#IoStoConGretaEVanessa

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Da qualche giorno, ormai, i quotidiani parlano della vicenda di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rapite in Siria, mentre si trovavano in un territorio di guerra, tanto pericoloso quanto “dimenticato”.

Ma chi sono Greta e Vanessa?

Sono due ragazze, poco più che ventenni. Due ragazze italiane che hanno deciso che essere nate “dalla parte fortunata del mondo” non può far loro dimenticare che in altri luoghi si soffre, si patisce, si muore.

Non so come mai abbiano scelto la Siria, perché mai abbiano deciso di spendere le loro ore libere, la loro intelligenza e la loro capacità per il popolo siriano. I motivi non importano. In un Paese dove si sente sempre parlare di “ragazzi e ragazze senza valori”, di giovani senza prospettive, di bamboccioni ecc, che ci siano al mondo una Vanessa e una Greta non può fare che piacere.

Non è un paese per giovani e non è solo la disoccupazione giovanile a dimostrarlo. Basta leggere articoli che hanno come protagonisti giovani. Ogni cosa che fa un giovane è sempre sbagliata.

Io, che sono la più vecchia del gruppo che scrive su questo blog, ammiro moltissimo le ragazze e i ragazzi che, notando avvenimenti e fatti che a loro paiono ingiusti e intollerabili, invece che infischiarsene, o fare del facile populismo condividendo frasette sui social network, decidono di spendersi in prima linea. Di attivarsi, nel modo che ritengono più opportuno, più vicino alla loro sensibilità, alle loro idee. Sono, Vanessa e Greta, due ragazze che “fanno”.

La strada che hanno scelto, la battaglia che combattono può essere condivisibile o meno, ma dar valore all’attività di volontariato (soprattutto giovanile), alla spendita di sé per gli altri che sta alla base di questo impegno, è giusto, doveroso e imprescindibile.

Chi sono Greta e Vanessa?

Vanessa ha 21 anni e, dal 2012 si interessa a quel che sta succedendo in Siria. Per questo suo interesse ha persino appronfondito la sua conoscenza della lingua araba. E’ volontaria dell’Organizzazione Internazionale di Soccorso e a Bologna, un paio di anni fa, ha organizzato una manifestazione in supporto del popolo siriano.

Greta ha 20 anni, e nel maggio del 2011 trascorre alcuni mesi in Zambia, lavorando come volontaria presso 3 centri che si prendono cura di malati di AIDS. L’anno dopo trascorre 3 settimane a Calcutta, in India, sempre con un’associazione di volontariato.

Non ho scritto queste informazioni per creare il mito dell’eroina, per elevare le due ragazze (io personalmente penso che non abbiano affatto bisogno della parole di una blogger per ergersi, alte, per i loro ideali), ma per sottolineare che le due ragazze, già da anni e già da giovanissime hanno dimostrato la loro capacità di empatia nei confronti di chi soffre e che avevano già avuto esperienze di volontariato all’estero, in territori “difficili”.
Veniamo alla Siria. Le due ragazze erano già state in Siria, per portare aiuti e medicinali e avevano anche fondato il progetto Horryaty, che in arabo significa libertà. La missione era acquistare kit di pronto soccorso e pacchi alimentari da distribuire al confine. Greta e Vanessa hanno fatto dei corsi di infermieria e avrebbero istruito i ragazzi in materia di pronto soccorso.
Ora le due amiche sono state rapite e posso solo immaginare come si sentano le loro famiglie, i loro amici, le loro amiche, tutti i loro cari.
La stampa ovviamente si è occupata tantissimo della vicenda. Io – pessimista – pensavo che avrei letto pezzi pieni di pathos, quasi al limite del romanzesco, con punte liriche finanche a sfiorare il morboso e lo strappalacrime e invece le mie nere prospettive sono state deluse…… in peggio.
Ecco come Luciano Gulli, de “Il Giornale.it” parla della faccenda (e facciamoli i nomi di questi giornalisti!)
… Bello, vero? Essere pronti a gettare idealisticamente il cuore oltre l’ostacolo, sacrificarsi per gli altri.

Meno bello – e questo è l’aspetto che varrà la pena sottolineare, quando tutto sarà finito – è gettare oltre l’ostacolo anche i soldi dei contribuenti per pagare riscatti milionari o imbastire complesse, rischiose, talvolta mortali operazioni di recupero di certe signorine che oltre alla loro vita non esitano a mettere a repentaglio anche quella degli altri. Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, sparite nel nulla sei giorni fa ad Aleppo, sequestrate da una banda di tagliagole torneranno, ne siamo certi. Ma quando saranno di nuovo tra noi qualcuno dovrà spiegarle che la guerra, le bombe, quei territori «comanche» dove morire è più facile che vivere sono una cosa troppo seria, troppo crudele per due ragazzine. Che sognare di andare in battaglia «per dare una mano», per «testimoniare», come troppe volte abbiamo visto fare a tante anime belle, dalla Bosnia all’Irak di Saddam, è una cosa che si può sognare benissimo tra i piccioni di piazza del Duomo, un selfie dopo l’altro, abbracciate strette strette, quando il rischio maggiore è di beccarsi un «regalo» dai pennuti. Ma senza i nervi, la preparazione, il carattere, l’esperienza che ti dice cosa fare e cosa non fare; senza quel rude pragmatismo che ti viene dopo aver battuto i marciapiedi di tante guerre è meglio stare a casa.
 
A parte che questo giornalista non conosce la grammatica italiana, leggo nelle sue parole una disistima totale condita di sarcasmo cattivo e misogino nei confronti delle due ragazze, definite, ma certo non in modo positivo  “ragazzine” ,”anime belle” e “certe signorine”.
Il riferimento alla “moda” dei selfie, anche questo accompagnato da crudele ironia, come a dire “poverine, sono due ragazzine impreparate, buone solo a mettersi in mostra su facebook, una foto dietro l’altra” non è molto meglio. Così come tagliente e cattivo risulta l’accenno al “pagamento che noi Italiani dovremmo sobbarcarci per riportare a casa certe signorine”.
 
Che significa “certe signorine?” Non sarà mica un sinonimo dell’essere di facili costumi? C’è da rimanere senza parole.
E magari fosse stato il giornalista  a restare zitto!
No, continua dicendo che sarebbe meglio che se ne fossero rimaste a casa.
E poi infila un esempio dietro l’altro di “certe altre ragazzine” che, anche loro, avrebbero fatto meglio a stare chiuse in casa (ma non è che questo giornalista per caso sia uno di quelli che sostiene che una donna, per il solo fatto di essere tale, debba limitare le sue attività alla cura della casa e della famiglia? Il dubbio è più che legittimo)

 Sono le stesse cose che scrivemmo nel settembre di dieci anni fa, quando a Bagdad vennero liberate Simona Torretta e Simona Pari. Le «due Simone» uscirono incolumi da un’avventura durata tre settimane. Non così andò l’anno dopo, quando sempre a Bagdad rapirono la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena.

Per liberarla, quella volta, morì l’agente del Sismi Nicola Calipari. Che dire di più, in queste ore? Niente. Fermiamoci qui. Intrecciamo le dita, sperando di rivedere presto queste altre «Simone».

Leggere che le stesse cose le scrisse 10 anni fa, mi fa quasi tenerezza. Non si è evoluto nemmeno un po’, nel suo pensiero  (Gulli, o il Giornale.it che dir si voglia)!

E se ne compiace pure….

Simona Torretta e Simona Pari, rapite all’epoca a Baghdad per lui uscirono incolumi di un'”avventura” e Giuliana Sgrena, addirittura, ha causato la morte di Nicola Calipari.

In poche righe sminuite 5 donne, quasi dipinte come delle povere incapaci, cancellando con “un colpo di penna”, il passato, le esperienze, le capacità e il coraggio delle stesse.

Meno male che Gulli si ferma qui e intreccia le dita.

Ma ci pensa un suo collega, Giuseppe Marino, oggi, sempre dalle pagine de “Il Giornale.it” che ci invita a salvare le due ragazze in Siria, ma non ad esaltarle.

E continua:

Sondaggio istantaneo in redazione. Quesito: dov’eri tu all’età delle ragazze rapite in Siria? Le risposte dei più incoscienti: nell’Afghanistan invaso dai russi, in Libano tra i cristiani sotto attacco, nella Russia profonda durante il colpo di Stato anti Gorbaciov.

Ma quando, come e perché chi si spende, in giovane età per gli altri è diventato “incosciente”? Ma che è? Il rovesciamento dei valori? Ma come? In un Paese cattolico, dove si deve sempre porgere l’altra guancia e dove ci insegnano a sacrificarci per il prossimo, oggi si leggono parole come queste? Io sono allibita.

 è difficile scagliare la prima pietra sui peccati di avventatezza di due ragazze che hanno seguito l’istinto e inseguito l’avventura.

In ogni caso, dire che le Greta e Vanessa hanno violato ogni regola di prudenza è altrettanto lecito quanto dire che bisogna fare di tutto per riportarle in Italia.

Le due ragazze hanno peccato. Avventate, creature senza ragione, hanno seguito l’istinto e si sono buttate nell’avventura (il fatto che fossero già due anni che Greta e Vanessa lavoravano per il prossimo, in Paesi non facili pare non interessare nulla al giornalista). Hanno anche violato ogni regola di prudenza. Ma che ne sa lui? Ci sarà stato mai, lui, a distribuire farmaci in una zona di guerra? Avrà mai visto la Siria sotto le bombe? C’era, quando le hanno rapite?

Per comprendere il resto del pezzo, ho dovuto, lo ammetto, rileggerlo 4 volte.

Paragoni sminuenti con la Croce Rossa, colpe “politiche” delle due ragazze che “non erano neutrali”, essendosi schierate con i cattivissimi islamici e sul finire…. il complotto! Ma allora, è un romanzo! Non un pezzo di cronaca. Peccato che sia scritto su un giornale che dovrebbe fare informazione ad un popolo dove l’analfabetismo funzionale colpisce il 47% degli Italiani.

Come se fossero due crocerossine. Ma non è così, perché fin dai tempi di Florence Nightingale l’impegno umanitario della Croce Rossa si svolge all’insegna della più totale neutralità tra le parti. Si soccorrono i feriti, di qualunque parti essi siano. Greta e Vanessa invece avevano una convizione politica evidente e negarla significa far torto anche a loro: lo testimoniano senza ombra di dubbio i messaggi su Facebook e le foto in cui posano con la bandiera dei ribelli e scritte che esaltano la «rivoluzione siriana». Anche questo è legittimo. Ma, e lo sanno bene i volontari della Croce Rossa, se indossi i colori di una parte, anche soccorrere i feriti diventa un atto politico. E i rischi aumentano.

Meglio che le ragazze non facciano politica. Anche facendo politica si cacciano nei guai. Insomma, ogni volta che una giovane fa qualcosa che non sia starsene a casa a far la calza, le accade qualcosa di male..malgrado abbiamo più volte visto che sono le mura domestiche ad essere il luogo più pericoloso per le donne!

Ma non è tutto: una recente inchiesta del New York Times ha ricostruito l’incredibile giro d’affari generato dai sequestri di occidentali. Secondo i dati del quotidiano liberal americano, i rapimenti sono diventati la prima fonte di finanziamento per al Qaeda, che ha incassato dal 2008 a oggi la rotonda cifra di 125 milioni di dollari a forza di riscatti pagati soprattutto dai governi per riavere indietro propri cittadini. Nonostante ciò, l’Italia deve comunque fare la propria parte per riavere indietro Greta e Vanessa. Senza però nascondersi che i proventi dei riscatti servono a gruppi estremisti attivi in Siria come al Nusra, per portare avanti una battaglia fatta anche di attentati terroristici, vittime dei quali sono stati anche centinaia di bambini. Accusare di cinismo chi sottolinea questo lato della medaglia ed esaltare l’idealismo di Greta e Vanessa e il loro progetto per curare i bambini, significa compiere una disonesta operazione di semplificazione buonista, che può servire a illudere altri ragazzi. A meno di non essere tra colore che ritengono i bambini uccisi dai ribelli islamisti meno innocenti delle vittime di governativi.

Complottista, razzista e misogino.

Veniamo a Michele Serra, su Repubblica.it che ci fa la grazia di parlar male di coloro che disprezzano Vanessa e Greta, ma non ci risparmia la “paternale”, quel sessismo “buonista” (e razzismo “buonista”, anche) che sminuisce le donne (non solo quelle giovani), viste come “creature di buon cuore, del tutto disarmate e impreparate alla vita”. 

Si trema pensando all’impatto che le due ragazze italiane Greta e Vanessa, libere, gentili e con i capelli al vento, possono avere avuto su certe canaglie bigotte che girano per l’Islam, maschi carcerieri di femmine, giudici di femmine, proprietari di femmine, predoni di femmine. Chi è padre e madre, naturalmente, ha un sussulto protettivo. E anche un moto spontaneo di rimprovero, benedette ragazze, andare in quei posti, e con quei sorrisi, e con quelle volonterose intenzioni, come se la mitezza potesse, da sé sola, bastare a difendere chi solo quella indossa, senza palandrane nere o altre divise che ne occultino la persona. È un ben misero salvacondotto, la volontà di aiuto. Quanto al sorriso, tra quei truci miliziani di Dio, parrà certamente un’aggravante. Ma già si intende (chi ha le orecchie disposte all’ascolto) la risposta che le due ragazze vorrebbero e potrebbero dare, i vent’anni da spendere per qualche nobile ragione, il coraggio da vendere anche se il prezzo è il rischio, non vale rinfacciare ai ragazzi l’indolenza se poi li si rimprovera anche quando partono alla ventura, si aprono al mondo, lo considerano finalmente affidato a loro e non ad altri.

Il pubblico che legge questi pezzi (ed altri) non è certo meglio, a dimostrazione che questicattivi maestri” del giornalismo fanno moltissimi danni, lasciando che emergano i lati più razzisti e misogini degli Italiani.

I cattivi maestri della penna abbiamo avuto occasione di notarli parecchie volte nel descrivere i giovani ma soprattutto le giovani donne che escono dai modelli che gli stessi media hanno preconfezionato per loro.

Forse perché Vanessa e Greta non hanno scelto di affollare i provini per diventare Miss Italia o Veline? Forse perché non sognavano il principe azzurro?

Peccato avrebbero potuto starsene a casa comodamente a cazzeggiare su Facebook , a sognare di diventare concorrenti del “Grande Fratello” a popolare la massa inetta costruita grazie ad un ventennio capeggiato da tv commerciali e da giornali schierati da chi ha forato una generazione di aspiranti soubrette da consumare nelle intense notti di Arcore. Forse avrebbero dato meno fastidio.

Ma cosa hanno fatto di male queste ragazze? Perché non meritano la stessa solidarietà che si è formata attorno alla vicenda dei due marò?

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sessismo

Immagine presa dalla pagina FB: "Raccolta statistica di commenti ridondanti"

Immagine presa dalla pagina FB: “Raccolta statistica di commenti ridondanti”

 

Questi sono i tanti commenti che sono spuntati sotto gli articoli e nelle pagine facebook ufficiali dei quotidiani.

E si commentano da soli, sono terribili.

 

Molti le descrivono come “troie” e questo testimonia quanto siano radicati i pregiudizi sulle donne anche quando lasciano il nostro paese e si occupano di chi è considerato il nostro nemico. La donna come una proprietà del nostro paese, come oggetto sessuale o potenziale vittima per natura, magari sono gli stessi che diffondono luoghi comuni sul presunto trattamento riservato alle donne di quei paesi.

Oppure se sei una donna ti accusano di volerti mettere in mostra e cercare notorietà.

Perché in questo paese ( che non è certo islamico) se sei nata donna devi stare a casa tua e fare la buona moglie.

E’ difficile non leggere del razzismo anti-islamico e sessismo nell’opinione pubblica che ha appreso della notizia del rapimento di Greta e Vanessa, due ragazze che meritano soltanto solidarietà!

 

 

 

 

Fonti: qui, qui, qui, qui, qui

Strega dello Sciliar e Mary

Criminalità sui generis

Illustrazioni originali del 1893, tratte dal libro "La donna delinquente, la prostituta e la donna normale".

Qualche settimana fa, guardando in rete il video di bullismo femminile avvenuto a Bollate, ho notato che molti utenti, oltre ad esprimere commenti/insulti sessisti (appellativi quale “troia”, “puttana” et similia, giudizi sull’aspetto fisico, etc…), si sono indignati in particolare per il fatto che a compiere un atto di violenza sia stata proprio una donna.

In generale, la donna  violenta o la donna delinquente viene rappresentata dai media ed avvertita dalla società come particolarmente crudele, anormale ed imprevedibile (la c.d. strega), psicologicamente instabile e perciò subdolamente pericolosa, soggetta (a parità di gravità del reato) ad un maggior rimprovero da parte della società.

Difatti, quando una donna compie un atto violento, penalmente rilevante, in realtà – a differenza dell’uomo – sta violando due norme: una norma di carattere naturale (cioè vìola la sua natura femminile, che la vede buona, calma, sottomessa, incapace di violare coscientemente una legge); ed una norma giuridica.

L’odierna rappresentazione mediatica e sociale della donna delinquente risente ancora delle vecchie teorie positiviste (a testimonianza del fatto che poco è cambiato da allora) sulla criminalità femminile.

Tra tali teorie vi è quella formulata nel 1893 da Cesare Lombroso, il quale, nel libro “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, sosteneva che la causa della minore diffusione della criminalità femminile era da individuarsi nella maggiore debolezza e stupidità della donna rispetto all’uomo.

Le cause dell’ “onestà femminile” erano da collegarsi alla “pietas materna, all’incoscienza e all’incapacità di scegliere”. Se nonostante queste innate caratteristiche la donna commetteva delitti era “segno che la sua malvagità era enorme”.

Secondo l’autore, la donna criminale aveva caratteristiche maschili, in quanto era più intelligente, più audace, più forte e più erotica della “donna normale”. A questo si aggiungevano “le caratteristiche femminili peggiori” quali l’inclinazione alla vendetta, la menzogna, etc…, “formando così dei tipi di malvagità che sembrano toccare l’estremo”.

Tali teorie sono rimaste in auge per molto tempo, almeno fino agli anni ’70 del Novecento, quando l’attivarsi dell’emancipazione femminile ha comportato una nuova attenzione anche all’aspetto criminologico.

Illustrazioni originali del 1893, tratte dal libro "La donna delinquente, la prostituta e la donna normale".

Illustrazioni originali del 1893, tratte dal libro “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”.

Per completezza d’informazione, va detto che, nel frattempo, vi sono state altre teorie, aventi un seguito minore, che in questa sede possono essere solamente accennate.

Mi riferisco, ad esempio, alle teorie c.d. classiche (nate negli anni ’60), che ritengono che in realtà le donne commettano illeciti tanto quanto gli uomini, anche se in modo “mascherato”.

Questo per vari motivi, tra cui “il subdolo limitarsi della donna al ruolo d’istigatrice o mediatrice di delitti”, oppure per il fatto che i giudici e le forze dell’ordine avrebbero nei confronti del “gentil sesso” un atteggiamento “cavalleresco”, protettivo e benevolo.

Tralasciando tali marginali teorie, riprendiamo il discorso dagli anni ’70, quando la criminalità femminile è divenuta materia d’indagine anche da parte di studiose che hanno tentato di guardare il problema da un’ottica diversa.

Tra queste, la più importante è Freda Adler, che pone la criminalità femminile delle società occidentali in relazione con l’emancipazione, la differenziazione dei ruoli e le opportunità.

Secondo l’autrice, la donna non delinquerebbe tanto quanto l’uomo perché ancora sottomessa nel ruolo familiare e sociale. Soltanto quando la donna avrà raggiunto la stessa posizione sociale sarà in grado di commettere reati tanto quanto lui.

La Adler evidenziò, altresì, come l’emancipazione avrebbe portato ad un mutamento non solo quantitativo, ma anche qualitativo della criminalità femminile, che non sarebbe stata più relegata ai reati minori. L’emancipazione offrirebbe quindi alle donne più opportunità, sociali ed economiche, sia lecite che illecite.

Tale teoria ebbe un notevole seguito e condizionò largamente tutti gli studi successivi (ad. es. la teoria del controllo del potere di Hagan), che, in sostanza, finivano per riproporre, seppur con varianti,  la teoria emancipazionista.

Tuttavia le teorie emancipazioniste sono state periodicamente messe a confronto con i dati statistici, i quali ci dicono che, nonostante l’emancipazione in itinere, il tasso di criminalità femminile è rimasto nettamente inferiore rispetto a quello maschile. Da una verifica ISTAT relativa all’anno 2010 è emerso che in Italia le donne condannate sono state 36.346, contro 193.494 uomini condannati, rappresentando quindi il 15,81% del totale.

L’andamento percentuale delle condanne femminili rispetto al totale maschi-femmine è rimasto, seppure con qualche oscillazione, sempre costante nel corso degli anni (intorno al 15% di media), toccando una minima del 12,17% nel 1991 ed una massima del 34% nel 1945.

Dunque, come interpretare i dati statistici? Perché le donne, nonostante una maggiore emancipazione rispetto a decenni fa, continuano a commettere meno reati?

Non è facile rispondere ad una simile domanda e probabilmente, data la complessità della materia, non esiste neppure una sola risposta. Sono tanti i fattori e le concause in gioco.

Forse le teorie emancipazioniste hanno, in parte, ragione. Nonostante alcuni proclami di una raggiunta parità, i dati ci dicono che le donne ancora oggi lavorano meno degli uomini e lo spazio ad esse destinato è ancora in prevalenza quello domestico. I salari femminili sono inferiori a quelli maschili e le posizioni lavorative apicali (consigli di amministrazione, ruoli direttivi, etc…) sono ancora appannaggio maschile.

Va da sé che molti reati che presuppongono posizioni di comando (ad esempio i c.d. reati d’impresa) ancora sono compiuti prevalentemente da uomini.

Ma, oltre a questo, è bene riflettere su un paio di questioni fondamentali.

Tutte le teorie fin qui esaminate, comprese quelle emancipazioniste, hanno come comune denominatore il fatto che l’osservazione e lo studio della questione siano condotte da un’ottica esclusivamente femminile: “perché le donne delinquono meno?”  “Le donne arriveranno un giorno a delinquere quanto gli uomini?”

Come mai le domande non sono state queste: “perché la criminalità maschile è così estesa?”  “Gli uomini arriveranno mai a delinquere quanto le donne?”

La risposta risiede nel fatto che gli uomini hanno continuato e continuano ad incarnare il canone, il prototipo, la norma, con la conseguenza che tale “neutralità” ha reso invisibile il genere maschile, al quale è stata dedicata un’attenzione qualitativamente e quantitativamente inferiore a quella ricevuta dal genere femminile.

In questo modo, l’uomo, che rappresenta il genere umano universale, non ha bisogno di pensare in termini di genere e perciò può convincersi di non essere condizionato dalla sua mascolinità.

In realtà, come scrive Chiara Volpato in “Psicosociologia del maschilismo”, “se Simone de Beauvoir ci ha insegnato che non si nasce donna ma lo si diventa, allo stesso modo, non si nasce uomo, lo si diventa.”

La costruzione del proprio genere di appartenenza (“doing gender”) è un compito che inizia nella primissima infanzia e dura tutta la vita.

E la costruzione della mascolinità è spesso assai ardua: i maschi devono costantemente dimostrare di essere “veri uomini”, attraverso riti formativi e prove di virilità che hanno a che fare con l’aggressività, la dimostrazione dell’attitudine al comando, la difesa dell’onore, l’enfatizzazione della sessualità, etc….

L’identità sessuale femminile è messa in discussione meno frequentemente di quella maschile e gli uomini, per preservare la loro virilità e quindi il loro genere, sono costretti ad allontanare da sé tutto quello che è “in odore di femminilità”. Per questo motivo, quando ci si riferisce ad un prodotto “neutro”, è sempre il maschio ad essere rappresentato e mai la femmina (ad es. nei giocattoli). Perché l’uomo è più intransigente sulla sua identità sessuale.

Gli studiosi (Volpato, Bereska) hanno dimostrato che “vi è una stagnazione nelle prescrizioni di mascolinità. Negli ultimi decenni, l’attenzione si è concentrata sul mondo femminile, lasciando inalterato quello maschile. Così il mondo delle ragazze è cambiato, quello dei ragazzi poco.”

Mentre lo stereotipo femminile appare relativamente dinamico (oggi le donne sono percepite più capaci, assertive ed ambiziose), quello maschile appare statico, caratterizzato ancora da un’aggressività sentita come naturale e legittima e dal costante rifuggire dal lavoro domestico e di cura, lasciato ancora quasi totalmente in mano alle donne.

Quindi, tornando alle ultime teorie criminologiche e alla luce delle riflessioni fatte, ritengo che la Adler e i suoi successori, parlando di “emancipazione femminile” e “mascolinizzazione della donna” abbiano, in primo luogo, focalizzato l’attenzione sul soggetto sbagliato e, in secondo luogo, abbiano finito con il confondere l’emancipazione con il passare, “saltellare” da uno stereotipo di genere all’altro.

Emancipazione significa invece liberare, decostruire, sfaldare gli stereotipi di genere, partendo in primis da quello maschile, ancora così granitico nei suoi postulati e prescrizioni e che ha contribuito in buona parte a produrre quelle conseguenze che i dati ISTAT ci ricordano quotidianamente.

Denunci uno stupro? ti costringono ad abbandonare la scuola

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In Italia sono il 92% le donne che non denunciano lo stupro principalmente per paura di ritorsioni, di non essere credute e di essere giudicate sulla propria sfera sessuale.

Capita però che qualcuna trova il coraggio di farlo e invece che avere solidarietà  viene sbugiardata, riceve insulti, minacce e ritorsioni. E’ successo a Marinella insultata e minacciata da tutta Montalto di Castro e costretta con la sua famiglia ad abbandonare il paese. E’ successo anche ad Annamaria Scarfò che trovò il coraggio di denunciare anni di stupri subiti da gran parte del paese e ora vive in una località protetta sotto scorta in quanto tutto il paese la perseguitava affinché ritirasse la denuncia e all’avvocato di Rosa, la ventenne violentata e torturata in una discoteca di Pizzoli (AQ).

E’ successo ancora in questi giorni, quando una ragazzina ha trovato il coraggio di sconfiggere la vergogna e di denunciare alcuni suoi compagni per averla molestata pesantemente. Nemmeno il preside l’ha creduta e sostiene che il fatto non sussisteva e che non sia poi così grave.

Non è così grave costringere una compagna di classe ad un rapporto orale che stava anche per degenerare in altro?

Ora la ragazzina è stata costretta ad abbandonare i suoi sogni, a rinunciare alla scuola perché dopo la denuncia ha cominciato a ricevere messaggi minatori. Insulti, minacce di ogni tipo: «La pagherai, hai rovinato la loro vita», «sei un’infame ». Questi alcuni degli sms ricevuti, solo per aver messo fine a mesi e mesi di molestie che non riusciva a denunciare per vergogna.

«La ragazza non sta bene, ha abbandonato la scuola e continua a ricevere sms di insulti e minacce [...] deve superare lo choc della violenza e non è facile anche perché insistono a fargliene altre» sostiene Maria Teresa Bergamaschi, l’avvocato che difende la studentessa sedicenne vittima degli abusi sessuali commessi da altri quattro coetanei del Migliorini di Finale Ligure.
Le molestie nei suoi confronti duravano da settimane e nel pomeriggio del 31 gennaio sarebbero degenerate in vere e proprie violenze sessuali, avvenute in uno degli spogliatoi della scuola.

E questo accade nel nostro Paese e non in un villaggio dell’India, dove chi viene stuprata viene ripudiata e allontanata dalla società. Qui siamo in Italia eppure una ragazza o una donna che denuncia uno stupro viene isolata, presa di mira e insultata perché non ha scelto il silenzio.

Se la vita di una donna viene rovinata poco importa, le donne sono inferiori. Siamo nel Paese dove il diritto allo stupro è forte e dove messaggi di questo tipo vengono incitati perfino da persone di politica contro le proprie colleghe.

Fino al ’96 nel codice penale non esisteva nemmeno il concetto di stupro. Lo stupro era reato contro la morale e non contro la persona. Il Codice Rocco, fino all’81, classificava i reati di violenza sessuale rispettivamente tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” e distingueva la violenza carnale dagli atti di libidine violenti (quelli senza penetrazione).  L’articolo 544 c.p. ammetteva il “matrimonio riparatore”: secondo questo articolo del codice, l’accusato di delitti di violenza carnale, anche su minorenne, avrebbe avuto estinto il reato nel caso di matrimonio con la donna violentata. Questo perché la vittima, una volta persa la verginità veniva percepita come disonorata e la perdita dell’onore colpiva la sua famiglia. Il rischio di non potersi più sposare era altissimo.

Nel nostro Paese lo stupro viene legittimato e giustificato in ogni modo. Alimentando la “spirale del silenzio”, colpevolizzando la vittima di essere una provocatrice e di aver vestito in modo licenzioso, accusandola di essere consenziente e di esserselo inventato. Oppure sminuendo lo stupro, come ha fatto il preside.

A meno che lo stupratore non sia straniero, in Italia una donna violentata non avrà alcun tipo di giustizia né solidarietà. Se lo stupratore fa pare della “comunità” ed è parte del gruppo allora scatta questo meccanismo contro la vittima. Così si ribalta la situazione: la carnefice diventa lei e gli stupratori passano per le vittime. Il massimo che si sono beccati è stata una nota da parte degli insegnanti, roba da matti.

Per la ragazzina la condanna, il marchio è a vita e il divieto (da parte dei bulli) di tornare a scuola. Questo evidenzia il gap tra uomini e donne ancora presente nel nostro Paese. L’autodeterminazione che viene concessa agli uomini è talmente forte da venir legittimato perfino lo stupro.

In Italia il gap tra uomini e donne è talmente ampio che nella classifica realizzata dal World Economi Forum (global gender gap) figuriamo tra gli ultimi posti del mondo. Nelle famiglie già da bambini si apprendono i ruoli di genere. I maschi si devono comportare in un certo modo e le femmine in un altro.

Dai maschietti ci si aspetta che non crescano efemminati e se sono un po’ prepotenti la famiglia attribuiscono questo come una caratteristica dell’essere maschio, l’uomo che non deve chiedere mai. I padri insegnano ai maschietti che devono manifestare molto interesse sessuale verso le ragazze per non passare per omosessuali e che per non passare per femminucce non devono piangere e pertanto alcuni cresceranno con un’anestesia emotiva che è irreparabile. Le madri insegnano loro che i compiti domestici spettano alle femmine, comportandosi da chiocce. Le femminucce invece devono crescere passive, romantiche, dedite alla cura e che per distinguersi dalle “donnacce” (quelle che servono per placare il “naturale desiderio maschile” per non apparire omosessuali) non possono manifestare desiderio sessuale o troppa femminilità ma devono accettare anche “attenzioni” sgradite.

Su Facebook gira una delle tante foto che testimoniano quanto ancora fosse forte la disparità sessuale tra maschi e femmine:

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Il corpo femminile viene visto come una proprietà. La sessualità e la riproduttività delle donne legata all’onore della famiglia. L’autodeterminazione delle ragazze (ma anche delle donne) è talmente negata che esse vengono percepite come coloro che non sono in grado nemmeno di decidere quando rimanere gravide o meno. O quando avere rapporti sessuali. Un po’ come gli animaletti domestici.

La femminilità percepita come qualcosa di sporco, oltraggioso, scandaloso. Condannata perché “colpevole” di stimolare gli impulsi degli uomini eterosessuali. E poco importa se hai solo tredici anni, in Italia la pedofilia è percepita come accettabile.

Così il corpo di una ragazzina viene percepito già come provocante anche se acerbo. Il desiderio maschile è talmente legittimato da non riuscire ad essere messo in discussione. E’ l’uomo cacciatore dunque è la “preda” che deve coprirsi.

La donna non deve fare la “troia” ma l’uomo può andare con le “troie”. Ecco la logica sessista che va avanti da millenni. La riprovazione ricade sulla donna che “si è concessa” appagando i desideri proibiti dell’uomo.

Se nemmeno una donna che viene costretta a fare sesso viene rispettata è ancora più difficile poter combattere questa cultura che legittima la disparità di desiderio e di diritti sessuali tra uomo e donna. La cultura dello stupro, inoltre si mantiene viva attraverso il mantenimento di questa disparità.

Se l’uomo è soggetto attivo e la donna è oggetto passivo allora anche lo stupro è comprensibile che accada, accompagnato dalla teoria del vis grata puellae dove la vittima viene considerata come “colei che ha provocato o che lo ha desiderato”. E allora si instaura questo meccanismo che instaura nelle vittime il senso di vergogna inibendo le denunce, incrementando gli stupri, rafforzati anche dall’induzione delle vittime al silenzio. E quanto più una donna riesce a rompere il silenzio più sarà facile porre fine agli stupri.

Percepire e denunciare uno stupro è come un po’ delegittimarlo. Ecco perché la sedicenne di Finale Ligure sta subendo ritorsioni come tante altre che hanno trovato il coraggio di rompere il silenzio.

La violenza sulle donne è la prima causa di morte, di invalidità e anche dell’alienazione sociale delle donne. Quante donne violentate, picchiate, vittime di stalking hanno (a causa delle ripercussioni psicologiche e delle minacce da parte dei violenti e complici) dovuto rinunciare al lavoro, all’istruzione, alla propria sessualità e alle proprie abitudini che le appagavano dopo le violenze?

Continuiamo ad ignorare le conseguenze della violenza di genere?

Le violenze sessuali sulle donne e il bullismo all’interno delle scuole stanno subendo proporzioni spaventose. A Bari l’anno scorso è successo un altro caso analogo.

Lo stupro non è un atto di libidine ma di sopraffazione ed è compito della società insegnare ai maschi il rispetto per le donne, insegnare alle ragazza e donne a riconoscere questi episodi e darle forza e coraggio nel denunciarli perché conteranno nella solidarietà di una grande rete di donne, di centri anti-violenza che stanno dalla loro parte.

Siamo tutti con te!

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