Da oggetti di cura a soggetti di desiderio

dbd3410a16b0f1ab4ff5875aea5bb42a

Il desiderio, il piacere, la sessualità delle persone con disabilità sono ancora avvertiti come tabù. Se ne parla poco, se ne parla principalmente dal punto di vista del maschio eterosessuale, se ne parla solo in ambienti molto specialistici, se ne parla sottovoce.

In Italia il tema della sessualità e dell’affettività delle persone con disabilità ha iniziato ad essere oggetto di riflessione e studio a partire dagli anni ’70, ma, da allora, poco è stato fatto. Oggi chi ha una disabilità, fisica o psichica, trova parecchi ostacoli nell’espressione del proprio desiderio e dei propri bisogni sessuali e affettivi.

La discriminazione che colpisce le persone con disabilità in diversi aspetti della loro vita, sessuale, lavorativa, affettiva, che di fatto impedisce loro di compiere scelte e di vivere in maniera libera e autonoma, sembra accentuarsi quando si parla di donne. Come avevo già scritto qui, le donne con disabilità sono soggette a una doppia discriminazione, una in quanto donne e una in quanto disabili. Nel lavoro, nell’istruzione, nella vita affettiva la donna con disabilità avrà meno opportunità e meno libertà di autodeterminarsi non solo rispetto alle altre donne ma anche rispetto agli uomini con disabilità.
Alle donne con disabilità il diritto all’amore e alla sessualità viene spesso negato. Questo accade anche attraverso una mancata rappresentazione del “corpo disabile” o a una rappresentazione stereotipata di questo.
La visione stereotipata del “corpo disabile” contribuisce a creare l’immagine di un corpo asessuato, infantilizzato, oggetto di cure e mai soggetto di desiderio, dove la disabilità è totalizzante, pervasiva a tal punto da eliminare tutto il resto.

dbd3410a16b0f1ab4ff5875aea5bb42aNelle pubblicità i corpi, principalmente di donna, vengono usati per vendere di tutto, sono diventati il mezzo attraverso cui il sistema capitalistico non solo pubblicizza i propri prodotti, ma crea bisogni.
Corpi “perfetti” utilizzati per vendere un’idea di perfezione, idea che si riduce a mancanza di difetti e adesione a canoni socialmente e culturalmente stabiliti.
Ciò che non può essere normalizzato esce fuori dalla scena di rappresentazione pubblica
. Come ho scritto qui : corpi non conformi al modello, perché grassi, bassi, deformi, vengono esclusi da ogni rappresentazione, vengono sottratti allo sguardo pubblico.
Si crea così un forte contrasto tra la moltiplicazione dei discorsi sulla sessualità, l’ipersessualizzazione dei corpi nei media e nelle pubblicità e l’invisibilità a cui sono condannati i corpi e la sessualità delle persone con disabilità o comunque non conformi alla norma.
Il corpo con disabilità è considerato solitamente malato, “brutto”, oggetto di cure, percepito come poco desiderabile e nello stesso privo di desideri. Non esiste nell’immaginario collettivo che una donna con disabilità possa piacere, possa essere considerata sexy, possa suscitare desiderio e possa di conseguenza avere rapporti sessuali e relazioni sentimentali.
Far proprio il pregiudizio che le persone con disabilità siano asessuate significa anche assumere l’impossibilità di attribuire a queste identità lesbiche, gay, queer, ecc. L’omodisabilità sia maschile che femminile è un argomento del quale si discute pochissimo anche all’interno degli ambienti gltbiq.
La stessa disabilità femminile ha trovato storicamente un interesse molto pallido all’interno dei movimenti e dell’associazionismo femminile e femminista.

L’idea di donna come soggetto unico e universale contiene in sé il rischio di perdere il punto di vista inclusivo, annullando le diversità e le marginalità. Oggi il punto di vista del “soggetto universale donna” è stato abbandonato da buona parte degli orientamenti femministi, in particolare quelli che hanno scelto un approccio più intersezionale.
Nello scenario queer e post-porno la sessualità e i corpi non normalizzati, inclusi quindi quelli dei soggetti con disabilità, acquisiscono visibilità, ottengono rappresentazione, semplicemente iniziano ad esistere e a resistere all’invisibilità a cui la società vuole condannarli. Annie Sprinkle, ex sprogliarellista, attrice e attivista pioniera del post-porno, in un suo film inserì una scena di sesso con una modella disabile, dando così visibilità a uno di quei soggetti marginalizzati, da sempre invisibilizzati. In un porno che diventa politico, che diventa strumento di contro-potere anche i corpi non normalizzati trovano spazio e possono esprimersi come corpi desideranti, che chiedono di dare e ricevere piacere.

