Donne e criminalità organizzata

Giuseppina Pesce

Le donne muoiono anche per mafia. Oggi a pagare forse sono state Melissa e Veronica, due ragazze e amiche di 16 anni, che avevano la sola colpa di essersi recate a scuola come tutte le mattine.

L’Italia è anche questo.

Stamattina infatti, poco prima delle 8,00, tre ordigni sono esplosi a distanza ravvicinata davanti ad un istituto professionale di moda di Brindisi, frequentato per lo più da ragazze.

L’ipotesi è quella che si sia trattato di un attentato legato alla criminalità organizzata, infatti la scuola è intitolata Morvillo-Falcone (ricorre in questi giorni il ventennale della loro morte).

Quando accendi il pc e ti trovi davanti ad una notizia del genere razionalizzare non è semplice. Mille immagini ti passano per la testa e ti rendi conto che a casa tua, nel tuo paese, c’è un mostro silenzioso che si insinua dappertutto come una lenta metastasi. E fa paura. Fa paura l’impotenza, fa paura l’omertà, fa paura la corruzione che ci sta dietro.

Non dimenticare. Questo sembra l’imperativo. Oggi muore il sorriso di Melissa e Veronica lotta tra la vita e la morte. Per una fortuita casualità, per la sfortuna di essersi trovate in quel punto preciso in quel momento preciso. Non rendiamo questa tragedia vana: oggi non dimentichiamo le donne che con coraggio si sono ribellate alla loro prigione!

Quando si parla di mafia e di donne si tocca un argomento delicato. Ultimamente sembra che anche il genere femminile stia iniziando ad avere un ruolo deciso all’interno della criminalità organizzata. Ma non possiamo dimenticare che cosa sia significato per anni vivere all’interno di una cosca.

I giri della criminalità organizzata ci raccontano infatti di realtà fortemente patriarcali e maschiliste, in cui la donna è trattata come un oggetto, uno strumento per un fine. Spesso private della loro libertà, le donne hanno a lungo vissuto all’ombra dei loro mariti e dei loro padri. Sono le mogli, le madri, le figlie, le nipoti di qualcuno. Niente di più.

Qualche volta però è successo: alcune donne hanno trovato una feritoia e vi si sono buttate per fuggire. E’ il caso di Giuseppina Pesce, che lunedì 21 maggio testimonierà contro la sua famiglia. Si tratta di una collaborazione con gli inquirenti che era stata ritrattata per paura di ritorsioni contro i suoi figli. Giuseppina è infatti una giovane madre di 30 anni che voleva assicurare una vita migliore ai suoi bambini, lontano dalla malavita, e che adesso vive sotto scorta con loro.

Un coraggio il suo che però può costare la vita. Ce lo raccontano le storie di altre due donne che purtroppo non hanno avuto un lieto fine.

Concetta Cacciola.

Per la ‘ndragheta il matrimonio è per sempre: di divorzio manco a parlarne. La storia di Maria Concetta comincia così. In una lettera alla madre, scrive del marito: «A tredici anni, sposata per avere un po’ di libertà, credevo che potessi tutto, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava, né l’amo, e tu lo sai». Si sposano dopo una “fuitina”, poi nascono i figli. Troppo tardi per pentirsi. Forse Maria Concetta la sua vita se l’era immaginata diversa, nessuna particolare ambizione. Ci sono luoghi dove nemmeno i sogni ti puoi permettere, perché finisce che ti mangiano il fegato, peggio dell’acido muriatico. Maria Concetta, dopo l’arresto del marito, probabilmente incontra altri uomini e a Rosarno certe notizie viaggiano veloci.

 

A casa cominciano ad arrivare lettere anonime, siamo a giugno del 2010. Non la fanno più uscire, rimarrà fra quelle mura fino al maggio dell’anno successivo. Le rare volte in cui valica la porta di casa viene pedinata dal fratello. Non basta: viene picchiata, le botte sono così forti che le sue costole si incrinano o forse si rompono. Non si saprà mai: non verrà mai portata in ospedale. Viene curata a casa da un medico di fiducia. Maria Concetta è sola, non può parlare neppure con la madre. Nelle famiglie mafiose il mondo delle donne si è spaccato a metà: ci sono le madri, che hanno mangiato fin da piccole pane e omertà, che proteggono i propri mariti, che tengono unita la famiglia, la lucidano come l’argenteria, cancellano la vergogna a colpi di spazzola. E poi ci sono le figlie, che pensano troppo, che proprio non riescono a quietarsi.

