Jillian Mercado modella con disabilità per Diesel

diesel1

Il marchio Diesel nel settembre scorso aveva lanciato la campagna #Dieselreboot, ne avevo parlato qui.
La campagna nasceva con il dichiarato scopo di dare visibilità a corpi e immaginari solitamente esclusi dal patinato mondo della moda, così, insieme a modelli e modelle abituat* a set fotografici e passerelle, facero la loro comparsa persone, soprattutto artist* e creativ*, reclutate tramite il social Tumblr.

La giovane artista Michelle Calderon, con un corpo non conforme ai canoni estetici dominanti e una chioma molto colorata, la modella Casey Legler con il suo doppio ruolo di modella e modello, erano state le protagoniste della #Diselreboot collezione autunno/inverno.

diesel1
La rappresentazione di modelli plurali che si oppondono ai rigidi canoni estetici dettati dalla moda e alla pretesa di questi di imporsi come regola, come normalità, è sicuramente positiva.
Vedere corpi che vanno oltre la taglia 40 o che rompono il rigido binarismo di genere sfumando i confini tra maschile e femminile è una bella novità, una bella rottura rispetto alla donna-oggetto sessualmente disponibile e all’uomo eterosessuale macho che non deve chiedere mai a cui siamo abituat*.

L’apprezzamento nei confronti della moltiplicazione dei modelli non mi esime però dal pormi delle domande sul ruolo che il marketing e il mercato hanno nello stabilire cosa va bene e cosa no, cosa può essere degno di rappresentazione pubblica e cosa invece deve rimanere nell’invisibilizzazione, quanto della diversità rispetto alla norma può essere concesso e quanto invece bisogna pagare alle logiche di profitto, quanto si rischia di edulcorare e di normalizzare, creando nuovi stereotipi, nuove normalità.

Il creatore artistico della Diesel, Nicola Formichetti, realizza per la collezione primavera/estate una nuova serie di scatti per la campagna #Dieselreboot, l’intento esplicito è ancora quello di celebrare la diversità e l’individualità.
Tornano tatuaggi e capelli colorati, compaiono le barbe hipster e l’immaginario giapponese del visual kei, genere musicale molto teatrale dove la rigida divisione di genere tra i/le componenti delle band non è sempre prevista.
Ma la protagonista indiscussa di questa nuova campagna è Jillian Mercado, fashion blogger newyorchese di 26 anni, affetta da distrofia muscolare dall’età di 12.

193544473-f454ce36-2f24-481e-8c64-4ba829604374

«Personalmente, non ho mai visto qualcuno su una sedia a rotelle che facesse niente nella moda. Ma proprio niente, niente. Quando sono entrata in questo ambiente, in qualche modo l’ho fatto pensando che mi sarebbe piaciuto essere la prima a farlo [...] Sento che la società è spaventata e che in qualche misura non vuole che questo avvenga, di conseguenza un sacco di persone disabili hanno paura delle critiche. Mi piacerebbe che le campagne pubblicitarie di moda osassero di più» (Fonte qui)

Le modelle con disabilità non sono una novità in assoluto, nel mondo anglosassone esistono agenzie specializzate nel reclutamento di modell*, attrici, attori ecc… con disabilità, ma nonostante ciò solitamente la presenza di persone con disabilità è relegata all’evento mirato, la sfilata per sensibilizzare verso la disabilità, il calendario per la raccolta fondi, la campagna che vuole dimostrare che si può essere femminili anche su una sedia a rotelle (qui e qui alcuni esempi).

Nel caso della Diesel Jillian Mercado è inserita in una campagna pubblicitaria che non si rivolge esclusivamente a persone con disabilità, con il risultato di far uscire la disabilità dai siti specifici, dalle maratone televisive di raccolta fondi, dalla settorializzazione e di catapultarla sulla scena pubblica, rendendola visibile, rompendo un tabù.

“La società è spaventata” dice Jillian, è spaventata da un corpo costretto su una sedia a rotelle che non risponde a quel principio di funzionalità e di performance richiesto dalla società capitalista, quel corpo è uscito dall’ambito medico, ha smesso di essere solo un oggetto di cura e ci costringe a riconsiderare la “normalità” in maniera inclusiva.