Binational collaboration between Mia Rollow and Gerardo Juarez as part of “El Cuerpo Diferente,” La Pocha Nostra’s ‘extreme fashion show’ against normative notions of physical beauty.

Binational collaboration between Mia Rollow and Gerardo Juarez as part of “El Cuerpo Diferente,” La Pocha Nostra’s ‘extreme fashion show’ against normative notions of physical beauty.

Da questi presupposti è nato progetto spagnolo Yes, we fuck! il quale intende raccontare e documentare la sessualità dal punto di vista delle persone con disabilità, individuando nella sessualità uno snodo chiave per il raggiungimento dell’indipendenza e dell’autonomia.

In Italia siamo parecchio indietro da questo punto di vista. Ultimamente si sente parlare spesso di assistenza sessuale per persone con disabilità principalmente grazie al lavoro di Maximiliano Ulivieri e alla petizione da lui lanciata per creare in Italia una figura ad hoc.
Una delle mie paure, non so se giustificata o meno, è che si pensi a questa figura esclusivamente in funzione del maschio eterosessuale, portando le donne a ricoprire, ancora!, un ruolo di cura e avvallando il pregiudizio secondo il quale gli uomini hanno un naturale bisogno di sesso e le donne no; un’altra è che si trascurino i desideri e i bisogni sessuali non eteronormativi.
Ulteriore rischio potrebbe essere quello di cadere nalla tentazione di pensare alla sessualità delle persone con disabilità come a una realtà speciale alla quale accedere con codici specifici, in pratica qualcosa di non accessibile a tutt*, ma solo a chi è direttamente coinvolto o debitamente formato, giustificando così il forte senso di timore ed estranietà che quasi sempre si manifesta su questo tema.

Detto questo ritengo però che i desideri e i bisogni vadano ascoltati e che la questione della sessualità delle persone con disabilità vada affrontata anche da questo punto di vista, lasciando parlare gli attori e soprattutto le attrici che rischiano maggiormente in questa richiesta di venir messe da parte, rimanendo sempre convinta che partire dalla rappresentazione delle marginalità, dalla visibilità del “non-normativo”, dalla rottura degli schemi di “bellezza” e di perfezione imposti, sia il primo passo necessario per eliminare la nozione di “normalità” che è per sua nutura escludente e riuscire così a vedere che quelli che solitamente consideriamo oggetti di cura sono anche e soprattutto soggetti di desiderio.

Per approfondire:

- Gruppo donne Uildm

- Love Affair un video documentario su donne, corpi e disabilità

- Beatriz Preciado video-conferenza (in spagnolo) su disabilità, rappresentazione, sessualità, normatività.

- Scarlet Road pagina del documentario che racconta la storia di una sexworker australiana che lavora come assistente sessuale

- Intervista a un assistente sessuale per donne che lavora in Svizzera

Pillola del giorno dopo. Le vostre esperienze

pillola

pillolaQualche giorno fa nella nostra casella di posta è arrivata la mail di una ragazza che ci raccontava la sua esperienza con la pillola del giorno dopo.
Abbiamo condiviso la sua storia. Questo ha portato altre donne a condividere con noi, e poi con tutte, la propria dis-avventura tra consultori, ospedali, farmacie.
Queste storie si somigliano tutte. Raccontano tutte di ragazze, di donne, di paure, di corse contro il tempo, di incontri “spiacevoli”, di giudizi che fanno provare vergogna là dove vergogna non dovrebbe esserci, di diritti negati, di rabbia.
La pillola del giorno dopo non è un farmaco abortivo.
È un metodo di contraccezione post-coitale. I prolife e movimenti per la vita possono dire quello che vogliono, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ribadito che la pillola del giorno dopo è anti-ovulatoria, quindi contraccettiva.
Per questo motivo l’obiezione di coscienza, così come prevista dalla legge 194, non si estende alla pillola del giorno dopo (commercializzata in Italia con i nomi di NorLevo, Lonel, Levonelle) in quanto non si tratta di farmaco abortivo, ma contraccettivo.

Le esperienze che ci sono arrivate però raccontano una storia diversa, una storia che dobbiamo cambiare e siamo convinte che raccontare sia il primo passo in questa direzione.

Medici e farmacisti non possono rifiutarsi di prescrivere e/o vendere la pillola del giorno dopo, qualora questo accedesse saremmo di fronte a un abuso della professione medica.

Hai il diritto di pretendere la pillola del giorno dopo. Qualora questo ti venisse negato puoi chiedere le generalità del medico, puoi richiedere a questo che ti metta per iscritto i motivi per cui si rifiuta di fare la prescrizione e, se te la senti, hai anche la possibilità di denunciare (qui trovi moduli fac-simile per denuncia medico/farmacista).

Se vuoi raccontare la tua storia, condividere la tua esperienza, sia negativa, che positiva (in quest’ultimo caso sarebbe bello sapere la struttura dove sei stata trattata bene!) questo spazio è tuo.

Testimonianza di P.M.

Ciao, vorrei raccontarvi un episodio spiacevole che mi è accaduto un annetto fa e che credo sia sintomatico di come i pregiudizi l’ignoranza e soprattutto il maschilismo siano dentro le strutture pubbliche ospedaliere anche quando non ce lo si aspetterebbe. Dunque: è capitato che pur avendo preso precauzioni io abbia avuto bisogno della pillola del giorno dopo, quindi la mattina dopo aver avuto il rapporto (la sera stessa alla guardia medica non me l’hanno voluta dare) vado al consultorio della mia città. Da premettere che ovviamente ero in ansia soprattutto perchè ero sola (il mio ragazzo la mattina lavorava) mi trovo a dover parlare con un’assistente, credo(non si è qualificata) che mi ha fatto il terzo grado, e che mi ha parlato per mezz’ora buona dell’opportunità di prendere la pillola anticoncezionale perchè a suo parere i condom non sono sicuri, ecc.. non curandosi del fatto che le avevo già spiegato che non mi va di prendere ormoni anche se a basso dosaggio, che già sapevo tutto e che era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere. Finito di parlare con questa tizia, che nel frattempo ha redatto la mia scheda, entro nella stanza della dottoressa. La dottoressa mi rifà il terzo grado, mi ripropone la pillola anticoncezionale e poi mi chiede se ho una relazione stabile.” Le rispondo che si,sto con il mio ragazzo da qualche hanno, lei” e tu cosa fai nella vita?” io” studio in un’altra città,sono al secondo anno all’università” lei” e il tuo ragazzo?” io”si è laureato qualche mese fa e adesso lavora” lei” Beh,ma allora A CHE VI SERVE LA PILLOLA DEL GIORNO DOPO??” a quest’ultima domanda segue la mia ovvia risposta che non siamo nelle condizioni di metter su famiglia, ammesso che la vorremmo questa famiglia.Non so dove ho preso la forza per non urlarle contro,ma sono uscita da li con la prescrizione in mano e lo sbigottimento misto a nausea sulla faccia..è possibile che le donne debbano sopportare anche questo? da parte di altre donne che dovrebbero essere li per aiutarle?

La testimonianza di S.R.

Ho appena letto la testimonianza della ragazza che racconta della sua esperienza con la pillola del giorno dopo. A me è successa una cosa simile. Lo scorso anno ho avuto un piccolo incidente con il preservativo e io e il mio ragazzo siamo subito corsi al pronto soccorso ginecologico dell’ospedale San Giovanni di Roma. Abbiamo aspettato moltissimo prima di essere ricevuti. Poi siamo entrati e il ginecologo mi ha subito estratto il preservativo che era rimasto all’interno (questo è l’incidente). io ero molto confusa e chiedo se è il caso di prendere precauzioni. il ginecologo dà la prima rispostaccia: “Ah signorina, questo lo decide lei, io non mi metterò di certo a guardare se il preservativo è intatto!”. Allora io velocissimamente decido di voler prendere la pillola del giorno dopo. il ginecologo mi dice subito che lui non me la prescriverà, perché contrario, e che dovrò aspettare la dottoressa non obiettrice che in quel momento era occupata. intanto inizia a raccontarmi storie apocalittiche sulla pillola: gente che sta male dopo averla presa, emoraggie probabili ecc. Poi mi chiede quanti anni ho. Rispondo di averne 28 e lui: Eh! Pensavo meno! A 28 anni un figlio si può anche fare. rimango di stucco. C’è ancora da attendere, esco fuori dove il mio ragazzo mi sta aspettando. Rimaniamo più di un’ora fuori ad attendere la dottoressa che mi avrebbe prescritto la pillola. Quando arriva, fa tutto il contrario del suo collega. Alle mie domande risponde dicendo che la pillola del giorno dopo non è nulla, la prendono continuamente tutte e non c’è alcun bisogno di fare domande e preoccuparsi. Mi fa una ricetta, vado in farmacia, la prendo. Nei 3-4 mesi successivi il mio ciclo è stato molto instabile, ho avuto diverse perdite già 5 giorni dopo l’assunzione della pillola. Per fortuna in quel caso ho avuto l’assistenza del mio ginecologo e del mio medico di famiglia. Nel pronto soccorso ginecologico di uno dei più grandi ospedali della Capitale nessuno è stato in grado neanche di accennarmelo. Però a sindacare su quando e come dovrei avere un figlio sì, questo non si sono fatti scrupoli a dirmelo.

Il racconto di Betta

Vedo che le storie sulla difficoltà di accedere alla pillola del giorno dopo in questo paese si moltiplicano! allora dirò anch’io la mia.
Un paio di anni fa mia nipote sedicenne mi chiama da scuola e mi confessa di avere un problema: la sera precedente, durante un rapporto sessuale con il suo fidanzato, il preservativo si era rotto.
-zia e adesso che faccio?
-scusa ma lui dov’è?
-è andato al lavoro come sempre. ha detto che secondo lui non sono rimasta incinta e che se proprio dovesse essere successo qualcosa ci penseremo poi
-un bel gesto maturo, per un ragazzo di 24 anni! vengo a prenderti a scuola aspettami lì.
La porto al consultorio pubblico. Mi dicono che sono presenti solo assistenti sociali, che l’unica dottoressa che vi lavora, quel giorno è a un convegno. Quindi nessuno che possa firmare una ricetta. Ma se voglio la ragazza può parlare con un rappresentante del centro aiuto alla vita. NO GRAZIE. Mi fanno presente che c’è un consultorio della parrocchia accanto alla chiesa, in pieno centro. NO GRAZIE. Andiamo al pronto soccorso. mi rivolgo io allo sportello dell’accettazione. mia nipote è distrutta da una notte completamente insonne, sono ore che non mangia e è reduce da due compiti in classe e un’interrogazione. è stravolta.
-buongiorno, a chi mi posso rivolgere per la prescrizione della pillola del giorno dopo?
-è per Lei?
-no, per lei, è mia nipote
-deve uscire da qui, attraversare il giardino, andare al reparto ginecologia e ostetricia.
Andiamo al reparto giusto. Lo sportello della segreteria di pomeriggio è chiuso. Passeggiamo lungo il corridoio per chiedere a qualcuno. Passa un’infermiera e lì, davanti alle donne incinte che aspettano la visita:
-scusi, a chi posso chiedere una ricetta per la pillola del giorno dopo?
-al pronto soccorso
-sono stata lì e mi hanno mandata qui
-allora al piano di sopra.
Vado al piano di sopra. Stessa scena.
-torni al piano di sotto!
-mi hanno detto di venire qui
-allora aspettate qua. appena la dottoressa si libera vi chiamo. c’è stata un’urgenza in sala parto e ovviamente dobbiamo dare la precedenza ai nascituri
-ovviamente.
Tre ore dopo, io e lei siamo ancora lì. lei sempre più stravolta e anche a me la stanchezza mi sta facendo cedere i nervi. Finalmente l’infermiera ci chiama. deve compilare la scheda con i dati.
-chi sei? cosa vuoi? tessera sanitaria? quanti anni hai? 16? sembri più grande. sei troppo piccola. torna con un genitore. ai miei tempi queste cose non si facevano. ma ti servirà da lezione.
-ci sono io e sono sua zia. e lei ha tutti i diritti di vedersi prescrivere questa pillola. e ormai ne sono trascorse parecchie di ore. io non me ne vado di qua senza quella maledetta ricetta e giuro che tiro giù i muri di questo ospedale e faccio succedere un gran casino…
Dopo un’ennesima estenuante attesa arriva la dottoressa. mia nipote mi chiede di lasciarla sola. rispetto la sua scelta. dopo 5 minuti esce con il tanto agognato foglio in mano. ma non si rende conto che non è ancora finita…
Sono le ore 19. abbiamo solo mezzora per trovare la farmacia. nella prima ci dicono no. nella seconda ci dicono ripassi domani che ora l’abbiamo finita. nella terza il farmacista ci squadra da capo a piedi e ce la vende dicendoci con lo sguardo: brutte sgualdrine!
Tutto ciò a BELLUNO, ridente cittadina veneta, sempre in testa alla classifica del sole 24ore sulla vivibilità.

Da anonima

La mia testimonianza riguardo la difficoltà nell’avere la pillola del giorno dopo è assolutamente dimenticabile e superflua. Non perché io sia stata ben accolta, ma perché l’essere trattate con disprezzo e sufficienza è quello che succede praticamente a tutte.
E’ successo l’anno scorso (avevo quindi 21 anni) e io e il mio ragazzo abbiamo avuto il temuto incidente della rottura del preservativo.
A parte che quando siamo andati all’ospedale hanno fatto entrare solo me nella stanza (al mio ragazzo è stato chiesto di aspettare fuori – letteralmente fuori dalla struttura, manco in corridoio, perché era un reparto delicato). Io, dopo aver spiegato la situazione ad una dottoressa, sono rimasta in attesa più di un’ora (1 ora e 20 minuti) dentro una stanza, senza nessuno che mi dicesse nulla.
Quando il dottore è arrivato mi è toccata la ramanzina paterna (ehhh, alla tua età queste cose? Sei così piccola! I tuoi genitori lo sanno cosa fai? Ma non ti vergogni a venire qui così e a chiedere la pillola? … E altre cose sul tema. Ancora oggi mi chiedo se avesse ben chiara la mia età), il tutto condito da un po’ di sano disprezzo malcelato, borbottii e tutto il repertorio immaginabile di occhiatacce.
Per non parlare del farmacista. Quando siamo andati a compare questa benedetta pillola il farmacista ci ha accolto con un sorriso e abbiamo scambiato quattro chiacchiere sul tempo. Sembrava un tipo simpatico.
Tiro fuori la ricetta. La legge. In un attimo la sua espressione sembra quella di chi abbia appena visto qualcuno uccidergli il gatto. Brutalmente. Prende la scatola e la sbatte sul bancone. Ci da le spalle e non risponde al saluto quando usciamo.
E questo è tutto. Come dicevo, non è niente di speciale, perché questo è come minimo la normalità. Se sei fortunata, almeno. Sarebbe potuta andarmi peggio, ed è un pensiero deprimente.

Da Anonima

Una sera di tre anni fa, avevo 22 anni, era piena estate, durante un rapporto col mio ragazzo si rompe il preservativo. Decidiamo di non aspettare l’indomani, anche perché il mio medico di famiglia era in ferie e avrei dovuto cercare il sostituto, e andiamo alla guardia medica del mio paese. Lì troviamo una dottoressa di mezza età che, appena le spieghiamo cosa è successo, ci guarda scandalizzata e ci accompagna all’uscita ripetendo: “No no assolutamente no!”
Era una fervente cattolica, l’avevo capito subito. Vabbè, andiamo al pronto soccorso dell’ospedale Umberto I di Siracusa. Parliamo con un infermiere allo sportello che ci manda al reparto di ginecologia.
Ora, io avevo letto che non fosse semplice ottenere la pillola del giorno dopo ma ero certa che all’ospedale non avrebbero potuto rimbalzarmi. Al reparto ci dicono di aspettare il ginecologo di turno che arriva poco dopo, si ferma a parlarci in corridoio il tempo di capire cosa vogliamo e ci liquida dicendo:”Senta signorina qui nessuno le prescriverà niente.” E se ne va entrando in una stanza. Lascia la porta aperta ed io sbigottita lo seguo dentro, dicendogli che almeno deve dirmi dove posso andare per ottenere la ricetta. Lui mi guarda e rivolgendosi alle infermiere presenti esclama: “Fatela uscire, qui dentro non si può entrare!” Solo in quel momento mi accorgo che nella stanza c’è una donna incinta con un gran pancione distesa sul lettino, lei sì che aveva diritto alle cure e al rispetto di quel medico…io no, dovevo andarmene.
Torniamo al pronto soccorso dove l’infermiere allo sportello con cui avevamo parlato prima ci consiglia di andare alla guardia medica, ci spiega dov’è e ci dimostra tutta la sua solidarietà. Arriviamo alla guardia medica e becchiamo una giovane dottoressa che si rifiuta di prescrivermi la pillola perché obiettrice. Stiamo ancora parlando con lei quando ne arriva un’altra della stessa età, chiede cosa vogliamo e ci dice che lei invece le prescrive.
Felicissimi pensiamo che sia fatta e invece la prima dottoressa, rimasta a bocca aperta per aver scoperto che la collega non è un’obiettrice, comincia a farle tutto un discorso su quanto sia rischioso firmare questo genere di ricette. Le dice che potrei stare male e che la responsabilità sarebbe sua. La seconda dottoressa tentenna, io le dico: ” Per favore, è meglio prescrivermi la pillola del giorno dopo piuttosto che mettermi a rischio aborto.” E lei ha il coraggio di rispondermi: “Il favore te lo faccio se non te la prescrivo!” Continuiamo a cercare di convincerla ma ad un certo punto mi blocco, mi accorgo che la stavamo supplicando.
Stavo supplicando un medico per qualcosa che è un mio diritto!
Esausta e rassegnata dico al mio ragazzo di lasciare perdere, mando le dottoresse a quel paese e me ne vado. Ero già salita in macchina quando lui esce fuori con il foglietto della ricetta in mano. Lo sento ringraziarle, ma grazie un cavolo!”

Da C.L.

E’ successo anche a me: una sera ho avuto bisogno della pillola del giorno dopo per un “incidente” col preservativo. Premetto che non posso prendere la pillola anticoncezionale per problemi di ipertensione. Essendo notte, io e il mio compagno siamo andati all’ospedale. Ci hanno fatto attendere ORE in anticamera, parlare con non so quante persone diverse… non mi ricordo particolari prediche, ma tutte ci hanno guardato con aria di disprezzo, rimprovero e sufficienza e rivolto a malapena la parola… fatto sta che alla fine siamo dovuti tornare a casa con un niente di fatto, perché in tutto il policlinico universitario non c’è stata una sola persona che non si sia dichiarata obiettore!!!!
Ho dovuto attendere il pomeriggio del giorno successivo per andare allo studio dal mio medico di famiglia (che è, appunto, anche il medico dei miei genitori), rischiando così di far diminuire drasticamente le probabilità di successo della pillola… e menomale che il giorno dopo non era sabato né domenica, e che il mio medico di famiglia non è “obiettore” almeno lui!!!

La tetimonianza di Tita

Anche a me è successo, sono di Roma. Forse 5 – 6 anni fa, non ricordo più. Era sabato sera e il preservativo si era rotto. Di sabato pomeriggio non sapevamo proprio a chi rivolgerci. Il mio consultorio era troppo lontano, avrebbe chiuso di lì a poco.
Chiamo in lacrime. Il dottore mi rassicura, vai in ospedale se non riesci ad arrivare qui in tempo per la chiusura. Prima la prendi e meglio è.
L’ospedale San Giovanni a due passi, decidiamo di andare. Chiedo informazioni al pronto soccorso, mi spediscono al reparto di ginecologia. Non mi fanno neanche spiegare che appena sentono cosa mi occorre chiudono porte bofonchiando parole incomprensibili, scuse varie. Io che mi arrabbio, deve pur esserci qualcuno che non sia obiettore, non è possibile in un grande ospedale come questo.
Nulla, io e il mio ragazzo andiamo via, stravolti e arrabbiati. Il lunedì mattina corriamo al consultorio, lo stesso dottore col quale avevo parlato al telefono. Gli raccontiamo l’accaduto. Era furioso, non ero la prima e non sarei stata l’ultima ad essere cacciata da un ospedale, soprattutto dal San Giovanni. Mi prescrive la pillola, corro a comprarla e a prenderla. Tante ore trascorse ma fortunatamente funziona. Avrei dovuto far di più in Ospedale ma in quel momento era più forte l’ansia, la rabbia e lo spavento.
Trattata come uno straccio, umiliata. Non me la prendo con gli obiettori, libertà di scelta. Me la prendo con la gestione che non prevede almeno una persona, non obiettrice, soprattutto nei grandi ospedali. Me la prendo con il trattamento disumano e annientatore delle persone che ti guardano e si comportano come se tu fossi la peggior assassina di questo mondo.

