Rocchetta e la bellezza venduta alle bambine. #LiberaInfanzia

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Rocchetta, l’acqua di Miss Italia, che quindi probabilmente avrà lo scopo di sostenere il valore sociale della bellezza attraverso il suo advertising, non è nuova a rappresentazioni sessiste per pubblicizzare il suo prodotto.

Il sessismo era presente già ai tempi degli spot di Del Piero e Chiabotti, in cui il primo con l’acqua doveva digerire, mentre la seconda fare cascate di pipì per essere pulita dentro e bella fuori.

Per arrivare poi allo spot che nel 2009 metteva a paragone sempre Cristina Chiabotto con una ragazza meno alta e meno magra di lei, e probabilmente considerata per questo meno avvenente, indicando l’acqua bevuta quale causa della sua fisicità insoddisfacente.

Non è la prima volta, quindi, che Rocchetta veicola magrezza – e bellezza annessa – quale valore da proteggere, considerando le donne con una taglia superiore a quelle consentite nello show biz brutte e affermando, inoltre, un dato di non-realtà, poiché l’acqua non è un dimagrante.

Uno spot che risulta quindi senza riguardo alcuno nei confronti delle persone che soffrono di problemi alimentari, andando a consolidare erronee credenze.

Ecco, Rocchetta non si smentisce nemmeno questa volta, veicolando un messaggio ancora pericoloso, questa volta riservato alle bambine.

All’interno dello spot, Laura Chiatti offre una bottiglietta di acqua Rocchetta alla nipote:

Rocchetta per te e Rocchetta per me

mettendo quindi sullo stesso piano lei, una donna adulta, con la bambina.

La nipote allora chiede a Laura:

Ma tu zia, perché bevi sempre Rocchetta?”

e lei risponde: “Perché è la mia acqua di bellezza, così mi depuro dalle scorie cattive e sono pulita dentro…

…e bella fuori” completa la bimba.

Le scorie di Cristina Chiabotto diventano quindi “scorie cattive” per la nipotina di Laura, così da evocare un mondo infantile, e quindi più vicino alla piccola protagonista, intendendo l’acqua quale “depuratrice” atta ad eliminarle.

La domanda che viene spontanea è se sia funzionale al pieno sviluppo psico-fisico di un* bambin* associare qualcosa come la parola “cattivo” al proprio corpo, andando ad individuare qualcosa da eliminare, anche in ragione del fatto che la considerazione astratta del proprio corpo, o parti di esso, come “brutto e cattivo” e il bisogno indotto di eliminazione e purificazione sono spesso associati a problemi alimentari e di autostima.

La bimba, divenuta cupa e malinconica, prosegue: “Io da grande voglio diventare bella come te

Forse non si reputa abbastanza bella, come la zia?

Laura, sorridendo per tranquillizzarla e arruffandole i capelli: “Ma tu sei già bellissima!

Ecco che si rimarca quel bisogno indotto, per una bambina, di essere bella agli occhi di terzi anche in tenera età e che questo può valere anche riconoscimenti affettivi.

La radicazione degli stereotipi di genere, infatti, avviene fin dall’infanzia e i media veicolano quotidianamente rappresentazioni stigmatizzanti e discriminatorie.

La medesima rappresentazione femminile riservata alle donne adulte viene imposta anche alle bambine.

Uno spot dall’apparenza innocua e ingenua si trasforma così in un messaggio pericoloso che parla all’inconscio delle bambine, ancora una volta relegate al mito dell’apparenza e dell’avvenenza, quando durante l’infanzia si dovrebbe pensare a tutto fuorché alla bellezza.

Liberiamo l’infanzia, #LiberaInfanizia

Nuovo governo in salsa democristiana e il grande assente: il Ministero per le Pari Opportunità

La squadra di Renzi, 16 ministri metà donne

Risulta fondamentale porsi una domanda preliminare: la presenza di donne al governo si traduce sempre e comunque in una politica che si occupi delle reali istanze (anche) delle donne?

La risposta è scontata: no.

Si parla tanto di quote rosa, tra chi le considera la panacea, chi le rifugge e chi invece le ritiene un male necessario.

La logica del 50 e 50 sicuramente non è la panacea. Sarebbe meglio vivere in un Paese in cui il problema dei numeri e delle quote non sussistesse proprio. Ma tant’é.

Quello che sta succedendo al governo ora, però, non si esaurisce nemmeno in una semplice questione di quote rosa (la pacca paternalista sulla spalla, “dai che ce la puoi fare anche tu, anche se sei donna”).

Perché tanto il nuovo governo bigotto democristiano (+ destra) ce lo troviamo lo stesso.

Piuttosto ci sarebbe da concentrarsi sulla sponsorizzazione del governo, in stile campagna elettorale, posta in essere da Renzi, che punta alle sue otto donne per “farsi bello” sulle questioni di genere.

Donne per “vendere”, la solfa non cambia.

Stavolta da vendere è il “prodotto-governo”. Tanto che c’è la necessità, per Renzi, di vantarsi del suo harem con tanto di foto ad hoc. Lui, il leader, attorniato dalle 8 donne prescelte.

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E allora c’è chi è felice per la parità così raggiunta e chi invece deve fare le pulci alle ministre.

Perché è vero, ci ritroviamo Marianna Madia, che anni fa dichiarava che “l’aborto è il fallimento della politica, un fallimento etico, economico, sociale e culturale”, che le donne “se si offrisse loro il giusto sostegno sceglierebbero tutte per la vita”, di essere una “cattolica praticante” perché “la vita la dà e la toglie Dio, noi non abbiamo diritto di farlo”, dicendo così il suo no all’eutanasia, e che se si parla di famiglia pensa “a un uomo e una donna che si sposano e fanno dei figli. Scegliendo per la vita”.

Oppure possiamo guardare al Ministero dell’Istruzione, affidato a una montiana convinta privatizzatrice.

Ma non possiamo nemmeno esimerci dal fare lo stesso per gli uomini, dal momento che ci ritroviamo Graziano Delrio, fervente cattolico idolatrato per i suoi 9 figli, o Franceschini che sostiene che le coppie di fatto siano una cosa diversa rispetto alla famiglia. Ci ritroviamo Alfano, Lupi. Solo per fare qualche esempio.

Ma ci basta guardare il nostro nuovo premier, che si fa immortalare in foto tattiche in cui, insieme alla moglie, prende la comunione a Messa.

Allora forse non è tanto il problema dei numeri e dei sessi quello di questo governo, ma dei diritti.

Attraverso un’operazione di facciata, di pinkwashing, si è cercato di dare il messaggio di come, con otto ministre donne (sì, gli altri 8 sono uomini!), il Ministero per le Pari Opportunità sia superfluo, perché la discriminazione va combattuta coi fatti, non con le parole. Perché il fifty-fifty è un fatto.

Eppure a noi sembra che questa scelta sia un chiaro messaggio, di chi ai diritti non è interessato.

Comprendo bene che la questione di genere e dei diritti sia trasversale ad una Paese e alla sua politica e non vada ghettizzato. Ma in questo preciso momento storico italiano è un bene aver levato il Ministero per le Pari Opportunità come nulla fosse? Può starci la scusa che tanto questo ministero sarebbe un “salottino rosa”, così come dimostrato da tutti gli anni passati in cui è stato continuamente bistrattato?

In Italia la questione di genere non è ancora stata sdoganata. Non ci vuole poi molto ad immaginare che le realtà impegnate su questi temi faranno ancora più fatica a interagire con le istituzioni. Che poi non si tratta solo dei “diritti delle donne”, ma dei diritti di tutt*, donne, uomini, eterosessuali, omosessuali, transessuali, al fine di combattere le discriminazioni, che riguardino il genere, l’omo-lesbo-transfobia o qualsiasi altro atteggiamento stigmatizzante, per garantire a tutt* il diritto ad una cittadinanza attiva.

E’ quindi possibile eliminare il Ministero delle Pari Opportunità perché “tanto siamo in Italia, cosa ci aspettiamo? Le cose sarebbero ridicole a prescindere”? Per quanto ancora dovremo sorbirci questa cultura?

Allora, visto che la parità si gioca sul piano dei fatti, dovremmo lasciare il compito della tutela dei diritti a questo governo in salsa democristiana solo perché abbiamo 8 ministre e 8 ministri?

Scusate ma c’è qualcosa che non torna.

Tutt* auspicheremmo ad un Paese in cui il Ministero delle Pari Opportunità fosse inutile. Significherebbe che il problema delle discriminazioni non è così pressante.

Ma non è così oggi in Italia, purtroppo, e dobbiamo pretendere che vi sia un Ministero e che questo venga organizzato BENE e coerentemente con le necessità di un Paese e de* cittadin*.

Se no teniamoci il nostro perbenismo di facciata, il nostro “politicamente corretto”, le nostre gallery sull’abbigliamento, le scarpe e le curve delle nuove ministre o sullo sconvolgente (sic!) stato di gravidanza della ministra della Pubblica Amministrazione. E le immagini della nostra first lady in beige. Altro che diritti.

Tanto la parità è stata raggiunta, no?

Cancro, disabilità e tabù. “E tu, quale principessa Disney sei?”

Tiana

Avete mai visto una protagonista disabile in un film Disney? Certamente no, perché la disabilità non è compatibile con gli standard Disneyani“.

Così Scrive AleXsandro Palombo sul suo blog.

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Quale principessa Disney sei?

AleXandro Palombo è un artista. Due anni fa, a seguito di una diagnosi clinica che evidenziava una rara forma di cancro, ha dovuto subire un intervento chirurgico invasivo e alcune parti del suo corpo sono ora paralizzate.

Adesso è una persona disabile  - racconta all’HuffPost UK - e ogni giorno ha a che fare con ogni tipo di discriminazione.

Attraverso il progetto ‘Disabled Disney Princesses‘, AleXandro ha voluto dare visibilità a questo problema di forte discriminazione diretta alle persone con disabilità che vivono nella nostra società.

Le Principesse Disney sono state a lungo intese dalle bambine come un modello a cui aspirare. L’artista, attraverso il suo progetto, cerca quindi di rispondere a questa domanda – mai fatta e ancora senza risposta: “Le vite delle principesse sarebbero le stesse se i loro corpi fossero differenti? E i film sarebbero così popolari?

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Superfluo sarebbe ribadire come i personaggi femminili all’interno delle storie per bambine siano ancora icone di bellezza mainstream a cui aspirare. Molto meno spesso risultano immagini in cui le bambine possono davvero riconoscersi.

Da un paio d’anni utenti di tutto il mondo chiedono alla Disney di creare un personaggio femminile in cui, ad esempio, possano riconoscersi le bambine sottoposte a cicli di chemioterapia.

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I temi della malattia e della disabilità sono ancora profondi tabù all’interno della nostra società. Apparentemente se ne parla molto. Ad esempio, il tema del cancro è sempre “sulla bocca di tutti”. Leggiamo quotidianamente articoli di giornale che ci parlano delle “regole per prevenire l’insorgenza di tumori”, della “top 10 dei cibi anti-cancro”. Ormai conosciamo qualsiasi cosa su medicinali, sintomi, diagnosi, cura.

Molto meno spesso, però, si parla di corpi reali, di esperienze, di persone. La malattia, la disabilità sono percepite come errori di sistema, anomalie, qualcosa di “altro” rispetto al proprio io. Più se ne parla, in disquisizioni medico-scientifiche o popolari che siano, più in realtà ci si vuole allontanare dall’immagine che le accompagna, le si esorcizza e si invisibilizzano i corpi che nell’immaginario comune le rappresentano.

Siamo così assuefatti al bombardamento mediatico di corpi plastificati e artefatti, simbologia del principio di performance che ci impone il suo dictat, da non renderci conto che in realtà malattia e disabilità fanno parte della vita e dei corpi e non sono “altro” rispetto ad essi.

Sempre più spesso viene posto in essere un atteggiamento disfunzionale, non riconosciuto come tale perché dato per scontato, volto a considerare i corpi come simulacri immortali che hanno ragion d’essere in base all’immagine che danno di loro e alla qualità delle loro performance, offrendosi quindi ad una logica del fare, produrre, consumare.

Tutto diviene misurabile e misurato, catalogato, incasellato. Ciò che si discosta dalla norma, il non-previsto, è inquadrato come difetto, come problema, diventa perturbante e va marginalizzato, censurato.

Capita un po’ ovunque. Anche sulla nostra pagina facebook. A ottobre postavamo un’immagine della campagna “The SCAR Project“, accendendo involontariamente un dibattito. Non sulla campagna, non sul tumore al seno ma sull’immagine stessa.

The SCAR Project fa parte di una campagna di prevenzione del cancro al seno. Un lavoro portato avanti da David Jay e durato 6 anni, durante i quali sono state scattate fotografie a più di 100 donne. Ma il messaggio più profondo, come afferma l’artista, è un messaggio più generale che parla dell’umanità, intesa come realtà dell’essere umano: accettare ciò che la vita ci offre, tutta la bellezza e la sofferenza, in una società che nasconde il cancro al seno dietro ad un piccolo fiocco rosa. Perché questi corpi non esprimono solo sofferenza.

C’è qualcosa di così dolorosamente bello nell’umanità, una bellezza che trascende le immagini sfavillanti portate avanti dai media.

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E allora perché la bellezza che sta nell’umanità di questi corpi disturba? Forse perché siamo abituat* al proliferare di corpi tutti uguali e disumanizzati, alla proposta continua di corpi omologati e omologanti, all’eliminazione dell’imperfezione, dell’”errore di sistema”. A tutti i costi.

Anche quando si tratta di rappresentare la vecchiaia non lo si fa raccontandola per quella che è ma la si riduce a feticcio da incastrare a forza nei soliti canoni - paradossalmente – di giovinezza, bellezza mainstream e performance, aprendo disquisizioni sull’estetica femminile. Anche la vecchiaia, la malattia, devono diventare glamour.

E così, forse, ci si convince che vecchiaia, malattia, disabilità non facciano parte della vita e possano rimanere argomenti ghettizzati negli studi medici, nei salottini televisivi o negli articoli di giornale dai titoloni sensazionalistici. Ci si convince che stiano tanto bene lì dove stanno, nascosti dietro a un fiocco rosa o chiusi a chiave in qualche casa.

Forse è davvero ora di cominicare ad interrogarsi sull’invisibilizzazione dei corpi.

Cercando di tenere lontana quella che nell’immaginario comune è intesa come sofferenza, non ci si rende conto di innescare in realtà un circolo vizioso e che la vera malattia della nostra società è diventata la fobia - creata e alimentata proprio dalla censura – questa sì destinata ad autoalimentarsi trasformandosi in paura, tabù e addirittura odio, come ci dimostrano tutti i giorni anche gli atti di violenza nei confronti di chi non è ritenuto “conforme”. 

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