Maschio e femmina, sano e malato, normale e patologico, i binarismi determinano l’inclusione e l’esclusione, condannando tutto ciò che si considera deviante rispetto alla norma, che contemporaneamente si produce, all’invisibilità.
Il corpo disabile è un corpo invisibile, la disabilità sembra annullare totalmente la persona.
Nella foto scattata a Jillian questa è sì sulla sedia a rotelle, ma la disabilità non la annulla totalmente, è una caratteristica al pari dei capelli biondissimi e delle labbra carnose.

Ritengo sicuramente positiva la visibilità che questa campagna ha dato alla disabilità rappresentandola al di fuori di ogni medicalizzazione e contesto pietistico, in generale è un passo avanti vedere corpi che escono dai rigidi schemi estetici che vogliono imporsi come perfezione e normalità, ma gli interrogativi che mi ponevo per la prima campagna di #dieselreboot rimangono ed è normale trattandosi comunque di marketing.
I corpi con disabilità sono comunemente considerati “brutti”, non desiderabili, ma quanto devono adattarsi ai canoni estetici considerati normali per uscire dall’invisibilità? Leggo questa vecchia notizia su delle protesi che permettono di indossare i tacchi e se da una parte riconosco la legittima richiesta di una donna ad indossare una scarpa alla moda, dall’altra ho paura che l’uscita dall’invisibilità porti direttamente le persone, e soprattutto le donne, con disabilità ad essere fagocitate dal mercato che le individua subito come nuovo bacino d’utenza sottoponendole alle stesse richieste di conformazione a canoni estetici normativi che valgono per tutt*. Così che l’irruzione sulla scena pubblica di quei corpi, considerati patologici, non si configuri come un atto politico e rivoluzionario ma, edulcorato dal mercato, diventi l’ennesimo processo di normalizzazione.

Gli interrogativi rimangono aperti, ma nonostate ciò credo che dare alle donne con disabilità visibilità, fornire un universo plurale di rappresentazioni, agire in maniera inclusiva e fornire diversi modelli di identificazione, sia la strada giusta per combattere gli stereotipi.

 

 

 

Quando l’omofobia viene spacciata per libertà educativa

d945e30e-4b37-11e3-8dc2-20cf306dc1ee_497_300

“Piccolo blu e Piccolo giallo” è un libro diventato un classico della letteratura per l’infanzia, racconta la storia di due macchie di colore diverso, che si incontrano e si fondono in una storia di amicizia e di riceproco rispetto delle diversità.
“Pezzettino” è la storia di chi si sente diverso dagli altri e si incammina alla ricerca della propria identità per trovarla alla fine in se stesso e festeggiare con gli amici questa scoperta.
“E con Tango siamo in tre” racconta la vicenda di due pinguini maschi che trovano un uovo abbandonato e decidono di covarlo e crescere insieme il piccolo.

d945e30e-4b37-11e3-8dc2-20cf306dc1ee_497_300

Immagine di una perisolosa famiglia “non tradizionale” dal libro Con tango siamo in tre

Questi sono tre dei titoli facenti parte del progetto “Leggere senza stereotipi” promosso dal comune di Venezia. Lo scopo del progetto è quello di rifornire le biblioteche delle scuole dell’infanzia del comune di testi che raccontino ai bambini e alle bambine la diversità e il rispetto, che siano privi di stereotipi di genere e che illustrino la pluralità delle situazioni familiari in cui questi bambini e queste bambine crescono.

Sull’iniziativa del comune di Venezia è piovuta una pioggia di critiche, i libri a stereotipi zero sono diventati “le favole gay”, Giovanardi ha dato in escandescenza, il senatore Udc Antonio De Poli ha diffidato il Comune di Venezia, le pagine de Il Giornale e del Corriere della Sera si sono riempite di editoriali preoccupatissimi della sorte di Biancaneve e Cenerentola ormai obsolete.