Racconto di I.

Ho letto le testimonianze sul problema nel reperire la prescrizione della pillola del giorno dopo, e mi dispiace molto che ve ne siano di negative… è davvero un problema. A me è successo una sola volta di averne avuto bisogno: anni fa, dopo una nottataccia, mi sono recata al consultorio pubblico e ho preso il numero dicendo che si trattava di un’urgenza. La dottoressa la conoscevo già, mi aveva visitata in precedenza per problemi ormonali. Alla mia richiesta non ha fatto molta opposizione, ha solo detto che di solito lei aiuta a procreare e non ad evitarlo e ha mollato la ricetta. Tutto qui, per fortuna.

Testimonianza Anonima

La mia esperienza non riguarda i medici bensì i farmacisti.
La scorsa estate, stessa situazione raccontata da altre ragazze, si ruppe il preservativo e fui costretta ad andare alla clinica ginecologica Mangiagalli di Milano. Fin qui nessun problema. Dopo essere uscita dalla clinica con la ricetta, entro nella prima farmacia, in cui un anziano farmacista non appena vede la ricetta, oltremodo scandalizzato, mi dice di uscire che lì quel farmaco non lo vendono. Seconda farmacia, due farmaciste sulla trentina mi restituiscono la ricetta dicendo che non sono autorizzate a venderlo. Terza farmacia, quel farmaco ‘è finito’. Idem per la quarta farmacia.
Nella settima farmacia, e sottolineo SETTIMA, riesco a trovare una donna che me la vende, e di certo non col sorriso sulle labbra. Sono ancora incredula all’idea che in Italia, oltre a trovare la barriera degli obiettori di coscienza, si trovi una seconda barriera presso le farmacie!
I N C R E D I B I L E
Sperando che possa contribuire a dare un quadro generale della drastica situazione in Italia.

La storia di Bluebell

Vorrei raccontare anche io la mia esperienza riguardante la pillola del giorno dopo.
E’ capitato l’anno scorso. (Ho deciso di non parlarvi di come è successo per evitare che sembri una “giustificazione”.)Parto direttamente dalla mattina dopo.
Io e lui ci siamo alzati presto e abbiamo raggiunto il consultorio della mia città. Dopo una lunga attesa finalmente ci hanno lasciati entrare, ci hanno fatto una specie di terzo grado, e solo alla fine di questo interrogatorio-incriminatorio ci hanno detto che eravamo nel posto sbagliato e che sarei dovuta andare dal medico di riferimento del mio quartiere, ché nessun altro me la avrebbe potuta(?) prescrivere.
A quel punto ho sentito tremare le gambe, perché si da il caso che io abiti con mia nonna e che le finestre di casa nostra affaccino esattamente sulla mutua, dove sarei dovuta andare.
Così – terrorizzata all’idea che lei o una sua amica potesse vederci insieme – ho deciso di salutare lui e di avviarmi da sola, col tempo che continuava a scorrere imperturbabile.
Ci sono arrivata il più velocemente possibile e dopo un po’ di peripezie sono riuscita a trovare il corridoio giusto e la porta davanti a cui attendere. Un’attesa infinita.
La dottoressa, non si sa bene per quale motivo, mi ha lasciata entrare solamente per ultima. Forse avevano tutte un appuntamento, anche quelle che continuavano ad arrivare dopo di me. Io dal mio sgabello non facevo altro che fissare l’orologio. Poi finalmente è stato il mio turno.
E mi sono sentita di nuovo fare un lunghissimo interrogatorio, ma privo di ogni domanda che potesse servire a tranquillizzarmi o a carpire informazioni realmente utili ai fini della sua prescrizione. Domande a cui non avevo nemmeno il tempo di rispondere, perché erano ccorredate ciascuna di una piccola lezione di morale. Continuando a rubarmi minuti preziosi e un po’ di dignità.
Per fortuna la farmacista è stata molto più celere e comprensiva.
Però non finisce qua.
C’è un altro aneddoto che secondo me è strettamente connesso a questo e che mi ha innervosito quasi di più. Per sicurezza, dopo qualche mese da questo evento, ho voluto fare anche un test HIV.  Il sito dell’ospedale prometteva la gratuità, l’anonimato e un sostegno psicologico.
Le prime due cose di certo sono state garantite.  Anche una terza cosa è stata garantita, seppur non preavvisata.. la velocità.
La dottoressa (o infermiera, non so) mi ha fatto accomodare nel suo stanzino. Mi ha chiesto di porgerle il braccio che preferivo. E senza sprecare anche solo un altro briciolo di voce, mi ha prelevato il sangue e mentre mi appoggiava l’ovatta era già intenta a congedarmi. “Ciao, grazie.” Forse è stupido, forse va bene così, forse non c’è un collegamento tra le due cose.
Ma a me ha mandato ai pazzi il fatto che non mi abbia nemmeno fatto una domanda, non mi abbia nemmeno chiesto come stavo, non si sia premurata di nulla. Certo non è che desiderassi sentirmi fare anche in questo caso il lungo e invadente interrogatorio. Ma dedicarmi un paio di minuti, una manciata di parole, uno sguardo..? Non sarebbe stato male.

La carenza di sonno incentiva le molestie sessuali?

bacio-foto-4--180x140

bacio-foto-4--180x140Abbiamo parlato spesso di come moltissime ricerche scientifiche si basino su premesse che di scientifico non hanno proprio nulla, ma abbiano invece come unico presupposto quello che è definito come neurosessimo.

La cosa ancora più grave è che queste ricerche pseudoscientifiche vengono divulgate dai nostri giornali come verità assolute e inconfutabili, attraverso un linguaggio e delle immagini fuorvianti.

L’ultimo caso ci arriva da una ricerca americana, pubblicata oggi su Corriere.it. Nulla ci viene riferito riguardo all’accuratezza della scelta campionaria e alla serietà degli strumenti metodologici utilizzati, tantomeno ci si sofferma sull’attendibilità dei risultati.

Quello che si può apprendere da queste parole è una pericolosissima attenuante alle molestie sessuali. Già l’immagine di per sé non ha molto a che vedere con la ricerca in questione, in quanto mostra come protagonista della scena una donna con la bocca aperta nell’atto di godere.

Ancora più raccapriccianti risultano alcuni periodi: “basta una notte in bianco per cambiare la percezione che un uomo ha dell’interesse sessuale da parte della sua compagna“; “tutto il campione ha registrato sia un maggiore interesse per l’attività sessuale, sia l’idea che la compagna o la potenziale preda da conquistare fossero particolarmente aperte e interessate ad accoppiarsi con loro”.

Il messaggio che passa è che con qualche ora di sonno in meno viene alterata la percezione maschile della “disponibilità” delle donne (o prede da conquistare).

L’articolo si conclude informandoci che “la carenza di facoltà decisionale dunque potrebbe portare a problemi di varia entità: molestie sessuali, malattie trasmesse sessualmente e conflitti di coppia“.

Insomma, questi poveri uomini dopo una veglia prolungata di quelle quattro ore di troppo potrebbero perdere il controllo dei loro istinti e molestare le loro compagne o le loro “prede”, analogamente a quanto succede per un bicchiere di più.

Queste giustificazioni e attenuanti alle violenze sessuali sono inqualificabili e ingiustificabili, oltre che assolutamente pericolose!

Diciamo basta al neurosessismo e a queste pseudo-ricerche scientifiche! Chiediamo a Corriere.it e a tutti inostri giornali di rifiutarsi di pubblicare studi di dubbia veridicità, che non fanno altro che aumentare stupidi stereotipi, sessismo, discriminazioni di genere e violenza. Facciamoci sentire e scriviamo alle redazioni!

%d bloggers like this: