato per guardare e giudicare se stesse. La donna sparisce dove appare il suo corpo. Se l’invisibilità della donna islamica è il velo, quella delle donne italiane è l’esposizione falsata e distorta del proprio corpo, secondo i desideri maschili. Le donne italiane sono percepite come soltanto un corpo, ma non il proprio corpo. Un artefatto privo di sesso e desiderio. Perché finché il corpo femminile apparirà solo secondo norme e desideri maschili non sarà mai un corpo liberato ma una gabbia.

Molti uomini italiani hanno paura del desiderio femminile e la castrazione che le donne subiscono attraverso la mercificazione dei propri corpi sui media e i pregiudizi sessisti è impressionante, retaggio di una società italiana che per legge imponeva il matrimonio riparatore con la figlia “disonorata” e poco importa se aveva subito violenza sessuale.

E’ qui che vivono le baby squillo dei Parioli. Prostituiscono il proprio corpo perché nessuno ha dato loro l’occasione di conoscere il desiderio. Le donne vendono in Italia e non stupisce se le ragazzine hanno capito che il sistema funziona cosi’. Anzi spesso si tollera una donna che si vende piuttosto che una che ha scoperto il desiderio. Perchè il desiderio femminile è vera autodeterminazione e destabilizza la sicurezza di un uomo, troppo spesso fondata sul dominio verso la donna.

Spero che questo post possa essere letto tantissimo per invitare l’altro sesso a fare un po’ di autocritica. Vorrei tanto che si tenessero fuori le ragazzine da ciò, perché come dicevo, la colpa è solo degli adulti. Abbiamo bisogno di non fare più due pesi e due misure quando si parla di sessualità, sopratutto se sono coinvolte ragazzine in crescita perché ciò può compromettere molto. Abbiamo bisogno di non perseguitare più donne e ragazze quando fanno scelte sessuali diverse da quello che è considerato moralmente giusto in Italia.

Troia

Durante le manifestazioni del 2011 in piazza Tahir (Egitto) numerose manifestanti sono state poste a test obbligatori per accertare la loro verginità. Tantissime donne sono state umiliate e additate come delle prostitute solo perchè esercitavano il loro diritto di manifestare in una cultura dove alle donne non è permesso “mischiarsi” con gli uomini. Relegate alla sfera privata, l’identità delle donne islamiche è resa debole, quasi invisibile.

Ogni comportamento compiuto da una donna viene giudicato sulla base della moralità sessuale di quest’ultima. Le donne arabe saudite che rivendicano da anni il diritto di guidare per rendersi indipendenti dai loro compagni, si sono viste negare questo diritto e additate come “puttane”.
In molti paesi del mondo islamico sotto le leggi della shari’a una donna è costretta a sposarsi presto e non ha diritto di scegliere nemmeno il compagno. E’ la propria famiglia a doverlo fare al suo posto.
Se una donna consuma rapporti sessuali prima del matrimonio viene accusata di zina, ovvero di adulterio, e in molti paesi islamici costituisce reato, mentre gli uomini possono avere fino a 4 mogli e numerose concubine.

La verginità rappresenta, in numerose cultura patriarcali, un modo finalizzato a togliere indipendenza e autodeterminazione alle donne e di legarle alla famiglia e al controllo da parte di un uomo.  Trattata come merce di mercato, la donna viene barattata anche in cambio di bestiame.  In altre culture invece viene ancora praticato l’orrore delle mutilazioni genitali che causano la morte di tantissime bambine. Bambine a cui viene fatto il lavaggio del cervello che le porta a viverlo come un rito di passaggio.
La negazione della sessualità femminile avviene anche nelle culture occidentali ed è dettata e accettata dalla comunità. Ciò significa anche dalle stesse donne.  In italia sono molto forti le pressioni che ricevono le ragazze affinché non assumano atteggiamenti sconvenienti dal punto di vista sessuale.

Su Youtube c’è il video di una ragazza ubriaca che si dimena seminuda in vacanza a Mikonos (Grecia) mentre un gruppo di ragazzi a turno la palpeggiano.
Dal proprietario del video è stata etichettata come “una che fa la stronza con tutti”. L’atteggiamento discutibile del gruppo di ragazzi che la palpeggiano nonostante il suo stato psico-fisico non viene nemmeno commentato. Gli uomini sono liberi di esprimere e gestire la propria sessualità con ogni mezzo. Il corpo della donna viene considerato, dai palpeggiatori e dai commentatori, non come sua proprietà da gestire ma come parte della “comunità”. Un oggetto a disposizione degli uomini. 

Sotto al video una sfilza di commenti pieni di odio che vanno dalla parola troia ad affermazioni ben più gravi.
Troia è la parola più usata ed abusata nel dizionario italiano. Accanto ad essa sorgono altri nomignoli che ne fanno spesso le veci.
Ancora oggi ad una donna italiana, grosso modo come ad una donna dei paesi sopracitati, non è permesso esprimere la propria sessualità. L’atteggiamento di stigma investe anche quelle che non utilizzano un abbigliamento consono. Le brave donne devono vestire con modestia e non devono avere fantasie sessuali. Non devono far intendere che vogliono divertirsi con l’altro sesso nè avere iniziative di alcun genere. Anzi, peggio, non devono fumare, ubriacarsi e non devono provare piacere nel sesso. Altrimenti sono troie, sono prostitute verso le quali perfino  uno stupro diventa legittimo.

Ogni approccio con l’altro sesso viene percepito come un eventuale rischio di essere stuprata in un immaginario patriarcale dove solo le “ragazze facili” vengono stuprate o  addirittura meritano di esserlo.
Penso a Franca, la ragazzina stuprata a Modena, che ho ribattezzato con questo nome per rievocare Franca Rame una grande attrice morta pochi mesi fa che ha subito uno stupro e che non fu creduta. Pensavo anche a Franca Viola, la diciasettenne siciliana che si ribellò al matrimonio riparatorio con chi l’ha stuprata.
Penso a lei che ha avuto coraggio di sfidare una società che dà il consenso agli uomini di impongono lo stupro per punire quelle che hanno avuto un atteggiamento ritenuto libero per un paese che fino a 30 anni fa consentiva il delitto d’onore e i matrimoni riparatori.

E oggi guardo questo video con tristezza. Non è possibile che al giorno d’oggi si ritenga legittimo stuprare una donna ma non manifestare la propria libertà di avere rapporti sessuali con chi si vuole. Siamo in una società che da una parte vende corpi di donna dappertutto e dall’altra crocifigge ogni comportamento femminile. Un paese dove i padri accompagnano le proprie figlie ai concorsi di bellezza, dichiarandosi orgogliosi a vederle sfilare seminude, sono gli stessi papà che inorridiscono a pensare che le proprie figlie non sono più le loro bambine?

E’ inutile continuare a ripetere quanto ci sia molto da fare in Italia per riconoscere la parità tra uomo e donna. Ancora oggi, in Italia, se una donna ottiene un posto di lavoro o una promozione, un avanzamento di carriera o un posto in politica o se fa l’attrice è considerata da molti come una puttana che è scesa a compromessi.
Poichè l’immagine femminile è ancora associata quella della maternità. La donna, deve assolvere un ruolo ritenuto biologico, non può avere voglie sessuali che vanno oltre al fine riproduttivo. Perché è madre per natura, dunque pura.

L’immaginario italiano rievoca un po’ la sessualità in era vittoriana. Durante questo periodo storico, la donna veniva considerata un angelo del focolare e le venivano concessi pochi diritti.
ll corpo della donna era visto come un elemento di purezza, tranne quando aveva le mestruazioniUna donna per bene non poteva provare piacere sessuale. I mariti avevano spesso amanti o frequentavano i bordelli. La prostituzione era tollerata, ma  le prostitute erano spesso viste come donnacce dunque necessarie per placare i desideri maschili. Alle donne non era concesso avere un amante: avrebbero perso la propria reputazione e di conseguenza  emarginate dalla società.
Spesso a causa di questo, le donne finivano per impazzire e venivano additate come “isteriche”, a quei tempi malattia mentale.

L’Italia sembra a grandi linee intrappolata nell’era vittoriana. Posizionata perennemente agli ultimi posti del mondo per parità di genere (71°esimo quest’anno). Si firmano petizioni per riaprire i bordelli, perché la società italiana ritiene che il desiderio maschile sia troppo forte e che il sesso maschile sia un diritto innegabile. Attraverso il sesso legalizzato si chiedono anche ricompense sociali  o diritti a chi esercita? Nove milioni di clienti invece stigmatizzano chi sceglie di prostituirsi.  Molti non vorrebbero nemmeno vederle sulle strade. in questi giorni è balzato alle cronache un episodio gravissimo. Due quattordicenni sono state indotte a prostituirsi. Le due ragazzine sono state adescate su Facebook e la madre di una di loro induceva una delle due a continuare l’attività pretendendo parte dei guadagni.  La donna è stata arrestata assieme agli altri tre uomini, tutti italiani, che procacciavano clienti alle due adolescenti. Una storia squallida di sfruttamento e droga che i media hanno presentato in modo distorto, criminalizzando invece le vittime minorenni definite spregiudicate e “ribelli”.  Ribelli. Perché in questa società le donne vengono educate ad essere composte e sottomesse agli uomini. Educate a non tradire mai certe aspettative maschili. Troie per tutta Italia, ormai, senza alcuna parola di indignazione verso chi le sfruttava o chi comprava sesso da loro.

In Italia la sessualità maschile viene ancora percepita come uno status symbol e sinonimo di virilità. Anche gli scandali di Berlusconi hanno dimostrato quanto sia forte questo mito. Molti elettori lo hanno esultato criticando chi riteneva questo atteggiamento discutibile accusandoli di essere invidiosi. 

L’idea della donna come un oggetto sessuale è molto forte qui da noi. Di fronte a ciò le donne italiane hanno alzato barricate di difesa dall’altro sesso, ma soffrono quando la società stigmatizza il loro comportamento sessuale, sempre messo sotto controllo e sotto critica. Molte altre si adeguano convinte che sia giusto che un uomo venga ritenuto un macho mentre ad una donna e’ negata ogni minima possibilita’ di esprimersi nell’intimità e nel rapporto con l’altro sesso. Questo perché le madri insegnano già alle bambine che le donne non hanno desideri sessuali e che devono concedersi solo “per amore”.  L’appagamento della donna nella coppia è solo una conquista recente ma va taciuta sotto il giro di parole “io lo faccio solo per amore”, appunto. Mamme che iniziano ad inibire le proprie figlie già da quando sono in fasce, impedendo loro di masturbarsi, perché “bisogna insegnarle il pudore“.

Un cortocircuito. Le ragazze italiane di oggi di fronte ad una società che da una parte sottopone loro a pressioni per evitare comportamenti sessuali sconvenienti e dall’altra pretende che si “concedano” facilmente per appagare i desideri altrui, crescono più confuse delle nostre nonne. Non è un caso se accadono fatti come quello emerso a Roma pochi giorni fa.

Il sesso qui in Italia è un vero problema. La disinformazione è molto alta e dalle famiglie e dalle istituzioni non si attingono informazioni necessarie per abbattere tabù e dubbi. Il sesso è un problema che non va affrontato, un tabù.
Le ricerche Google sono intasate di ragazzine disperate che chiedono pareri sul come non restare incinta oppure su come reperire gli anticoncezionali. Oppure perchè non riescono a lasciarsi andare. Gli uomini trovano conforto grazie ad una maggiore solidarietà da parte dello stesso sesso rispetto alle ragazze, usando i forum per chiedere a ragazzi più grandi sul perché le donne italiane sono così restie al sesso. Le donne parimenti si sfogano scocciate  dalle pressioni dei loro coetanei, “perché gli uomini hanno il chiodo fisso”. Sembra una fotografia ingiallita.

Alle donne è limitato pure il diritto di decidere se portare a termine una gravidanza. Gli obiettori di coscienza sull’IVG in Italia sono presenti al 90% degli ospedali e perfino alcuni contraccettivi vengono negati: pillola del giorno dopo e dei cinque giorni dopo e perfino la spirale e condom femminile. Quasi tutti i metodi contraccettivi femminili vengono sottoposti a limitazioni anche con l’aiuto dell’informazione negata da parte di famiglie e istituzioni.

Molti medici rispondono che dovevi pensarci prima, incrementando i sensi di colpa sulla sessualità della donna. In questo modo non si fa altro che dare in mano agli uomini il controllo del nostro corpo e dunque anche quello di additarci come delle troie se non facciamo quello che vogliono loro.

Perché non si apre un dibattito intorno alla sessualità delle donne e ragazze?

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