Bisognava bloccare le “favole gay” così come è stato fatto per i fascicoli Unar, progetto di formazione rivolto alle/agli insegnanti contro il bullismo omofobico, altrimenti….

altrimenti i bambini e le bambine avrebbero rischiato di sviluppare sin da piccol* una propensione al rispetto e alla tolleranza; avrebbero imparato che esistono famiglie composte da una mamma e un papà, che in alcune di queste famiglie la mamma e il papà non vivono più insieme, che alcuni hanno solo la mamma o solo il papà, che esistono anche famiglie dove i papà sono due o le mamme sono due; avrebbero potuto scoprire che anche un uomo può crescere un/una bambin* e occuparsi di mansioni genitoriali, avrebbero imparato che non è giusto prendere ingiro il compagno o la compagna perchè troppo grass*, bass*, per i vestiti che porta o i giochi con cui ama giocare, avrebbero avuto occasioni in più per diventare delle persone migliori. Come curiosi e desiderosi di sapere si sono rivelati i ragazzi e le ragazze del Liceo Muratori di Modena, volevano parlare di transessualità e transgenderismo alla loro assemblea e avevano inviato chi di questi temi si occupa, vivendoli anche in prima persona, ma i genitori di quest* ragazz* non hanno permesso a Vladimir Luxuria, l’ospite scelta dagli/dalle stess* ragazz*, di parlare. L’hanno zittita in nome della libertà di pensiero ed espressione. Hanno invocato un contraddittorio, ad esempio un prete.
Con uno piccolo sforzo di fantasia cerchiamo di immaginare quale sarebbe potuta essere la tesi sostenuta dal contraddittorio cattolico: “Abominio della natura, andrai all’inferno, pentiti o brucerai tra le fiamme” a me viene in mente una cosa del genere.
Mi chiedo anche come mai in questo caso, in cui in una scuola pubblica e laica si parlava di interruzione volontaria di gravidanza con relatori e relatrici appartenenti tutt* all’area cattolica “prolife”, non sia stato chiesto un contraddittorio.

La chiamano ‘ideologia del gender”, gender al posto di genere perchè l’espressione inglese dà l’idea di qualcosa di estraneo alla cultuta italiana e quindi pericoloso, ideologia perchè ignorano il vero significato di questo termine. 
Nessun* chiederebbe un contraddittorio per una iniziativa contro il razzismo, ma lo chiedono per una iniziativa contro la transfobia. Perchè? Perchè offendere o giudicare una persona in base all’etnia è considerato razzismo e offendere o giudicare una persona in base all’orientamento sessuale è considerato libertà di espressione?

Il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi si è scagliato sulle pagine di Tempi.it contro l’ingresso nelle scuole della “ideologia gender” invocando la libertà di educazione dei genitori. Applausi quindi a quelle mamme e a quei padri che hanno impedito che Valdimir Luxuria parlasse in assemblea, hanno fatto valere la loro libertà di educazione, peccato non abbiamo rispettato però la libertà di educazione dei genitori che avrebbero voluto invece che si parlasse di omosessualità e transgenderismo a scuola, così come non hanno rispettato la volontà e la libertà dei propri figli e delle proprie figlie che avevano proposto quelle tematiche per la loro assemblea. 

Le discriminazioni in base al sesso, al genere e all’orientamento sessuale non sono opinioni, non si ha la libertà di offendere una persona, di giudicarla, di negarle diritti perchè gay, lesbica, bisessuale, transessuale ecc, perchè qui è di difesa dei diritti che stiamo parlando, no della mia opinione contro o la tua.
E’ gravissimo che esternazioni del genere provengano da chi ricopre una carica istituzionale, è assurdo che vengano fatte passare per ideologie o negazione delle libertà altrui elementi basilari di uguaglianza e parità.
Si invoca la libertà educativa dei genitori anche in difesa dei finanziamenti alle scuole private paritarie, di cui questo governo con i suoi ministri e le sue ministre è grande difensore, considerando che la gran parte di queste scuole sono istituti religiosi, mi chiedo perchè non si parli mai della libertà dei bambini e delle bambine a ricevere una educazione laica e pluralista, perchè non si parli mai del diritto degli studenti e delle studentesse ad avere gli strumenti per essere delle persone migliori, migliori dei genitori che si indignano per due pinguini maschi che covano un uovo, migliori del ministro Toccafondi.

Il caso di Valentina e la legge 40 sulla fecondazione assistita

Il caso di Valentina e la legge 40 sulla fecondazione assistita.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: