#IoStoConGretaEVanessa

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Da qualche giorno, ormai, i quotidiani parlano della vicenda di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria, mentre si trovavano in un territorio di guerra, tanto pericoloso quanto “dimenticato”.

Ma chi sono Greta e Vanessa?

Sono due ragazze, poco più che ventenni. Due ragazze italiane che hanno deciso che essere nate “dalla parte fortunata del mondo” non può far loro dimenticare che in altri luoghi si soffre, si patisce, si muore.

Non so come mai abbiano scelto la Siria, perché mai abbiano deciso di spendere le loro ore libere, la loro intelligenza e la loro capacità per il popolo siriano. I motivi non importano. In un Paese dove si sente sempre parlare di “ragazzi e ragazze senza valori”, di giovani senza prospettive, di bamboccioni ecc, che ci siano al mondo una Vanessa e una Greta non può fare che piacere.

Non è un paese per giovani e non è solo la disoccupazione giovanile a dimostrarlo. Basta leggere articoli che hanno come protagonisti giovani. Ogni cosa che fa un giovane è sempre sbagliata.

Io, che sono la più vecchia del gruppo che scrive su questo blog, ammiro moltissimo le ragazze e i ragazzi che, notando avvenimenti e fatti che a loro paiono ingiusti e intollerabili, invece che infischiarsene, o fare del facile populismo condividendo frasette sui social network, decidono di spendersi in prima linea. Di attivarsi, nel modo che ritengono più opportuno, più vicino alla loro sensibilità, alle loro idee. Sono, Vanessa e Greta, due ragazze che “fanno”.

La strada che hanno scelto, la battaglia che combattono può essere condivisibile o meno, ma dar valore all’attività di volontariato (soprattutto giovanile), alla spendita di sé per gli altri che sta alla base di questo impegno, è giusto, doveroso e imprescindibile.

Chi sono Greta e Vanessa?

Vanessa ha 21 anni e, dal 2012 si interessa a quel che sta succedendo in Siria. Per questo suo interesse ha persino appronfondito la sua conoscenza della lingua araba. E’ volontaria dell’Organizzazione Internazionale di Soccorso e a Bologna, un paio di anni fa, ha organizzato una manifestazione in supporto del popolo siriano.

Greta ha 20 anni, e nel maggio del 2011 trascorre alcuni mesi in Zambia, lavorando come volontaria presso 3 centri che si prendono cura di malati di AIDS. L’anno dopo trascorre 3 settimane a Calcutta, in India, sempre con un’associazione di volontariato.

Non ho scritto queste informazioni per creare il mito dell’eroina, per elevare le due ragazze (io personalmente penso che non abbiano affatto bisogno della parole di una blogger per ergersi, alte, per i loro ideali), ma per sottolineare che le due ragazze, già da anni e già da giovanissime hanno dimostrato la loro capacità di empatia nei confronti di chi soffre e che avevano già avuto esperienze di volontariato all’estero, in territori “difficili”.
Veniamo alla Siria. Le due ragazze erano già state in Siria, per portare aiuti e medicinali e avevano anche fondato il progetto Horryaty, che in arabo significa libertà. La missione era acquistare kit di pronto soccorso e pacchi alimentari da distribuire al confine. Greta e Vanessa hanno fatto dei corsi di infermieria e avrebbero istruito i ragazzi in materia di pronto soccorso.
Ora le due amiche sono state rapite e posso solo immaginare come si sentano le loro famiglie, i loro amici, le loro amiche, tutti i loro cari.
La stampa ovviamente si è occupata tantissimo della vicenda. Io – pessimista – pensavo che avrei letto pezzi pieni di pathos, quasi al limite del romanzesco, con punte liriche finanche a sfiorare il morboso e lo strappalacrime e invece le mie nere prospettive sono state deluse…… in peggio.
Ecco come Luciano Gulli, de “Il Giornale.it” parla della faccenda (e facciamoli i nomi di questi giornalisti!)
… Bello, vero? Essere pronti a gettare idealisticamente il cuore oltre l’ostacolo, sacrificarsi per gli altri.

Meno bello – e questo è l’aspetto che varrà la pena sottolineare, quando tutto sarà finito – è gettare oltre l’ostacolo anche i soldi dei contribuenti per pagare riscatti milionari o imbastire complesse, rischiose, talvolta mortali operazioni di recupero di certe signorine che oltre alla loro vita non esitano a mettere a repentaglio anche quella degli altri. Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, sparite nel nulla sei giorni fa ad Aleppo, sequestrate da una banda di tagliagole torneranno, ne siamo certi. Ma quando saranno di nuovo tra noi qualcuno dovrà spiegarle che la guerra, le bombe, quei territori «comanche» dove morire è più facile che vivere sono una cosa troppo seria, troppo crudele per due ragazzine. Che sognare di andare in battaglia «per dare una mano», per «testimoniare», come troppe volte abbiamo visto fare a tante anime belle, dalla Bosnia all’Irak di Saddam, è una cosa che si può sognare benissimo tra i piccioni di piazza del Duomo, un selfie dopo l’altro, abbracciate strette strette, quando il rischio maggiore è di beccarsi un «regalo» dai pennuti. Ma senza i nervi, la preparazione, il carattere, l’esperienza che ti dice cosa fare e cosa non fare; senza quel rude pragmatismo che ti viene dopo aver battuto i marciapiedi di tante guerre è meglio stare a casa.
 
A parte che questo giornalista non conosce la grammatica italiana, leggo nelle sue parole una disistima totale condita di sarcasmo cattivo e misogino nei confronti delle due ragazze, definite, ma certo non in modo positivo  “ragazzine” ,”anime belle” e “certe signorine”.
Il riferimento alla “moda” dei selfie, anche questo accompagnato da crudele ironia, come a dire “poverine, sono due ragazzine impreparate, buone solo a mettersi in mostra su facebook, una foto dietro l’altra” non è molto meglio. Così come tagliente e cattivo risulta l’accenno al “pagamento che noi Italiani dovremmo sobbarcarci per riportare a casa certe signorine”.
 
Che significa “certe signorine?” Non sarà mica un sinonimo dell’essere di facili costumi? C’è da rimanere senza parole.
E magari fosse stato il giornalista  a restare zitto!
No, continua dicendo che sarebbe meglio che se ne fossero rimaste a casa.
E poi infila un esempio dietro l’altro di “certe altre ragazzine” che, anche loro, avrebbero fatto meglio a stare chiuse in casa (ma non è che questo giornalista per caso sia uno di quelli che sostiene che una donna, per il solo fatto di essere tale, debba limitare le sue attività alla cura della casa e della famiglia? Il dubbio è più che legittimo)

 Sono le stesse cose che scrivemmo nel settembre di dieci anni fa, quando a Bagdad vennero liberate Simona Torretta e Simona Pari. Le «due Simone» uscirono incolumi da un’avventura durata tre settimane. Non così andò l’anno dopo, quando sempre a Bagdad rapirono la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena.

Per liberarla, quella volta, morì l’agente del Sismi Nicola Calipari. Che dire di più, in queste ore? Niente. Fermiamoci qui. Intrecciamo le dita, sperando di rivedere presto queste altre «Simone».

Leggere che le stesse cose le scrisse 10 anni fa, mi fa quasi tenerezza. Non si è evoluto nemmeno un po’, nel suo pensiero  (Gulli, o il Giornale.it che dir si voglia)!

E se ne compiace pure….

Simona Torretta e Simona Pari, rapite all’epoca a Baghdad per lui uscirono incolumi di un'”avventura” e Giuliana Sgrena, addirittura, ha causato la morte di Nicola Calipari.

In poche righe sminuite 5 donne, quasi dipinte come delle povere incapaci, cancellando con “un colpo di penna”, il passato, le esperienze, le capacità e il coraggio delle stesse.

Meno male che Gulli si ferma qui e intreccia le dita.

Ma ci pensa un suo collega, Giuseppe Marino, oggi, sempre dalle pagine de “Il Giornale.it” che ci invita a salvare le due ragazze in Siria, ma non ad esaltarle.

E continua:

Sondaggio istantaneo in redazione. Quesito: dov’eri tu all’età delle ragazze rapite in Siria? Le risposte dei più incoscienti: nell’Afghanistan invaso dai russi, in Libano tra i cristiani sotto attacco, nella Russia profonda durante il colpo di Stato anti Gorbaciov.

Ma quando, come e perché chi si spende, in giovane età per gli altri è diventato “incosciente”? Ma che è? Il rovesciamento dei valori? Ma come? In un Paese cattolico, dove si deve sempre porgere l’altra guancia e dove ci insegnano a sacrificarci per il prossimo, oggi si leggono parole come queste? Io sono allibita.

 è difficile scagliare la prima pietra sui peccati di avventatezza di due ragazze che hanno seguito l’istinto e inseguito l’avventura.

In ogni caso, dire che le Greta e Vanessa hanno violato ogni regola di prudenza è altrettanto lecito quanto dire che bisogna fare di tutto per riportarle in Italia.

Le due ragazze hanno peccato. Avventate, creature senza ragione, hanno seguito l’istinto e si sono buttate nell’avventura (il fatto che fossero già due anni che Greta e Vanessa lavoravano per il prossimo, in Paesi non facili pare non interessare nulla al giornalista). Hanno anche violato ogni regola di prudenza. Ma che ne sa lui? Ci sarà stato mai, lui, a distribuire farmaci in una zona di guerra? Avrà mai visto la Siria sotto le bombe? C’era, quando le hanno rapite?

Per comprendere il resto del pezzo, ho dovuto, lo ammetto, rileggerlo 4 volte.

Paragoni sminuenti con la Croce Rossa, colpe “politiche” delle due ragazze che “non erano neutrali”, essendosi schierate con i cattivissimi islamici e sul finire…. il complotto! Ma allora, è un romanzo! Non un pezzo di cronaca. Peccato che sia scritto su un giornale che dovrebbe fare informazione ad un popolo dove l’analfabetismo funzionale colpisce il 47% degli Italiani.

Come se fossero due crocerossine. Ma non è così, perché fin dai tempi di Florence Nightingale l’impegno umanitario della Croce Rossa si svolge all’insegna della più totale neutralità tra le parti. Si soccorrono i feriti, di qualunque parti essi siano. Greta e Vanessa invece avevano una convizione politica evidente e negarla significa far torto anche a loro: lo testimoniano senza ombra di dubbio i messaggi su Facebook e le foto in cui posano con la bandiera dei ribelli e scritte che esaltano la «rivoluzione siriana». Anche questo è legittimo. Ma, e lo sanno bene i volontari della Croce Rossa, se indossi i colori di una parte, anche soccorrere i feriti diventa un atto politico. E i rischi aumentano.

Meglio che le ragazze non facciano politica. Anche facendo politica si cacciano nei guai. Insomma, ogni volta che una giovane fa qualcosa che non sia starsene a casa a far la calza, le accade qualcosa di male..malgrado abbiamo più volte visto che sono le mura domestiche ad essere il luogo più pericoloso per le donne!

Ma non è tutto: una recente inchiesta del New York Times ha ricostruito l’incredibile giro d’affari generato dai sequestri di occidentali. Secondo i dati del quotidiano liberal americano, i rapimenti sono diventati la prima fonte di finanziamento per al Qaeda, che ha incassato dal 2008 a oggi la rotonda cifra di 125 milioni di dollari a forza di riscatti pagati soprattutto dai governi per riavere indietro propri cittadini. Nonostante ciò, l’Italia deve comunque fare la propria parte per riavere indietro Greta e Vanessa. Senza però nascondersi che i proventi dei riscatti servono a gruppi estremisti attivi in Siria come al Nusra, per portare avanti una battaglia fatta anche di attentati terroristici, vittime dei quali sono stati anche centinaia di bambini. Accusare di cinismo chi sottolinea questo lato della medaglia ed esaltare l’idealismo di Greta e Vanessa e il loro progetto per curare i bambini, significa compiere una disonesta operazione di semplificazione buonista, che può servire a illudere altri ragazzi. A meno di non essere tra colore che ritengono i bambini uccisi dai ribelli islamisti meno innocenti delle vittime di governativi.

Complottista, razzista e misogino.

Veniamo a Michele Serra, su Repubblica.it che ci fa la grazia di parlar male di coloro che disprezzano Vanessa e Greta, ma non ci risparmia la “paternale”, quel sessismo “buonista” (e razzismo “buonista”, anche) che sminuisce le donne (non solo quelle giovani), viste come “creature di buon cuore, del tutto disarmate e impreparate alla vita”. 

Si trema pensando all’impatto che le due ragazze italiane Greta e Vanessa, libere, gentili e con i capelli al vento, possono avere avuto su certe canaglie bigotte che girano per l’Islam, maschi carcerieri di femmine, giudici di femmine, proprietari di femmine, predoni di femmine. Chi è padre e madre, naturalmente, ha un sussulto protettivo. E anche un moto spontaneo di rimprovero, benedette ragazze, andare in quei posti, e con quei sorrisi, e con quelle volonterose intenzioni, come se la mitezza potesse, da sé sola, bastare a difendere chi solo quella indossa, senza palandrane nere o altre divise che ne occultino la persona. È un ben misero salvacondotto, la volontà di aiuto. Quanto al sorriso, tra quei truci miliziani di Dio, parrà certamente un’aggravante. Ma già si intende (chi ha le orecchie disposte all’ascolto) la risposta che le due ragazze vorrebbero e potrebbero dare, i vent’anni da spendere per qualche nobile ragione, il coraggio da vendere anche se il prezzo è il rischio, non vale rinfacciare ai ragazzi l’indolenza se poi li si rimprovera anche quando partono alla ventura, si aprono al mondo, lo considerano finalmente affidato a loro e non ad altri.

Il pubblico che legge questi pezzi (ed altri) non è certo meglio, a dimostrazione che questicattivi maestri” del giornalismo fanno moltissimi danni, lasciando che emergano i lati più razzisti e misogini degli Italiani.

I cattivi maestri della penna abbiamo avuto occasione di notarli parecchie volte nel descrivere i giovani ma soprattutto le giovani donne che escono dai modelli che gli stessi media hanno preconfezionato per loro.

Forse perché Vanessa e Greta non hanno scelto di affollare i provini per diventare Miss Italia o Veline? Forse perché non sognavano il principe azzurro?

Peccato avrebbero potuto starsene a casa comodamente a cazzeggiare su Facebook , a sognare di diventare concorrenti del “Grande Fratello” a popolare la massa inetta costruita grazie ad un ventennio capeggiato da tv commerciali e da giornali schierati da chi ha forato una generazione di aspiranti soubrette da consumare nelle intense notti di Arcore. Forse avrebbero dato meno fastidio.

Ma cosa hanno fatto di male queste ragazze? Perché non meritano la stessa solidarietà che si è formata attorno alla vicenda dei due marò?

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Immagine presa dalla pagina FB: "Raccolta statistica di commenti ridondanti"

Immagine presa dalla pagina FB: “Raccolta statistica di commenti ridondanti”

 

Questi sono i tanti commenti che sono spuntati sotto gli articoli e nelle pagine facebook ufficiali dei quotidiani.

E si commentano da soli, sono terribili.

 

Molti le descrivono come “troie” e questo testimonia quanto siano radicati i pregiudizi sulle donne anche quando lasciano il nostro paese e si occupano di chi è considerato il nostro nemico. La donna come una proprietà del nostro paese, come oggetto sessuale o potenziale vittima per natura, magari sono gli stessi che diffondono luoghi comuni sul presunto trattamento riservato alle donne di quei paesi.

Oppure se sei una donna ti accusano di volerti mettere in mostra e cercare notorietà.

Perché in questo paese ( che non è certo islamico) se sei nata donna devi stare a casa tua e fare la buona moglie.

E’ difficile non leggere del razzismo anti-islamico e sessismo nell’opinione pubblica che ha appreso della notizia del rapimento di Greta e Vanessa, due ragazze che meritano soltanto solidarietà!

 

 

 

 

Fonti: qui, qui, qui, qui, qui

Strega dello Sciliar e Mary

Nemiche di se stesse e costantemente obbedienti al patriarcato

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Nel post precedente parlavo di masturbazione femminile basandomi su opinioni diffuse sul web. Ho anche lanciato una sorta di manifesto per la visibilità della masturbazione femminile e ho in qualche modo provato ad avviare un dibattito volutamente rivolto agli uomini (che puntualmente hanno contribuito). Fortunatamente il post ha avuto tantissime visite ed è stato condiviso da migliaia di utenti sul web. Questo ha permesso che venissero fuori opinioni diverse circa la percezione della masturbazione femminile. 

Ho pubblicato anche i commenti contrari, soprattutto quelli più integralisti per dare una conferma più evidente delle resistenze culturali attorno a questo tema. Le critiche che ho ricevuto erano soprattutto maschili. Qualcuno mi ha chiesto perché io mi sia rivolta solo agli uomini e forse questo è stato il punto debole del post che non ha permesso di mettere in evidenza le resistenze femminili circa l’autoerotismo.

Non ho appunto parlato, e forse mai in questo blog, di certe donne che continuano a perpetuare e tramandare il maschilismo, rendendosi complici di una cultura che ci opprime anziché optare sulla solidarietà per combatterla (quella che poi viene adottata anche dai gruppi femministi che affrontano tali tematiche lavorando insieme).

1798767_1489291901297539_679751557_nForse la donna non si è emancipata completamente per comprendere che il non fare gruppo, il non solidarizzare e il perpetuare stereotipi sessisti non fanno che indebolire la condizione della donna. Su Facebook è nato un gruppo che conta più di 1000 click. Si chiama “Cara sei maschilista” e fa una crituca educativa su come alcune donne siano conniventi con il maschilismo.

Questo meccanismo di complicità è molto pericoloso perché se fossimo le prime a prendere le distanze da certi pregiudizi l’Italia sarebbe un Paese più paritario. Le italiane non hanno ottenuto i propri diritti dal nulla ma li hanno grazie alle lotte di un gruppo di donne che hanno avuto il coraggio di prendere le distanze dal patriarcato e i propri usi e costumi.

Eppure oggi le italiane si dimenticano del femminismo e lo vedono come una parola obsoleta o addirittura negativa, buttando all’aria tanti di quei progressi. E anche a voi pongo la stessa domanda: di cosa avete paura?

Rifacendomi sulla linea del post sull’autoerotismo quante donne preferiscono continuare a rafforzare lo stereotipo della donna asessuata anziché trovare il coraggio di urlare che il corpo e la sessualità ci appartiene come diritto e natura?

Si può capire che dietro ciò c’è la paura di essere etichettate ma se rafforziamo questo stereotipo rafforziamo anche le nostre paure. E dunque il rischio di venir etichettate in quanto certe pratiche in una donna, secondo lo stereotipo, non sono normali. Così tanti uomini continueranno a delegittimare il desiderio femminile basandosi sul sentito dire senza aver avuto mai l’esperienza di vivere da donne.

Noto un atteggiamento sottomesso da parte delle donne italiane, soprattutto quelle che vivono in piccole realtà. Donne che passano il tempo a dividere le sante dalle puttane e a difendere il territorio da possibili rivali che si avvicinano al proprio ragazzo, amiche o meno. Quando qualcuna prova ad uscire dal coro ecco che viene etichettata come un’isterica. C’è ad esempio una ragazza croata che sul suo blog racconta un’esperienza che ha vissuto durante una vacanza in Italia con il suo fidanzato.

La donna rimane di stucco perché dalle sue parti non le era mai capitato di trovarsi in un ristorante dove per obbligo il conto deve pagarlo lui. Discorso diverso da chi singolarmente sceglie di pagare il conto alla fidanzata ancora d’uso nel galateo italiano.

L’autrice non ha detto nulla di offensivo ma ha cercato di fare una critica costruttiva verso questa usanza. Che male c’è nel voler pagarsi il conto da sole? Sotto il suo post una sfilza di commenti maschili che la insultano in ogni modo, perché è impossibile in Italia violare i ruoli di genere, eccetto quando si lamentano che le donne italiane sono delle mantenute. Ma accanto a questi ce n’e sono una marea scritti da mani femminili violenti tanto quanto quelli maschili. L’autrice viene tacciata di isteria, di essere rompicoglioni, affetta da mestruazioni in corso, apostrofata con epiteti razzisti e insultata perfino sul suo aspetto estetico. La violenza di queste donne, che si scagliano contro quelle che mettono in discussione il proprio ruolo, rafforza quegli uomini che desiderano che le proprie compagne dipendessero economicamente da loro.

Allo stesso modo è pieno di donne che si schierano contro le vittime di violenza o che convengono schierarsi dalla parte del maschio e continuare a perpetrare la mentalità secondo la quale è colpa della donna in ogni caso. Donne che addirittura sostengono di essere maschiliste e che “le altre sono tutte troie” e che “mai vorrebbero una figlia femmina” e che “meno male ho un figlio maschio”. Donne che odiano le donne. Mi chiedo quale educazione daranno ai loro figli maschi. Gli uomini invece tendono in ogni caso a solidarizzare tra loro rinunciando perfino a fare autocritica pur di non indebolire la propria fratellanza. Anche quando hanno torto.

Non sto cercando l’approvazione maschile però sono curiosa su cosa pensano gli uomini di quest’attitudine femminile. Forse qualcuno prova commiserazione. Qualcun’altro ci gode. Ricordo quando tra un mucchio di donne che colpevolizzavano la vittima di uno stupro io replicai ad un commentatore che lo stupro non va mai giustificato e che io sto dalla parte delle donne. Egli mi ha diede della lesbica e dell’isterica. In un contesto dove le donne vengono educate a non fare sorellanza è molto facile aver terrore di una donna che rompe gli schemi. Le preferiscono deboli perchè addomesticabili. Preferiscono che approvino il più possibile certi atteggiamenti maschilisti e li considerino parte del fare di un uomo, “tanto non rispettano solo le donnacce” come recita un pregiudizio nella bocca di molte donne compresa mia madre.  Ho sentito altri uomini criticare aspramente l’atteggiamento alla “eva contro eva” sostenendo che le donne sono stupide e dunque sbandierando luoghi comuni sulla presunta inferiorità delle donne anche se frutto di un atteggiamento impartito da una cultura maschilista.

Se un uomo che ha una vita sessuale è percepito come un figo, questa percezione è data soprattutto dagli uomini (non tutte le donne stimano chi salta da una donna all’altra). E’ anche vero che la donna che altrettanto cerca di soddisfare i piaceri della carne viene percepita soprattutto dagli uomini come una puttana. Ma le donne non facendo gruppo perdono l’occasione di porre fine alla riprovazione sociale della sessualità femminile e dunque si pongono dei vincoli poiché anche nella percezione delle donne esistono dei pregiudizi come se avessimo interiorizzato e introiettato lo sguardo maschile su noi stesse. Un po’ come quando percepiamo i nostri corpi.

Non ho mai visto-salvo rari casi-uomini fare giudizi severi sull’aspetto estetico degli altri dello stesso genere. Le donne si guardano tra loro come un uomo le guarderebbe giudicando chi non è sessualmente appetibile secondo i gusti maschili. Però non vorrei fare una critica senza indagare le radici culturali del fenomeno. I media, ad esempio, continuano a proliferare modelli e atteggiamenti femminili che strizzano l’occhio ai gusti dei maschi etero. Questo pone le donne nell’incapacità di percepirsi come persone e pensare da donne. Pensare da donne significa abbandonare modalità di pensiero e percezioni maschiliste e affrontarle senza paura di essere etichettate.

La società ci ha trasformato in un branco di “uomini mancati sessisti” che però devono “fare le donne”. Mi viene in mente un luogo comune molto radicato in Italia, quello della suocera perennemente in guerra con la nuora perché non soddisfa e vizia il proprio marito come faceva lei quando era bambino. Così le donne devono ricevere  l’approvazione di altre donne- soprattutto più anziane- che si comportano come i kapò nei lager nazisti.

La società ha distrutto l’autostima di noi donne a tal punto di farci credere che dipendiamo dall’approvazione maschile e che il nostro valore dipenda da essa. Se siamo brave donne secondo i vincoli offerti dal patriarcato e i ruoli di genere, se siamo sessualmente corrispondenti ai canoni dominanti, se siamo buone madri e se siamo bravi amanti. Così perdiamo il nostro punto di riferimento principale, la nostra identità e ci autosegreghiamo.

Ragazzo omosessuale di 21 anni si suicida: un attimo di silenzio!

Pochi giorni fa un ragazzo di soli 21 anni si lancia nel vuoto. Prima del gesto ha lasciato un messaggio: «Sono gay. L’Italia è un Paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza».
Solo nel 2013 ci sono stati tre suicidi che subivano il peso di essere gay, vessati dalle umiliazioni di una cultura che demonizza la sessualità, forte di una cultura cattolica e patriarcale dove la virilità è sinonimo di eterosessualità e famiglia.
Ad agosto si uccise un quattordicenne omosessuale, gettandosi dal balcone. “Sono gay, tutti mi prendono in giro” diceva il ragazzo, vessato dal bullismo omofobo dei suoi coetanei a scuola.
All’inizio dell’anno Andrea si impicca con una sciarpa perché veniva preso in giro perché quei pantaloni rosa agli occhi dei suoi coetanei gli davano un’aria da gay.
Un altro ragazzino tenta il suicidio perchè vessato in famiglia.
Storie tutte uguali che vanno dal “malessere interiore”, poiché il contesto influisce molto, ai veri atti diretti di omofobia che hanno indotto al suicidio di queste giovani vite.
Assieme a questi casi, un sfilza sempre più diffusa di episodi omofobi come il recente pestaggio di un ragazzo gay.
L’omofobia non è un caso isolato. E’ fomentata e radicata nelle istituzioni. Quelle stesse istituzioni politiche che hanno smorzato la proposta di legge per tutelare le persone LGBTI con una clausola a dir poco anticostituzionale. Come la legge sulla violenza contro le donne, non non risolve il problema e non vuole affrontarlo a livello culturale ma è presente anche una clausola discriminatoria, perché tale legge individua delle eccezioni applicative che consentono a coloro i quali appartengono ad associazioni, cattoliche, agli educatori e in ambito sanitario, di poter continuare denigrare, vessare e considerare malate le persone LGBTI, restando impuniti.
Insomma, non solo si può continuare ad operare una “socializzazione” ad una cultura omofoba che è causa di questi episodi ma si può benissimo restare impuniti.

Così il vicedirettore di un giornale può affermare cose imbecilli per accusare il Gay Pride, in quanto “pagliacciata”, di essere la causa del suicidio di Simone, senza essere radiato e punito con la galera.

Questo significa che nel nostro Paese non c’è nessuna volontà di sconfiggere l’omofobia ma di fomentarla. E non è un caso se ciò accade in un paese maschilista come l’Italia, dove viene portata avanti l’immagine dell’uomo “sciupafemmine” per tenere lontano il mostro dell’omosessualità.
Ecco perché l’associazione Famiglie Numerose (un nome, un programma) ha contestato un corso anti-sessista introdotto in una scuola italiana. Il fatto è accaduto a Venezia dove un corso per insegnanti su “la promozione di una cultura oltre agli stereotipi di genere”, relativi ai messaggi pubblicitari e all’uso che questi fanno degli stereotipi maschili e femminili suscita l’immediata reazione degli aderenti all’associazione Famiglie numerose, i quali gridano allo scandalo, poiché secondo loro «nel corso promosso dalla Provincia di Venezia gli insegnanti saranno formati per esaminare le tendenze dei bambini fin dalle scuole materne e verificare a quale “genere” appartengono (maschio, femmina, gay, ecc). La chiamano teoria del Gender. Un modo per avviarsi alla distruzione della famiglia, e di conseguenza della società in cui viviamo».
Una polemica che ha indignato Maria Elena Tomat, presidente della commissione Pari opportunità in quanto «In accordo con l’Ufficio scolastico cerchiamo di stimolare nei ragazzi, attraverso la formazione degli insegnanti, il senso critico dei ragazzi verso i messaggi pubblicitari che impiegano stereotipi di genere: all’immagine della donna viene accostata quella della valletta scosciata e muta, mentre a quella del maschio l’uomo elegante e intelligente. Per fare un esempio. Cerchiamo di far capire che anche le donne fanno lavori importanti».
Che coraggio ci vuole a contestare un corso che vuole porre fine ad atti di omofobia e femminicidio? E’ davvero una cosa d’altro mondo, direbbe una persona ingenua che non conosce quanto è ancora è sessista e arretrato il nostro Paese, dove ancora gli stereotipi di genere sono socialmente condivisi e difficili da metter ein discussione.
C’è un problema nel nostro Paese, un problema che ci pone in contrasto con quei paesi confinanti che hanno già norme per celebrare i matrimoni tra coppie dello stesso sesso e per il riconoscimento delle persone intersessuali.
Un paese dove gli omosessuali vengono perseguitati o scelgono di togliersi la vita accusando un vuoto legislativo e una carenza di diritti che il nostro paese non vuole colmare.

Ancora una volta lo Stato ha messo a segno un altro “omicidio”.  Un attimo di silenzio, per favore.

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