Turchia, 29 uomini stuprano una 13enne. Verranno assolti?

Di nuovo un orribile episodio di violenza sessuale di gruppo accaduto in Turchia, a Goluck. 29 uomini hanno stuprato una ragazzina di 13 anni. La vittima é riuscita a confidare l’accaduto  grazie al supporto psicologico di un’insegnante. Tra i 29 stupratori arrestati risulta esserci anche un poliziotto.

Purtroppo non si tratta di un evento isolato. Diversi anni fa, nel 2002 a Mardin, nel sud-est della Turchia una bambina di 12 anni è stata vittima di uno stupro da parte di un branco di 26 uomini.  Dopo l’accaduto la ragazzina é corsa dalla polizia raccontando la violenza subita,  sembra inoltre che lo stupro fosse stato organizzanto da due donne che avevano offerto prestazioni sessuali della bambina  in cambio di soldi. Ma la decisione d’appello della Corte Suprema turca è stata quella di assolvere i 23 tra i 26 stupratori che vennero individuati e arrestati dopo l’accaduto, dichiarando la bambina consenziente.

Questa sentenza ci fa temere per lo svolgimento di tutti i processi di stupro in atto perché ha creato un precedente  gravissimo che  normalizza la violenza sessuale su minori, ( si chiama pedofilia), e che sottolinea quanto sia difficile per una donna anche giovanissima che ha subito uno stupro essere compresa aiutata e appoggiata dalla giustizia. Come continuare a vivere dopo che la tua vita é stata distrutta e i colpevoli in libertà? Dichiarare inoltre (ma anche solo inverosimilmente ipotizzare)  che la vittima  avrebbe potuto essere consenziente ad un’aggressione sessuale operata da un gruppo di 26 uomini dimostra come la strategia della colpevolizzazione della vittima (victim blaming) sia una pratica anche giudiziaria diffusa in tutto il mondo utilizzata per insabbiare la verità.

Queste notizie sconcertanti si inseriscono  nel preoccupante quadro delle violenze in Turchia che sarebbero secondo le statistiche  in aumento addirittura del 400%.

La bambina stuprata nel 2002 aveva scritto al ministro della giustizia chiedendogli: «Lei non ha una bambina? Che cosa farebbe se sua figlia avesse subito tutto ciò? Tutti gli accusati ora sono fuori. Che ne è della mia vita?». In primo grado una corte di Mardin ha condannato i 23 imputati a pene fra uno e 6 anni di carcere accogliendo in parte la tesi dei difensori secondo i quali la bambina sarebbe stata «consenziente». La sentenza è stata annullata dalla Corte Suprema d’Appello che ha ordinato la ripetizione del processo.

Fonti qui e qui e qui

Lucianina a Sanremo: gnocca, One billion rising e la solita aprossimazione

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Possiamo anche fare gli snob e dire che di Sanremo non ce ne frega nulla e che la televisione la usiamo come soprammobile o  tavolino per gli aperitivo (oh no, ora son tutti schermi piatti, scusate!), ma io Sanremo lo seguo e vi spiego perché. In questo blog cerchiamo  di occuparci comunicazione di genere, di media, anche di televisione quindi  e di come questa televisione educa o diseduca gli spettatori. In un Italia travolta dall’analfabetismo di ritorno e dalla decadenza culturale, Sanremo resta la trasmissione più vista. Parliamo di 1oltre 4 milioni di telespettatori. E poi la storia di Sanremo é una delle pagine della storia della musica italiana, perché snobbarla? 

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Sanremo e sessismo

Sappiamo bene che normalmente la struttura di questa kermesse ha permesso di individuare il nemico al primo colpo. La scelta, ripetuta per secoli, di avere un presentatore UOMO circondato da due vallette semi-parlanti DONNE ha reiterato lo schema tipico dell’era del velinismo. Donne belle ma non lì per la loro intelligenza o bravura nella conduzione, relegate in secondo piano, assurte a manichini parlanti a monosillabe, spessissimo straniere ma non è un problema se non fosse che poi al primo errore la loro non padronanza della lingua italiana diventava una buona occasione di canzonarle e lanciare battutine di cui loro non potevano cogliere il doppio senso.

L’anno scorso abbiamo dovuto subire l’ennesima umiliazione sessista, credo ricorderete la scenetta estremamente avvilente messa in atto da Gianni Morandi e Pappaleo. Ne avevamo parlato qui. E la farfallina di Belen? Pietà, vogliamo dimenticare.

Quest’anno  la scelta di avere solo due conduttori, un uomo e una donna, poteva farci sperare in un edizione un po’ più rispettosa delle discriminazioni di genere. Poteva forse essere un’occasione per rompere la struttura a piramide del potere, quella che concedeva ad un uomo la conduzione e relegava le donne in secondo piano, presenze decorative, lì per i continui cambi d’abito e le discese dalla scalinata.

Ma Fabio Fazio e Luciana Litizzetto in queste prime due serate hanno dato vita a uno spettacolo in cui sessismo e battutine da osteria hanno intaccato quasi ogni secondo della competizione canora. Ed è proprio il livello e il tono della presunta comicità di Lucina Littizzetto a destare infinite perplessità.

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Luciana Littizzetto: tra gnocca e femminicidio

Conosciamo bene oramai Luciana Litizzetto. All’inizio delle sue partecipazioni alla trasmissione di Fazio (Ma che tempo che fa?) forse in molti abbiamo l’abbiamo trovata divertente. Penso alle tante parolacce, che destavano inizialmente sdegno forse solo perché era una donna a dirle, al suo rivolgersi alla Chiesa sottolineando le sue ingerenze,  alla sua capacità di mescolare temi legati alla vita quotidiana a questioni legate alla politica, alla TV e al mondo delle pubblicità (spesso prese ampiamente in giro e decostruite). Oggi sappiamo oramai che la sua é la cosidetta comicità del “cacca-pipì”, quella delle parolacce e delle marachelle dette con fare quasi infantile.

Ma a Sanremo il suo modo di fare e le sue battute hanno secondo me azzerato ogni possibilità di vedere, davanti a noi, un’immagine di donna non stereotipata. Sarà perché in Italia  ci piace tanto far ridere parlando di “noi femmine” e “voi maschi”? sarà perché da noi sessismo e differenze di genere fanno tanto ridere? Sono certa che in altri paesi molte delle uscite di Lucianina non sarebbero state per nulla accolte positivamente.

1) la pantonima della bruttina invidiosa: Luciana Littizzetto si é resa protagonista di una continua ed estenuante sottolineature atteggiamenti legati a una visione stereotipata della donna. Il continuo confronto della sua presunta bruttezza con la presunta bellezza di donne come la modella Bar Refaeli e Carla Bruni, il riemergere del cliché donna brutta ma simpatica e intelligente contro la donna bella e fortunata ma stupida. Bar Refaeil trattata come una bambina di 5 anni incapace di intedere e di volere (da entrambe i conduttori) e Carla Bruni adulata da Fazio e resa oggetto di insostenibili invidie dalla Littizzetto, con tanto di canzoncina.

2) Il linguaggio da macho sessista e  il continuo utilizzo di espressioni da umorismo stereotipato come, ad esempio: che bella gnocca, come sono gnocca, che tette, guarda che spacco, ma non ha correnti d’aria con tutto quel traforato, eh ma come fai con quei tacchi, eh ma che bella gnocca. Avete sentito il commento fatto al seno della cantante Maria Nazionale? Luciana dixit:   “sembrano due gatte grosse” .  Ci rendiamo conto???? Ma come si permette? E se un ragazzo ripete questa frase alla maestra o alla mamma il giorno dopo?  Vogliamo capire che la televisione detta modelli comportamentali? Ma, aldilà del contesto, cosa pensereste voi se qualcuno si permettesse di dire una cosa del genere sul vostro corpo? Possibile che si sia ancora lì, ancora nella fase infantile di stare a commentare e sbeffeggiare le persone per le loro fattezze fisiche? Poteva benissimo essere una battuta di Teo Mammuccari!

DULCIS IN FUNDO: Femminicidio e One billion rising in prima serata

Scusatemi, so che in molti e molte avrete apprezzato l’intervento dedicato alla violenza sulle donne e al tema del femminicido. Ma io sono stufa di dover essere contenta perché “almeno se n’è parlato”.  Vi spiego cosa non andava nel discorso di Luciana Littizzetto:

1) Parlare di violenza sulle donne rivolgendosi solo alle donne vuol dire fare esattamente come chi, per combattere gli stupri, ci dice di vestirci diversamente, di mettere una gonna meno corta. BASTA con questa storia che SIAMO INGENUE. Basta colpevolizzare le donne per la violenza subita, basta mortificarle, costringerle a pensare che se non si sono messe in salvo per tempo beh, allora é anche colpa loro. Capisco sensibilizzare al fatto che  se qualcuno ci mena dobbiamo metterci in salvo, é che non si tratta di amore, ma per una santissima volta ci si può rivolgere ai carnefici e non alle vittime? Perché non parlare AGLI UOMINI, ai ragazzi giovani, agli uomini di domani? Un minutino di educazione alla non violenza avrebbe fatto male allo share?

2) La coreografia del One billion rising è stata eseguita come fosse uno stacchetto qualsiasi da un anonimo corpo di ballo solo femminile. Io a Parigi fra le mille persone che hanno ballato ho visto moltissimi uomini e ragazzi giovani. E il video di quei ragazzi a Padova lo avete visto? Perché a Sanremo solo donne? Non riguarda tutti la violenza sulle donne? L’estetica pulita e l’assenza di spiegazioni ha fatto sì che sembrasse davvero una coreografia come un’altra, avrebbero almeno potuto tradurre il testo della canzone e mandarlo in sovra-impressione?

3) Non hanno spiegato praticamente nulla. Quasi come si trattasse di un ballettino qualsiasi. Non hanno menzionato Eve Ensler nè detto qualcosa sul perché questa iniziativa é stata realizzata oggi. il 14 febbraio. Sono troppo critica? é forse troppo pretendere che un’iniziativa che ha coinvolto il mondo intero venga spiegata in due parole un po’ più precise di quelle utilizzate da Fazio? E, soprattutto, cosa c’entra SeNonOraQuando? Non mi risulta che siano state loro il motore organizzativo di questo flash mob mondiale!!!!!!Ne deduco che in campagna elettorale va di moda parlare di violenza sulle donne. Ma non va di moda parlarne bene, accuratamente, senza inciampare in gaffe e imprecisioni continue?

Cara Luciana, noi non vogliamo essere donne con  le palle, dici bene. Non ci interessa però neanche sentirci per forza brutte o belle. Siamo stufe di aggettivi che riguardano il nostro corpo, stufe di essere trattate come oggetti, di essere divise in categorie e cliché. Stufe di sentire che il linguaggio sessista che viene usato dalle persone che lavorano in TV venga poi copiato e imitato dai più giovani. E siamo stufe anche che ci si dia delle ingenue o che sia sempre colpa nostra. Noi non abbiamo voglia di deridere i nostri compagni dicendo, come hai fatto tu aggiungendo l’ennesimo stereotipo alla pila, che gli puzzano i piedi e giocano alla play station seminando disordine in casa.  Questa é roba vecchia! Queste battute sono vecchie e non fanno più ridere. Possibile che non si riesca ad andare oltre? Luciana, il mio compagno stira e cucina regolarmente, spesso sono io sul divano a far nulla. Sono un uomo quindi?

Per fortuna, le parole del meraviglioso Anthony Hegarty, Antony and the Johnsons, mi hanno sollevata da tanta miseria. Ma anche lui, interrotto mentre parlava, ha lasciato velocemente il palco dell’Ariston.

Voi cosa ne pensate? Continuamo ad accontentarci o possiamo pretendere meno approssimazione e strumentalizzazione di temi così importanti? Andrà meglio nei prossimi giorni? Speriamo.

“Per non dargliela vinta”. Scena e retroscena…di un femminicidio all’italiana.

Copertina del libro "per non dargliela vinta. Scena e retroscena di un uxoricidio" di Giovanna Ferrari, edizioni Il Ciliegio.

Malgrado i negazionisti, la violenza sulla donna non è purtroppo frutto di fantasie: le cronache straripano di una crudeltà gratuita ai danni del sesso “debole”, che proprio perché tale, rende più facile la prevaricazione. La situazione in Italia sta superando il limite di guardia, tanto da essere entrata nel mirino delle nazioni unite. A quanto pare non ci facciamo notare solo per l’elevato debito pubblico, ma anche per il preoccupante livello di inciviltà. All’atto pratico, però, le uniche “preoccupazioni” vengono rivolte allo spread e ai problemi dell’economia. Gli stessi media spesso limitano la diffusione di notizie utili a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema, relegando gli atroci fatti di sangue che vitimizzano l’universo femminile tutt’al più a certe forme sadiche di spettacolarizzazione della violenza, dove anche il dolore e l’orrore servono a fare audience e l’irrinunciabile componente passionale sovrappone alla crudeltà del crimine la leggerezza irriverente della fiction”

Tratto da ” Per non dargliela vinta. Scena e retroscena di un uxoricidio”, Giovanna Ferrari, Edizioni Il Ciliegio

La prima volta che nel nostro blog abbiamo parlato del femminicidio di Giulia Galiotto é stato grazie a un post di faby dedicato alla puntata della trasmissione Amore Criminale.  Proprio riprendendo anche le riflessioni e perplessità espresse in questo post, comincia il libro “Per non dargliela vinta. Scena e retroscena di un uxoricidio ” scritto da Giovanna Ferrari.

Si tratta di un libro doloroso e prezioso, che vale la pena di leggere per la ricchezza e profondità delle riflessioni che contiene. E anche perché è un libro scritto bene, seppur con palpabile  rabbia e ammarezza; quel genere di libri che, facendo fronte ad un’ingiustizia, ci motivano ulteriormente a combattere per pretendere di vivere in una società migliore.

Copertina del libro "per non dargliela vinta. Scena e retroscena di un uxoricidio" di Giovanna Ferrari, edizioni Il Ciliegio.
Copertina del libro “Per non dargliela vinta. Scena e retroscena di un uxoricidio” di Giovanna Ferrari, edizioni Il Ciliegio.

La storia, raccontata con precisione e dovizia di particolari, è appunto quella della figlia dell’autrice, Giulia Galiotto, giovane donna barbaramente massacrata a colpi di pietra dal marito che ne ha inscenato il suicidio gettandola in un fiume. Il libro però va oltre la drammatica vicenda personale. Per non dargliela vinta é un racconto, purtroppo una storia vera, che tocca punti nevralgici e rivelatori di come sessismo e mentalità patriarcali persistano e  possano arrivare a segnare persino il corso di un inchiesta giudiziaria interferendo con la giustizia. Aggiungerei anche con la memoria, visto che al calvario della morte di una giovane donna é seguito quello della ricerca di informazioni sulla sua vita, come se il movente fosse da cercare solo nel privato della vittima e non in quella del carnefice! Meccanismo che purtroppo conosciamo bene, ma che non tutti sono in grado di riconoscere e smascherare.

Il libro ripercorre infatti anche il retroscena dell’accaduto, ci descrive in maniera approfondita il contesto e le dinamiche  e ci restituisce un’infinità di osservazioni e informazioni estremamente dettagliate che permettono di capire come il fenomeno del victim blaming (colpevolizzazione della vittima) non riguardi solo i casi di stupri e molestie, ma anche quelli di femminicidio come di ogni altra forma di violenza di genere.

Vittima  e carnefice, lo ripetiamo ancora una volta, nelle società sessiste si scambiano facilmente i ruoli. E spesso lo fanno senza che molti se ne accorgano. Ne deriva un’allarmante  riflessione: sembra che neanche dopo essere stata assassinata una donna possa ritenersi al riparo da diffamazioni e discriminazioni.

Slittamenti semantici che rivelano ragionamenti discriminatori nei confronti della donna, non considerata come un essere umano libero di agire in libertà al pari di un uomo. Si tratta di ragionamenti che dimostrano una sostanziale differenza di approccio a seconda che si parli di un uomo o di una donna e che spesso ruotano intorno al tema della sessualità ( tradotta nel caso dei rapporti di coppia in desiderio di possesso, prevaricazione, controllo e gelosia).

Qualche banalissimo esempio:

- é stata violentata? aveva la gonna troppo corta, era uscita tardi, passava in un quartiere poco sicuro, cosa ci faceva con quella scollatura? perché andare in discoteca e bere alcolici? Era uscita con più ragazzi! Questo significa essersela cercata no?

- é stata uccisa dal marito/compagno/ex compagno/padre: era troppo autonoma. Lo  tradiva/si pensa che lo tradisse/forse lo tradiva/aveva un amico maschio (rendiamoci conto della gravità della cosa!!!!!!! ) Gli stava troppo addosso/ Voleva litigare/Ha scatenato la sua gelosia/ lo ha provocato. E’ stato un raptus!

Poco importa se poi ad avere l’amante fosse lui, l’uomo, in questo caso l’assassino Marco Manzini. Perché il concetto di adulterio  si addice meglio all’immagine della donna peccatrice,  soprattutto in tema di uxoricidio. Ricordiamo che il delitto d’onore é stato abrogato in Italia soltanto nel 1981, quindi non parliamo di situazioni “da Medio Evo”.

Sì perché Giulia era una ragazza di oggi, una come noi, ma il suo privato non é stato risparmiato da congetture degne di società preistoriche. Insieme alla colpevolizzazione della vittima, sono infatti arrivate la diffamazione, il fango, le dicerie. Tutto ciò non riguarda solo sguardo giudicante e moralista di altri conterranei, ma soprattutto, ed sta lì la gravità dei fatti, le aule giudiziarie, dove la parola magica RAPTUS permette come una tessera a premi di ottenere sconti di pena e far sparire la premeditazione. Da anni oramai gli assassini conosco bene questa possibilità di sconto di pena e salvataggio della propria aura da bravi ragazzi che, per sbaglio, in un momentaccio qualunque, hanno pensato di risolvere ogni problema strappando alla vita la loro ex o attuale compagna.  E le giustificazioni di questo gesto sono servite su un piatto di argento, spesso avvallate anche da chi dovrebbe garantire giustizia.

Giovanna Ferrari ha ripreso in mano tutto, tutto ciò che é accaduto o stato detto nel corso delle indagini, tutto ciò che le era stato confidato ( a lei o alla sorella di Giulia, Elena, figura  la cui testimonianza é stata determinante per chiarire le dinamiche dell’accaduto)  ma ha addirittura messo mano alle lettere, e-mail private della figlia, per cercare di capire, insistere alla ricerca della verità. Possiamo ben immaginare che si sia trattata di un’impresa estremamente dolorosa motivata da una necessità assoluta: riportare la verità a galla, rendere giustizia alla memoria di Giulia, offesa durante il processo senza possibilità di repliche e maltrattata con un approccio fortemente sessista persino dai rappresentati dello stato che hanno una vergognosa cecità nei confronti di tutti quegli elementi che, in maniera logica e credibile, comprovano la premeditazione dell’omicidio.

Questo libro consegna alla collettività una grande lezione di umanità e forza. Ma anche uno straordinario  atto di cittadinanza attiva portato avanti per il bene collettivo. Non deve essere stato facile non cadere in alcun patetismo nella scrittura. In quasi 400 pagine non ho trovato nessuna traccia di spettacolarizzazione del dolore privato, nulla di facilmente mediatizzabile. Ma ho sentito una voce forte, assordante, di quelle che spezzano energicamente il silenzio sul tema del Femminicidio e della violenza sulle donne.

«Giulia era mia figlia e il calvario che io e mio marito abbiamo vissuto durante il processo ci ha segnato, umiliato, devastato. Ma Giulia non è l’unica vittima di questa società, ancora così profondamente maschilista, dove alla fine spunta sempre una giustificazione, per ipocrita che sia, all’uccisione di una donna». Giovanna Ferrari non smette di lottare; da tre anni e mezzo chiede giustizia per la morte della figlia, Giulia Galiotto, uccisa dal marito Marco Manzini a San Michele dei Mucchietti. Lui la colpì al capo con una pietra, la gettò dal greto del fiume Secchia e raccontò che si era suicidata. Poi crollò e confessò di averla uccisa; ora è in carcere, condannato in Appello a 19 anni e in attesa del pronunciamento della Cassazione.

fonte della citazione: http://gazzettadimodena.gelocal.it/cronaca/2012/10/31/news/un-libro-verita-su-giulia-e-la-violenza-alle-donne-1.5945338

Una voce quella  di Giovanna Ferrari che invita e motiva ognuna e ognuno di noi a trovare il coraggio di denunciare, insistere, continuare a lottare perché questo paese cambi, perché il processo nelle aule giudiziarie venga fatto ai carnefici e non alle vittime, perché ci sia una verità da restituire ai familiari e alla collettività. Perché tutte queste donne uccise non siano una statistica da condividere su una pagina facebook ma perché le loro storie ci permettano piuttosto di capire come porre rimedio a questa società malata.

Ma c’è un però: possiamo anche passare il tempo a scrivere sui nostri blog e ripeterci che é importante denunciare, che bisogna superare l’omertà, che non si deve subire in silenzio. Ma abbiamo bisogno del supporto e del riconoscimento dello Stato e di chi é garante della giustizia. Se nei processi come questo non si arriva a sentenze modello, se questo é il trattamento che viene riservato alle donne vittime di femminicidio, allora ci rendiamo conto di quanto la situazione possa essere paradossale e contraddittoria e di quanto dobbiamo ancora lottare per farci strada e guadagnare sicurezza per proteggere le nostre madri, sorelle, compagne e amiche.

L’attuazione di un cambiamento culturale radicale, basato sull’educazione sessuale, sull’ educazione alla non violenza, al rispetto delle differenze di genere, alla parità contro ogni discriminazione forma di violenza e di controllo, passa per libri e  storie come questa.

La prossima tappa giudiziaria sarà il 17 settembre 2013, in Cassazione. Non abbasseremo la guardia.

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Un commento di stregadellosciliar, UAGDC:

Rimango sempre di stucco, quando leggo da più parti che il femminicidio non esiste, che si tratta di omicidi come gli altri, che molto spesso se gli uomini uccidono le donne è perché le donne sono cambiate in peggio e quindi esasperano con il loro comportamento.
Non solo rimango di stucco, mi sento profondamente ferita, dolorante, piena di squarci. Quando? Come? Perché siamo arrivati ad una situazione nella quale la vittima diventa colpevole? Come è possibile, spessissimo mi chiedo, che si trattino le vittime di violenza in modo doppiamente crudele: violentate, o uccise, o ferite e poi anche violentate, uccise e ferite dalla stampa, dai media e dall’opinione pubblica?Purtroppo la cultura nella quale viviamo è difficilissima da scardinare. La TV ci mostra immagini di donne-oggetto. Le pubblicità veicolano messaggi talvolta di violenza incredibile nei confronti delle donne. Per non parlare della stampa e degli articoli che raccontano di queste vicende. Siamo talmente immersi nella violenza, anche verbale, che si fatica a vederla. Questo libro, questo racconto, questo post e questi interventi sono urla nel silenzio. Nel silenzio della società che tace sulle sue colpe terribili nei confronti delle donne. Nel silenzio della risposta politica che non arriva. Sono urla che coprono i volgari discorsi tra “machi” dove si parla di donne come di pezzi di carne in una vetrina di macelleria e dove si utilizzano termini violenti con leggerezza, proprio perché abituati a pensare che alle donne possa essere fatto di tutto, visto che vengono viste come oggetti. Ad un oggetto essere picchiato, rotto, spezzato, gettato non fa male. Non è grave.
Ragazze, donne, anziane, bambine: GRIDIAMO. Alziamo la voce. Non lasciamo che l’urlo di Giovanna sia isolato.

Prossima tappa: http://www.lanuovaprimapagina.it/news/modena/1603/Omicidio-Galiotto–il-processo-finisce.html#.URFsbmdTGSp

Qui il link per acquistare il libro, edizioni Il Ciliegio:

http://www.edizioniilciliegio.com/scheda-libro/giovanna-ferrari/per-non-dargliela-vinta-9788897783305-69774.html

Sullo stesso tema, nel nostro blog trovate:

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2011/10/23/torna-amore-criminale-ma-sara-questo-il-titolo-giusto/

http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2012/02/11/ricordiamo-giulia-galiotto-pretendiamo-giustizia/

Pagina facebook “Per non dargliela vinta”: http://www.facebook.com/PerNonDarglielaVinta?ref=ts&fref=ts

PROSSIMI APPUNTAMENTI CON “PER NON DARGLIELA VINTA”:

11 FEBBRAIO 2013: 4° Anniversario dell’Omicidio di Giulia -La mamma Giovanna Ferrari incontra le classi 3° di istituto professionale di Reggio Emilia

06 MARZO 2013 – in provincia di Padova

09 MARZO 2013 – Carpi (Mo)

10 MARZO 2013- Lecco

16 MARZO 2013 – Cuneo 24

MARZO 2013 – Modena : fiera del libro

Giovanna Ferrari invitata a tele Reggio per presentare il suo libro:

https://www.youtube.com/watch?v=cGo5ZxoEsNQ

Giovanna Ferrari sta partecipando a numerose presentazioni del libro ma anche ad incontri e seminari dedicati al tema della violenza contro le donne. Passerà il 4 anniversario della morte di Giulia in una scuola femminile di reggio Emilia, a contatto con centinaia di ragazze, pronta a sensibilizzare e continuare a spezzare il silenzio e l’omertà. Per mettervi in contatto con lei e organizzare una presentazione del libro potete scriverci oppure collegarvi alla pagina facebook dedicata al libro, http://www.facebook.com/PerNonDarglielaVinta?ref=ts&fref=ts.

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