#InfanziaMadeInItaly #11 Chiudete sotto chiave le vostre figlie: è Italian Style!

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L’Italia resta ancorata agli indici più bassi per quanto riguarda il riempimento del gap di genere. E’ tutto parte di una cultura tutta italiana dove le questioni di genere non vengono affrontate poiché percepite “di poco conto”. Perché pensare al fatto che esistano cose piu importanti soprattutto se si tratta di cose di genere, come la recente bocciatura della legge che “depenalizza” l’obbligo del cognome paterno è tutta una storia italiana.

Pare che nemmeno le questioni che riguardano la rappresentazione delle donne nei media interessino molto il Governo. Non sono infatti previsti in alcuna agenda né una legge per vietare il sessismo nei mezzi di comunicazione né uno strumento di protezione dai messaggi sessisti che senza la sua istituzione è difficile che vengano contrastati.

C’è da chiedersi come si potrebbero affrontare situazioni come la decisione di Italian Style un negozio online, scoperto da alcune utenti navigando su facebook, che ha messo in vendita questo articolo per bambini molto piccoli presente in pagina da molti mesi, accompagnata sempre da commenti positivi e numerosi like.

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Vuole essere divertente?

Ironica?

Simpatica?

Cosa vuole rappresentare questa sorta di “battuta” simile messa sulla T-shirt di un neonato che a causa della sua età non è nemmeno a conoscenza del suo futuro orientamento sessuale?

Eh già perché l’eterosessualità “forzata” è un indicatore della mascolinità stereotipata, alpha. Ascrivere già un orientamento sessuale al proprio piccolo non è un segno di sessualizzazione precoce? Quante volte abbiamo parlato di questo problema recente  che si annida nei prodotti per l’infanzia?

A rafforzare il messaggio sessista è la contrapposizione sessualità etero maschile/sessualità etero femminile. Le femminucce devono essere tenute sotto chiave in quanto la propria attività sessuale rappresenta una minaccia per la comunità, una sorta di violazione dell’onore familiare tutto vissuto in chiave moderna dai toni burleschi.

Il messaggio non ha nulla di ironico vista la recente abrogazione della legge che prevedeva il delitto d’onore e il matrimonio riparatore in italia e visti gli stereotipi ancora attuali circa la sessualità femminile pensata sempre come passiva e rappresentata in modo negativo perciò se una ragazza ha avuto molti partner è una puttana, mentre un ragazzo con lo stesso comportamento viene sempre etichettato positivamente: latin lover, sciupafemmine, playboy, macho, ruba cuori ecc….

Tutto ciò a causa di una mentalità maschilista che vede le femmine come degli esseri inferiori da legare ad un solo uomo che le controlli, le possieda e che le renda madri e mogli sottomesse. La concezione del corpo femminile come territorio da marcare, comea mera proprietà maschile. La paura che le figlie incorrano in una gravidanza indesiderata deresponsabilizzando l’uomo e ignorando l’esistenza dei contraccettivi e dell’uso attivo che possa farne la donna.
Credo che la maglietta si rimandi a questa cultura, se ne riappropri.

Le femmine vanno controllate, tenute sotto chiave fin quando non verranno date come mogli. Mi viene da pensare a quei padri di oggi che si dichiarano ancora orgogliosi di avere figlie illibate (o presunte tali) o quei genitori che sono contenti che le loro figlie si sono sposate a 19 anni con già due bambini dal loro attuale marito piuttosto che aver fatto le troie in giro ed essere rimaste incinte in discoteca da uno sconosciuto (detto da una signora che conosco).

Come quella signora che una volta elogiava il figlio per tutte le belle ragazze che ha avuto e poi proibiva alla figlia undicenne di giocare con i suoi amici maschi. E’ italian style che ci vuoi fare?

E se le “figlie da tenere sotto chiave” fossero invece lesbiche a cui non interessa di essere “rubate” dal macho di turno?

Chi ha ideato questa maglietta non si è reso conto quanto questo messaggio possa essere pericoloso e discriminante? Ponendo le ragazze, in quanto femmine, su un gradino in basso, da mettere sotto chiave ossia da privare della propria libertà in quanto percepite come passive e come deboli o ancora meglio come esseri inferiori. Un messaggio non meno violento e discriminante di quello lanciato recentemente dalla ditta Pakkiano dove una donna bianca si toglie il niqab e dichiara di essere ancora vergine per sfuggire alla lapidazione da parte di uomini vestiti in costumi arabi.

Mettere sotto chiave una ragazza cosa può significare?

Può significare molte cose tranne che cose che generano ilarità se pensiamo che le fatiche delle nonne per eliminare l’oppressione patriarcale in Italia non risalgono a molto tempo fa.

Non è passato molto tempo da quando alle ragazze veniva proibito di studiare, lavorare o dovevano consultare la propria famiglia prima di allacciare una relazione con un uomo se non finiva vittima di un matrimonio riparatore o combinato. Da quando le donne venivano tenute sottochiave nel vero senso della parola alle quali veniva vietato di uscire di casa alla sera tutto in nome del controllo che la società esercitava sui nostri corpi.

Non a caso è anche grazie all’introduzione dei contraccettivi femminili moderni (che si affiancarono alle lotte femminili e alla rivoluzione sessuale) se le ragazze fecero ingresso nel mercato del lavoro, ebbero più accesso agli studi e se si attenuò la nostra segregazione e distanza fisica con l’altro sesso.

A me fa il mal di stomaco pensare che una madre di un figlio che si raccomanda che da grande collezioni donne come farfalle consigli alle altre madri di tenere le figlie sotto chiave. E offensivo, retrogrado e discriminante su questo non ci piove.

Eppure tutti i giornali ci informano ogni giorno di come è la situazione delle donne nei paesi in cui vengono tenute sottochiave. L’ultima è la triste storia di una bambina di 10 anni stuprata da un mullah in moschea che rischia di essere ammazzata dai genitori per onore.

Il fatto è accaduto in Afghanistan e la bambina ha riportato gravissime ferite dopo lo stupro.

Per me essere tenuta sottochiave significa questo, significa privare alle donne della libertà di scegliere. Perché donne. Limitarle della possibilità di lavorare, studiare ecc…

Ma non allontaniamoci molto dall’Italia di oggi. Ogni due giorni una donna viene uccisa per mano del proprio partner. I motivi sono sempre gli stessi: lei ha deciso. Ha detto basta, si è ribellata o ha interrotto una relazione. O si è opposta ad un rapporto sessuale indesiderato.

In un Italia in cui resistono discriminazioni e pregiudizi di genere, come possiamo definire ironica una maglietta simile? Soprattutto se è indirizzata a bambini così piccoli, età in cui si cominciano a formare pregiudizi e modi di pensare sbagliati a causa del sessismo presente ovunque senza essere contrastato da nessuna istituzione che invece si oppone ad introdurre programmi scolastici dedicati alla parità di genere e all’educazione sessuale.

I bambini cominciano presto a formarsi dei pregiudizi e stereotipi. Pensiamo al documentario realizzato da Alessandra Ghimenti “ma il cielo è sempre più blu” in cui si mostrava appunto la tendenza dei bambini ad avere già precocemente degli atteggiamenti e giudizi stereotipate.
Proprio ieri in spiaggia sentivo un bimbo raccontare di un bambino di cinque anni che alla vista di una adolescente ha chiesto al padre di comprarla o caricarla in auto per baciarla lui e il figlio!!

Sono rimasta colpita dal fatto che un bambino di 5 anni abbia già maturato l’idea di donna come oggetto sessuale passivo e senza consenso apprendendo un modello così stereotipato di virilità.

Tornando all’italian style ho visitato il sito. Ovviamente non mancano altri stereotipi:

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Le femmine appartengono al papà, i maschi alla mamma. Non manca la serie principesse e supereroi (e ovviamente le mamme sono super mamme non supereroi):

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Poi ci sono quelle tutine che “giocano” sull’incapacità degli uomini di occuparsi dei bambini, bambini latin lover e bambine principesse in cerca di principi azzurri:

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bodino-bimba-principe-azzurro un giorno incontrerò un principe, ma il vero re è il mio papà

Ovviamente non manca l’idea della femmina sottomessa ad un padre o marito che comanda. Perche si sa, le femmine sono come principesse che vanno rinchiuse in alto alla torre finché non giunga un principe azzurro a salvarle!

E non manca nemmeno lo stereotipo del padre incapace a badare i bambini. Per nulla ironico in un paese dove pochi padri si occupano della cura dei figli! a causa di stereotipi che relegano quest’occupazione a “cosa da donne”.

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E vissero felici e contenti e ovviamente tutti etero per forza secondo l’italian style.

L’infanzia delle bambine tra Barbie e nuove eroine per future fashion blogger

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Circa meno di un mese fa a Pula è stato lanciato un villaggio turistico della Sardegna molto particolare per intrattenere alcune bambine soggiornanti. Mi riferisco al lussuoso Forte Village di Pula quest’anno dedicato a Barbie, per la gioia della più piccole.

Si chiama programma “Barbie Experience” e prevede che il tutto sia tappezzato di rosa e di loghi dedicati alla famosa bambola proprio dappertutto: dalle camere, alle tshirt e le feste a tema. Ah dimenticavo: alle bambine non si può far mancare nulla quindi ci sarà per loro anche un momento in cui devono farsi belle a soliiii 550 euro a settimana! Si legge Qui:

“Ogni mattina le bambine impareranno a realizzare gioielli luccicanti e bellissimi portafoto, preziosi ricordi di una vacanza da sogno” si legge sul sito del Forte Village. Inoltre, avranno la possibilità di creare una maglietta Barbie personalizzata e di sfilare con le loro creazioni “come vere modelle sulla passerella”, prima di regalarsi momenti indimenticabili in compagnia della mamma al centro benessere del Forte.

Spesso però capita che nei villaggi turistici soggiornino anche culture diverse e con questo non voglio tirare fuori ogni volta la retorica sull’italiano medio che si aspetta che lo straniero debba rispettare la nostra cultura all’interno del nostro territorio ma si indigna quando chi non appartiene alla nostra cultura faccia notare che i costumi nostri possono essere anche non condivisi.

Barbie è la paladina del mondo occidentale la quale ha colonizzato ormai tutto il mondo e tutte le classi sociali. Questa dolce bambola le cui uniche attitudini sono quelle di incarnare perfettamente l’ideale di donna della nostra società, ossia bella, un po’ sciocca e appunto dolce, viene proposta a tutte le bambine ricche e povere. Se la bambina più povera un soggiorno così se lo sogna può comunque contare sulla nuova Barbie sul mercato (quella col kit make-up allegato) e giocare con lei confinata nelle pareti di casa.

Tuttavia, ci sono società a cui non va più giù la genderizzazione dei giocattoli e più in particolare i paesi anglosassoni che negli ultimi anni hanno lanciato tantissime campagne (anche sui mass media) per educare i genitori a non inculcare nei figli/e stereotipi di genere che possano limitare il raggiungimento della parità di genere.

Infatti tra i genitori inglesi è scoppiata puntualmente la polemica. Anche una giornalista del Guardian,  Caroline Criado-Perez, ha scritto “Quello che trovo più demoralizzante  è la pressione sulle bambine già da piccolissime: devono amare il colore rosa, devono volere che tutti le guardino,devono rendersi ‘carine’. Poi però quando sono adulte le critichiamo per l’importanza che attribuiscono all’aspetto fisico”.

Le parole della giornalista ricordano ciò che avviene anche qui in Italia. Le bambine e le teenager educate a valorizzare soprattutto la bellezza, pressate da “icone” irraggiungibili dello spettacolo ma poi criticate quando puntano sulla bellezza per far successo. Mi vengono in mente le varie Belen, le veline dello spettacolo e altre personagge della tivvù demonizzate e accusate di non essere delle vere donne o di essere la vergogna delle donne perché puntano sul proprio corpo per far successo. O peggio di essere delle puttane perché sono molto sensuali. Tutte queste critiche senza nemmeno pensare che anche loro sono state delle bambine una volta e hanno giocato con le Barbie, hanno acceso la tv e hanno sognato di diventare le eredi della Canalis, riuscendoci tra le tante aspiranti.

E che dire di quelle a cui viene puntato il dito perché bruttine o perché danno poca importanza all’aspetto?

Dovrei scrivere un tema ma preferisco andare avanti, anche perché sono cose che abbiamo provato sulla nostra pelle.

La cosa più triste è la reazione della stampa italiana o per meglio dire quella locale. Tra il silenzio assordante sono spuntati articoli che si trovavano quasi sorpresi per le polemiche che si sono scatenate nell’opinione pubblica inglese. Come se fosse qui in Italia è normale che sia più consono per una bambina giocare con le Barbie e aspirare ad essere una bambola. Insomma, i giornali hanno fatto gli occhi come se avessero ascoltato un marziano leggendo le parole della giornalista del Guardian che personalmente non conosco ma viene definita dalla stampa sarda come una femminista ma non so se lo sia o se le è stato affibbiato come etichetta credo negativa vista l’idea italiana del femminismo, snobbato come movimento di rompicoglioni, di acide o di tradizionaliste (perché si sa le moderne si sono abituate a quello che propina il mercato!).

Ad esempio questo giornale ha dichiarato che la giornalista ha fatto pubblicità al villaggio, indignato per le inutili polemiche contro la sua iniziativa targata Mattel Italia.

Un po’ meno tradizionalisti chi ha commentato la notizia uscita sull’Unione Sarda (che fa pubblicità positiva all’evento). Tra i commentatori/trici non erano certo pochi i commenti indignati per questa trovata che farà crescere le bambine con la voglia di diventare le future veline.

Ma il virus Barbie colpisce pure in Germania. A Berlino l’anno scorso scoppiò una polemica contro “la casa di Barbie”. Peccato che, se mentre negli altri paesi sono i residenti a lamentarsene, pare che pochi italiani siano disposti a far crescere le bimbe italiane libere dagli stereotipi. Una bimba italiana, dunque, avrà più probabilità di convincersi che in quanto femmina dovrà occuparsi di certe cose invece che di altre. Della stessa cosa, di sicuro, ne sono convinti i loro genitori, che compongono la nostra società. I risultati di tale arretratezza mentis si notano nelle statistiche fornite dal Global Gender Gap, le quali ti mostrano gli ostacoli incontrati dalle ex-bimbe italiane che cercano di affermarsi al di là dei ruoli prestabiliti e dal numero di ragazze che affollano i casting con la speranza di entrare nel mondo dello spettacolo per essere qualcuno, per rifuggire dalla quotidianità, con la speranza di supplire alla mancanza di altre opportunità per una giovane donna o semplicemente perché cresciute nell’era del velinismo, dove quel modello stereotipato di donna si è fatto ruolo vincente. Come si sarà evoluta la nostra società quando le nostre bambine saranno ventenni?

Siamo pur certe che le bambine di oggi non sono costrette a dover scegliere tra la principessa in rosa e la casalinga/mamma tuttofare. Sì avete capito bene! E’ stata lanciata sul mercato una linea di giocattoli targati Hasbro dedicata solo alle bambine (che novità!). Dunque non aspettatevi nulla di nuovo all’orizzonte. Soltanto una dolce, scintillante e profumatissima illusione di emancipazione dal modello della principessina passiva che attende di essere salvata dal suo principe azzurro.

Ispirata al film Hunger Games, la Hasbro lancia sul mercato una linea di pistolette, balestre e altre armi per insegnare alle bambine ad essere ribelli e soprattutto a giocare all’aperto! La linea di prodotti di cui vi sto parlando di chiama Nerf Rebelle e pare proprio sia un esperimento sociale visto che la stessa ditta ha chiesto alle acquirenti di identificarsi con il prodotto, dunque “di sentirsi forti, coraggiose e ribelli” con annesso concorso a colpi di video.

Non vi ricorda molto quel giocattolo che faceva sognare le più piccole di diventare ingegneresse in rosa?

Bene se proprio c’è da fargli le pulci è per un paio (forse di più) di cose.

Partiamo dal prodotto. Se si tratta di armi giocattolo non era forse meno dispendioso vendere una linea di giocattoli unisex? Se prima almeno le armi giocattolo potevano essere giocate da entrambi i sessi, ora il mercato impone una linea di armi solo per femminucce, tutte rigorosamente rosa!

La pistola (per bambine di sei anni).

 

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Regole base per chi ha disegnato il prodotto:

1) Design arrotondatissimo, tozzo e “cicciotto”  per femminilizzare il prodotto ed evocare inconsciamente le curve femminili e il ventre materno (ecco quando parlo di sessualizzazione dei giocattoli!). Niente “spigoli” mi raccomando, sono troppo virili. Bisogna ricordare alle femmine, con ogni sotterfugio, che le curve e la maternità sono importanti per una vera femmina, eccheccavolo!

2) Rendere la pistola in modo che essa appaia sempre meno simile ad una pistola. Le armi (come l’aggressività) sono troppo virili, dunque la regola principale per un prodotto per bambine è che esse debbano assomigliare ad asciugacapelli o a sparatrecce anche funzionano come pistole giocattolo. Dunque: renderle più dolci, più graziose, più innocue e più frivole eleganti. Ma quello che è sotto è davvero un caricatore? O.O

3) Darle una frivola colorazione rosa confetto o viola e ovviamente per non far mancare nulla inserire tanti ma tanti fiori se no c’è il rischio che quel coso finisca nelle mani di un maschietto e questo non lo vogliamo perché crescerebbe gay. Insomma, ninnoli dappertutto, pure i dardi sono rosa;

4) una regola importantissima è quella di aver creato una linea per bambine per impedire che le femmine giochino con i maschi. E che dunque diventino aggressive, forti, coraggiose come loro. Dunque fondamentale è che abbiano sì quelle qualità ma che siano misurabili nei parametri stereotipati femminili (femminilità, grazia, eleganza e minore propensione all’aggressività) e dunque che esse competano solo con lo stesso sesso. Guai miscelarsi ai maschietti, soprattutto se hai dai 12 anni in su (pubertà), età alla quale è rivolta la linea. E’ giusto mantenere in piedi la segregazione per non distruggere l’educazione che insegna ai coetanei maschi a vederti come un oggetto sessuale, non una con cui competere.

Altre pistole (per bambine più grandi):

Design sempre arrotondati, colori accesi e occhio ai nomi. Ecco un confronto con la versione “maschile”:

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Forma molto più “spigolosa”, colori neutri, niente ninnoli e ghirigori. Ma soprattutto cambia pure il nome. La pistola come il resto della linea di pistole porta il nome di Nerf, perché si sa i maschi essendo ribelli di natura non è fondamentale creare un prodotto che dia loro più sicurezza o che rimarchi il bisogno di sentirsi ribelli rispetto agli altri. Inoltre il sito non è rosa ma un bel colore azzurro/arancio. E al posto di un concorso di bellezza c’è un campionato nazionale, una sorta di sfida tra bambini. Solo maschi ovviamente perché le femmine devono solo sfilare, i maschi devono essere competitivi e divertirsi.

Ma andiamo avanti.

Non vi mostro la linea di balestre perché già immaginate che sono completamente simili alle pistole: rosa, violetto e piene di grechine.

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Ecco le nuove Bratz. Alte, bellissime e soprattutto magrissime. Chiome di capelli molto folte e lunghe e pose che fanno pensare a tutto che a ragazze ribelli. Sicure si sé ma assai conformate al modello di donna dell’era moderna, sempre ossessionata dall’apparire e dall’omologazione. Tutto quello che mi fa venire nostalgia delle eroine nipponiche come Sailor Moon che seppur molto carine non fanno della bellezza un portabandiera.

C’è un concorso aperto dalla Hasbro che non ti incoronerà Miss Italia né Velina ma quasi. Questo è rivolto a ragazzine molto giovani ed è promosso anche dal magazine per adolescenti Cioè.

Lo spot si apre con alcune adolescenti che pronunciano frasi come “sono forte”, “sono coraggiosa”, “sono invincibile”. Oltre al concorso lo spot elenca le caratteristiche dei giocattoli. Se sei una ragazza devi essere coraggiosa, forte e ribelle ma queste qualità devono per forza essere miscelate a stereotipie femminili, altrimenti da dolce bambina rischierebbero di tramutarti un maschiaccio. Lo spot pare suggerire questo. Infatti sia l’arco che le altre armi vengono presentate come eleganti e fashion proprio come le bambine alle quali dovrebbero identificarsi. Alle bambine viene chiesto non solo di identificarsi nelle loro armi ma di seguire le loro stars.

Ma cosa chiede di preciso il concorso. Come la partecipante deve dimostrare di essere uno spirito ribelle? qui rimane un punto intertogativo.

Chi ha detto che non si può essere eleganti anche sul campo di battaglia?

Questo si legge nel sito del concorso.

Per essere una vera ragazza è dunque importante che tu dimostri anche soprattutto di essere elegante. Come fa un gioco che vuole sfatare gli stereotipi a tenerne in piedi gli stessi che poi impediscono alle ragazze di affermarsi perché considerate frivole e belle?

Il giocattolo, cercando di sfatare uno stereotipo maschilista secondo cui certi giochi sono da maschi e dunque le femmine che ci giocano risultano di apparire poco graziose, cerca di sottolineare che si può conciliare uno stereotipo di genere spacciato per “natura della donna” con una stereotipia maschile, ossia:  solo i maschi sono guerrieri!

Rimarcando ciò tiene in piedi gli stessi stereotipi sessisti sulle donne,  dunque cerca di far rendere più accettabile la ragazza attiva attraverso il mantenimento della propria femminilità, puntando ancora una volta sull’aspetto estetico che viene maggiormente enfatizzato per bilanciare l’abbandono di stereotipi femminili tradizionali, sostituiti da altri maschili.

Allo stesso modo, un maschio non deve azzardarsi a giocare con quei prodotti, sono da femmine! E per rendere meglio il concetto, ogni prodotto è accompagnato (o rappresentato) da un personaggio:

“The Heartbreaker: è la ragazza più popolare della scuola, quella che tutti ammirano e vorrebbero essere. È un’arciera provetta, una bravissia attrice e un’ottima artista. È la classica perfezionista, maniaca delle regole, che cerca di mettere tutti sempre in riga.

The Guardian: si può dire che è la più intelligente del gruppo. Studentessa modello, curiosa e sempre pronta a dire la sua, all’inizio può sembrare timida ma, come si dice, non bisogna mai giudicare un libro dalla sua copertina! Sotto la calma apparente, si nasconde una ragazza coraggiosa e determinata, che difenderà sempre i suoi amici.

Sweet Revenge: è una ex modella amante delle sfide estreme. Gira il mondo e ama intrattenere le persone con le sue storie, proprio per questo fa sempre delle fotografie e aggiorna sempre il suo diario con le sue avventure. Quando deve affrontare una missione, lo fa sempre con stile!

Pink Crush: a causa della sua apparenza dolce e innocua, viene spesso sottovalutata. Forse è anche colpa del suo immenso armadio pieno di make-up, parrucche e vestiti di ogni tipo, che le permettono di trasformarsi ogni giorno in una persona diversa. È l’autrice di un famoso fashion blog, ma non ditelo in giro!”

Da notare i nomi stereotipatissimi dei giocattoli/personaggi: “la frantumacuori”, “la dolce vendetta”, “lo schiaccia rosa (?)”.

Le ragazze vengono presentate secondo lo stereotipo della ragazza americana. La più popolare perché più gnocca, più seduttiva e amata dai ragazzi dei quali fa “strage di cuori”, più brava a scuola, più fashion e più rispettata dalle sue coetanee e soprattutto maniaca delle regole. Quali regole? Obbedire ai genitori, arrivare sempre punuale a scuola e obbedire a norme sociali cbe ci ingabbiano in quanto donne? Perché una ragazza che non segue le regole è una ragazza per male..ma una vera ribelle. Non si capisce perché una così descritta debba essere nel frattempo considerata una ribelle. Una vera ribelle può essere brava a scuola, rispettare le regole e gareggiare ad essere la più fashion ecc? Una vera ribelle per essere tale non dovrebbe mandare a fanculo tutto ciò che gli altri si aspettano da lei ed essere più se stessa anziché omologarsi?

 E’ importante che tu impari ad essere popolare, altrimenti subirai bullismo. Non è un caso che il bullismo tra ragazze sia una piaga sia negli Usa che in Italia e le tipe popolari sono spesso le autrici. Dunque, diventa popolare e così non sarai sfigata. Se sei una sfigata, allora subirai bullismo e sarà solo colpa tua.

La Sweet Revenge è un ex-modella quindi immagino che in quanto tale sia una strafiga. Nei giocattoli maschili abbiamo strafighi che fanno i combattenti? no, infatti ci sono pure mostri e alieni. Nerf (per maschi) non ha nemmeno i personaggi, ma veri bambini. Andiamo avanti, Lei è sweet, cioè è tanto dolce. ovviamente è impossibile che una femmina non sia dolce, anzi un po’ dolce-amara. Infondo è questo che piace ai maschi. Se fosse sciattona e non seguisse la moda non sarebbe una ragazza vincente, non riceverebbe ricompense sociali da nessuno e dunque sarebbe impopolarissima. Ma l’essere “girly” è una regola numero uno e il web è pieno di consigli per coltivare questa ricercata virtù.

Pink Crush è un po’ stupida ovviamente perché una femmina non può non essere ingenuotta all’apparenza, altrimenti spaventerebbe troppi i maschi, infatti li fa innamorare. Ha anche l’armadio pieno di roba fashionissima  dunque è vanitosa, altro stereotipo femminile. E non ha personalità! Che bel messaggio complimenti! E ovviamente da grande americana ha pure un fashion blog. Se avesse un blog femminista come il nostro sarebbe impopolare, altro che non dirlo in giro!

Soltanto una è intelligente, anzi la più intelligente del gruppo, ossia quella con il nome neutro (ovviamente!). Dunque questo non significa che sia intelligente. Non illudetevi, è solo più intelligente! Perché visto da come vengono descritte le ragazze sembrano tutte pecore e stupide. Frivole come la linea dei prodotti. Anche qui stranamente la ribelle deve apparire studiosa e anche timida. Ma chi li ha ideati questi giocattoli?

E infine ho scoperto che questi giocattoli sono dedicati anche a ragazze 18+. Che culo! ora vado a giocarci e vi prometto che domani lascerò questo schifosissimo-puzzolentissimo-acidissimo-femministissimo blog per dedicarmi ad un redditizio e più vincente blog di moda!

Mi piace Spiderman…e allora?

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<<Spiderman non è dei maschietti, Spiderman è di tutti>>

Così risponde Cloe al signore della cartoleria, dopo aver convinto la zia a comprarle la cartella di Spiderman per il suo primo giorno di scuola, per spiegargli che no, quello zaino non è per suo fratello.

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Mi Piace Spiderman…è allora?” è un libro per bimb* dai 6 anni in su, scritto da Giorgia Vezzoli ed edito da Settenove, che racconta come Cloe, una bambina di 6 anni, si affacci al mondo che la circonda col suo sguardo scevro di giudizi sessisti, dovendosi quindi scontrare con una realtà che ha già deciso per lei quello che dovrebbe piacerle, quello che dovrebbe fare e come dovrebbe farlo.

A Cloe piace raccontare ciò che le accade intorno alla mamma, che trascrive le sue parole al computer e le raccoglie tutte insieme. Attraverso questa operazione viene delineato un quadro dettagliato di stereotipi, ben visibili – nella loro limitata rappresentazione del mondo – ad una bimba di sei anni.

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A scuola, infatti, tutti la prendono in giro per la sua nuova cartella. <<Spiderman? E’ da maschi!>> le dice Michele. Ma il suo nuovo zaino non sembra rappresentare l’unico problema. Le femmine, a quanto pare, non possono nemmeno giocare a calcio, farsi la cresta o utilizzare le costruzioni dei ninja.

