DA GRANDE VOGLIO FARE LA MODELLA

Lo scorso 8 settembre si è tenuto presso il Centro Commerciale MilanoFiori di Assago il casting live di Elite Mode Look.

Che cos’è l’Elite Mode Look? Sul sito www.elitemodellook.com leggo: creato nel 1983, l’Elite Model Look è diventato il più prestigioso concorso internazionale per modelle. Vero “trampolino di lancio” per la carriera, ha portato molti talenti nascosti a diventare top model internazionali. E’ l’unico concorso che offre a giovani ragazze di tutte le nazionalità l’opportunità di diventare top model e di iniziare una carriera con il miglior supporto possibile.” Le aspiranti modelle devono avere tra i 14 e i 22 anni ed essere altre almeno 172 cm.

A quanto pare, Cindy Crawford, Stephanie Seymour, Gisele Bündchen, Julia Saner e Costance Jambloski sono state tutte scoperte grazie al concorso Elite Model Look.

Tra più di 500 ragazze ne sono state selezionate 12 che si sono aggiudicate la possibilità di diventare la rappresentante italiana alla finalissima mondiale di Shanghai dove potrà partecipare alla prestigiosissima Elite Model Look Final 2012 che eleggerà la vincitrice assoluta del concorso, insieme ad altre 14 che firmeranno un contratto con Elite.

Sul sito d.repubblica.it, il sito della rivista femminile D de La Repubblica, trovo un articolo dedicato alle ragazze aspiranti top model più votate su Facebook dal titolo “I sogni delle future modelle”: le ragazze hanno 15, 17, 21 e 18 anni, non sono ancora delle modelle, ma, dalle loro pose disinvolte e dallo sguardo ammiccante dritto verso l’obiettivo, sembrano già abituate a come ci si muove nel mondo della moda.

Alla domanda “Perché vuoi diventare modella?” la risposta è sempre più o meno la stessa: “Vorrei diventare modella perché è il mio sogno. Fin da piccola il mondo della moda mi ha sempre attirato”, “fin da bambina ho sempre sognato una passerella dove poter esprimere meglio tutta la mia personalità”, oppure “Fin da piccola giocavo sempre a fare la modella e adesso che ho l’opportunità di partecipare alle selezioni di Elite voglio trasformare questo mio sogno in realtà”.

Quello che mi colpisce di più di queste risposte, non è tanto la loro banalità o la loro convenzionale malizia travestiva da ingenuità di circostanza, ma è il rigido inquadramento in un ruolo che, come almeno vogliono far credere le giovani aspiranti modelle, è loro fin dalla tenera età.

“Sogno di fare la modella fin da bambina”: il concetto chiave, ciò che legittima la ferrea volontà di diventare una stella del mondo della moda, è questo.

Dico a me stessa che forse, considerata l’attuale crisi e l’alto tasso di disoccupazione giovanile, scegliere di fare la modella potrebbe essere anche una mossa ben ponderata e intelligente, ma mi chiedo quante delle ragazze che hanno partecipato alla selezione Elite Model Look hanno ragionato in termini di possibilità occupazionali.

Allora mi chiedo: perché una bambina sogna di diventare una modella?

Nelle community femminili dove le adolescenti e le giovani donne si scambiano diete, consigli sul trucco o tattiche investigative per scoprire se lui ti tradisce, leggo opinioni decisamente negative sul mondo della moda: sulle violenza a cui le modelle sottopongono il proprio corpo per mantenere l’innaturale ed eccessiva magrezza, sulla solitudine per la lontananza da casa e la mancanza degli affetti, sui durissimi tempi di lavoro e su come, dietro ad una Giselle Bündchen di successo, si nascondano centinaia di volti e nomi ignoti a giornalisti e fotografi di moda.

E quindi mi chiedo ancora una volta: perché sognare di diventare modelle? Cos’è che attira delle ragazze e, in molti casi, delle bambine a fare di tutto per percorrere una passerella ridotta alle misure e alla stregua di un manichino esposto in vetrina? Sono i soldi? Lo sguardo ammirante e ammirato degli altri? I bei vestiti, il trucco e il parrucco?

Sinceramente non so dare nessuna risposta e, anzi, mi faccio un’altra domanda: ma dove è andata a finire l’immaginazione delle bambine? Se i desideri delle bambine sono diventati ancheggiare su una passerella, indossare abiti firmati o mostrarsi ai fotografi con occhi suadenti e labbra turgide allora è proprio il momento di rendersi conto che così non va e che è il momento in cui alle bambine sia data in dietro la loro infanzia, i loro sogni e la loro smisurata immaginazione.

Vabbè, per sdrammatizzare, voglio concludere con questo video del pianista, cantante e compositore Leo San Felice:

Vittimismo femminista? Consigli di lettura

E’ da poco che scrivo su questo blog, ma dalla mia esigua esperienza di blogger di comunicazionedigenere.wordpress.com a da alcuni commenti ai miei due articoli pubblicati, mi sono resa subito conto dell’importanza che possono avere esperienze come un blog sulla comunicazione di genere.

Ammetto che mi infastidisco quando, tra i commenti, leggo osservazioni che richiamano il facile vittimismo delle donne o denotano un certo disfattismo femminista ad oltranza. Non perché non accetti le considerazioni degli altri, al contrario, mi fa piacere che i miei articoli siano spunto di discussione, quello che mi disturba è l’alto livello di incomprensione, chiamiamolo così, dell’attuale situazione della donna in Italia: è possibile che una larga fetta della società italiana, in cui includo sia uomini che donne, non riesca a percepire quanto la disparità tra i generi sia ancora forte e quanto sussistano ancora profonde discriminazioni non solo nei confronti delle donne ma anche di altre minoranze che faticano a vivere quella che possiamo definire la “normalità”?

Tra i soprusi che sono costrette a subire le donne, uno dei più subdoli, poiché in molte circostanze sorretto da argomentazioni considerate legittime dall’opinione pubblica, è il controllo politico sul corpo delle donne: un corpo che diventa oggetto di referendum, di campagne elettorali, di leggi che stabiliscono e regolano l’esperienza della maternità, eccetera… Ma siccome oggi non voglio fare quella che fa del facile “vittimismo” e voglio essere propositiva, voglio suggerire a chi pensa che parlare di denigrazione dell’immagine, del corpo e anche del ruolo delle donne siano anacronistiche lamentele da parte di incontentabili disfattiste, la lettura di un articolo di Chiara Saraceno pubblicato su La Repubblica martedì 14 agosto. Ecco alcuni passaggi:

<<Usare il (proprio) corpo femminile come manifesto politico. Rovesciare l’ossessione voyeuristica per il corpo femminile che va di pari passo con la marginalizzazione delle donne come cittadine e come esseri pensanti, a vantaggio non dei propri interessi individuali, ma di obiettivi di denuncia politica. E’ quanto fanno gruppi di donne femministe, soprattutto nell’Est Europeo. (…) Le giovani donne russe della loro punk band Pussy Riot, quando irrompono con le loro canzoni di denuncia in contesti “sacri al potere”, si limitano ad esibire minigonne. Ma le maschere che celano il volto alludono ironicamente alla spersonalizzazione delle donne da parte di chi le rappresenta, appunto, solo come corpi fungibili, purché attraenti per chi li guarda e consuma. (…) Vedere delle donne che usano allegramente, anche se rischiosamente, il proprio corpo per sbeffeggiare il potere ha un che di liberatorio, specie dall’osservatorio italiano. Ove sembriamo strette tra il dover prendere posizione sul diritto a fare la escort e il perbenismo moralista e ipocrita che vorrebbero le donne “per bene” e competenti tutte seriose, accollate, possibilmente anziane, meglio se nonne, comunque de-sessualizzate>>.

E notizia recente che le Pussy Riot siano state condannate a due anni di detenzione dal Tribunale di Mosca. Stando a quanto riportato dalla cronaca, le giovani musiciste non si sono abbattute alla lettura della sentenza. Una di loro, la Tolokonnikova, in un’intervista rilasciata al giornale indipendente Novaya Gazeta ha affermato:  - Abbiamo già vinto. Noi (russi) abbiamo imparato ad arrabbiarci con le autorità e a parlare ad alta voce di politica – . Ed ha aggiunto: – Davvero non ci aspettavamo un processo perché non abbiamo mai commesso alcun reato. Non sospettavamo neanche che le autorità sarebbero state così stupide da perseguire quelle femministe punk anti-Putin, dandoci legittimità nello spazio sociale -.

Sull’onda ottimista delle parole di Tolokonnikova, chiudo il mio intervento con un ultimo consiglio di lettura: un articolo su una serie di mostre, alcune in corso ed alcune appena concluse, allestite a New York, in cui si propongono le opere di artiste che dimostrano come, lo sguardo femminile, abbia cambiato la scena dell’arte mondiale e che potete leggere QUI.

Non ho certamente la presunzione di cambiare la posizione di nessuno, ma spero almeno di aver istillato, in chi è convinto che certe osservazioni sull’importanza di una corretta comunicazione di genere siano solo inutili lamentele, la curiosità di dare una veloce lettura e un’occhiata a idee e immagini di chi la pensa in maniera diversa.

Carriera e perdita di peso: le considerazioni di Cliclavoro, il portale per l’occupazione del Ministero del Lavoro e della Politiche Sociali.

Nelle navigazioni on-line alla ricerca di più o meno interessanti offerte di lavoro, credo che sia capitato a tutti di imbattersi nel portale ministeriale per chi cerca e offre lavoro su internet:  Cliclavoro.

Qual è la sua particolarità? Ebbene il servizio è finanziato da noi contribuenti e, secondo quanto indicato in un articolo de IlFattoQuotidiano del 25/06/2012, solo la parte di sviluppo e conduzione della piattaforma richiede 1,6 milioni di euro più Iva a cui vanno aggiunti i costi di sette persone che lavorano a tempo pieno al servizio. Tale cifra  sembra oltremodo spropositata se consideriamo la qualità di altri siti che svolgono tale servizio gratuitamente per l’utente e la quantità di traffico registrata da Cliclavoro.

Viene da chiedersi: ma se l’attuale governo, in questi giorni seriamente impegnato nell’operazione di spending review, decide di mantenere in vita Cliclavoro, un motivo ci deve pur essere? Sarà forse perché Cliclavoro offre alla demoralizzata e senza più speranze lavoratrice precaria articoli come quello dal titolo: “Carriera e perdita di peso: le donne manager sono le più magre” [LINK]? L’articolo afferma che, mentre tutti i lavoratori diventano mediamente più grassi ogni anno che passa, le donne impiegate in alcuni ambiti professionali, soprattutto quelle che ricoprono ruoli dirigenziali che le porta ad essere sottoposte ad alti livelli di stress, tendono a – cito testualmente – “mantenersi più magre ed esteticamente curate, confermando una tendenza a farsi giudicare, oltre che per competenze e professionalità, anche (e, in alcuni casi soprattutto) per le qualità estetiche”.

E si può leggere ancora: “Non c’è dubbio che essere grassi nella società attuale sia uno svantaggio soprattutto per le donne e, parallelamente, il “gentil sesso” è, spesso, schiavo del giudizio estetico, anche perché questo può influenzare l’opinione altrui sulle qualità professionali della persona: in un sondaggio condotto a Manchester e a Melbourne, ad esempio, le donne più grasse hanno riportato punteggi molto bassi sulla valutazione del loro potenziale di leadership. Le candidate – metà obese e metà snelle – avevano identici curricula, ma coloro che erano gravemente in sovrappeso sono state giudicate meno adatte e competenti rispetto alle snelle dagli studenti volontari che hanno preso parte allo studio in qualità di “giudici”. Una chiave di lettura alternativa potrebbe essere quella fornita da Heather Jackson, amministratore delegato del Women’s Businbess Forum, secondo cui molte donne di successo riconoscono ormai i benefici per la salute che derivano dall’avere un fisico sano e più asciutto, perché – dice – “bisogna essere sani e in forma per essere efficienti”.”

A parte l’uso del termine “gentil sesso”, che ha un vago sapore trecentesco, da stilnovo, e che mi fa venire l’orticaria, mi vengono in mente un bel po’ di riflessioni:

1) ma in un paese come l’Italia dove la l’universo femminile continua ad essere escluso e discriminato dal mondo del lavoro, ad avere remunerazioni più basse, dove lo Stato non fornisce servizi alla famiglia e di conciliazione e dove, di conseguenza, le donne o non entrano nel mercato del lavoro o ne escono dopo il primo figlio, è possibile che un sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dedicato all’occupazione e pagato dai contribuenti, non abbia  niente di più importante da dire alle disoccupate e lavoratrici precarie che mantenersi in forma?

2) E’ possibile che, in un portale ministeriale e, in generale, nella mentalità della società italiana, esista ancora la dicotomia tra l’idea della donna “in carriera”, intraprendente, snella e impeccabile in un tailleur giacca-pantaloni che le cade a perfezione, e della casalinga devota al lavoro di cura, rotondetta e dalle patacche di ragù sul grembiule? Ma abbiamo una vaga idea di quale siano i profili della vere donne italiane? Delle donne che studiano e faticano per scontrarsi in un ambiente, prima accademico e poi lavorativo, dominato dal baronismo, dalle raccomandazione e dal maschilismo? Delle donne che lavorano, ma che non rinunciano ad avere una famiglia e che combattono con le ore e minuti per far conciliare i diversi impegni?

3) Ma la cosa che trovo veramente più vergognosa è quanto il controllo sul corpo femminile emerga ad ogni livello della dimensione pubblica e privata della donna ed arrivi ad essere addirittura una discriminante per un’eventuale assunzione. Non basta essere preparate e competenti, avere un curriculum vitae adeguato e dimostrarsi motivate e affidabili: l’aspirante lavoratrice deve anche – e soprattutto – essere snella, sana ed esteticamente curata. Alla faccia della meritocrazia!

Zelina

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: