La costruzione sociale e mediatica della “madre del mostro”. Oltre le lasagne c’è di più

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Abbiamo parlato solo ieri della costruzione mediatica e sociale del “mostro”. Quel mostro così lontano da noi, così arcano e innaturale, che ci piace tanto tenere distante dalla nostra quotidianità. Quel “mostro” a cui, però, bisogna riconoscere sempre e comunque delle attenuanti che possano spiegare la “lucida follia” di cui parlano i giornali, soprattutto quando ad essere uccisa è una donna, moglie o sconosciuta che sia.

E anche di questo abbiamo scritto nel nostro articolo. Di come la colpa possa essere addossata ad una “moglie che opprime” o una “donna che seduce”.

E dopo la vita di mogli, compagne, ex, amanti, partner occasionali che i nostri giornali hanno scandagliato per trovare la benché minima giustificazione nei confronti dei delitti commessi dai loro omicida, cercando di dimostrare come fossero opprimenti e asfissianti oppure dominati e promiscue, non poteva certo mancare l’invettiva contro le “madri dei mostri”, tirando fuori ancora una volta la malattia mentale e i demoni.

E questa volta a cercare una spiegazione per situazioni che si inseriscono perfettamente nel sostrato culturale misogino del possesso è una donna, o meglio una “madre”. Una “madre” che vuole sviscerare le responsabilità delle “madri” (e i padri ovviamente non esistono, non vengono nemmeno nominati).

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Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

Ed ecco che le donne vengono rappresentate come nuore e suocere pronte a scannarsi per “la supremazia del territorio”, a contenderselo in modo che se ne decreti la vincitrice. E a contendersi di conseguenza anche l’uomo italiano. Un uomo completamente in balia di queste figure femminili, che passerebbe dalla “tutela” dell’una a quella dell’altra, come un essere senza la capacità di intendere e di volere, o un bambino continuamente bisognoso di cure e attenzioni.

E infatti “chi conosce meglio di una madre (mettiamolo in grassetto per sottolinearlo meglio, ndr) cosa passa nella mente di un figlio?”. E certo, che abbiano “cinque, dieci o quarant’anni” le madri saranno loro tutrici, perché “la mamma è sempre la mamma” e la mamma “sa” e “dovrebbe essere la prima a comprendere”.

Quindi, perché questi uomini non sono stati “instradati” prima da queste madri? Perché non sono stati intercettati per tempo, nel loro “disagio profondo” da queste mamme inette?

Come mai queste donne non sono state per gli uomini che hanno cresciuto “interlocutrici attente”, in modo tale che i loro figli senza ratio e senza volontà venissero “in qualche modo fermati” per tempo?

Perché queste madri hanno lasciato che i loro figli maschi potessero arrivare a commettere un omicidio?

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Una madre di figli maschi lo sa. Ha il dovere “da madre” di mettere il figlio sotto la sua ala protettrice (più che con le figlie femmine, certo, perché il maschio – che lo si dice a fare - ha più bisogno di attenzioni e di cure). Vi è un chiaro “obbligo morale”  di guidarlo.

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La madre ci sarà. Sempre. Sarà sempre pronta e disponibile alle esigenze del figlio maschio. Anche quando “il suo mondo crollerà e una donna gli spezzerà il cuore”.

Perché mamme, vedete, le lasagne che cucinate sono buone ma servirle di domenica al vostro figlio maschio non è sufficiente. Oltre a fare da cuoca e da sguattera si hanno altri doveri morali nei suoi confronti, tra cui quello di tutelarlo dall’eventualità che possa arrivare a commettere un omicidio.

E mentre la nostra mamma ci chiama ad interrogarci come “mamme di maschi”, in un cortocircuito logico in cui la premesse sociali sessiste dovrebbero essere combattute con altrettante premesse sessiste, i giornali stanno scandagliando la vita della mamma del presunto assassino di Yara.

Un test del dna è divenuto pretesto per creare una morbosità da soap opera pomeridiana, sciacallando su una tragedia e scavalcando privacy e diritti di una famiglia. I nostri giornali ora si chiedono come proteggerà la mamma di Bossetti l’”onorabilità della famiglia” e la figura sacra della madre di famiglia.

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Fonte: Il Giornale

Come leggiamo, i tre anni di “orrendo segreto del figlio” passano in secondo piano rispetto ai 44 anni in cui la donna avrebbe “occultato una drammatica verità”. E allora tutti giù a sviscerare, analizzare, indagare per capire come una madre, “la madre”, non fosse il prototipo di mamma italiana pura, casta e devota a marito e figli. Eccoli, tutti i quotidiani che cercano il dettaglio più scabroso, che improvvisano articoli che farebbero invidia alla sceneggiatura di una telenovela, ipotizzando stati psicologici e sensazioni dei “protagonisti” di quella che, purtroppo, non è la trama di un film.

Vorremmo capire che cosa c’entra tutto questa morbosa curiosità con il dato di fatto che interessa ai magistrati per portare avanti il loro lavoro. Cosa interessa ai giornali cercare di capire se e come a letto, con quell’uomo, ci sia andata davvero e quale bisogno abbiano di definire una vita “fondata dalle bugie”. Come si può andare a scrivere, senza rispetto alcuno per una famiglia e le persone che la compongono: Ingannava i gemelli ogni volta che nominava il «papà». Fingeva ogni volta che con parenti e amici sottolineava le somiglianze con il genitore. Ha tradito il povero Giovanni non soltanto quando andava a letto con Giuseppe Guerinoni, ma anche dopo che quell’avventura è finita, e le sue giornate a fianco del compagno sembravano normali e felici.Ci vuole più coraggio per affrontare la verità che per dissimularla. Ed Ester Arzuffi ha scelto la menzogna come sua compagna di vita in un intrico di segreti familiari esplosi assieme.”

Ma certo, “la mamma è sempre la mamma” e sovvertire la “mistica della maternità” è sempre  una buona occasione per fare del sensazionalismo ed acchiapparsi qualche click in più, fino quasi ad attribuire – come succede tra i commenti – la colpa dell’omicidio alla madre, poiché “se non avesse commesso adulterio ora quell’uomo non esisterebbe”.

Madri attente, madri psicologhe, madri devote. Madri caste e pure. Da una parte. E le “madri dei mostri” dall’altra.

La costruzione sociale del “mostro”: tra sciacallaggio mediatico, sfascia-famiglie e linciaggio collettivo

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Un uomo di 31 anni uccide la moglie, sua figlia di quasi 5 anni e suo figlio di 20 mesi. Simula una rapina aprendo la cassaforte, prelevando i pochi contanti presenti e mettendo a soqquadro la casa. Dopo di che si fa una doccia, esce di casa, butta l’arma con cui ha compiuto gli omicidi (un coltello) in un tombino e si reca in un bar a guardare la partita dei mondiali di calcio con gli amici.

Sembrerebbe una situazione paradossale, al limite del grottesco, ma è quello che è successo sabato sera — mentre milioni di persone si preparavano per assistere alla partita dell’Italia — in una casa a Motta Visconti (Milano).

Inizialmente, si è parlato di rapina, così come aveva tentato di inscenare lo stesso omicida. Il sindaco della cittadina infatti aveva dichiarato:

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dpuf

E’ da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza

In molti già urlavano al rapinatore — possibilmente extracomunitario.

Ma, per l’ennesima volta, la tesi dell’uomo nero, dello sconosciuto, del folle maniaco omicida che entra in casa e ammazza donne e bambini, non ha retto.
Come più volte abbiamo potuto constatare, da quando la violenza sulle donne è passata al centro di molti dibattiti, il pericolo spesso ha le chiavi di casa, si nasconde perfettamente tra le mura domestiche e nelle cossidette “famiglie felici”.

La notizia è rimbalzata da giornale in giornale e, come al solito, per creare più pathos e mistero, per stuzzicare quella curiosità un po’ morbosa di alcuni lettori, i giornali, prima ancora che si chiarisse la vicenda e venissero a galla dettagli importanti e quindi i-il resposabili-e, hanno riportato le impressioni di conoscenti e vicini con  le solite frasi di circostanza per addossare, velatamente, la colpa ad un possibile estraneo:

Era una famiglia felice.
Andavano in chiesa e in oratorio.
Non c’erano liti.

 

Inoltre, dopo anni di discussioni e analisi i giornalisti non hanno ancora ben chiaro come si scriva di violenza sulle donne, di una vicenda così efferata, in maniera corretta.

Dettagli macabri e inutili, sciacallaggio su scatti di vita privata, giustificazioni sottointese all’assassino (clicca sulle immagini per ingrandire):

 

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dE’ Da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza
  •  “era stanco”
  • “immaturo”
  • “invaghito di un’altra”/ “amava un’altra”
  • “un caso di anestesia affettiva”
  • “si sentiva oppresso”
  • “si sentiva inadeguato rispetto al carattere dominante della moglie” (qui l’anacronistica e strumentale intervista)
  • “travolto dalla passione per una collega”
  • “guidato da una “lucida follia”
  • “movente passionale”

La cosa che ci ha lasciate ancora più perplesse sono stati, come al solito, i commenti; questa volta però non quelli che solitamente si vanno a scatenare sotto ogni quotidiano ma sulla nostra stessa pagina.

E’ stato un duro colpo leggere sulla nostra pagina, la pagina di un blog che da anni è attivo e cerca di innalzare il livello di consapevolezza sulle tematiche di genere, questi commenti:

Dal linciaggio in pubblica piazza alle imbarazzanti e strampalate tesi di un individuo che scimmiotta e cita scrittori non rendendosi neanche conto di quello che scrive. E poi, ancora, diverse persone descrivono l’efferato omicidio come il gesto di un folle. Praticamente sono venuti a scrivere sulla nostra pagina quello contro cui, tra le altre cose, ci battiamo da anni.

Come abbiamo scritto sulla nostra pagina fb: non esiste alcun mostro, nessun animale e nessuna follia.

Anche sulle altre bacheche i commenti si sono sprecati:


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Si parla ancora di malattia mentale, quando nessun dato di realtà e nessuna perizia parlano di problemi psichiatrici, quando il delitto era premeditato da una settimana. Si reputa scontato che l’odio possa portare ad uccidere la moglie (un’estranea). Si tirano in ballo assurde teorie sull’impossibilità di individuare una matrice culturale per questo omicidio poiché la donna, in quanto madre, doveva garantire la sopravvivenza della “tribù”.

Ogni anno più di cento donne perdono la vita per mano di mariti, ex, compagni. Non possiamo ancora pensare, dopo anni di discussioni, analisi, attivismo e impegno che questi episodi siano gesti isolati di folli.

Non possiamo ancora ignorare il significato della parola “femminicidio” perché le donne ammazzate iniziano ad essere tante, troppe, per considerarle semplicemente vittime di un folle o di un raptus.

Non possiamo scaricarci la coscienza, neutralizzare la responsabilità collettiva addossando le colpe al singolo, all’autore del gesto o, ancora peggio, alla vittima stessa della violenza.

 

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Anche questi commenti erano nella nostra pagina FB e dimostrano molto chiaramente quanto ancora sia  radicato e persistente l’atteggiamento di colpevolizzare della vittima (o victim blaming). E non solo. Oltre alla vittima, è stata colpevolizzata anche la collega dell’assassino, rea di avere “istigato” l’uomo, di aver “provocato” in lui, un uomo perbene, sposato e con figli, una passione totalizzante e accecante. Torna, insomma, il caro e vecchio concetto della “sfasciafamiglie”.

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D’altronde, come possiamo pretendere che si innalzi il livello di consapevolezza tra la gente se i giornali, ovvero coloro che informano e di conseguenza  formano opinioni, per primi divulgano la vicenda addossando, in maniera sottintesa, la colpa alla collega?

Gli ha detto di no quindi è colpevole di avergli fatto perdere la testa, di avergli fatto scattare la “follia omicida“. Se gli avesse detto di sì, sarebbe stata doppiamente colpevole, perché c’è sempre una “malafemmina” da incolpare, quella che provoca il maschio di turno e ruba il marito altrui. Colpevole di non aver riferito le avances e le pressioni, che riceveva da quel suo collega, ai superiori. I giornali ne parlano come se fosse una cosa del tutto nuova, ma è praticamente quello che succede alla stragrande maggioranza di donne nell’ambito lavorativo di ricevere avances, proposte non desiderate e pressioni da superiori e/o colleghi che possono non essere raccontate per le più svariate ragioni, tra cui evitare mobbing, ripercussioni o magari non perdere il posto di lavoro. Che importa se la stessa lavorava lì da poco e dei motivi per cui ha evitato di raccontare (decisione su cui, per altro, non si capisce bene come ci si potrebbe mettere a sindacare). Lei in qualche modo è colpevole. Colpevole semplicemente di esistere, praticamente.

Se  il lettore medio si trova davanti uno degli articoli da noi screenshottati più in alto – tenendo presente che non tutt* possiedono i giusti mezzi e un grado di senso critico sufficiente – tenderà a pensare che l’assassino non è altro che un uomo accecato d’amore per questa donna che lo rifiutava perché sposato e che, disperato, ha commesso un folle gesto per farsi accettare da quest’ultima.

Da tempo, grazie anche all’analisi del linguaggio dei media e giornalistico che portiamo avanti con il blog, ci siamo rese conto che l’avvento del giornalismo online,  per aumentare click, non ha fatto altro che seminare sensazionalismo, scatenare sentimenti forcaioli, un interesse morboso e l’ incapacità di analizzare e commentare con lucidità  i fenomeni, che siano di cronaca, di attualità o di politica.

La funzione sociale del giornalismo è importantissima perché, come abbiamo scritto sopra, non si limita ad informare ma anche a formare l’opinione dei lettori e, più in generale, della società.

Qualche ora dopo la notizia della confessione dell’omicida di Motta Visconti, il ministro degli Interni Angelino Alfano ha annunciato pubblicamente l’avvenuta individuazione dell’assassino di Yara Gambirasio, complimentandosi con le Forze dell’Ordine: “Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio”.

Sembra incredibile che un ministro degli Interni abbia davvero pronunciato simili parole in uno stato di diritto, in cui vige la presunzione di innocenza e “assassini” si è dichiarati – eventualmente – dopo tre gradi di giudizio. Ma così è andata, Alfano non ha perso l’occasione propizia per metterla sul piano securitario, ignorando ancora una volta le questioni a monte di tali fenomeni, e i giornalisti non si sono certo lasciati scappare la ghiotta occasione di “rastrellare” quanti più click possibili. Piatto ricco mi ci ficco. E così sono comparse (in ordine sparso):

  • accurate indagini psicologiche sulla personalità del (presunto) assassino, svoltesi sulla base delle foto e degli status FB con privacy pubblica, come se qualche irrilevante post sul social network potesse svelare chissà quale arcano mistero: “Nell’antitesi tra le fotografie di famiglia e le volgari battute sul sesso, tra i primi piani d’una delle sue bimbe dolcemente addormentata e l’amicizia con una ragazza che si mostra in reggicalze, e ancora tra l’adorazione per i cagnolini di strada portati a casa e inni alla vita da balordo” (qui);

 

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  • gallery di foto;

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  • sondaggi sulla sua colpevolezza o innocenza;

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  • giochi alla “indovina chi” per ottenere più click possibili e la gioia degli sponsor pubblicitari;

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Entrambi questi casi ci parlano della costruzione sociale e mediatica del “mostro”.

Una figura arcana, sfuocata, tanto diversa da noi, dalla nostra quotidianità, dalla nostra vita, dalla realtà.

Qualcuna, qualche decennio fa, parlava di “banalità del male”. Ci si aspetta di trovare, in colui che ha ucciso, il mostro, il folle, l’invasato. Invece si trovano persone mediocri e terribilmente normali.

L’opinione pubblica parla di “mostro” perché è rassicurante e ci fa perdere di vista il fatto che quel “mostro” possiamo essere anche noi, o che molto spesso abita con noi e non ha gli artigli, non sputa fuoco, non impazzisce all’improvviso, ma è assolutamente “normale”. Nessuna malattia mentale. Nessun raptus. Gli assassini non sono alieni, sono nati e cresciuti nella nostra società, da cui hanno appreso valori, modi di pensare, priorità.

Il giornalismo lo fa per montare il caso, per sciacallare sulla tragedia e cibarsi di audience in modo famelico. Noi ci sentiamo rassicurati, così lontani, così diversi da loro. Alfano è soddisfatto, perché gli atteggiamenti securitari (poco importa della presunzione di innocenza e della privacy della famiglia coinvolta) parlano alla pancia della gente e creano facile consenso.

Mostri, alieni, bestie da incatenare ed allontanare dalla nostra società perbene. Ma in che mondo?

Si individua “il mostro”, l’alieno e gli si augurano le cose peggiori, le stesse che gli si contestano, meravigliandosi del fatto che le abbia commesse, in un totale cortocircuito logico e culturale.

 

Fonti : 1 ; 2 ; 3 ; 4 ; 5 ; 6; 7

 

“È da tempo che assistiamo a una escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni”, ha detto Primo De Giuli, sindaco della cittadina. “È aumentata la delinquenza”, – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/omicidio-motta-visconti-madre-e-figli-sgozzati-secondo-sopralluogo-18a38af0-7ddb-47be-b150-6b535a7f5615.html#sthash.eTYGMyWf.dpuf”E’ da tempo che assistiamo ad un’escalation di reati a Motta Visconti, soprattutto furti in abitazioni. E’ aumentata la delinquenza”

Ci si accorge delle violenze contro le prostitute solo quando ne muore una

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Lo chiamano il Mostro, anzi, il nuovo Mostro di Firenze. Sarebbe lui, Riccardo Viti, l’assassino di Andreea Cristina Zamfir.

Il delitto è avvenuto a Scandicci, una zona periferica di Firenze, nota tristemente come uno dei luoghi – teatro dei terribili omicidi avvenuti tra il 1974 e il 1985, ai danni di giovani coppie che si appartavano in cerca di un po’ di intimità, lontani da occhi discreti e giudicanti. Ma questo assassinio nulla a che vedere con i delitti perpetrati da Pietro Pacciani e i suoi “compagni di merende”.

identikit-mostro-1982Prima di tutto, il Mostro di Firenze agiva secondo una modalità diversa. Si accaniva sulle coppiette sparando su di loro con una calibro 22 e dopo la morte di entrambi, estraeva con un coltello le zone intime del cadavere della donna. Certo, si accaniva sul corpo femminile con una ferocia assurda, quasi a voler punire la donna per il “peccato” dell’atto sessuale. Vari criminologi, infatti,  hanno teorizzato una sorta di fanatismo religioso nel personaggio di Pacciani.

E questo pare essere confermato, visto che, nell’aula del Tribunale, durante il processo, per dimostrare la sua innocenza a tratti, borbottò esclamazioni fanatico-mistiche senza senso. Nel suo passato, emerse in seguito, anche altre storie raccapriccianti:  uccise l’amante della sua (allora) fidanzata Miranda Bugli che poi Pacciani violentò, vicino al cadavere dell’uomo. Più tardi si sposò con Angiolina Manni, la quale durante il processo  raccontò di maltrattamenti domestici e abusi e botte sulle figlie da quando erano poco più che delle bambine.

Ma i quattro compagni di merende nella vita quotidiana erano definiti come i “grulli del paese”, dunque più che un “delitto di genere” potremmo parlare di veri problemi mentali che attanagliavano la mente di questi individui. Al di là del fatto che si tratti del caso più macabro delle pagine della cronaca del nostro Paese che ha sconvolto tutto il mondo, l’etichetta del mostro non è mai stata così appropriata.

In questo caso è un pò diverso, anzi molto diverso. E’ accaduto un delitto terribile paragonabile alla sorte delle vittime di Pacciani, un caso che forse per questo ha rievocato l’immagine (e la paura del Mostro). Ma l’etichetta del Mostro calza molto stretta e può sembrare anche inappropriata.

Non è bello né sano puntare ad alimentare la paura solo per vendere di più o per fare ascolti. Per questo motivo non ci è piaciuto il modo in cui è stata trattata la vicenda che, come al solito, è stata rivestita di morbosità (che poi è la stessa morbosità che si usava 30 anni prima).

Sono tanti i giornali che hanno usato titoli come: “Il mostro è tornato”, “Un nuovo mostro a Firenze” senza alcun rispetto per una donna, l’ennesima vittima di femminicidio e senza rispetto per i/le cittadini/e terrorizzati da questo nuovo mostro.

Il “mostro”, prima di uccidere Cristina, aveva stuprato alcune donne, le quali hanno fornito un identikit del responsabile: basso, fiorentino, calvo e con auto furgonata. Alcune di loro sono finite all’ospedale e sono rimaste ricoverate un mese a causa delle ferite subite da oggetti inseriti nelle zone intime.

Il “mostro” è stato preso rapidamente, molto rapidamente, dopo l’assassinio di Cristina. Una corsa finita con l’elogio mediatico della polizia che ha smascherato quello che tantissime prostitute avevano già incontrato e identificato da tempo. Cosa hanno aspettato? 

Non solo. Uno dei poliziotti che ha avuto un ruolo di spicco nella cattura di Viti, Paolo De Giorgi, ha affermato di aver riconosciuto l’uomo, perché l’aveva già identificato nel maggio 2012 in occasione di una lite di Viti con una prostituta. Dunque, l’assassino era noto alle forze dell’Ordine.

Viti aveva quindi abusato in passato di alcune prostitute, era già conosciuto alle forze dell’ordine, era un uomo violento. Eppure era libero e ha avuto la possibilità di continuare a far del male alle prostitute, fino ad ucciderne una (si conferma quel che ha affermato Rashida Manjoo, delegata delle Nazioni Unite, in Italia, a proposito del femminicidio nel nostro paese: un delitto di Stato. Le donne denunciano più volte varie violenze e queste rimangono quasi sempre inascoltate fino a che si giunge all’irreparabile, perché mancano le istituzioni e le strutture per porre rimedio immediato alle situazioni di violenza denunciate).

Se c’erano tutti gli elementi in pugno e testimonianze veritiere, perchè hanno aspettato che scappasse la morta?

Ovvio, le vittime sono puttane o meglio “ragazze sbandate che hanno fatto un brutto incontro”, in pratica se lo sono cercata.

Queste sono le parole degli investigatori, riportate da molti giornali, alimentando i pregiudizi sulle prostitute, vittime di questo stupratore seriale.

Come spesso accade, raccontando di femminicidi, la stampa dà il peggio di sé, usando un linguaggio inappropriato, riportando in grossi titoloni le parole dell’assassino e/o del suo avvocato, strizzando morbosamente l’occhio al lettore.

Vediamo qualche esempio:

Da Repubblica.it, le parole di De Giorgi che ricorda il precedente incontro con Viti:

“Erano circa le 5 di mattina ha raccontato parlando con alcuni cronisti-. Con un collega eravamo fermi in piazza Gaddi quando abbiamo notato un furgone con all’interno una ragazza che urlava. Abbiamo proceduto al controllo e constatato che la ragazza era una prostituta tossicodipendente. Il cliente diceva che non voleva più avere un rapporto con lei perchè aveva visto che era drogata. La voleva far scendere dal mezzo e la ragazza invece voleva 80 euro”. Nell’occasione, ha affermato, Viti mostrò un atteggiamento “molto tranquillo”

Sempre dallo stesso giornale, non si poteva non tirare in ballo la mamma, per far leva sul “lato umano” del feroce assassino:

“L’immagine che hanno costruito di mio figlio non corrisponde alla realtà. Riccardo non è una bestia”. Così la mamma di Riccardo Viti, il presunto assassino della 26enne uccisa a Firenze nella notte tra domenica e lunedì, parlando al telefono con l’avvocato Alessandro Benelli, il difensore d’ufficio del 55enne, come riferisce lo stesso legale. “Ho parlato solo con la madre – spiega l’avvocato – e abbiamo fissato di vederci lunedì. E’ disperata, non si dà pace, dice di non essersi mai accorta di niente“.

E infine, l’apoteosi dell’orrore giornalistico, riportare le parole dell’avvocato Benelli che ricordano tanto quelle dell’avvocato Villani, difensore di Tuccia, protagonista negativo dello stupro di Pizzoli:


“Resta il fatto che quanto successo – prosegue Benelli ricordando anche l’interrogatorio e le presunte ammissioni fatte dell’uomo – è frutto di un gioco erotico, estremo, ma un gioco erotico con una persona consenziente. E Viti non è certo il primo a fare queste pratiche. Già ieri, durante l’interrogatorio, aveva detto di essere molto dispiaciuto per la vittima”

Un gioco erotico? Una donna consenziente? Il “povero” Viti dispiaciuto per la vittima?

La Corte di Cassazione ha stabilito che esiste stupro anche se la vittima, inizialmente consenziente, durante il rapporto, anche sadomaso, cambia poi idea. Facciamo molta fatica a pensare che Cristina fosse consenziente a subire quel che l’ha portata alla morte.

Perché si presuppone che Cristina fosse consenziente? Perché era una prostituta?

Anche le prostitute possono essere stuprate. Anche loro hanno diritto a rifiutare un rapporto sessuale, sadomaso o no.

Poi ci sono le dichiarazioni dei paesani stufi della presenza delle prostitute in zona, come se fossero loro a minare la sicurezza. Certo è più consueto, in una società patriarcale che odia le donne specie se puttane, non puntare il dito sulle azioni del responsabile come non lo si fa con un molestatore ordinario, la cui colpa cade sull’abbigliamento o atteggiamento della vittima.

Mentre i giornali e alcuni cittadini facevano il processo alla vittima e mentre altri scavavano sulla sua vita privata, escono le dichiarazioni del “mostro”. Un uomo fin troppo normale per essere considerato malato. L’uomo della porta accanto, come lo definiscono i giornali. Perché non esistono mostri ma persone insospettabili come il tuo vicino di casa, un tuo ex-compagno di scuola, il tuo idraulico di fiducia, tuo marito, tuo figlio.

Le sue dichiarazioni:

- “Ho fatto una bischerata, non sapevo sarebbe morta, speravo la trovassero viva” ;

- “L’ho fatto per rivalsa ma non so contro chi, mia madre è una brava donna”.

Quanto condizionamento culturale c’è nell’asserzione che stuprare una donna che fa la prostituta sia lecito? Per quanto riguarda la seconda dichiarazione rilasciata da Viti, un pazzo tenterebbe di fare un’autoanalisi delle sue azioni?

Fonte Qui

Se Pacciani era davvero un folle malato di misticismo e di riti esoterici, possiamo dire lo stesso di Riccardo Viti?

Viti non solo ha ammesso il delitto ma ha fornito una giustificazione di esso. E facendo ciò ha anche rivelato il movente culturale del delitto. Femminicidio. Pacciani uccideva le coppie, Viti stuprava le prostitute uccidendone una.

Un’esecuzione degna di ciò che accade a Ciudad Juarez dove perdono la vita tantissime donne a seguito di reati a sfondo sessuale. Reati avvenuti in un contesto come l’Italia dove la parola prostituta (e il mestiere) suona come un’infamia e una lettera scarlatta gravissima e infatti viene usato come “titolo” ed etichetta per moltissime donne, in diverse situazioni.

Prostituta é una donna che fa carriera subito;

Prostituta é una donna che decide di non sposarsi;

Prostituta è una donna che ama il sesso;

Prostituta è una donna che ha avuto molti compagni;

Prostituta è una donna che tradisce;

Prostituta è una bella donna che fa l’attrice;

Prostituta è una che fa la pornostar;

Prostituta è una che guarda i film porno;

Prostituta è colei che si masturba;

Prostituta è colei che fa sesso prima del matrimonio;

Prostituta è colei che si comporta da stronza;

Prostituta è una donna cattiva e falsa;

Prostituta è chi sposa un milardario;

Prostituta è chi lascia il proprio compagno/marito/fidanzato;

Prostituta è colei che si ubriaca o si droga;

Prostituta è chi fa la velina;

Prostituta è chi veste in minigonna;

Prostituta è chi posa per un nudo;

Prostituta è chi non obbedisce alle regole sociali;

Prostituta è chi lavora fuori o viaggia;

Prostituta è chi non perdona il marito fedifrago;

Prostituta è la donna matura che ha una relazione con uno più giovane;

Prostituta sono tutte tranne le loro madri e le loro mogli;

Eccetera. La parola prostituta con tutti i suoi sinonimi racchiude un odio rivolto a chi si prostituisce e si estende a tutte le donne.

Lo scopo è separare le donne e rendere più fragile la sorellanza. Lo scopo è intrappolare le donne in un ruolo sociale prestabilito, in una gabbia che conviene all’uomo. Lo scopo è quello di portarci a dipendere da un uomo con il pretesto che egli possa darci protezione in quanto più forte fisicamente. Chi si emancipa dall’obbedienza patriarcale è considerata una troia. Troiofobia, ma anche slutshaming contro quelle che esercitano la prostituzione in quanto diverse dalle loro madri e le mogli. Dalle loro brave madri  e mogli, come ha ammesso Viti. Eliminare quelle che sono diverse dalle mamme. Ma anche individuare nella donna la causa delle azioni di un uomo. “Se ho ucciso, è per rivalsa, forse è colpa di mia madre”.

Questo ha origini anche nella cultura cattolica che impregna il nostro paese. Le donne sono il male, la tentazione. Se la sono cercata la morte, dunque, come affermano i giornali che vogliono sottolineare che lei era solo una sbandata. Insomma, un invito a cambiare mestiere.

C’è un pregiudizio radicato in Italia che vede le prostitute come quelle che lo fanno per fare vita facile. Non è un caso se siamo il paese in Europa con il maggior numero di clienti (9 milioni). Uomini a cui non importa sapere se una è stata costretta, l’importante è chiedere il “privilegio” di consumare al sicuro in una squallida casa chiusa, far pagare le tasse alle prostitute e eliminarle a favore del decoro dalle strade, costringendo le prostitute ad un’esistenza clandestina.

Perchè le prostitute nelle strade danni fastidio e vanno tolte. Nemmeno alla monnezza riservano questo trattamento. Infatti le nostre strade sono piene di discariche abusive.

Questo è un paese in cui la troiofobia e lo slutshaming sono molto forti.

Caro Viti non hai fatto una sciocchezza hai fatto quello che farebbero molti Italiani per levarsi di mezzo le prostitute (dopo averle usate).

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