 

Maria Concetta a maggio viene chiamata dall’Arma di Rosarno perché Alfonso, il figlio più grande, aveva combinato un guaio col motorino. Arrivata in caserma, chiede aiuto e racconta tutto quello che sa, prima ai carabinieri e poi alla Dda di Reggio Calabria. È stata la paura a farle scegliere lo Stato, l’amore di mamma che voleva un futuro diverso per i suoi figli? Maria Concetta semplicemente chiama le cose col loro nome, da’ un’identità a luoghi e a persone fino ad allora nell’ombra. Decide che quel vincolo di sangue non è per sempre. Lontano, più lontano che si può. Da quando entra a far parte del Servizio Centrale di Protezione, non può più rimanere a casa sua: un pomeriggio dice che andrà a fare visita al suocero e scappa. Per un primo periodo alloggerà nel cosentino, ma qualcuno potrebbe riconoscerla: viene trasferita dall’altra parte d’Italia, a Bolzano. La parola d’ordine è: lontano, più lontano che si può. Sola, in una città straniera Maria Concetta pensa ai figli che non ha potuto portare con sé. Aveva scritto alla madre: «Ti affido i miei figli. Ti supplico non fare con loro l’errore che hai fatto con me: dagli i suoi spazi, se li chiudi è facile sbagliare».

 

Non è solo la distanza, ha paura che la famiglia possa ritorcersi contro di loro. Cede e telefona alla madre. Lo confesserà alla scorta che la trasferisce a Genova. «Da Genova io ho richiamato di nuovo mia madre dicendo che la voglio vedere perché a me mi mancava». La famiglia di Maria Concetta arriva fino in Liguria, la mettono in macchina per riportala a Rosarno. Durante il viaggio di ritorno si fermano per una sosta a Reggio Emilia, lei si pente e telefona ai carabinieri, che la riportano a Genova. Ma probabilmente qualcuno le impone con più decisione di «spegnere tutto». Richiamala madre per l’ultima volta: «Portami a casa». A Genova arrivano in tre: il fratello, una delle figlie e la madre. E’ il dieci di agosto quando arrivano a Rosarno. Pochissimi giorni dopo, Maria Concetta scrive una lettera e registra un nastro. Racconta dei colloqui con la Dda: «Gli ho detto delle cose per arrivare allo scopo di andare via da casa, ho detto pure delle cose che mi sono infangata anche io stessa per il fatto di andare via da casa mia». Pausa nel nastro: «È da tre giorni che sono a casa mia tra mio padre, mia madre, i miei fratelli, i miei figli ed ho riacquistato la serenità che cercavo.Vorrei aggiungere che avevo scritto una lettera che aggiungo con questa registrazione e vorrei lasciata in pace in futuro. E non essere chiamata da nessuno».

 

Le dichiarazioni rese alla magistratura vengono sconfessate da quel nastro: la testimone dice di aver accusato la sua famiglia per vendicarsi del padre e del fratello che la maltrattavano. La ‘ndrangheta? Non ne sa nulla, Maria Concetta vuole essere lasciata in pace. Il 20 agosto va in bagno e ingoia l’acido muriatico. Muore in ospedale.  

Tratto da qui

Lea Garofalo

Lea era nata a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, ed era la sorella del boss ‘ndranghetista Floriano Garofalo: viveva la mafia tutti i giorni, ma nonostante ciò era diventata una collaboratrice di giustizia sottoposta al regime di protezione, raccontando le faide interne che si svolgevano tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. Nel 2006 viene tolta dal programma di protezione perchè le sue dichiarazioni non erano supportate da alcun riscontro; lo stesso anno però il Consiglio di Stato nega questa decisione, e il regime di protezione dura per Lea fino a quando è lei stessa a volervi rinunciare nell’aprile del 2009. Il 5 maggio avviene un tentato rapimento: Lea viveva con sua figlia Denise a Campobasso e per un guasto alla lavatrice chiama l’ex compagno che le manda a casa Massimo Sabatino; quest’ultimo tenta di sequestrarla ma la donna riesce a sfuggire all’agguato ed informa i carabinieri dell’accaduto. Nel novembre del 2009 avrebbe dovuto deporre a Firenze come testimone in un processo su diretti coinvolgimenti del suo ex compagno. Ma quest’ultimo, con la scusa di voler parlare con Lea del futuro della loro figlia Denise, la convince a raggiungerlo a Milano. “Lea ha sopravvalutato se stessa quando è andata a Milano con la figlia, ma immaginate voi una madre che non ha soldi per comprare un vestito alla figlia, che è terrorizzata, fragile e che sta cercando di salvarsi a suo modo dall’ex compagno. Ha agito ancora per il bene della figlia”, spiega il pm Tatangelo. Purtroppo Lea da qual viaggio non vi farà più ritorno. E’ il 24 novembre: Massimo Sabatino e Carmine Venturino rapiscono Lea e la consegnano a Vito e Giuseppe Cosco; questi la torturano per ore e poi la uccidono con un colpo di pistola. E in un terreno del comune di San Fruttuoso (Monza), il corpo di Lea viene sciolto in 50 litri di acido.

Tratto da qui

Non lasciamo che le loro storie passino inosservate. Ricordiamo i loro volti e il loro coraggio.

Fonti: qui, qui

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10 commenti

  • Ecco il testo che ho appena postato sul mio blog my3place.wordpress.com. Si intitola “Talebani”

    Vi eravate illusi che noi, facenti parte del cosiddetto “mondo civile”, fossimo esenti dalla stessa visione strabica degli integralisti islamici? Ebbene, vi stavate sbagliando di grosso.
    Non sono incazzato, non sono indignato, non sono offeso, semplicemente mi vergogno di far parte di un genere che, da millenni, tortura e disprezza un altro genere. Sto parlando dei generi maschile e femminile.
    Una bomba, l’ennesima di una serie, così simile alle precedenti, ma così vicina alla mentalità di coloro che disprezziamo per la loro patente misoginia: i talebani.
    Diceva Marshall McLuhan che “il medium è il messaggio”. Niente di più vero nell’attentato di Brindisi.
    Guardate dove, chi e come hanno colpito:
    1 – una scuola
    2 – delle studentesse
    3 – nell’ora del massimo affollamento.

    La scuola, Morvillo Falcone, intitolazione pesante, evocativa, a rischio emulazione. Si sa che la mafia si nutre di miseria e ignoranza. La scuola è, per la mafia, un nemico, un veleno, uno tsunami in grado di spazzare via, alle radici, le ragioni stesse della mafia, di inaridirne l’humus nel quale prolifera.
    Ma quella scuola non era una delle tante, e non solamente per il richiamo a Falcone, ma perché era un istituto tecnico femminile, e questo ci porta al messaggio.

    Secondo una mentalità radicata in quella disgraziata terra, le donne evidentemente non hanno il diritto di emanciparsi, devono restare in secondo piano, remissive, accondiscendenti, omertose, fedeli al loro uomo, che sarà pure una carogna, ma è quello al quale sono state date (finché morte non vi separi, e magari anche dopo). Una donna istruita, con una professione, sarà più indipendente, dai punti di vista sociale, economico, culturale, e perciò meno disposta ad accettare il ruolo ornamentale di concubina o di santa, men che meno quella di complice in una piaga che affama il suo paese.

    La seconda parte del messaggio è rivolta alle classi sociali che più soffrono per quella miseria.
    E’ stato colpito un istituto tecnico professionale, una scuola che, senza ipocrisia, sappiamo essere il destino di figli dei operai e di coloro che un tempo non tanto lontano venivano definiti “proletari”, un termine che ora non si usa più, quasi che un lavoro non di concetto fosse un’infamia di cui vergognarsi. Non è stato scelto un liceo frequentato da griffati rampolli delle famiglie bene, di famiglie che magari si sono arricchite facendo buoni affari con la mafia, no, sono stati colpiti le figlie dei poveri diavoli, per punirli di aver osato alzare la testa, di aver sognato per le loro figlie un futuro diverso da un buon matrimonio che le sistemasse come un grazioso soprammobile.

    Terzo, l’ora scelta per la deflagrazione è indicativa del fatto che l’attentato non sia stato dimostrativo, bensì punitivo. E’ stato scelto il momento in cui l’esplosione non poteva non uccidere, ovvero quando tutte le ragazze si affollavano all’ingresso della scuola, proprio come si usa in Afghanistan e in Iraq, dove c’è la volontà precisa di ottenere il massimo delle vittime, il massimo del terrore, il massimo del potere.

    Ecco, ora lo sapete, ed è chiaro il senso del titolo: Brindisi è in mano ai talebani. Anche se i nostri non pregano nelle moschee ma nelle chiese, sono simili ai loro colleghi dell’Est, essi trovano nella donna la vittima ideale.

    Per anni abbiamo lasciato correre certi atteggiamenti offensivi, abbiamo sopportato e applaudito dei puttanieri al comando, abbiamo affettato e usato il corpo femminile come grasso companatico per la pubblicità di ogni sorta di schifezza consumistica, abbiamo speso parole di comprensione per gli stupratori, abbiamo gridato allo scandalo quando le donne si prendevano le stesse libertà degli uomini, siamo persino giunti a rimpiangere i bordelli.
    Così facendo abbiamo nutrito, anche nei giovani purtroppo, una mentalità ristretta, ottusa, indifferente; abbiamo verniciato sul corpo delle donne due bersagli, uno sulla vagina e uno sulla fronte; sul primo c’è scritto accendimi, sul secondo spegnimi.
    Spero che una maggioranza fatta di menti libere e ribelli non si accontenti di un funerale in gran pompa, con autorità e applausi, non si limiti a un partecipato corteo di protesta, ma indichi e denunci gli attentatori. Altrimenti, se l’omertà dovesse ancora una volta farla da padrona, la mia speranza è un’altra, un meteorite che ci spazzi via tutti, loro, noi, me per primo.

    • “Secondo una mentalità radicata in quella disgraziata terra, le donne evidentemente non hanno il diritto di emanciparsi, devono restare in secondo piano, remissive, accondiscendenti, omertose, fedeli al loro uomo, che sarà pure una carogna, ma è quello al quale sono state date (finché morte non vi separi, e magari anche dopo). Una donna istruita, con una professione, sarà più indipendente, dai punti di vista sociale, economico, culturale, e perciò meno disposta ad accettare il ruolo ornamentale di concubina o di santa, men che meno quella di complice in una piaga che affama il suo paese.”

      Concordo!

  • E’ terribile! PERCHE’ è successo? CHI è il colpevole? Questa scuola è intitolata a Francesca Laura Morvillo Falcone, vittima anch’essa della strage di Capaci, assieme al marito. Tempo fa questa scuola aveva vinto un concorso sulla legalità, con un manifesto con volti di ragazzi e le foto di Falcone e Borsellino. C’è chi dice che la mafia non agisce così ma altri, come Grillo, non credono più alle coincidenze da quando hanno visto Andreotti in parlamento! La buona notizia è che Veronica non è morta, come qualcuno ha rifeerito, ma le sue condizioni sono gravi.

    • Già, molti studenti poi sono di Mesagne, la culla della Sacra Corona Unita, dove qualche settimana fa hanno fatto esplodere la macchina del presidente dell’associazione antiracket Fabio Marini. Inoltre proprio a Brindisi era attesa la carovana anti-mafia partita da Roma l’11 aprile..
      Insomma.. davvero tante coincidenze..
      Veronica era stata data morta dalle prime voci, poi la notizia è stata smentita..
      Speriamo si venga presto a sapere tutta la verità su questa tragedia..

  • Nel caso di ieri mi sembra strano che ci sia di mezzo la mafia. sappiamo tutti che i loro colpi sono secchi e precisi. credo che ci sono troppe persone in mafia, ma lo stato non fa nulla per annientare questa organizzazione , anzi si fa proteggere, perche i i nostri politici non hanno più valori morali, ed invece di rispettare la promessa che hanno fatto quando sono entrati in carica preferiscono che le cose vano a caso, cosi come capita. :(

    • I giornali dicono che potrebbe essere il gesto di uno squilibrato.. Ma io riporto le parole di Lorella Zanardo, che mi sembrano più significative di tante pseudo-verità:

      “Non sappiamo se si tratta di un agguato mafioso: sono abbastanza adulta per ricordarmi di Piazza Fontana, della strage di Bologna, di Brescia, Di Falcone e Borsellino e per ricordare che molti sono stati i depistaggi: un povero anarchico accusato per anni ingiustamente e i servizi segreti protetti per decenni. Posso dire con assoluta certezza che è la mancanza di verità che ci ha condotto qui. Non sapere a distanza di anni, di decenni, chi ha contribuito a fragilizzare il Paese sino a renderlo terreno per avvoltoi, ha contribuito a far crescere più di una generazione di persone dimezzate, cresciute su fondamenta instabili e traballanti, forti solo di ideologie passeggere e volatili e orbe di un ideale certo capace di farci immaginare e di conseguenza costruire un futuro motivante, che motivi il desiderio di vivere intendo.”

      • per ora voglio solo che i feriti si riprendono e che siano al sicuro e che questa cosa non accadera di nuovo :(

      • Concordo con te. Sono in trepidazione nella speranza che arrivino buone notizie per quanto riguarda le ragazze coinvolte in questo orrore.
        L’unica cosa certa è che l’obiettivo era colpire giovani donne.. e questo è atroce!

  • io sono una loro coetanea e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere…
    Ciao Melissa fai forza a Veronica!