Cloe vorrebbe essere come un maschietto perché <<i maschi possono fare tutto>>. Ma è la mamma a farle notare che nemmeno i bambini, per la società in cui viviamo, possono fare tutto: <<Non si possono mettere il rosa o le gonne, per esempio, ché vengono presi in giro. Anche se giocano con le bambole, a volte vengono presi in giro>>.

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Ma Cloe non si accorge solo delle differenze che contraddistinguono i bambini e le bambine e che prescrivono comportamenti che a lei stanno stretti. Si accorge anche che in tv ci sono programmi in cui gli uomini parlano e le donne ballano, che per strada si incontrano cartelloni pubblicitari che non si capisce bene cosa vendano e che persino le parole possono suonare “strane”: <<Oggi la maestra ha detto alle mamme a ai papà che la nostra classe è di bravi bambini. Io ho detto alla mamma che anche le bambine sono brave. […] Perché non lo dice mai?>>

Mi piace Spiderman…e allora?” è un libro che, oltre ai temi legati al sessismo, apre anche alle tematiche riguardanti l’inclusione sociale, la discriminazione ponderale, il razzismo e l’omofobia in un contesto in cui sono spesso gli adulti a preparare le categorie e le gabbie attraverso cui i/le bambin* leggeranno la realtà, rischiando di far perdere loro lo sguardo “neutro” che hanno sul mondo. 

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Questo racconto, che in fondo è una piccola biografia, ci prende per mano per condurci dietro alle lenti ancora in modellamento di una giovane mente che cerca di decodificare la realtà che la circonda, per farci comprendere che dovremmo fermarci tutt*, per una volta, ad ascoltare ciò che i bambini e le bambine desiderano realmente e, soprattutto, ciò che possono insegnare a noi adulti.

Cloe attraversa un percorso e chi legge lo fa insieme a lei. Se dapprima sentenzia che <<La cartella di Spiderman fa schifo>>, per via dei giudizi delle persone che le stanno attorno, giunge poi alla conclusione che, invece, <<indossare la cartella di Spiderman è importante>>, perché significa affermare la propria identità e la libertà dei propri desideri, a prescindere dal genere di appartenenza, <<così gli altri vedono che tutti possono farlo>>.

Una decisione consapevole presa davanti al mondo, quella di Cloe, grazie anche al supporto dei suoi genitori.

Anche gli adulti possono quindi comprendere il messaggio fondamentale sotteso, ovvero quello di non ostacolare il pieno sviluppo dell’individualità e della personalità de* propr* figl*, e di qualunque bambin*, prendendo consapevolezza del ruolo che si decide di avere nel loro percorso di crescita e di libertà.

Un libro per adulti è piccin*, dunque, questa ultima uscita di Settenove, una casa editrice indipendente che si è sempre definita attiva contro le discriminazioni e la violenza di genere, al fine di proporre nuovi linguaggi e modalità inedite di contrastare gli ostacoli culturali, per raggiungere pari opportunità e diritti per tutt*.

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Il nome, come ci viene spiegato sul sito della casa editrice, è un diretto riferimento all’anno 1979, in cui le Nazioni unite hanno adottato la CEDAW (Convenzione Onu sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della donna) e che vide la prima donna in Italia, Nilde Iotti, salire alla terza carica dello Stato. Inoltre, in quello stesso anno, la Rai mandò in onda il documentario “Processo per Stupro“, che portò l’opinione pubblica a riflettere sulla duplice violenza subita dalla vittima (il processo alla sua moralità), da cui scaturì una proposta di legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale.

giorgiaL’autrice, Giorgia Vezzoli, è una poeta e blogger che si occupa di comunicazione, ha partecipato alla raccolta di racconti contro l’omofobia Bye Bye Bulli e, tra le altre cose, è promotrice insieme a noi di Un Altro Genere di Comunicazione della campagna contro gli stereotipi sessisti “Io non ci sto“.

Da anni scrive sul blog “Vita da streghe“, nato per le donne e per tutt* coloro che subiscono discriminazioni e violenze a causa dei pregiudizi, che si occupa di stereotipi, tematiche di genere, media, gender gap e che racconta storie all’insegna della creazione di un nuovo immaginario veramente libero da cliché discriminanti.

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