Educare alle differenze#11 FuxiaBlock libera corpi e desideri: sessualità, queer studies e diritto alla salute.

fuxia block

Continuano le interviste con le realtà promotrici che parteciperanno, il 20 e 21 settembre, a Roma, all’evento “Educare alle differenze”.

Questa volta abbiamo deciso di intervistare il collettivo bio-politico di Padova: FuxiaBlock

Educare alle differenze

1) Come e quando nasce il vostro collettivo? Da chi è composto?

Nasciamo come collettivo bio-politico FuxiaBlock nel 2006 a Padova. Siamo un laboratorio di ricerca e autoformazione, che si occupa di queer studies, sessualità e diritto alla salute. A partire dalla storia e dalle pratiche del femminismo italiano, dalle riflessioni sulla decostruzione dei generi e delle imposizioni sociali che attraverso questi ci costringono in ruoli predefiniti, e dalla consapevolezza che i nostri desideri e bisogni non possono essere soddisfatti dall’attuale welfare state, ci siamo interrogat@ su nuove forme di mobilitazione e pratiche. Abbiamo così dato vita alla Queersultoria, un progetto di consultorio autogestito 3.0 (o di nuova generazione) che ha trovato casa quest’anno all’interno gli spazi occupati del BiosLab in via Brigata Padova. Spazio di informazione critica e orientamento di genere, partecipativo e soggettivante, luogo di confronto e di sperimentazione, di produzione e diffusione di saperi vivi.

2) Come agite solitamente, quali sono le vostre pratiche?

L’autoformazione è senza dubbio lo strumento principe della nostra produzione teorica, nell’ottica di una costruzione di un sapere critico e di pratiche conflittuali e di una condivisione di saperi a partire dai bisogni e dai desideri delle soggettività che attraversano il nostro spazio e interagiscono con noi. Proponiamo incontri tematici di discussione e laboratori esperienziali sulla sessualità, sull’autodeterminazione dei corpi,sulle relazioni e sulla violenza insita in esse, sui desideri e sulle emozioni, sulle molteplici performance di genere, sui paradigmi medicalizzanti e di cura. Inoltre, utilizziamo l’autoinchiesta e l’inchiesta come strumenti metodologici di mappatura e di studio del reale. All’interno della “Queersultoria” ci siamo interrogat@ per ridefinire collettivamente il concetto di salute e di benessere sulla base dei nostri bisogni e delle nostre vite precarie, prive di reddito, di casa e piene di ricatti e di controllo sui corpi sessuati. Abbiamo messo a disposizione del quartiere e della cittadinanza un centro di documentazione e spazio informativo sulle tematiche di cui ci occupiamo, che prevede la possibilità di consultazione di libri, riviste e di materiali autoprodotti per tutt@ coloro abbiano desiderio di informarsi, approfondire, confrontarsi o fossero solo curios@ di avvicinarsi a temi quali la sessualità (contraccezione, prevenzione, erotismo, pornografia e sex toys), l’orientamento sessuale e di genere, i femminismi, l’educazione al genere … Inoltre, in un’ottica di diritto alla salute e alla libera scelta di tutt@, teniamo in continuo aggiornamento una mappatura dei servizi offerti dalle diverse strutture sanitarie e parasanitarie del padovano (ospedali, consultori, altri organismi), in particolar modo per quanto concerne i sistemi e le possibilità abortive in città e gli spazi e le strutture nei quali disporre di informazioni complete sull’identità sessuale e di genere, l’orientamento sessuale e le esperienze di transito. Infine, a partire dall’esperienza quasi decennale del Fuxia Block, all’inizio del 2014 alcun@ sue component@ si sono costituite nell’Associazione “Epimeleia” che, in collaborazione con il CIRSPG, Centro Interdipartimentale di Ricerca e Studi di Genere dell’Università di Padova organizza progetti di ricerca e formazione, percorsi seminariali e laboratori sperimentali su tematiche legate a genere, corpi, diritti e salute. Sin dall’inizio l’attività del gruppo si è inoltre messa in rete con la Cooperativa Sociale Iside di Mestre  che dal 2004 progetta, promuove, coordina e gestisce iniziative di sostegno psicologico, formazione professionale e di carattere culturale, sociale, pedagogico in favore di donne e minori che vivono una situazione di maltrattamento e disagio nel contesto famigliare. Una collaborazione diretta verso lo studio e l’approfondimento del fenomeno sociale della violenza di genere e la promozione e la diffusione di culture orientate al rispetto delle differenze di genere e di orientamento sessuale, la consapevolezza e la relazione con l’altro, il contrasto alle forme di discriminazione e alla violenza di genere in tutte le sue declinazioni. Infine ci tenevamo a comunicare che il 22 agosto scorso gli spazi occupati che ospitavano la Queersultoria e il Fuxia block, così come il collettivo politico Laboratorio Bios, sono stati sgomberati dalla questura di Padova in tutta risposta a mesi di costruzione di progetti in città e nel quartiere e dopo aver rifatto vivere locali di proprietà di un ente pubblico abbandonati da decenni. Chiaramente non ci aspettavamo che un’amministrazione comunale xenofoba, razzista e priva di spessore politico e culturale come quella della nostra città (Lega Nord) potesse comprendere la ricchezza e lo spessore che esperienze di questo tipo restituiscono ai territori. Anche per questo ci prepariamo a far ripartire immediatamente questo percorso e a ridare presto una casa alla Queersultoria!

3) Cosa vi aspettate dalle giornate del 20-21 settembre?

L’aspettativa rispetto a queste due importanti giornate di confronto e formazione è quella di conoscere i numerosi gruppi, istituzionali e non, le associazioni e i comitati attenti alle tematiche di genere e della valorizzazione delle differenze. In linea con le promotrici delle giornate, riteniamo infatti che il mettersi in rete, il dialogare e il confrontarsi rappresenti una ricchezza indispensabile e da mettere a valore. Ci avviciniamo al 20 Settembre con grande stupore e curiosità per l’interesse già dimostrato da tant@ e per la quantità di progetti già esistenti che quotidianamente promuovono all’interno delle scuole pluralità e libertà.

4) Cosa vi ha spinto a partecipare e quali sono le vostre aspettative?

La scuola -di ogni ordine e grado- è l’arena entro cui ciascuno sperimenta la propria sessualità ed affettività, alle prese con continue e repentine trasformazioni corporee, e cercando di definire il proprio sè. Uno spazio dove si rivela necessario valorizzare le differenze di genere, costruire relazioni libere e imparare ad accettare e riconoscere sè stessi e l’altro. Uno spazio in cui coltivare rispetto e senso critico sulla pluralità dei modelli familiari, sugli stereotipi di genere, sul bullismo, l’omofobia, la transfobia e la violenza maschile contro le donne. È in tal senso che riteniamo indispensabili un’educazione ed una pedagogia capaci di interrogarsi su come sia possibile decostruire, smontare, disordinare, riarrangiare le differenze sociali basate su uno squilibrio di genere. Tutta la nostra pratica politica e le nostre progettualità si muovono su questo terreno e pensiamo l’iniziativa promossa da Scosse, Progetto Alice e Stonewall sia un evento storico per il territorio nazionale, nonché una grandissima opportunità per conoscersi, contaminarsi, e far sentire ben forte la nostra voce a chi vorrebbe zittirci.

Educare alle differenze#1: il teatro che dibatte col pubblico

Educare alle differenze#2: il lavoro di una Casa Editrice

Educare alle differenze#3: una scuola differente si può

Educare alle differenze#4: un’Associazione per promuovere la sessualità libera e consapevole

Educare alle differenze#5: un gioco per crescere senza stereotipi

Educare alle differenze#6: Anarkikka e Stefania ci raccontano come cambiare il mondo

Educare alle differenze#7:una rete per combattere l’oscurantismo delle istituzioni scolastiche lombarde

Educare alle differenze9: Riconoscere le radici comuni delle diverse forme di oppressione

Educare alle differenze#10 “Queersquilie!” e la storia della parola “queer” tra Resistenza e disobbedienza

Educare alle differenze#10 “Queersquilie!” e la storia della parola “queer” tra Resistenza e disobbedienza

Educare alle differenze

Continua il nostro ciclo di interviste, in vista dell’incontro nazionale “Educare alle differenze” che si terrà il 20-21 settembre a Roma.

Tra le realtà promotrici c’è Queersquilie, un collettivo femminista pisano, che in questa intervista chiarirà alcuni dei dubbi che circolano sulla parola e sul modo di vivere “queer”.

Educare alle differenze

1) Come e quando nasce il vostro collettivo? Da chi è composto?

Il collettivo femminista queer pisano Queersquilie! nasce inizialmente come gruppo di autocoscienza. Nel 2012, una ventina di persone tra ragazze e ragazzi dai 19 ai 29 anni,principalmente studenti (alcun* di noi attivist*, alcun* precar*, disoccupat*; insomma, le/i solit* equilibrist* sui fili sconnessi del sistema neoliberista) cominciano a riunirsi saltuariamente per sperimentare questa forma di analisi, rilettura e conoscenza di sé . Dopo circa un anno comincia a farsi più sentita l’esigenza di darsi una forma più stabile e soprattutto di aprirsi per sensibilizzare la cittadinanza, permettendo anche a persone terze di poter partecipare alle discussioni e aprire delle brecce nelle strutture, profondamente maschiliste, interiorizzate nella nostra cultura. Non eravamo più dunque un gruppo di amic* e interessat* ma un collettivo politico, che a gennaio 2014 ha visto la sua nascita vera e propria attraverso la composizione paziente -e a molte mani- di un manifesto.

2) Come agisce solitamente il vostro collettivo?

Non adottiamo un format preciso di azione, il nostro agire viene sempre rapportato al contesto. Fra le nostre prime attività possiamo contare il “pillola tour” –ancora in fieri- volto a monitorare sul territorio pisano la corretta informazione sull’uso e l’accesso alla pillola contraccettiva attraverso le tappe -nel nostro Paese purtroppo ancora obbligatorie- di guardie mediche, consultori e pronto soccorsi. Nell’ottica della sensibilizzazione della cittadinanza organizziamo sit-in, conferenze, cineforum e dibattiti su sessualità, stereotipi, genere, ecc., ma molto ancora è in cantiere. La gestione è totalmente orizzontale, non ci sono né “leader” né cap*, anche l’ultim* arrivat* ha la stessa possibilità di proporre o porre veti. Ciò certamente non rende semplice, e a volte nemmeno efficiente, la presa delle decisioni ma assicura la massima inclusione e condivisione dei progetti e rinforza lo spirito di cooperazione. Questa è sempre stata una precisa scelta politica. Inoltre continuiamo sempre a ritagliarci un po’ di tempo per autoformarci e fare autocoscienza, la quale, oltre ad essere un buon collante per il gruppo, si rivela ogni volta un momento catartico e arricchente.

3) Come spieghereste a chi è poco sensibilizzato in materia cosa significa esattamente “queer” e da cosa nasce?

Diremmo che la storia di questa parola è una felice storia di Resistenza. È una parola che nasce come un insulto. Partorita nel XVIII secolo in Gran Bretagna stava a significare e a bollare qualsiasi persona offuscasse e mettesse in discussione le categorie di decoro e accettabilità, perni della società vittoriana. Di conseguenza, è servita anche ad indicare tutt* quei/lle soggett* che sfuggivano all’eteronormatività imposta sia per aspetto, sia per pratiche, che per orientamento sessuale e che quindi andavano marchiati con lo stigma dell’offesa, potente strumento con cui si è sempre separato il “giusto” dallo “sbagliato”. Dunque, la/il soggett* queer (letteralmente “stran*”, “bizzarr*”) era colui/lei relegat* fuori dall’umano, indegn* di rispetto. Solo con l’avvento degli anni ’80 questo termine diventa protagonista di un rivoluzionario processo di risignificazione, con un vero e proprio capovolgimento di senso. Alcun* attivist*, provenienti da gruppi di lesbiche, femministe e da Act Up, movimento per il miglioramento delle condizioni vita delle persone affette da AIDS, rilanciano questa parola nella sfera pubblica, strappandola all’alone di silenzio e vergogna che l’aveva sempre ammantata. Scelgono orgogliosamente di auto-etichettarsi come queer. Sono (e sanno di essere) “corpi disobbedienti”, ossia corpi resistenti alla normalizzazione e alla marginalizzazione imposta dalla società; sanno che essere sfuggiti a quella morsa vuol dire avere il potere di ridefinire nuovi orizzonti. Da allora cessa di essere un’ingiuria e viene successivamente rielaborata dalle cosiddette “queer theories” e nei women’s studies negli anni ’90 per arrivare a significare qualcosa che va oltre le singole identità. Queer, in pratica, è una parola che ha tracimato dal suo letto originario andando a coprire un vuoto lessicale, diventando il termine simbolo della lotta allo scardinamento dell’immaginario di genere. Essere “queer” non è conseguenza di essere gay, lesbica, trans, travestit* o bisessuale, così come essere donna non significa affatto essere femminista! Questi due termini –femminista queer- che abbiamo adottato politicamente nel nostro collettivo, implicano una seria critica all’identità e al sistema in cui ci muoviamo, ancora fortemente organizzato secondo categorie binarie ed escludenti. Essere un collettivo queer per noi significa muoversi in opposizione al reinnestarsi nella biopolitica di un discorso sessuato che vuole il mondo diviso in supposte complementarietà maschio/femmina, corpi segnati da irriducibili differenze, differenze guardate ancora con sospetto e messe ai margini. Significa sconfinare oltre i margini praticabili del “legale”, del “corretto”, del “decente” per riabilitare, rivendicare diritti e dignità per altri moderni “corpi abietti” di questo pianeta (per es. sex-workers, migranti, palestinesi, ecc.). Significa anche mettere in campo i nostri saperi aprendoli alla contaminazione, scambio che difficilmente è favorito all’interno degli ambiti universitari di provenienza; queerizzare i nostri saperi. Non importa chi e quant* di noi si definirebbero queer all’interno del collettivo, questo termine più che altro, rimane ad indicare per noi un approccio, una sensibilità, un generatore di interrogativi che ci costringe costantemente a riflettere su ciò che siamo e ciò che ci circonda.

4) Cosa vi aspettate dalle giornate del 20-21 settembre?

Vorremmo trovare un linguaggio comune con tutte quelle realtà che credono fortemente che partire dall’educazione per cambiare mentalità e culture (violente) sia fondamentale. Vorremmo si realizzasse una piattaforma dove poter disporre facilmente di materiali/ linee guida/ progetti realizzati finora, di modo che, il duro lavoro di altr* a questo scopo non venga disperso nel mare magnum dei progetti fini a sé stessi. Vorremmo che educazione alla sessualità, alfabetizzazione affettiva, risoluzione nonviolenta dei conflitti, educazione di genere diventassero parte integrante dei programmi educativi ministeriali e non solo progetti saltuari per quelle scuole che se lo possono permettere o che hanno avuto la lungimiranza di lavorare su questi temi. Non vorremmo che coloro che fanno dell’abbattimento degli stereotipi per contrastare la violenza di genere il loro lavoro, venissero allontanat* od ostacolat* perché tacciat* di ideologismo o “propaganda perniciosa”, come succede oggi. Non vorremmo mai più vedere nelle scuole docenti e testi che insegnano a vivere il genere come una naturale manifestazione del sesso da cui derivare precisi obblighi, comportamenti, abitudini e, di conseguenza, gerarchie ed esclusioni con il loro carico di dolorose conseguenze.

5) Cosa vi ha spinto a partecipare e quali sono le vostre aspettative?

Siamo rimast* molto colpit* dai fatti che hanno portato l’Associazione S.C.O.S.S.E. ad elaborare l’appello di solidarietà a livello nazionale. E’ ormai palese che gli attacchi mossi dalle destre e dai movimenti cattolici italiani ai progetti sull’educazione di genere nelle scuole sono in realtà parte di una forte ondata reazionaria che sta attraversando da qualche anno tutta l’Europa. Riteniamo quindi cruciale confrontarsi, unire saperi e forze per coordinarsi, avanzare delle proposte di legge in tema di educazione proprio nel momento storico in cui tutti gli sforzi e le intelligenze impegnate in questa direzione subiscono gravi attacchi in nome del ristabilimento di forme controllo e della limitazione alla libertà di autodeterminazione e di scelta.

Le interviste precedenti:

Educare alle differenze#1: il teatro che dibatte col pubblico

Educare alle differenze#2: il lavoro di una Casa Editrice

Educare alle differenze#3: una scuola differente si può

Educare alle differenze#4: un’Associazione per promuovere la sessualità libera e consapevole

Educare alle differenze#5: un gioco per crescere senza stereotipi

Educare alle differenze#6: Anarkikka e Stefania ci raccontano come cambiare il mondo

Educare alle differenze#7:una rete per combattere l’oscurantismo delle istituzioni scolastiche lombarde

Educare alle differenze: Riconoscere le radici comuni delle diverse forme di oppressione

La ministra Boschi e il bikini. Regole d’immagine per donne serie e professionali.

Libero

Come scrivemmo qualche tempo fa (in questo post ) da un po’ di mesi a questa parte,  da quando si è formato il governo Renzi,  l’attenzione dei media è tutta incentrata sulla ministra per le riforme Maria Elena Boschi.

Si sprecano le copertine di settimanali e periodici che ci raccontano della sua vita in maniera dettagliata, estrapolando dettagli inutili e spesso ridicoli: dalla tazza di latte che beve quando torna a casa la sera  fino alla ricerca del principe azzurro con cui sfornare numerosi pargoli.

L’interesse maggiore dei media però si è concentrato soprattutto sull’aspetto fisico della giovane ministra. Fotografata da ogni angolazione, nessun dettaglio viene tralasciato : capelli, piedi, gambe occhi, bocca, etc .

Una delle pagine che più mi capita di seguire su fb e che si occupa in modo ironico del ridicolo voyeurismo della stampa italiana, ha infatti riportato con varie schermate i numerosi articoli voyeuristici dedicati alla Ministra.

Dal look al sorriso fino ad arrivare all’anulare sinistro

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Ogni occasione è buona per pubblicare qualche foto di Boschi, dove da una parte si attirano click dall’altra si vanno ad alimentare stereotipi e linciaggi sessisti. Come più volte abbiamo detto, i media giocano un ruolo determinante nella società perché non si limitano a informare ma anche a formare opinioni e spesso pregiudizi –tra i quali sessismo e razzismo.

E come dimenticare i fantastici sondaggi di Libero?

La preferite con o senza occhiali?

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E cosa ne pensate del suo sedere, è grasso o sexy? Sondaggio eliminato subito dopo– si presume per le numerose proteste

Nei mesi estivi poi, questo report de “La Ministra Boschi fa cose”, è diventato maniacale e gran parte delle testate giornalistiche italiane ci hanno deliziato con decine di gallery de “La ministra in bikini”, come se stessero fotografando un orso polare nel deserto.

Le scuole di pensiero sono due :

quelli che pensano che il lato B di Boschi sia ok

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e quelli che pensano che sia poco in forma e abbia la cellulite sul fondoschiena

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E voi con chi state?

Come crede di occuparsi di riforme con quella cellulite sul sedere?

E ancora:  “Scandalo a un passo dal topless!!!!11″. Pizzicata in spiaggia mentre si sistema il costume.  

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Se provate a fare una ricerca su google troverete migliaia di giornali che riportano la falsa notizia con titoloni acchiappaclick del tipo “Hot topless della Boschi”

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Insomma, quando non bastano o non esistono le immagini per attirare lettori (o forse sarebbe più corretto definirli “guardoni”) i giornali costruiscono notizie con stupidi titoloni, tra l’altro.

Poi è arrivato l’articolo di “Diva e Donna” che riportava, pensate un po’, immagini di Maria Elena Boschi mentre, sdraiata sul lettino, divaricava leggermente le gambe. Che scandalo, signora mia!

Le foto sono state riprese da vari quotidiani e pubblicate con il banale e imbarazzante gioco di parole “l’onorevole poco onorevole”

Beh, certo, signore care, non è decoroso per una donna stare al mare con gambe rilassate, non è “onorevole” per una donna, figuriamoci per una ministra.

Le donne al mare dovrebbero assumere una posizione un po’ più formale, le  gambe non dovrebbero rilassarsi ma bisognerebbe tenerle ben serrate. Anzi, se si potesse evitare di andare al mare sarebbe la scelta più giusta,  così nessuno avrebbe da ridire circa il vostro conto e la vostra moralità.

Cara ministra Boschi, se non vuoi che in giro si dica che non sei professionale e seria  dovresti adottare un abbigliamento più consono, da donna seria, insomma. Un perfetto outfit per ogni occasione, anche al mare, potrebbe essere : un tailleur rigorosamente nero con pantaloni ampi, un bel paio di decolletè raso terra accollate fino alla caviglia, calze coprenti color brodo o nero 70 den.

Le donne vengono ancora giudicate in base all’aspetto e a quello che indossano e questa spazia dalla loro presunta immoralità fino alla professionalità. Insomma se indossi un pantalone aderente o una gonna non puoi essere considerata né una donna seria né una professionista seria.

E non di certo questo si limita solo ai personaggi della politica o dello spettacolo, che sono più esposti ai giudizi, lo stigma sull’aspetto fisico –che sia avvenente o poco avvenente—purtroppo lo abbiamo subito in tante.

Non sono mica i fotografi e i giornali che si comportano in modo bieco, spione e moralista,  è lei che attira tutta questa attenzione su di sé,  se fosse un pochino meno carina, se si vestisse in maniera un po’ più castigata nessuno oserebbe darle della poco professionale.

Come le molestie per strada, ad esempio: se metti un paio di jeans sformati, un maxi-cappottone e un paio di doposci al posto delle scarpe, anche in pieno agosto, vedrai che nessuno proverà a molestarti o a rivolgerti commentacci. Certo, come no.

Mai però avrei pensato di leggere questo post sulla pagina fb de “Il corpo delle donne”

Dopo un’ampia introduzione fatta di lunghe premesse dove si precisa che in nessun modo si sta giudicando l’aspetto della ministra, dopo un’ampia parentesi sul voyeurismo acchiappaclick dei giornali il post si conclude con queste parole

La consapevolezza della propria immagine per una donna di potere diventa dunque arma fondamentale. Proprio perchè siamo in un Paese arretrato dal punto di vista della considerazione femminile, consiglierei alla Ministra Boschi di gestire la propria immagine in modo da impedire che i nostri arretrati media stravolgano la sua immagine e ce la propongano in modo molto diverso e molto più banale

Ho letto e riletto le parole di Lorella Zanardo sperando di aver male interpretato e di aver dato un giudizio affrettato al post, ma più rileggevo più in quelle parole non mi ci ritrovavo –né come donna né come femminista. Conosciamo Lorella Zanardo, abbiamo più volte avuto modo di collaborare con lei, di confrontarci  e questo non è di certo un attacco al suo lavoro o alla sua persona, ma non posso negare che leggere quelle parole sulla sua pagina sia stato davvero deludente.

Mai e poi mai su una pagina femminista si dovrebbero dare, con toni paternalisti tra l’altro,  lezioni di comportamento ad altre donne. Di quale femminismo parliamo allora?

Quale sarebbe poi il profilo da mantenere al mare? Come dicevo più sopra, mettere il tailleur castigato anche in vacanza? Usare i doposci al posto delle infradito?

L’aspetto fisico piacevole diventa quasi una colpa e siccome l’Italia è un paese maschilista,  dove un signore ad una festa dell’Unità si rivolge ad una ministra con “Bella ragazela, vieni qui che facciamo una foto insieme”, siccome la nostra stampa usa il corpo femminile anche per parlare di verdure o animali allora le donne –in questo caso la ministra Boschi– dovrebbero adottare un comportamento consono, non attirare l’attenzione su di sé per evitare che l’opinione pubblica possa (s)parlare e avere dei pregiudizi.

Ma la gente sparla e giudica comunque, e il femminismo, da che mondo è mondo, ha sempre tentato di sfatare certi pregiudizi e non di bacchettare le donne dando loro delle dritte su come una donna si dovrebbe comportare.

Ricordiamo il caso inverso di Rosy Bindi, quante volte l’aspetto poco avvenente di quest’ultima è stato giudicato prima delle sue competenze? Il problema di fondo è un altro : bella o poco avvenente l’aspetto delle donne viene prima di tutto il resto, e tutto quello che c’è intorno –dall’abbigliamento all’atteggiamento– è solo un alibi, una scusa per sentirsi giustificati nel  giudicarle in modo sessista.

Avete mai sentito qualcuno consigliare ad Alfano, Renzi o Grillo di mettere le gambe in un certo modo invece che in un altro e di mantenere un certo profilo anche in vacanza? Avete mai sentito che un politico sia stato giudicato sempre, solo e unicamente per l’aspetto avvenente? No. Ecco, il problema è solo e unicamente questo; come scriveva Oriana Fallaci, tutto cambia a seconda di chi ha la coda e chi no.

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