La Stampa approva gli stupri di massa in Bosnia?

Pochi giorni fa tantissime donne sono scese in piazza contro gli attacchi alla 194 e contro la situazione nella quale le donne si trovano quando decidono di interrompere una gravidanza. La stampa italiana non solo ha fatto passare l’evento in sordina ma proprio il giorno dopo in cui tante donne si sono recate in piazza per rivendicare il diritto ad interrompere la gravidanza, su un giornale nazionale, La Stampa, è apparso questo titolo:

“Come in Bosnia per le donne violentate la gravidanza è un dovere”

Si tratta di un’intervista che Giacomo Galeazzi avrebbe fatto al Cardinal Sgreccia, il quale esprime il suo dissenso verso le donne violentate che intercorrono la strada dell’aborto, citando gli stupri etnici delle donne in Bosnia, che venivano violentate in massa secondo un “piano” volontario, una sorta di campagna per generale la razza perfetta serba. Quegli stupri di massa, infatti, non avvenivano per caso tanto da essere considerato un olocausto contro le donne.

La guerra di Bosnia non solo ha insegnato che le donne continuano ad essere considerate dalle truppe e dai loro genera alla stregua di un “premio di guerra” ma lo stupro veniva utilizzato come strategia per cancellare un popolo attraverso la fecondazione delle donne musulmane, costringendole a mettere al mondo figli appartenenti all’etnia serba.

Tantissime le testimonianze delle vittime dell’ ex Jugoslavia che hanno subito queste atroci violenze, donne che non potevano nemmeno abortire perché erano in guerra e non avevano un’assistenza medica e psicologica adeguata, per non parlare di un sussidio economico. Ma soprattutto perché molte di loro venivano tenute prigioniere fino al parto. (Fonte Qui)

Non solo donne ma anche ragazzine che una volta incinte si suicidavano o venivano emarginate, ripudiate. Chi ha pianificato gli assalti sessuali conoscevano molto bene i valori morali e culturali delle vittime di stupro e del contesto in cui vivevano. Sapevano che tipo di reazione avrebbe provocato l’atto di stupro nella vittima ma anche nel suo ambiente più prossimo: presso i familiari, i parenti, i vicini di casa.

Molte volte venivano torturate fino ad essere uccise. Le violenze sessuali alle quali venivano sottoposte erano atroci e cruente o  stuprate con la canna dei fucili e poi ammazzate. Tra loro anche bambine. Alcune testimonianze.

I soldati serbi presero donne incinte e squarciarono loro il ventre, pugnalando i loro bambini […] Ragazze di sedici e diciotto anni furono stuprate di fronte ai loro padri e fratelli. Due di queste ragazze, tra loro sorelle, si suicidarono dopo aver subito lo stupro (RTE, 4 maggio 1999).

“Un’altra vittima di Milan Lukić, la signora Bakira Hasečić, fu tenuta prigioniera nell’albergo “Vilina Vlas”, vicino alla città Višegrad, in Bosnia Orientale. In un rapporto delle Nazioni Unite si precisa che al “Vilina Vlas” erano detenute e maltrattate circa 200 donne. La maggior parte di loro furono uccise o sono scomparse. “Ci tenevano tutte chiuse nelle stanze. Ogni tanto ci buttavano un pezzo di pane che prendevamo con i denti perché le mani erano legate con le corde. Ci slegavano solo per stuprarci”, ha testimoniato la Hasečić”. 

[...] Non era difficile raccogliere le testimonianze. Gli stessi stupratori, infatti, si vantavano delle loro azioni. Norman Cigar, nel suo libro “Genocide in Bosnia: The Policy of Ethnic Cleansing”, scrive che “i paramilitari serbi della città di Gacko, in Erzegovina, si vantavano in pubblico di quello che facevano alle donne bosniache. Cantavano: Muslimanka sva u krvi, srbin joj je bio prvi, cioè la donna musulmana tutta insanguinata, il serbo è stato il primo per lei. Lo stesso gruppo si vantava di aver stuprato in gruppo una ragazza musulmana di tredici anni, di averla attaccata su di un carro armato e poi di aver circolato per la città finché della ragazza non era rimasto niente più che uno scheletro” (fonte Qui)

“Le famiglie di Sarajevo e delle zone vicine cercano le loro ragazze, che vengono restituite soltanto quando la maternita’ e’ avanzata.[...] Non sanno cosa le attende. Se parole di comprensione, oppure una porta chiusa. Non un lavoro, non una famiglia, non un marito, nessun altro figlio. Il problema non e’ il parto. Ma il dramma psichico. Alcune sono impazzite e vagano sulle montagne. Una ragazza, violentata da trenta uomini, e’ ricoverata in preda alla follia. Nei corridoi di questa Maternita’ , dove non compaiono alle porte fiocchi rosa o azzurri, il momento delle doglie e’ tragico. Perche’ nessuna di queste donne accetta un figlio frutto di una tragedia. E quando il piccolo nasce, i medici sono accolti con urla se tentano di far vedere alla madre la sua creatura. [...] Parla di tre, quattro ragazze partorienti che, durante le doglie, hanno rifiutato di seguire i suoi consigli nel momento delle contrazioni: “E ci sono altre che cedono sotto il dolore e ripetono, per dieci, venti volte: “questo figlio non lo voglio. Mi faccia morire”. [...]  Poche ore fa, una madre di 19 anni ha gridato, mentre la sua creatura vedeva la luce: “Portatemelo via. E’ il figlio di un assassino”. 

 QUI, Qui  e Qui  altre testimonianze.

Le vittime della violenza sessuale hanno sviluppato disturbi psicologici così gravi da sfiorare o addirittura sfociare in patologie psichiatriche,  vittime di una società che le ha dimenticate, lasciate senza medicine né sostegno dei medici. Tante sono disoccupate, senza mezzi economici per vivere. La maggior parte delle donne stuprate oggi vive ai margini della società. Molte non riescono a denunciare perché si sentono in colpa e perché raramente ottengono giustizia. (Fonte Qui

La salute mentale delle vittime di stupro è stata compromessa tantissimo dopo i ripetuti assalti sessuali. Alcune di loro hanno sviluppato gravi problemi ginecologici. Molte bambine, giovani ragazze e donne hanno l’utero devastato e non potranno diventare madri; altre vittime non desiderano mai più sposarsi e hanno disturbi nella sfera sessuale e affettiva; molte sono state abbandonate dai mariti a causa dello stupro subito e i mariti di alcune non sanno neppure oggi che sono state stuprate. Le malattie più frequenti di cui sono affette le donne vittime dello stupro vanno dalle malattie cardiovascolari, diabete, disturbi della tiroide, sindrome psico-organica, malattie del sistema osseo-muscolare, malattie del tratto genitale-urinario. (Fonte Qui)

In questo articolo lo stupro sembra diventare un diritto maschile, un’ azione generatrice di vita. E la donna? sarebbe procacciatrice di morte se decidesse di interrompere la gravidanza imposta? Non mi sorprende il fatto che un uomo di chiesa abbia pronunciato quelle parole. Non dimentichiamo quando Don Corsi, due anni fa, attribuì la violenza sulle donne al comportamento delle donne di oggi, le quali secondo la sua opinione provocherebbero gli atteggiamenti violenti degli uomini.  Un altro uomo di chiesa, Monsignor Bertoldo affermò che le donne inducono gli uomini a stuprarle e fanno più vittime dei preti pedofili. Sappiamo tutti qual’è stata la posizione delle donne secondo la Chiesa Cattolica.

Come è possibile che un giornale nazionale abbia pubblicato un’intervista in cui viene citato un gravissimo crimine dell’umanità come gli stupri etnici in Bosnia per fare propaganda antiabortista contro la L. 194? E’ molto grave che un giornale nazionale abbia dato spazio a questa intervista considerando la pratica dell’interruzione volontaria della gravidanza ad un qualcosa più grave del genocidio in Bosnia.

Il titolo è già di per se di una violenza inaudita. Sembra approvi gli stupri di massa in Bosnia attuati proprio con lo scopo di imporre gravidanze alle proprie vittime  le quali avevano, secondo la strategia serba, il dovere di dare alla luce neonati di etnia serba.

E’ già estremamente grave che si faccia passare la maternità come un dovere per una donna, come se fosse connaturato nel nostro ruolo, ma assai peggio se si tratta di donne che hanno subito una violenza. La gravidanza, dalle parole del cardinale, sembra sia una sorta di punizione. Anche se sei stata stuprata. Come uno stupratore, esso ti ricorda, che sei donna e che dunque il tuo dovere, oltre a quello di soddisfare sessualmente un uomo, è procreare.

 Subire uno stupro è la cosa più terribile che una donna possa subire da un uomo. E’ un’azione veramente ripugnante verso il corpo femminile, espressione di un disprezzo che porta a conseguenze gravissime nell’anima della donna che lo subisce. Come si può accettare che un giornale nazionale dia spazio alle parole di un cardinale che utilizza la parola “omicidio” per definire le azioni di una vittima di violenza che sceglie di non portare dietro di sé quel ricordo?

Il contenuto è anche peggio perché si parla di omicidio. Sentirsi definire assassine è una doppia violenza verso una donna che ha subito uno sfregio così grave. Prima violentata e poi considerata non solo colpevole di quella gravidanza ma anche per il fatto di non voler portarla a termine. Una gravidanza non pianificata, anche se avviene attraverso un atto di amore, è un evento che ti sconvolge la vita in tutti i sensi. Se quella gravidanza è frutto di uno stupro subentra anche il dolore di vedersi crescere dentro di sé il figlio di un uomo che ha usato il tuo corpo con disprezzo. Sentirsi dentro il seme di quella bestia, vedersi crescere la pancia e ricordarti ogni giorno nel vederla crescere che sei stata violentata.

Non ho parole per descrivere il male che mi ha fatto leggere un’intervista simile. Come reagirebbe una vittima di violenza di fronte a ciò?

La propaganda cattolica e l’ingerenza nella stampa italiana è davvero preoccupante. Nelle campagne antiabortiste si nasconde un sentimento di odio profondo verso le donne e dalla volontà di volerle sottomettere agli uomini. Tutto questo è quasi naturale che si verifichi in un Paese dove la parità di genere è un miraggio e dove la violenza sulle donne è altissima. Ma queste cose non avvengono soltanto qui ma anche nella “culla” della civiltà occidentale, dove le donne, secondo i luoghi comuni, godrebbero nella carta degli stessi diritti degli uomini.

Negli Usa perfino il Governo si mobilita per proposte aberranti come quella fatta da una deputata repubblicana del New Mexico che ha proposto il carcere per le vittime di stupro che abortiscono. La pena? Inquinamento di prove. Nell’Indianapolis, Richard Mourdock, repubblicano in corsa per il Senato ha sostenuto che qualora la vittima rimanesse incinta dopo lo stupro ciò sarebbe avvenuto per volere di Dio dunque abortire sarebbe grave. Un altro repubblicano Todd Akin affermò che Gli stupri legittimi portano raramente alla gravidanza”. Dunque ci sarebbero anche stupri legittimi. I commenti di Akin arrivano a meno di due settimane dopo il suo suggerimento di bandire la pillola del giorno dopo: La pillola del giorno dopo è una specie di aborto e credo che non dovremmo avere l’aborto in questo paese. Negli Usa ci sarebbero circa 32 mila gravidanze ogni anno a seguito di uno stupro. Immaginiamoci se non ci fosse la pillola del giorno dopo! 

Secondo gli antiabortisti le donne valgono meno di embrioni. La nostra vita vale meno, di decisioni nemmeno ne abbiamo. Ho sempre accomunato l’obiezione di coscienza e il sentimento antiabortista alla cultura dello stupro. Come un uomo impone un rapporto sessuale non desiderato alla donna, l’obiettore si insinua nell’intimità e nella sfera privata e sessuale della donna senza il proprio consenso. Come uno stupro.  E inoltre, se la donna viene privata della propria volontà di disporre del proprio corpo quanto può essere legittimo stuprarla?

Quell’articolo è cultura dello stupro, è apologia di reato, di stupro, di genocidio.

Criminalità sui generis

Qualche settimana fa, guardando in rete il video di bullismo femminile avvenuto a Bollate, ho notato che molti utenti, oltre ad esprimere commenti/insulti sessisti (appellativi quale “troia”, “puttana” et similia, giudizi sull’aspetto fisico, etc…), si sono indignati in particolare per il fatto che a compiere un atto di violenza sia stata proprio una donna.

In generale, la donna  violenta o la donna delinquente viene rappresentata dai media ed avvertita dalla società come particolarmente crudele, anormale ed imprevedibile (la c.d. strega), psicologicamente instabile e perciò subdolamente pericolosa, soggetta (a parità di gravità del reato) ad un maggior rimprovero da parte della società.

Difatti, quando una donna compie un atto violento, penalmente rilevante, in realtà – a differenza dell’uomo – sta violando due norme: una norma di carattere naturale (cioè vìola la sua natura femminile, che la vede buona, calma, sottomessa, incapace di violare coscientemente una legge); ed una norma giuridica.

L’odierna rappresentazione mediatica e sociale della donna delinquente risente ancora delle vecchie teorie positiviste (a testimonianza del fatto che poco è cambiato da allora) sulla criminalità femminile.

Tra tali teorie vi è quella formulata nel 1893 da Cesare Lombroso, il quale, nel libro “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, sosteneva che la causa della minore diffusione della criminalità femminile era da individuarsi nella maggiore debolezza e stupidità della donna rispetto all’uomo.

Le cause dell’ “onestà femminile” erano da collegarsi alla “pietas materna, all’incoscienza e all’incapacità di scegliere”. Se nonostante queste innate caratteristiche la donna commetteva delitti era “segno che la sua malvagità era enorme”.

Secondo l’autore, la donna criminale aveva caratteristiche maschili, in quanto era più intelligente, più audace, più forte e più erotica della “donna normale”. A questo si aggiungevano “le caratteristiche femminili peggiori” quali l’inclinazione alla vendetta, la menzogna, etc…, “formando così dei tipi di malvagità che sembrano toccare l’estremo”.

Tali teorie sono rimaste in auge per molto tempo, almeno fino agli anni ’70 del Novecento, quando l’attivarsi dell’emancipazione femminile ha comportato una nuova attenzione anche all’aspetto criminologico.

Illustrazioni originali del 1893, tratte dal libro "La donna delinquente, la prostituta e la donna normale".

Illustrazioni originali del 1893, tratte dal libro “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”.

Per completezza d’informazione, va detto che, nel frattempo, vi sono state altre teorie, aventi un seguito minore, che in questa sede possono essere solamente accennate.

Mi riferisco, ad esempio, alle teorie c.d. classiche (nate negli anni ’60), che ritengono che in realtà le donne commettano illeciti tanto quanto gli uomini, anche se in modo “mascherato”.

Questo per vari motivi, tra cui “il subdolo limitarsi della donna al ruolo d’istigatrice o mediatrice di delitti”, oppure per il fatto che i giudici e le forze dell’ordine avrebbero nei confronti del “gentil sesso” un atteggiamento “cavalleresco”, protettivo e benevolo.

Tralasciando tali marginali teorie, riprendiamo il discorso dagli anni ’70, quando la criminalità femminile è divenuta materia d’indagine anche da parte di studiose che hanno tentato di guardare il problema da un’ottica diversa.

Tra queste, la più importante è Freda Adler, che pone la criminalità femminile delle società occidentali in relazione con l’emancipazione, la differenziazione dei ruoli e le opportunità.

Secondo l’autrice, la donna non delinquerebbe tanto quanto l’uomo perché ancora sottomessa nel ruolo familiare e sociale. Soltanto quando la donna avrà raggiunto la stessa posizione sociale sarà in grado di commettere reati tanto quanto lui.

La Adler evidenziò, altresì, come l’emancipazione avrebbe portato ad un mutamento non solo quantitativo, ma anche qualitativo della criminalità femminile, che non sarebbe stata più relegata ai reati minori. L’emancipazione offrirebbe quindi alle donne più opportunità, sociali ed economiche, sia lecite che illecite.

Tale teoria ebbe un notevole seguito e condizionò largamente tutti gli studi successivi (ad. es. la teoria del controllo del potere di Hagan), che, in sostanza, finivano per riproporre, seppur con varianti,  la teoria emancipazionista.

Tuttavia le teorie emancipazioniste sono state periodicamente messe a confronto con i dati statistici, i quali ci dicono che, nonostante l’emancipazione in itinere, il tasso di criminalità femminile è rimasto nettamente inferiore rispetto a quello maschile. Da una verifica ISTAT relativa all’anno 2010 è emerso che in Italia le donne condannate sono state 36.346, contro 193.494 uomini condannati, rappresentando quindi il 15,81% del totale.

L’andamento percentuale delle condanne femminili rispetto al totale maschi-femmine è rimasto, seppure con qualche oscillazione, sempre costante nel corso degli anni (intorno al 15% di media), toccando una minima del 12,17% nel 1991 ed una massima del 34% nel 1945.

Dunque, come interpretare i dati statistici? Perché le donne, nonostante una maggiore emancipazione rispetto a decenni fa, continuano a commettere meno reati?

Non è facile rispondere ad una simile domanda e probabilmente, data la complessità della materia, non esiste neppure una sola risposta. Sono tanti i fattori e le concause in gioco.

Forse le teorie emancipazioniste hanno, in parte, ragione. Nonostante alcuni proclami di una raggiunta parità, i dati ci dicono che le donne ancora oggi lavorano meno degli uomini e lo spazio ad esse destinato è ancora in prevalenza quello domestico. I salari femminili sono inferiori a quelli maschili e le posizioni lavorative apicali (consigli di amministrazione, ruoli direttivi, etc…) sono ancora appannaggio maschile.

Va da sé che molti reati che presuppongono posizioni di comando (ad esempio i c.d. reati d’impresa) ancora sono compiuti prevalentemente da uomini.

Ma, oltre a questo, è bene riflettere su un paio di questioni fondamentali.

Tutte le teorie fin qui esaminate, comprese quelle emancipazioniste, hanno come comune denominatore il fatto che l’osservazione e lo studio della questione siano condotte da un’ottica esclusivamente femminile: “perché le donne delinquono meno?”  “Le donne arriveranno un giorno a delinquere quanto gli uomini?”

Come mai le domande non sono state queste: “perché la criminalità maschile è così estesa?”  “Gli uomini arriveranno mai a delinquere quanto le donne?”

La risposta risiede nel fatto che gli uomini hanno continuato e continuano ad incarnare il canone, il prototipo, la norma, con la conseguenza che tale “neutralità” ha reso invisibile il genere maschile, al quale è stata dedicata un’attenzione qualitativamente e quantitativamente inferiore a quella ricevuta dal genere femminile.

In questo modo, l’uomo, che rappresenta il genere umano universale, non ha bisogno di pensare in termini di genere e perciò può convincersi di non essere condizionato dalla sua mascolinità.

In realtà, come scrive Chiara Volpato in “Psicosociologia del maschilismo”, “se Simone de Beauvoir ci ha insegnato che non si nasce donna ma lo si diventa, allo stesso modo, non si nasce uomo, lo si diventa.”

La costruzione del proprio genere di appartenenza (“doing gender”) è un compito che inizia nella primissima infanzia e dura tutta la vita.

E la costruzione della mascolinità è spesso assai ardua: i maschi devono costantemente dimostrare di essere “veri uomini”, attraverso riti formativi e prove di virilità che hanno a che fare con l’aggressività, la dimostrazione dell’attitudine al comando, la difesa dell’onore, l’enfatizzazione della sessualità, etc….

L’identità sessuale femminile è messa in discussione meno frequentemente di quella maschile e gli uomini, per preservare la loro virilità e quindi il loro genere, sono costretti ad allontanare da sé tutto quello che è “in odore di femminilità”. Per questo motivo, quando ci si riferisce ad un prodotto “neutro”, è sempre il maschio ad essere rappresentato e mai la femmina (ad es. nei giocattoli). Perché l’uomo è più intransigente sulla sua identità sessuale.

Gli studiosi (Volpato, Bereska) hanno dimostrato che “vi è una stagnazione nelle prescrizioni di mascolinità. Negli ultimi decenni, l’attenzione si è concentrata sul mondo femminile, lasciando inalterato quello maschile. Così il mondo delle ragazze è cambiato, quello dei ragazzi poco.”

Mentre lo stereotipo femminile appare relativamente dinamico (oggi le donne sono percepite più capaci, assertive ed ambiziose), quello maschile appare statico, caratterizzato ancora da un’aggressività sentita come naturale e legittima e dal costante rifuggire dal lavoro domestico e di cura, lasciato ancora quasi totalmente in mano alle donne.

Quindi, tornando alle ultime teorie criminologiche e alla luce delle riflessioni fatte, ritengo che la Adler e i suoi successori, parlando di “emancipazione femminile” e “mascolinizzazione della donna” abbiano, in primo luogo, focalizzato l’attenzione sul soggetto sbagliato e, in secondo luogo, abbiano finito con il confondere l’emancipazione con il passare, “saltellare” da uno stereotipo di genere all’altro.

Emancipazione significa invece liberare, decostruire, sfaldare gli stereotipi di genere, partendo in primis da quello maschile, ancora così granitico nei suoi postulati e prescrizioni e che ha contribuito in buona parte a produrre quelle conseguenze che i dati ISTAT ci ricordano quotidianamente.

I poveri clienti sfruttati: mail-bombing a Panorama

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In questi giorni è ‘scoppiato’ un nuovo caso di prostituzione minorile. Nei giornali e in TV non si parla d’altro.

Abbiamo visto nei mesi scorsi come la stampa abbia creato un caso mediatico attorno a ciò che è accaduto alle due ragazzine di Roma che si prostituivano. Nei salotti televisivi si alternavano interi servizi dedicati a questo episodio di cronaca con stereotipi che insegnano già alle bambine che il corpo femminile “vende”. Giornali, trasmissioni televisive, telegiornali si concentravano sulle cause che hanno portato le due ragazzine dei Parioli a vendere il proprio corpo, con toni criminalizzanti.

Lo scandalo tutto italiano si è concentrato attorno alla presunta perdita di valori delle adolescenti di oggi con articoli su un fenomeno in crescita. Poco importa alla stampa se gli italiani sono al primo posto nel mondo per viaggi all’estero in cerca di mete dove il sesso con i minori è più accessibile. Nessun articolo ha ritenuto molto importante parlare di padri di famiglia, uomini di 50-60 anni che non hanno scrupoli a saltare addosso a bambine che potrebbero essere le proprie figlie. Vende meno parlare di clienti pedofili. Il Garante per l’Infanzia ha denunciato l’attenzione mediatica verso questo episodio triste di cronaca nera e la descrizione delle due minorenni piena di note pruriginose e poco critiche nei confronti dei carnefici.

Finchè non spuntano articoli che normalizzano l’attrazione per le “lolite”, così chiamate dai giornali. Un mese fa è uscito un dato impressionante dall’associazione Save the Children, pochissimi italiani sono consapevoli che i rapporti sessuali a pagamento con minori non sono solo proibiti dalla legge ma sono inaccettabili.

Questa accettabilità si riflette anche nella descrizione dei fatti che coinvolgono minorenni femmine nei fenomeni di prostituzione o sessualizzazione precoce. L’accettazione della pedofilia e lo slut-shaming sono gli elementi che emergono in molti articoli. E’ slut-shaming perché ci sono altri casi di precocizzazione delle minori che non hanno a che fare con la prostituzione. Il fenomeno delle baby-mamme, ad esempio, non è considerato altrettanto riprovevole. Grave si’, ma non si fa accenno alla presunta perdita dei valori di queste ultime.

Articoli con toni misogini sono comparsi in molte testate giornalistiche. Ieri su leggo (clicca Qui) è apparsa una grande schermata che fa appello alla crisi di valori, accompagnata ad un paio di cosce. Da una parte si sessualizza la minorenne e dall’altra ci si preoccupa di questa amoralità. Ovviamente la crisi dei valori consiste nel fatto che una minorenne si venda e non nel padre di famiglia che compra. Infatti le stime in percentuale (poco sotto) sono state fatte sulle adolescenti e non sui clienti (ne’ sui ragazzini) La “sfera dei valori” sessuali appartiene solo all’educazione delle ragazze. L’ insegnamento alla castita’ fa parte dell’educazione sessuale che viene data ancora oggi a molte ragazze, accompagnata dalla mercificazione mediatica del corpo femminile. Un cortocircuito pazzesco!

Poco sotto la schermata, un sondaggio su chi è d’accordo all’apertura delle case chiuse. La prostituzione da un lato accettata e da un lato condannata se esercitata da chi ha una “presunta” consapevolezza e lo fa per concedersi un lusso.

Sono le ragazzine che tentano, dunque,  non i clienti a creare la domanda. La legittimazione del desiderio maschile. Questo è quanto è apparso in un articolo di Panorama, dove i clienti che comprano corpi di bambine sono descritti perfino come delle vittime:

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Da Panorama (Qui) I passaggi sono sottolineati in rosso. L’articolista, una donna, descrive due ragazze poco più che bambine come delle femme fatale utilizzando un linguaggio scurrile. I toni sono misogini ed è chiaro lo slut-shaming. Spregiudicate le ragazze, vittime i clienti. Vittima chi consuma sesso con delle minorenni. Secondo l’articolista è normale che un uomo compri sesso da una ragazzina e che provi attrazione verso “la pelle liscia”. Il linguaggio non solo giustifica e normalizza la pedofilia ma il tono utilizzato è misogino e squalifica il corpo femminile, riducendolo ad una sorta di oggetto sessuale, a carne fresca.

“Che importa se hai 14 o 17 anni?” Siamo tutti diversi se no che palle. Quindi andare con un bambino a pagamento appartiene ad un gusto soggettivo? Non è condannabile come deriva sociale pericolosissima?

Quanti uomini leggendo questo articolo si sentiranno legittimati ad andare con le minorenni dal momento che ciò è socialmente accettato da tutti? L’importante è che la ragazzina tenga le gambe sigillate e la “tentazione” lontana.  Solo così la pedofilia cesserà di esistere.

Questo articolo è davvero inaccettabile e ritengo pericoloso che venga diffuso nel web:

Io scrivo, voi?

Mailbombing:

panoramaweb@mondadori.it

L’autrice: chiricoannalisa@yahoo.it

Per scrivere al Garante per l’Infanzia
:

segreteria@garanteinfanzia.org

L’ordine dei giornalisti
:

Odg@odg.it

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